PREMESSA.

Non sono un’esperta di Confine Orientale d’Italia e non mi interesso in modo specifico di “foibe”, ma quanto scritto sull’articolo di Lea Mencor intitolato: “Foibe e infoibati”, datato solo: “Trieste, gennaio”, pubblicato su “Crimen”, settimanale di polizia scientifica, anno V 25 gennaio 1° febbraio 1949, e proposto, in copia da originale, con un link da Francesco Franz all’interno del suo: “Ancora su Fous da Balanceta/Ciaurlec”, Anpi Spilimberghese, e leggibile in: http://www.storiastoriepn.it/, mi è parso tanto interessante, perché riporta quanto si sapeva allora, da cercare di analizzarlo e farne una lettura comparata, nei limiti del possibile e di un mio semplice articoletto.
E così ho capito che non è vero che anfratti naturali ospitarono solo corpi di uccisi a fine guerra da “cattivissimi jugoslavi”, come qualcuno vorrebbe far credere sposando stereotipi adottati da una parte politica precisa, dimenticando che slavi e sloveni furono da noi invasi nel 1941, e vessati in ogni modo per piegarli ai nostri desiderata fascisti, ma anche da partigiani italiani ed altri, e ho capito che prima di parlare bisogna informarsi, e ricordare che quando accaddero alcuni fatti si era in guerra o alla sua fine, e che le spie ed i nemici non furono trattati con un eccesso di bontà da nessun esercito.

Inoltre premetto che “foiba” è il termine «con cui vengono indicati gli inghiottitoi carsici tipici della regione giuliana, che in tale territorio assumono spesso dimensioni spettacolari. Se ne contano circa 1700 in Istria». (https://it.wikipedia.org/wiki/Foiba). Pertanto nel caso di grotte naturali non carsiche, il termine geologico “foibe” non è corretto e ho scelto di utilizzare “grotta” o “anfratto”. E dette grotte e foibe esistono da secoli e secoli, e gli abitanti dei luoghi o foresti di passaggio possono aver fatto uso delle stesse in vario modo. Inoltre non tutte le grotte e foibe presenti in Friuli Venezia Giulia hanno contenuto corpi, ma solo alcune.

E basta andare a visitare il museo ecologico del Cansiglio per capire che grotte naturali furono utilizzate anche nell’antichità dall’uomo, ed andare in Sicilia, nella zona dell’Etna, per sentire che le grotte servivano come luogo dove porre al fresco o per ricavare ghiaccio. E nella tradizione antica, la vita ebbe origine e si riorigina dalla grotta, dove la terra convive con l’acqua, dove vi è umidità.
Insomma le grotte e le foibe non sono sempre ambienti vergini ma spesso antropizzati, ed hanno rappresentato anche, nel tempo, un pericolo ed una risorsa per l’uomo.

Il numero del settimanale di criminologia scientifica analizzato è dedicato alle “foibe” ed agli “Infoibati” ed in prima pagina compare l’immagine di un sacerdote che dà l’assoluzione ai resti del diciassettenne Vinicio Bressanuti, (che però non era stato infoibato, almeno da quanto si legge poi) con un rimando alle pagine interne aventi come oggetto: “464 cadaveri estratti dalle foibe”, dal gruppo guidato dall’ispettore Degiorgi (Per Claudia Cernigoi De Giorgi Umberto, ispettore capo della Polizia civile del GMA cfr. http://www.diecifebbraio.info/2014/06/il-rapporto-dellispettore-de-giorgi-sulle-foibe/)”. Ma io mi sono soffermata solo sull’articolo linkato, che è relativo alla zona di Travesio in particolare. Inoltre manterrò la scrittura “Degiorgi” presente nel testo di Lea Mencor, per non alterare le citazioni.

L’articolo inizia così: «Le tragiche conseguenze della guerra, se sono note nelle loro linee generali non lo sono in quelle particolari che hanno tremendamente scosso l’animo di intere famiglie orbate dei loro cari congiunti nel corso di azioni che con la guerra nulla avevano in comune se non la ferocia.
Nell’ immediato dopo guerra, si verificarono episodi briganteschi commessi da indegni profittatori che, macchiando il nome di chi per la Patria si era sacrificato e si sacrificava, soppressero numerosi innocenti. Si tratta quasi sempre di poveri diavoli vaganti dalla città verso i paesi in cerca di farina o di grassi, che venivano uccisi, depredati dei pochi averi ed interrati, come carogne di animali, fra le pietre.

Fu così che già nel mese di ottobre 1945, l’Ispettore Umberto Degiorgi , dirigente del reparto scientifico della neonata Polizia Civile della Venezia Giulia con sede a Trieste, messo al corrente delle denunce firmate ed anonime circa la data e la località della scomparsa di triestini, si dedicò con encomiabile solerzia alla ricerca di essi, riuscendo a recuperare ed identificare numerosissime salme, nonché ad assicurare alla Giustizia i colpevoli dei nefandi delitti, che furono esemplarmente puniti dalle Corti d’Assise Ordinarie.
È indispensabile rifare la cronaca degli avvenimenti che culminarono col processo testé ricordato e con quello non meno importante celebrato nel maggio u.s. presso la Corte d’Assise di Udine per gli omicidi in persona del Maggiore dell’Esercito Italiano Gittardi Ferdinando, il cui cadavere fu distrutto con il fuoco dagli stessi assassini nei pressi di Villa Vicentina, e dell’orefice triestino Stermin Francesco, ucciso a Terzo di Aquileia il 23 maggio 1945, dopo esser stato depredato, nella sua abitazione presso Grado, di gioielli per il valore di L. 5 milioni (di allora)». (Lea Mencor, op. cit., p. 7).  Ma poi l’articolo tralascia questa parte.

Ma chi era Ferdinando Gittardi? Ora per “AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili dei Comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale”, Udine, I.f.s.m.l., 1987- 1992, Ferdinando Gittardi, di Luigi e Adele Ciusani, nato a Codogno il 23 aprile 1896, residente a Trieste, era stato ucciso, il 15 maggio 1945 «da forze partigiane jugoslave a Villa Vicentina». Sull’ “Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana”, a cura di Arturo Conti, (https://www.fondazionersi.org/caduti/AlboCaduti2018.pdf), p. 383, Ferdinando Gittardi era un addetto del genio civile e non si sa per quale motivo il Conti scriva che egli fu arso vivo, quando nel 1949 era certo che il suo cadavere fosse stato bruciato. (Lea Mencor, op. cit., p. 7). Ma dato che forse il Conti ha un forte pregiudizio verso le forze partigiane jugoslave, ecco che un cadavere bruciato si trasforma in un arso vivo. Inoltre si noti che chi ha scritto per l’Ifsml, quando aveva informazioni che un soggetto era stato ucciso da forze partigiane Jugoslave, lo riportava fedelmente.

Premetto subito, prima di continuare che, dopo aver letto Marco Pirina “Udine 1943-1945. La Lunga Notte” nella provincia. Caduti- Storie- testimonianze- Documenti, Silentes Loquimur, ed., 1998, che dichiara a p. III che i suoi elenchi derivano anche da: “AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., ed aver constatato, in due casi visionati per dare qualche informazione ad un parente, che il testo riportato su di un elenco dei caduti per l’R.S.I e quello sul sopraccitato volume curato dall’Ifsml coincidevano, ritengo che molti dei nomi e relativi dati anagrafici posti in testi di caduti della R.S.I., derivino dai volumi, relativi all’intera Regione, di caduti e dispersi e vittime civili nella seconda guerra mondiale curati dall’I.f.s.m.l., con qualche modifica dai toni foschi, come in questo caso, o trasformando un commerciante, come Carlo Bonfini, in un pastore. (Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 118). Inoltre è possibile che ogni morto non partigiano o repubblichino,  trovato ucciso per un qualche motivo nel corso della guerra di Liberazione, avvenuta nel contesto della seconda guerra mondiale, come poteva essere una pallottola vagante, riportato sul volume dell’Ifsml come “deceduto per cause di guerra” e diciture similari, sia stato ritenuto un caduto per l’R.S.I, facendo di ogni erba un fascio e permettendo, così, ai numeri di lievitare. Per esempio i fratelli Bonfini, da che so, non erano morti per gli ideali della Repubblica Sociale Italiana. E se erro correggetemi.

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IL TRISTE CASO DEL DICIASETTENNE TRIESTINO VINICIO BRESSANUTTI, PARE PROPRIO MAI INFOIBATO.

Ma ritorniamo al testo di Lea Mencor. Così esso continua: «Nel gennaio 1946, la triestina signora Bressanuti Lucia, su consiglio dell’allora Preside della Provincia ed attuale Presidente di zona- Prefetto – dott. Palutan, si rivolgeva implorante all’Ispettore Degiorgi. Il di lei figlio, Vinicio, di anni 17, giovane aitante, appassionato dello sport della montagna, era scomparso fin dall’agosto 1944. Il povero ragazzo, per sottrarsi all’imminente arruolamento effettuato dai tedeschi fra i giovani triestini, aveva ritenuto opportuno allontanarsi da casa, e si era recato presso una famiglia di amici nel paesino di Travesio, vicino a San Daniele del Friuli.

Quivi, attratto dalla sua passione sportiva, intraprese una gita verso le falde del Monte Tamer, dalla quale non fece più ritorno. La povera madre, che non si era risparmiata fatiche e pericoli alla ricerca dell’adorato figliolo, aveva finalmente trovato aiuto e conforto da un apostolo della fede, don Basilio Miniutti, Arciprete di Travesio.
Il buon sacerdote, al quale si deve se il paese non fu distrutto per rappresaglia dai tedeschi, era riuscito ad identificare, in alta montagna, il punto in cui era stato sepolto il povero Vinicio, che sorpreso da sedicenti partigiani, era stato ucciso ai piedi della montagna, nonostante il viso imberbe ed i calzoncini corti mostrassero con evidenza la sua giovane età.

La desolata madre disse all’Isp. Degiorgi che il dott. Palutan l’aveva favorita […], facendo costruire un feretro entro cui riporre i resti dell’infelice giovane, ma che era necessario si rivolgesse all’ Ispettore, il quale aveva già dato prova di tanta abilità nel recupero di salme nella cosiddetta “campagna della morte”, compresa nel triangolo Ronchi-Redipuglia-Aquileia […]. Il cuore paterno dell’Ispettore, scosso dalle cocenti lacrime che accompagnavano la narrazione della supplice madre, organizzò la spedizione, pur superando non lievi ostacoli. Il paese di Travesio esulava dalla giurisdizione territoriale della Polizia Civile della Venezia Giulia, tuttavia la provincia di Udine era ancora controllata militarmente dalle truppe alleate, cosicché il bravo Ispettore riuscì a convincere il suo diretto superiore, cap. Bolt, dell’opportunità dell’intervento.

La spedizione ebbe inizio la sera del 20 febbraio 1946 e fu condotta a termine la sera seguente col trasporto al Cimitero di Trieste dei resti della giovane vittima». (Lea Mencor, op. cit., p. 7). Fin qui il racconto su ‘Crimen’.

Ma voglio far presente che anche Vinicio Bressanutti è citato in: AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit. Ivi risulta che il giovane, figlio di Carlo e Frusin Lucia, nato a Trieste l’8 gennaio 1927, civile, residente a Trieste, era morto per cause di guerra nei pressi di Travesio, il 1° luglio 1944. Quando viene, su detta fonte, scritto così, vuol dire che non vi erano prove per dire se fosse stato ucciso dai partigiani o dai tedeschi, o da altri militi, o chissà da chi intenzionalmente o per errore.

Il nome del Bressanutti compare poi, pure sull’Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 135. Ma i pochi dati riportati per il giovane in questo elenco, ne ribaltano completamente la storia, senza che vi sia indicata fonte alcuna. Qui infatti si legge così: “Bressanutti Vinicio, 8/1/27, Trieste Sold.Landschutz-disertore (da ital.titini) 1/7/44, Travesio, M.Tamer UD (Fous Balancetta)”.
Ora, su detto Albo, in primo luogo non viene precisato che il Bressanutti, sia che si trovasse a Trieste sia che si trovasse a Travesio, viveva in Ozak e non nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Poi pare che lo stesso abbia aderito all’arruolamento tedesco e quindi abbia disertato, passando con i partigiani sloveni, perché non si sa chi possano essere gli italiani titini, dicitura ignota agli storici. Quindi lo si ritrova misteriosamente morto sul Monte Cjaurleç, mentre il monte Tamer, dove Lea Mencor dice che fu recuperato il corpo, che si trovava in alta montagna, fa parte delle Dolomiti, ed è locato tra l’Agordino e la val di Zoldo. https://www.agordinodolomiti.it/it_IT/index.php/2017/08/13/monte-tamer-in-vetta-sui-giganti-delle-dolomiti-tra-agordino-e-val-di-zoldo-agordino-dolomiti/).  Sul Monte Cjaurleç si trova solo una casera Tamer, che non so perché abbia questo nome.

Ma pure le diciture in uso di “Fous Balanceta” o “Fous di o da Balanceta” sono errate perché detta cavità naturale si chiama, correttamente, “Foos del Balancet” (https://www.catastogrotte.it/grotta/303/foos-del-balancet), “la fossa di Balancetta”, cioè la tomba del Balancetta, ed il suo nome è collegato ad un fatto realmente avvenuto.

«Si narra infatti che un tale soprannominato Balancetta e residente a Toppo, onerato dai debiti, abbia deciso di por fine ai suoi travagli gettandosi nell’abisso. Dopo lunghe ricerche, i suoi paesani trovarono la lettera in cui egli aveva manifestato i suoi propositi e quindi cercarono un ardimentoso disposto a scendere nel pozzo per recuperare la salma. All’appello rispose un anziano spazzacamino che, calatosi nella voragine, trovò il corpo dello sventurato e lo fece recuperare alla superficie». (https://www.catastogrotte.it/grotta/303/foos-del-balancet).

Ma per ritornare all’articolo di Lea Mencor, dallo stesso si evince che il Bressanutti non risulta esser stato “infoibato” ma si trovava in singola sepoltura, e non in grotta, ed era stato vittima di “Sedicenti partigiani” (Lea Mencor, op. cit., p. 7), che in italiano significa persone che dicevano di essere partigiani, ma che non si sa se lo fossero, ed allora il fatto che uno fosse giovanissimo od avesse i pantaloni corti non voleva dire nulla. Moltissimi partigiani, ma anche reclute nelle bande nere e X Mas erano giovani, taluni giovanissimi, ed indossavano, se non dotati di una divisa, pantaloni corti d’estate, come tanti. Ed in ogni caso, se il giovane desiderava solo fare un’escursione in montagna, poteva indossare calzoni corti e calzettoni, come allora si usava.

E se uno prima si era arruolato magari volontario con le forze tedesche e poi aveva disertato, poteva anche venir ucciso dai tedeschi o da collaborazionisti, mentre se il giovane desiderava solo fare un’escursione in montagna, non era certo il momento adatto, né allora era cosa prudente, e poteva finire vittima sia dei nazifascisti che dei partigiani.
E la madre del giovane si era rivolta all’Ispettore Degiorgi, perché «solo lui avrebbe potuto trovare il modo ed i mezzi per il recupero ed il trasporto al cimitero di Trieste dei resti del povero Vinicio». (Ibid.).  Detta operazione era stata veloce, perché in un giorno il corpo fu recuperato e traslato a Trieste.

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IL CASO DEI GENITORI DEI FRATELLI AGOSTI, DI 17 E 19 ANNI, UCCISI DAI PARTIGIANI.

Lea Mencor continua poi il suo racconto intitolato “Foibe ed infoibati “dicendo che, sempre il 21 febbraio 1946, mentre l’Ispettore Degiorgi era occupato a redigere il verbale per il recupero della salma del giovanissimo Vinicio Bressanutti, si erano presentati da lui una donna e due giovani vestiti a lutto. Si trattava dei giovani Agosti, di 17 e 19 anni, accompagnati da una zia, che volevano chiedere all’ Ispettore di cercare la salma di loro madre, che voci circolanti dicevano essere stata gettata nella foiba, termine qui usato impropriamente, detta “Fous da Balanceta”, (sic!) ma che nella realtà si chiama “Foos del Balancet”. Il corpo del padre, invece, era già stato ritrovato sepolto vicino ad una stalla. (Lea Mencor, op. cit., p. 7).

Verosimilmente il padre dei due giovani era Bortolo Agosti, civile, negoziante, figlio di Giuseppe e De Re Vittoria, nato il 3 novembre 1899, residente a Travesio, coniugato, morto il 24 gennaio 1944, ed «ucciso a M. Turiet di Travesio da ff. partigiane, tumulato a Travesio».  (AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit.).
L’Agosti era proprietario, assieme alla moglie, dell’unico caffè di Travesio (Lea Mencor, op. cit, p. 7), e forse si era prestato a fare l’informatore per i tedeschi e fascisti, e magari anch’egli era un acceso fascista, finendo così ucciso dai partigiani, nel gennaio 1944, sul Monte Turiet, che si trova nei pressi di Tramonti ed è ricco di grotte (Giuseppe Girardi, Storia fisica del Friuli, San Vito, ed. Pascatti libraio, 1841, digitalizzato da Google, p. 69). Ma “Monte Turiet” potrebbe essere altra denominazione del Monte Cjaurleç. E sappiamo anche che il nome di Bortolo Agosti è riportato nell’ Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 20, e che da detta fonte risulta aver fatto parte della Sq. Btg. Forlì, ed esser stato ucciso a Travesio, sul M.Taiet.

Ora a parte che è sconvolgente come nessuno controlli il nome dei luoghi per cui, incrociando più fonti, troviamo che l’Agosti era morto, variabilmente, sul Monte Cjaurleç, sul monte Tamer, sul monte Turiet e sul monte Taiet, pare difficile che, prima della morte, avvenuta il 24 gennaio 1944, l’Agosti fosse stato della sq. Btg. Forlì. Se ho ben compreso, infatti, il Forlì era uno Squadrone di Arditi neri, a cui Adelago Federighi ha dedicato un volume intitolato, appunto, “1° battaglione d’assalto Forlì”, edito a Rimini da “Ultima Crociata” nel 1997. Ma detto Battaglione, alla data della morte di Bortolo Agosti, era ancora la “Compagnia della morte di Arezzo” e prese il nome di Battaglione Forlì solo quando, spostatosi ivi, ebbe aiuto da Giulio Bedeschi, allora segretario federale del Fascio Repubblicano di Forlì, succeduto nella carica ad Arturo Capanni, ucciso nel febbraio 1944. (https://www.mymilitaria.it/liste_04/scudetto_forli.htm). Ma l’Agosti fu ucciso il 24 gennaio 1944.

Ma per ritornare al racconto di Lea Mencor, i due giovani e la signora, che era la cognata dell’Agosti, chiedevano all’Ispettore di portarsi al pozzo naturale detto da alcuni “Fous da Balanceta”, (sic!) ma nella realtà “Foos del Balancet” che però si trova sul monte Cjaurleç, e non Tamer, come invece scritto su “Crimen”, e di cercare il corpo della loro congiunta, che da altra fonte sappiamo chiamarsi Gemma Cozzi (Claudia Cernigoi, Operazione Plutone”, le inchieste sulle foibe triestine, ResistenzaStorica, Kappa Vu, 2019, citazione da Alessandra Kersevan, commento datato 5 febbraio 2020 all’articolo: Raccontiamola tutta, la storia della “foiba Fous di Balanceta”, Anpi Spilimberghese, in www.storiastoriepn.it).

Gemma Cozzi, nata il 10 marzo 1904 a Travesio, ed ivi residente, figlia di Arcangelo e Zancan Maria è pure citata in: AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., e risulta, da questa fonte, uccisa da forze partigiane a Travesio il 20 agosto 1944, ed ivi tumulata. Da qui si nota come le date di morte del marito e della moglie non coincidono, e passarono mesi tra l’uccisione dell’uno e dell’altra, e per questo motivo i luoghi di sepoltura potevano essere diversi.
Gemma Cozzi ved. L. (ma correttamente B.) Agosti è citata anche in: Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., a p. 233, e se “inform” vuol dire informatrice, allora si capisce anche perché fu uccisa. Ma si poteva finire informatori per diversi motivi, per soldi, per vendetta, per ricatto, per ideale, e via dicendo.

Voglio qui ricordare che chi cercava un cadavere che si ipotizzava si trovasse in una grotta od in montagna, ricorreva alla squadra comandata dall’ Ispettore Degiorgi perché, secondo la Mencor, era l’unica a saper svolgere detti complicati compiti, che presupponevano di calarsi in grotte con corde, di recuperare salme e via dicendo. Ed anche nel caso della Agosti, chi aveva mandato lì i suoi parenti a cercare l’Ispettore, era sempre il prete di Travesio, don Miniutti. E non credo fosse così inusuale che, per avere qualche informazione ed aiuto, persone di diversa estrazione sociale si rivolgessero al prete del paese. (Lea Mencor, op. cit., pp. 7-8).

Nel dopoguerra molte persone cercavano i loro cari, di cui nulla sapevano, e se pensavano fossero morti cercavano i corpi per dare loro degna sepoltura e per poter portare un fiore sulla loro tomba. Ed anche i dirigenti partigiani si dettero da fare per avvisare le famiglie dei caduti e dispersi tra le loro file, evidenziando, se possibile, il luogo di sepoltura.

Ma per tornare al racconto in esame, con il permesso del Capo della Polizia della Venezia Giulia, il colonnello Thorn, essendo ancora la zona sotto il controllo alleato come prima specificato, l’Ispettore e la sua squadra, formata da Vigili del fuoco, speleologi, agenti di polizia, procedettero a riportare alla luce le salme che si trovavano nel pozzo naturale “Foos del Balancet”, utilizzando «corde, carrucole, scale, argani, travicelli, lampade a carburo ed elettriche, maschere anti gas, autoprotettori ad ossigeno […]». (Lea Mencor, op. cit., pp 7- 8). E furono trasportate, con un carro, anche le bare, pensando quindi di trovare più di un corpo.
Con detta operazione, vennero recuperati 11 cadaveri, che furono portati nella chiesa di San Giuseppe per la benedizione ed i funerali. (Ivi, p. 8).

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MA DI CHI ERANO, PRESUMIBILMENTE, QUEGLI 11 CORPI?

Dalla Mencor sappiamo poi che l’Ispettore Degiorgi e la sua squadra lavorarono 7 ore per portare alla luce i cadaveri che si trovavano nella grotta, che risultarono essere di 5 donne, del messo comunale di Travesio, del signor Giordani commerciante di Meduno, del custode di una vecchia polveriera, di un militare italiano e di uno tedesco. (Lea Mencor, op. cit, p. 8). Non una parola su chi li uccise, perché non lo si sapeva. Ma forse il militare italiano e quello tedesco erano morti per altri motivi, ed i loro corpi erano stati buttati lì non potendo i loro compagni portarseli dietro, o erano disertori giustiziati, o … ma sarebbe interessante sapere, almeno, che divisa indossavano, se uno quella delle camicie nere, se l’altro quella delle SS …  se ….

Claudia Cernigoi afferma, però, senza che io abbia potuto visionare le fonti perché non ho letto il suo volume “Operazione Plutone”, che poi i corpi furono identificati per quelli di: Umberto Bertoli, vice segretario comunale di Aviano; Giacomo Giordani informatore; Antonietta Mongiat, segretaria femminile del PFR di Maniago; Lucia Serri, informatrice; Ortensia Sandri, segretaria femminile del PFR di Travesio; Giovanna Bonnet di Castelnuovo, informatrice; di Bruno Aleggi, operaio militarizzato della Todt e della signora Gemma Cozzi Agosti  (Claudia Cernigoi, Operazione Plutone”, le inchieste sulle foibe triestine, ResistenzaStorica, Kappa Vu, 2019, citazione da Alessandra Kersevan, op. cit.).

Umberto Bertoli, di Sante e Zamparo Maria, nato il 2 settembre 1908 a Mereto di Tomba e residente a Travesio, impiegato civile, è anche citato in: AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., ma come ucciso da ff. sconosciute, e tumulato a Travesio. Per inciso poteva accadere che qualcuno, in quei tempi di guerra, venisse raggiunto da un proiettile vagante, come era successo, per esempio, alla povera Maria Adami a Caneva di Tolmezzo, o fosse scambiato per un partigiano dai nazifascisti, o da un nemico dai partigiani.
Giordani Giacomo, di Antonio e De Nardo Rachele, nato il 4 agosto 1910 a Meduno ed ivi residente, risulta, invece, sempre in base alla stessa fonte, ucciso da forze partigiane sul Monte Turiet di Travesio, e tumulato a Meduno. E sempre su: AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., si legge anche il nome di Antonia Mongiat, di Pietro e Mongiat Maria, nata il 10 ottobre 1905 a Tramonti di Sopra ma residente a Castelnuovo, uccisa da ff. sconosciute nel territorio di Travesio nel settembre 1944; mentre non sono citate Lucia Serri ed Ortensia Sandri.
Giovanna Bonnet, di Vittorio e Chabrier Margherita, nata il 21 agosto 1920 ma residente a Travesio, invece, sempre per la stessa fonte, risulta uccisa da forze partigiane il 30 novembre 1944, e tumulata nel luogo di residenza. E fu ucciso dai partigiani, sempre secondo AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., anche Aleggi Bruno, sarto, residente a Fiume Veneto, nato il 19 marzo 1915 ad Udine, e morto il 18 giugno 1944 a Travesio, ed ivi tumulato.

Ora non si sa, dal volume dell ‘Ifsml, se detti corpi erano sicuramente quelli degli infoibati o no, perché non si capisce se furono tumulati poi o se furono fatti ritrovare subito. E non sappiamo da Lea Mencor se tra questi si trovava quello della moglie di Bortolo Agosti.

Secondo l’Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 378, Giacomo Giordani risulta esser stato un informatore, voltagabbana; Antonia Mongiat era la Segretaria della sezione femminile del Partito Fascista Repubblicano di Maniago, e risulta uccisa il 9 settembre 1944 (Ivi, p, 525);  Ortensia Sandri, da Pisino, di cui non vengono riportati altri dati anagrafici presumibilmente perché non presente negli elenchi dell’Ifsml, risulta esser stata, anche secondo questa fonte, la segretaria femminile del PFR di Travesio, ed uccisa il 4 maggio 1945, (Ivi, p. 705); Lucia Serri non si trova, e Giovanna Bonnet è citata come informatrice e risulta su questo elenco essere stata uccisa “Daur da Mont”, a Travesio, e qui è riportato che fu seviziata. Ma forse chi ha curato questo elenco non ha letto lo stato in cui furono trovati i corpi, perché era già stato difficile capire chi fossero i morti, figurarsi se su di un corpo in decomposizione, che era stato comunque dal 30 novembre 1944 al 1946 in un anfratto, anche se ciò poteva aver rallentato la decomposizione, si sarebbero potuti notare segni certi di sevizie dopo tutto quel lasso di tempo. (Ivi, p. 120). Infatti nel caso specifico, si legge che i resti erano ormai «allo stato saponoso», (Lea Mencor, op. cit., p. 8) e se si riuscì ad identificare qualcuno, fu in grazie ai parenti che riconobbero qualche resto di abito, qualche caratteristica dell’arcata dentaria, qualche caratteristica dei capelli. (Ivi).

Bruno Aleggi, sempre secondo l’Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 25, risulta, invece, esser stato un lavoratore per la Todt, (Ivi, p. 25), cosa che molti erano, per volere nazista, ed anche partigiani del Btg. carnico ‘Gramsci’, rientrati a casa nell’ inverno 1944-45, furono mandati a lavorare per la Todt a Tarvisio. (Mario Candotti, La lotta partigiana in Carnia nell’inverno 1944-1945, S.c.in F. n. 11, ed. Ifsml, nota 52 alle pagine .41-42). Pertanto se l’Aleggi fu ucciso da forze partigiane per un motivo, questo non era certo perché era un lavoratore per la Todt.

Ma con questi elenchi dell’Albo dei Caduti e Dispersi dell’R.S.I., che sono fantasiosi in alcuni particolari, a mio avviso, si tende a ritenere tutti i morti anche di cui non si conosce la causa come caduti per “gli ideali” R.S.I., (e non magari per guadagnare un po’ visto quanto i tedeschi pagavano benissimo gli informatori, o per altri motivi) facendo passare i partigiani per assassini di civili senza motivo, torturatori ecc. e riportando tutti i belligeranti a certo modus operandi che pare invece esser stato proprio di Brigate Nere e X Mas, basta leggere quanto io ho scritto su quest’ ultima su www.nonsolocarnia e quanto scritto da Luciano Patat nel suo ultimo lavoro intitolato: “La X mas al Confine Orientale”; quanto riportato da Sonia Residori sul suo: “Una Legione in armi. La Tagliamento tra onore, fedeltà e sangue”, Cierre edizioni, Verona 2013; o quanto scrive su quelli della Ettore Muti Nuto Revelli nel suo Le due guerre, Einaudi, ed. Ma facendo di tutte le erbe un fascio, come si suol dire, si tende a legittimare tutti ed ogni comportamento anche amorale. E chi ci ha parlato della moralità della resistenza e dell’amoralità del fascismo, ed in particolare del fascismo africano è stato il grande Romano Marchetti.

E come si può vedere, alcune di queste persone furono eliminate dai partigiani italiani, nessuna da partigiani dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo e per un motivo, perché erano spie per esempio, e tutte le spie, quando scovate, nelle guerre non hanno fatto una bella fine, o perché erano esponenti del fascio, che, magari, avevano vessato e controllato le famiglie del paese dove abitavano, e avevano fatto perdere a qualcuno il lavoro. Ed i loro corpi furono gettati nell’anfratto forse perché non vi era il tempo per scavare una fossa, presumibilmente. Perché quando vi furono il tempo e le condizioni, si ebbero sepolture nella terra, da che si sa. Il problema di togliere di mezzo i cadaveri è stato sempre un problema, nel corso di guerre.

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IL CASO DI DORA CIOK ED ADRIANO ZAROTTI, UCCISI PER ODIO E FUTILI MOTIVI NON DA PARTIGIANI, ED INFOIBATI.

Continuando la lettura del testo: “Foibe ed infoibati”, veniamo a sapere che il Degiorgi, forte dei suoi successi, decise di specializzarsi in recupero salme da grotte naturali e foibe, e per questo si dotò di un autocarro munito di argano e verricello, che sostituiva la fatica umana nel portar su i corpi. Ma il Degiorgi fu diffidato, dal Governo Militare Alleato, dal procedere in tale attività di ricerca di cadaveri. (Lea Mencor, op. cit, p.8), non si sa perché, dato che l’autrice di “Foibe e infoibati” scrive nel merito una sua supposizione senza prova alcuna.

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Comunque, sia come sia, egli poté, con regolare permesso, rispondere alla richiesta di due madri slovene ma abitanti a Trieste, che cercavano i loro figli: la diciannovenne Dora Ciok ed il ventunenne Adriano Zarotti. Le due donne, disperate, erano andate a cercare i due giovani in molti luoghi, fino a che era stato loro detto dove cercare a colpo sicuro.
Così l’Ispettore si recò alla “foiba di Gropada”, sul Carso Triestino, profonda 75 metri ed, il 13 agosto 1946, la squadra da lui diretta portò sul terreno 5 cadaveri: quelli di Dora Ciock e di Adriano Zarotti, e quelli di: Zerial Luigi, Zulian Carlo e Marega Alberto.

Ma coloro che avevano ucciso in questo caso, vennero individuati e processati ed erano Danilo Pertot, cugino di Dora Ciock, e Luciano Vever, e risultò che avevano ammazzato per «futili motivi di odio e di vendetta» (Lea Mencor, op. cit, p. 8), e vennero condannati il primo a 28 anni di galera, il secondo a 17. Sulla storia di Dora Ciock sono state scritte poi, sull’onda antipartigiana e non solo, anche versioni “romanzate” ed in cui sono stati persino modificati gli autori del recupero del corpo, o che hanno fatto della povera Ciock una vittima dei partigiani, trasformando in un partigiano sicuro il cugino definito “uno spietato miliziano comunista”, e un “caporione di una banda di partigiani slavi”. (Cfr. http://nicolickblog.blogspot.com/2017/07/dora-ciok.html).  Ed anche Giuseppina Mellace, di Roma, insegnante, autrice di pièce teatrali, saggi, romanzi e racconti, ha scritto, in toni noir, la storia di Dora Ciock, in un volume intitolato: Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle Foibe, Newton Compton editori, quando, almeno per la Ciock, sappiamo che fu uccisa per futili motivi di odio e vendetta. Nella realtà questa storia sembra, da che si capisce, moltissimo ad un attuale femminicidio compiuto da un maschio rifiutato.

Ma per ritornare al dunque, non si sa, quindi, come Adriano Zarotti, di Adriano e Slobec Santina, nato a Trieste il 22 luglio 1921, agente ausiliario di Pubblica Sicurezza in forze alla Questura di Trieste, sia finito nell’albo dei caduti dell’RSI (Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 834), e, ancor più incomprensibile, come risulti, per: AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., prelevato a Trieste da forze partigiane Jugoslave, ucciso e gettato nella foiba “pozzo di Gropada”. Ma detta fonte, che non cita mai da dove ha ricavato i dati specifici ma solo in generale per tutti i volumi, riporta anche i nomi di Luigi Zerial, di Giovanni e Furlan Maria, nato a Gabrovizza il 24 luglio 1912, residente a Trieste, agricoltore e civile, ed anche per lui dice che fu ucciso da forze partigiane Jugoslave e gettato nella foiba detta “Pozzo di Gropada”. Ma questa versione collude con quella data da Lea Mencor, che dice che in questo caso si trattò di vendetta personale e gli assassini, rei confessi, furono assicurati alla giustizia.  L’ultimo dei ritrovati, Alberto Marenga, non figura nell’elenco dell’Ifsml.
Infine su: Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 836, compare pure Zerial Luigi, ma se detto Albo deriva dai testi dell’Ifsml si capisce il perché, ed egli risulta ucciso a Trieste il 2 maggio 1945, ed infoibato a Gropada, mentre Alberto Marenga non compare neppure qui.

Questa storia ci racconta come i corpi trovati nelle foibe potevano essere finiti lì per diversi motivi.

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QUEI MILITARI TROVATI NELLA FOSSE COMUNE A SELLA DI MONSANTO.

Nel frattempo, al Maggiore Inglese Hobs era subentrato, quale Soprintendente della Divisione Investigativa, il Tenente Colonnello W.R. Hare, che praticamente concesse carta bianca all’ Ispettore Degiorgi, anche se talvolta dovette pure riprenderlo per le sue troppo libere iniziative. (Lea Mencor, op. cit., p. 9). Ed andava rinforzandosi la collaborazione per questi ritrovamenti con l’Istituto della Polizia Scientifica di Trieste. (Ivi, p. 9).

Ma per ritornare al Degiorgi ed alla sua squadra, l’11 novembre 1946, fu da loro scoperta a Sella di Montesanto, ad est di Gorizia, una fossa comune, «nella quale giacevano coperti di poca terra, i corpi di 19 militari indossanti l’uniforma dell’Esercito Italiano, che furono posti in casse in attesa di identificazione. Quindi si procedette con lavoro lungo e difficile, a dare ai corpi un nome ed un cognome, partendo dal rinvenimento di alcuni frammenti di una carta di identità, che indicavano un soggetto Luc … Mar… nato il 21 a Fium». (Ibid.).

Dopo ricerche, si giunse ad una zia di Lucarini Marino di Guido, «nato a Fiume il 21 aprile 1946 (sic! Verosimilmente nato nel 1926)». (Ibid.). Il Lucarini era stato arruolato a 18 anni ed assegnato alle truppe del Comando Regionale del Litorale Adriatico e destinato alla guardia dei ponti dell’Isonzo, si presume da attacchi nemici, in località Canale, da dove aveva scritto l’ultima cartolina il 29 aprile 1945. (Ibid.). E basterebbe questo per farlo ritenere un repubblichino.

Si venne a sapere, inoltre, che egli era stato compagno d’armi di Adriano Riccobon, e così, avendo trovato un anello con le iniziali A.R., si pensò di cercare parenti di quest’ ultimo, per vedere se fosse possibile riconoscerlo. Riuscita anche questa identificazione, si giunse a quella di 18 dei giovani trovati morti, tra cui i fratelli Curasier di Fiume grazie ad un giovane di Trieste ed ad uno di Turriaco, di cui non sono riportati i nomi, che dissero, non si sa su che base, che il gruppo era stato trucidato, non si sa da chi, dopo che aveva consegnato le armi, con un colpo alla nuca. (Ibid.). Ma certamente i testimoni non erano con loro, e non si sa chi fossero e perché raccontarono così. Erano i due teste militi dell’R.S.I.? Ed è mai possibile che non si sia potuto riconoscere se i morti erano camicie nere? Inoltre anche nel corso delle battaglie della prima guerra mondiale seppellivano i morti in battaglia in poca terra, ed in fretta e furia. E comunque, come ho già scritto, le fonti orali sono sempre da prendere con le pinze.  Inoltre se tutti i militi fossero stati colpiti alla nuca, credo che si sarebbe potuto vedere dalle ossa craniche trovate, ma il Degiorgi, dall’articolo di Lea Mencor, pare non abbia fatto menzione di questo particolare, e neppure la Polizia Scientifica di Trieste, restando quindi come fonti solo i due giovani.

Ora, secondo AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Marino Lucarini, di Ettore e Danielis Maria, nato a Fiume il 27 dicembre 1923, e ivi residente, ma domiciliato non si sa perché a Trieste, faceva parte della Milizia di Difesa Territoriale, derivata dalla MVSN poi GNR, quando, per ordine tedesco, le 6 Legioni GNR più la 5ª Legione di Milizia Ferroviaria dettero vita ai 5 Reggimenti MDT, con un organico, teorico, di 1.800/1.900 militi per reggimento (https://it.wikipedia.org/wiki/Milizia_di_difesa_territoriale). E fu fucilato il 29 aprile 1945 da forze partigiane slovene, per motivi ignoti. Ma quando morì aveva indosso, si presume, la divisa dei Repubblicani, o di qualche banda nera, come gli altri trovati sepolti con lui, erroneamente definita, da Lea Mencor, «divisa dell’Esercito Italiano» (Lea Mencor, op. cit., p.8).

Un altro dei cadaveri, sempre in divisa, fu identificato per quello di Adriano Riccobon per Lea Mencor, mentre per AA.VV. – a cura dell’I.f.s.m.l. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., egli si chiamava Aureliano Riccobon ed era stato, sempre secondo la stessa fonte, un milite operativo nei Reparti R.S.I. facente parte del 14° Battaglione costiero; era figlio di Andrea ed Urzio Mercedes, ed era nato a Pola il 29 gennaio 1926, ma risiedeva a Trieste. Anche il Riccobon era stato ucciso da forze partigiane a Sella Montesanto, ma non viene specificato se slovene o meno, il 1° maggio 1945. Quindi pare che Riccobon e Lucarini non fossero morti lo stesso giorno. E comunque per i partigiani erano dei nemici, ed indossavano la divisa dei fascisti collaborazionisti. Ma invero non sappiamo neppure, almeno dalle fonti da me citate, se vi fu una battaglia, una sacca di ultima resistenza, per avere 19 cadaveri sepolti e tutti con la stessa divisa.

Per l’Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, op. cit., p. 448, Marino Lucarini era un caporale dell’Esercito Repubblicano e faceva parte del 14 Btg. Costier, (sic!) in servizio a Salcano, ma in questa fonte egli risulta morto il 5 maggio 1945. E comunque non era morto nello stesso giorno del Lucarini e non si capisce come fossero stati insieme fucilati colpiti alle spalle. Anche la morte di Riccobon, pure qui Aureliano, risulta spostata, in questa fonte, al 3 maggio 1945, ma ciò non collima con la ricostruzione dei fatti degli ignoti testimoni orali, che raccontarono che i militi furono uccisi tutti insieme.

Degli altri infoibati Lea Mencor non riporta il nome, e quindi non sappiamo, dall’articolo oggetto di questa analisi, chi fossero, ma sappiamo che erano, come gli altri dell’esercito fascista collaborazionista, insomma, presumibilmente, erano delle camicie nere.

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LA FOIBA DI BASOVIZZA.

Nel maggio 1947, giunse all’Ispettore Degiorgi l’informazione che vi erano dei corpi sepolti in una “foiba” dietro il cimitero di Basovizza, che pare poi sia la grotta detta “grotta Plutone”. (Lea Mencor, op. cit., p. 9; riferimenti scientifici: http://catastogrotte.fvg.it/59-Grotta_Plutone). In detta cavità si dovevano trovare i cadaveri di tre persone di Gropada, uccisi per interesse, non per motivi ideologici o di nazionalità. (Ibid.). Ma a questo punto nel testo pubblicato su Crimen ci deve essere una svista perché il Degiorgi, presumiblimente, ebbe l’informazione ai primi del mese di marzo, non di maggio, altrimenti non si sa come avrebbe potuto recarsi a cercare cadaveri di cui nulla ancora sapeva il 17 marzo.

Tralascio qui la descrizione particolareggiata della partenza della squadra e del lavoro che dovette fare per portare alla luce i corpi, che si può leggere direttamente sulla rivista. La “foiba” si trovava a nord ovest di Basovizza, a 500 metri dal cimitero e lungo la via che porta a Gropada. Quindi evidenziato il luogo, la squadra iniziò il suo lavoro, portando alla luce i tre cadaveri cercati. Ma poi vide più sotto altri corpi, riconosciuti per quelli di sette persone. Ed in sintesi, alla fine, si contarono, pare, 22 esumazioni. (Ivi, p 10). Quindi l’Ispettore esaminò minuziosamente i cadaveri e fece raccogliere dei frammenti di vestiti ed altro che potevano servire per l’identificazione.  Nel corso di questo lavoro, l’Ispettore trovò, nella tasca di uno dei morti, un pacchetto di sigarette con sopra scritto il nome “Cecchelin”. (Ibid).

Ora il Degorigi era venuto a sapere di una strana storia legata al gruppo dell’attore teatrale e comico italiano Angelo Cecchelin, che aveva portato il dialetto triestino su vari palcoscenici d’Italia. (https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Cecchelin). Si narrava, a quei tempi, che un ex dipendente del Cecchelin, tale “Nino D’Artena”, nome d’arte, pure lui attore, fosse stato fatto arrestare, nel maggio 1945, per beghe personali, e quindi trasferito nel carcere detto “dei Gesuiti”. Successivamente, la sera del 23 maggio 1945, era stato prelevato, da quel luogo, con altre 18 persone e trasportato verso destinazione ignota. Tra queste si trovavano pure il comandante degli agenti di custodia Domenico Mari ed il sottocapo Angelo Bigazzi, e parecchi agenti di Pubblica Sicurezza ed alcuni civili, «tutti arrestati nei primi di maggio1945, ad opera di delinquenti che approfittando del disordine provocato dall’insurrezione armata e della calata degli slavi si autonominarono commissari e guardie del popolo» (Lea Mencor, op. cit., p. 10).

Ora la di là delle considerazioni di Claudia  Cernigoi che ha intervistato il comandante di detto gruppo riportando le sue dichiarazioni (Claudia Cernigoi, Operazione Plutone: la vera storia di Nerino Gobbo, in http://www.diecifebbraio.info/2012/05/operazione-plutone/), nel cui merito non entro, essendo un’intervista e non avendone competenza, quello che ci interessa è che, già allora, nel 1949, si riteneva che alcuni fossero stati uccisi anche ad opera di persone che avevano approfittato del caos generale. Comunque, sia come sia, Lea Mencor scrive che furono identificati i 19 prelevati dal carcere detto “dei Gesuiti” oltre i tre di Gropada uccisi da compaesani. (Lea Mencor, op. cit., p. 10).

Dopo aver interrogato alcuni che «erano stati […] internati nei campi di concentramento della Jugoslavia» (Ibid) ritengo non per gusto, e dai quali avevano fatto ritorno, il Degiorgi risaliva a tale “C” ritenuta persona a conoscenza dei fatti per avervi partecipato direttamente. Chiamato dal Degiorgi, questo dette la sua versione dei fatti, accaduti fra il 23 ed il 24 maggio 1945. A sentir lui i 19 erano stati portati nei pressi della grotta Plutone e quindi fucilati alle spalle con uno Sten munito di silenziatore. Ed anche lui era stato costretto a sparare. Fin qui la sintesi della Mencor su quanto narrato da “C”.
Per il suo racconto, “C” fu lasciato libero, mentre altri, da lui accusati, pare si trovassero già nella zona B e quindi uno solo di loro, Teodoro Cumar, fu reperito e processato. Ma l’ispettore Degiorgi riuscì anche a risalire al mandante degli arresti o meglio dell’arresto del D’Antona, che era proprio quell’Angelo Cecchelin scritto sul pacchetto di sigarette. (Lea Mencor, op. cit., p. 10).

Ora vi è chi ha detto che Nerino Gobbo, il partigiano “Gino”, gappista, Teodoro Cumar, “Doro” ed Edoardo Musina, con pochi altri, avevano formato un gruppo che aveva posto la sua base a Villa Segre, e che agiva come una vera e propria banda criminale. Per questo essi, compreso il Cumar, furono sottoposti a processo e quindi condannati nel 1948.  «Cumar fu condannato a 28 anni (sulla sentenza c’è un’annotazione datata 5/11/54: «da ordine GMA n° 8 dd. 27/1/54, ridotta a Cumar la pena a 2 anni») e Cecchelin a 5 (con tre di condono), mentre i tre contumaci furono condannati a 26 anni (Musina e Gobbo) ed a 24 anni (Stule). Gobbo, al quale nulla fu ufficialmente notificato, non interpose appello contro la condanna che quindi divenne definitiva, chiese ed ottenne successivamente l’amnistia dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini». (ww.cnj.it/home/sr-yu/informisanje/jugoinfo/9137-9044-niente-di-nuovo-sul-fronte-orientale.html).

Ma al tempo del processo, sia il Musina che Nerino Gobbo si trovavano già in zona B, ed il secondo «per costruire il potere popolare», come egli stesso diceva. E poi fu, in territorio Jugoslavo, sindaco, parlamentare, dirigente d’industria e uomo politico. Secondo la sua versione, in realtà egli aveva arrestato gli infiltrati nella Guardia del popolo responsabili di ruberie e violenze nei confronti dei prigionieri, che poi si macchiarono anche degli omicidi per cui Gino fu condannato. (lombardia.anpi.it/lombardia.php?p=2824&more=1&c=1&tb=1&pb=1).

Ma per ritornare al Cecchelin, sembra, da Claudia Cenigoi, che Angelo Cecchelin fosse un antifascista, mentre Nino D’Artena, che in realtà si chiamava Giacomo Pellegrina, finito nella foiba, fosse fascistissimo, e che fu dal Cecchelin segnalato a fine guerra per esser stato uno squadrista. (http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-giustizia_per_angelo_cecchelin..php).

Nel corso dell’interrogatorio di Cecchelin, «l’attore spiegò che D’Artena fu licenziato nel ‘37, “per azioni disoneste”, dal “Popolo di Trieste” dov’era “impiegato come cronista”, e fu assunto dalla compagnia di Cecchelin come “generico” e “con lui fu pure assunta sua moglie […]; però D’Artena iniziò presto a “bisticciarsi con tutti gli scritturati”. Cecchelin cercava di richiamarlo all’ordine ma lui “vantando le sue qualità di squadrista aveva sempre ragione”. Successivamente, mentre si trovavano in tourneé a Fiume, Cecchelin ebbe dei problemi con gli scritturati per questioni contrattuali che si trascinarono fino in tribunale, finché nel 1942 Cecchelin si trovò denunciato per avere “nel febbraio 1939, nel camerino del teatro Fenice di Fiume, proferito la frase: Il duce è un culo rotto”. Nel processo istruito a Milano dal Tribunale Speciale testimoniarono i suoi attori, tra cui Pellegrina, e Cecchelin fu condannato per “offese al Duce” ad un anno di reclusione e gli fu impedito di lavorare per quasi due anni, nel corso dei quali si rivolse alle autorità fasciste domandando, ad esempio, “in una lettera confidenziale” al federale Ruzzier “come mai a me era negato di lavorare perché antifascista, mentre il Pellegrina poteva lavorare liberamente alla Fenice pur essendo figlio di madre ebrea”. Ruzzier gli diede “risposta verbale dicendo che quelli erano ordini superiori”». (Ivi).

Infine il Cecchelin  fu processato ma per plagio ed estorsione. E fu condannato solo per plagio ad una pena inusitata: 5 anni di galera, poi ridotti a due, che scontò. Uscito però si trovò le porte sbarrate, e Trieste gli fece terra bruciata intorno. (Ivi). Ma io non ho elementi sufficienti per giudicare quale sia la versione corretta dei fatti.

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E chiudo questo mio, che non ha presunzione alcuna, scrivendo che:  «Una delle tante mistificazioni diffuse in materia di “foibe” è quella che contro gli “infoibatori” non furono mai celebrati i processi. In realtà all’epoca del Governo Militare Alleato (GMA), tra il 1946 ed il 1949, a Trieste per questi reati furono celebrati una settantina di processi, conclusisi a volte con assoluzioni od amnistie, altre volte con condanne anche pesanti». (Presentazione del volume di Claudia Cernigoi, “Operazione Plutone”, Le inchieste sulle foibe triestine, Kappa Vu ed., 2018, (Dalla presentazione del volume sia su Amazon che su Kappa Vu).

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Ho compiuto questa analisi di una fonte solo per far capire che, quando si considera tutti i corpi reperiti nelle foibe come di uccisi perché italiani dai cattivi rossi sloveni comunistissimi, si prende una cantonata a 360 gradi; che anche l’Ifsml, come io ho scritto pure in riferimento al Del Bon, ha segnalato gli uccisi per mano partigiana, non certo senza motivo alcuno o solo perché italiani; che certe storie avvenute nel triestino, come quella che ha visto protagonista il Cecchelin, a me paiono complesse, davvero complesse ed il fine guerra fu complesso, come ci ricordano sia gli autori del testo “La lunga liberazione” nel loro volume, sia Giacomo Pacini nel suo “Le altre Gladio”, che István Deák nel suo: “Europa a processo”, il Mulino, 2019, volume che presenta qualche limite, anche secondo Guri Schwartz, che ne ha scritto l’introduzione, in particolare nelle chiavi di lettura di alcuni fatti,  ma che vale la pena davvero di essere letto perché dà una immagine della portata del conflitto, dell’avanzata nazista in Europa, dei voltagabbana a fine guerra, e di coloro che compirono stragi ed uscirono impuniti.

Ed ho scritto questa analisi, dopo aver visto la copia dell’articolo di Lea Mencor, sia per cercare personalmente di conoscere di più da una fonte d’epoca, datata 1949, sia per farvi partecipi di quanto, senza offesa per alcuno. E ringrazio Franz, di Anpi Spilimbergo, per aver linkato l’articolo, permettendomi questa analisi. 

Laura Matelda Puppini.

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta l’entrata della foiba Plutone. Data dello scatto: 14-02-2015. Tipo inquadratura: Ingresso con numero identificativo. Autore foto: Premiani Furio. Gruppo di appartenenza: GSSG – Gruppo Speleologico S. Giusto. Da: http://catastogrotte.fvg.it/59-Grotta_Plutone. Se esistono diritti di riproduzione, prego avvisare. L.M.P.

 

 

 

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