E per incominciare oltre Lignano c’era anche Grado …

Laura: «Siamo qui per parlare dell’esperienza di sfollati a Grado, nel 1976, dopo il secondo, terribile, terremoto del 15 settembre».

Mongiat: «C’ è un fatto- per incominciare- che mi ha disturbato. Sul Messaggero Veneto si parla di Lignano. E Grado? Insomma, la comunità di Grado, che è stata gentilissima, non esiste? Allora: o tutto questo è uno spazio pubblicitario esclusivamente pro Lignano, che non trovo corretto perché sfrutta un nostro doloroso passato per farsi pubblicità, oppure … non lo so… Spero venga riservato lo stesso spazio anche per Grado che di sfollati ne aveva tantissimi … ed i gradesi sono stati disponibilissimi, gentili, insomma si sono dati da fare … e neanche ricordati. Su Lignano facciate e facciate. A me viene il sospetto che si sia cercata una buona pubblicità prendendo spunto dall’attuale problema dei profughi e della loro accoglienza per parlare di Lignano. Non è che mi dispiaccia si parli di Lignano, quello che mi disturba non è nemmeno l’argomento che è stato scelto per parlarne, ma l’essersi limitati solo a quella località, “dimenticando” Grado e il centro di accoglienza di Ravascletto-con pochi profughi provenienti dalla conca di Tolmezzo. Un “servizio” completo sarebbe stato … ben gradito.

 Comunque io ho vissuto l’esperienza di Grado e posso parlare solo di quella.

Grado è stata di una gentilezza e di una disponibilità enorme: l’amministrazione comunale, i cittadini, i vigili urbani, le maestre, gli albergatori, tutti si sono fatti in quattro. Possibile che non si possa ricordare anche questo?

E va dato anche a Grado quanto dato a Lignano, se si dà all’uno si deve dare anche all’altro. Le Comunità della Carnia, compreso Tolmezzo, erano tutte a Grado; Chiusaforte era a Grado, Dogna e Pontebba erano a Grado. Di fatto, Carnia ed Alto Friuli, parlando in termini sindacali, cioè Carnia, Canal del Ferro e Val Canale erano tutti a Grado, trattati con umanità! I “graisani” hanno sopportato disagi, e per darci una mano si sono ristretti per farci entrare nelle loro scuole: alla ‘Carducci’ e all’ ‘Isola della Schiusa’ hanno accettato i doppi turni …

Superati i primi problemi, si sono ancora dati da fare. L’amministrazione comunale ha trovato alla ‘Città Giardino’ dei locali solo per noi e li ha attrezzati. E ricordo i militari… Le stanze che ci ospitavano erano belle, spaziose, piene di luce, ma spoglie …  Siamo partiti su un camion militare per andare alla scuola elementare di Terzo di Aquileia che ci ha imprestato carte geografiche e tanto altro materiale didattico, che poi abbiamo, ovviamente, restituito. Anche questo va ricordato. Eravamo Craighero ed io, sul camion, seduti nel “cassellotto” dietro … capelli al vento …

Pur nella tragedia del sisma, nel suo male, dal punto di vista umano il “soggiorno” a Grado è stato un periodo veramente bello. Solidarietà vera, sentita, proprio …  Poi ti racconto un aneddoto su tuo papà. Che grande uomo! Ogni volta che lo trovavo a Tolmezzo mi fermavo a parlare con lui, perché per me tuo papà è stato una persona che metterei come “bandiera” della Carnia, a rappresentarla! Purtroppo, come al solito … non considerato … il classico “nemo propheta in patria”, nemmeno il … profeta Geremia! Lui era attaccato alla Carnia, alla sua terra…  In un mondo che faceva a gomitate, forse troppi occhi miopi, vedendolo umile e semplice … ma lui dal suo alto vedeva bene le formichine che sgomitavano e senza dubbio fra sé e sé ne sorrideva con una certa … misericordiosa commiserazione».

Dopo la scossa del 15 settembre 1976…

Laura: «Seconda scossa, 15 settembre. Come siete riusciti in un mese ad organizzare l’esodo dei terremotati verso ed a Grado?»

Mongiat: «Qui devo, inizialmente, fare un riferimento personale. Dopo la scossa del 15 settembre non avevo alcuna intenzione di sfollare, di andar via. Ero a Fusea … da parte di madre sono originario di Fusea, ed abitavo lassù. C’erano delle lesioni nella casa, ma non tali da richiedere un suo abbandono. Proposi a mia moglie, (allora Bisaro Loredana, poi prematuramente deceduta, ndr.) che insegnava qui, a Tolmezzo, di andare una settimana a Lignano, prima dell’inizio scuola. Ed avevo Anna, di sei anni, pronta per iniziare la scuola elementare, come si chiamava al tempo.
Giunti a Lignano, mi recai in un’agenzia a chiedere dove potevo trovare un appartamento in affitto per una settimana. L’addetto interpellato, saputa la nostra provenienza, ci indirizzò ad un centro di smistamento terremotati. Non ne capivo il motivo: ero sceso solo per una settimana di vacanza. Pazienza, andammo al centro indicato … E lì ci dissero che eravamo in piena emergenza per cui tutti gli alloggi erano potenzialmente impegnati e che tutta la Carnia era a Grado, che dovevamo andare a Grado.
Così Loredana, Anna ed io ci recammo a Grado. Stessa trafila … Al centro di smistamento, conosciuta la nostra provenienza e saputo che eravamo degli insegnanti, ci fecero presente che c’era necessità di insegnanti per i figli dei profughi ospitati in città e ci invitarono a fermarci per tutto la durata dell’emergenza. Breve incontro con gli occhi della mia signora e accettammo l’invito fattoci.

Così fummo ospitati, come profughi, in albergo. Il secondo giorno che ci trovavamo a Grado, tuo padre, che coordinava l’istituzione scolastica materna ed elementare, convocò tutti gli insegnanti per sapere chi eravamo e quanti eravamo, quanto personale c’era in rapporto al numero dei bambini … per potersi regolare nelle richieste e nell’organizzazione.
In quella fase fece tutto lui. Dopo pochi giorni iniziò la scuola. Tuo papà organizzò tutto assieme all’amministrazione comunale, molto sensibile al ‘problema scuola’. Analogo incarico per l’ispettore Agostino Picot per gli sfollati a Lignano.

Noi, per la verità, eravamo inizialmente un po’ spaesati …

Nei giorni precedenti l’inizio delle lezioni, noi insegnanti abbozzammo un organico delle classi, grazie a tuo papà ed ai dati del censimento forniti, credo, dall’amministrazione comunale. Dico per inciso che i profughi, man mano che arrivavano, venivano censiti, permettendo a noi di sapere quanti bambini delle materne e quanti della scuola elementare avrebbero frequentato. Penso sia facile immaginare le continue variazioni e i continui adattamenti.

Quindi fin da subito, fin dal secondo giorno di scuola, l’amministrazione comunale ci mise a disposizione dei locali: un gruppetto fu ospitato alla ‘Carducci’, proprio in centro città, e l’altro all’ ‘Isola della Schiusa’. Rimanemmo in queste scuole per circa venti giorni. E qui va dato atto ai gradesi di aver accettato i doppi turni per noi, perché potessimo avere, per i nostri figlioli, l’attività didattica. E questo aspetto va messo in risalto.

Considerata la grande disponibilità di insegnanti a disposizione, tuo padre si diede da fare per cercare di offrire ai bambini anche l’attività integrativa pomeridiana, che si presentava necessaria perché in molte famiglie i genitori prendevano la corriera la mattina presto, salivano in Friuli o in Carnia a lavorare e rientravano alla sera, con il problema concreto e urgente della gestione dei bimbi al pomeriggio. Come vedi tuo papà aveva le idee molto chiare.

Nei circa 20 giorni, non di più, di permanenza in Grado città, l’Amministrazione comunale che, lo ripeto, va veramente lodata, si diede da fare e ci mise a disposizione in ‘Città Giardino’ alcuni locali nuovi e completamente nuovi ove sistemare le varie classi della scuola elementare ed anche le sezioni di scuola dell’infanzia.  Alcune sezioni di quest’ultima erano sezioni non statali ma Onairc, e se ne occupava l’ispettore Odorico Serena, che aveva pure incontri di coordinamento con tuo papà. C’erano contatti frequenti fra loro. Anche Odorico era presente fra noi, ma molto raramente.

Ed è arrivato anche Giuseppe Craighero detto, in carnico, Zef Kraigher, a curare l’aspetto didattico.

Arrivati nei locali di ‘Città Giardino’ iniziammo la scuola a ‘tempo normale’. Teniamo presente che già dai primi giorni si era aggiunto a noi il dott. Giuseppe Craighero, in carnico Zef Kraigher, originario di Ligosullo, che veniva dall’università di Padova ed in quel periodo abitava a Monfalcone con la sua famiglia. Egli era giunto a Grado già nei primissimi giorni, quando eravamo ancora all’ ‘Isola della Schiusa’ e alla ‘Carducci’, come  consulente – coordinatore didattico.

Come noto, al tempo il direttore didattico aveva sia la competenza didattica che la responsabilità giuridico amministrativa. Lungimirante, tuo papà, vista anche la situazione straordinaria, pensò di scindere la figura in due componenti: una competenza attribuita a me e una a Zef. Da buon saggio lo comunicò a tutti gli insegnanti in maniera molto chiara, come lo dico io ora, al fine di evitare equivoci, sovrapposizioni e conflitti eventuali: «A Zef vi rivolgete per quanto riguarda l’aspetto didattico, a Bruno per tutto quanto concerne l’aspetto amministrativo- giuridico».
Chiariti i ruoli, tutto funzionò alla perfezione. Non conoscevo Zef, ma impiegai poco tempo per apprezzare il suo spessore umano e la sua competenza didattica.
E, al di là dei formali ruoli fu facile e, aggiungo, piacevole operare assieme: sull’aspetto didattico, in ogni caso, lui consultava anche me ed io, dal punto di vista amministrativo, consultavo lui.

Fu un bel lavorare assieme. E da lui imparai tanto.

Zef, faceva riunioni con gli insegnanti, a partecipazione libera naturalmente, perché dobbiamo entrare sempre nell’ottica degli sfollati che erano ormai tutti sistemati in appartamenti, e nessuno era più in albergo. C’erano i maestri maschi, pochissimi, e c’erano le maestre, mamme che avevano i figlioli a casa, che avevano il marito pendolare che rientrava a Grado alla sera. Queste riunioni, poche, erano state richieste anche dagli insegnanti per coordinarsi, perché non si conoscevano fra loro assolutamente. Io, per esempio, conoscevo quelli di Tolmezzo e pochissimi altri.

Zef cercò di stabilire fra i docenti delle linee comuni e impostò le attività integrative pomeridiane.
Adesso non ricordo quanti giorni dopo esser arrivati alla ‘Città Giardino”, ma non tanti, iniziammo le attività didattiche pomeridiane».

Laura precisa che dai dati di suo padre, pubblicati, la scuola iniziò il 5 ottobre, con pochissimo ritardo rispetto al primo ottobre, data ufficiale di inizio, e che, dopo le vacanze dei Santi e dei morti, iniziarono le attività integrative.

Tutti a ‘Città  Giardino’, dove prendono forma anche le attività integrative pomeridiane.

Mongiat: «Anzitutto una precisazione: noi dipendevamo formalmente dal circolo didattico di Aquileia, ma, da quando diventammo pienamente operativi, lavorammo con assoluta autonomia.

Noi ci spostammo dalle scuole della città quando era tutto pronto … la tavola era già apparecchiata e dovevamo solo sederci … Poco dopo lo spostamento a ‘Città Giardino’ iniziarono le attività integrative pomeridiane e la refezione. Il pranzo veniva fornito grazie ad una convenzione fatta dall’Amministrazione Comunale col vicino albergo ‘Ai Pini’. Allora era sindaco Giovanni Rudy Vio (Giovanni Rodolfo Vio, avvocato, poi Presidente dell’Azienda di promozione turistica gradese e consigliere regionale. n.d.r.)».

Laura dice che ha invitato l’amministrazione comunale attuale a leggere l’articolo pubblicato e che Le ha risposto l’assessore alla cultura, Caterina Bellan, una maestra che, al tempo, aveva intrapreso da poco la strada dell’insegnamento svolgendo attività integrative, che ha ricordato la sua esperienza con i bambini friulani nella scuola. I bambini di Grado cantavano le loro canzoni, quelli del Friuli attingevano dal repertorio friulano ed i bimbi, ascoltando dai compagni canti diversi, venivano a conoscenza di due mondi diversi.

Mongiat: «Da quanto ricordo io, non fu proprio così. Il suo ricordo è nebuloso e forse la signora fa riferimento all’ incontro di chiusura, di commiato e ringraziamento che proposi e che si realizzò in aprile, cui accennerò in seguito. Noi avevamo i nostri insegnanti e, per il canto e la musica, per un buon periodo operò Antonio Colussi, di Tricesimo, al tempo anche direttore di coro, poi dirigente scolastico dello Zanon, in pensione da quest’anno.
Impegnati nelle attività integrative c’erano pure due insegnanti carnici: il maestro Pietro Tomat, sempre con la sua sciarpa verde ed il cappotto, indipendentemente dalla temperatura atmosferica, e il maestro Giacomo Donada di Villa Santina, che salì in Carnia alla vigilia delle feste natalizie, circa una settimana prima di Natale, ritornando a Grado carico di un bell’abete, per fare l’albero di Natale. Ora è morto, ma stava nella prima casa molto grande, entrando a Villa Santina, sulla destra, dopo il distributore. Era, all’epoca, pure amministratore comunale del suo paese, se non sbaglio. Tanto per ricordare un paio di persone. Anche il maestro Pietro non è più fra noi.

Io tenevo aggiornato giorno per giorno l’elenco dei frequentanti, perché già con dicembre alcuni avevano iniziato a rientrare mentre altri arrivavano; insomma c’era un movimento continuo. Stavo pochissimo, perché le maestre mi passavano con tempestività la documentazione necessaria. In tal modo fu possibile attestare la frequenza scolastica al momento del loro rientro nei paesi e nella scuola di provenienza.

Fu possibile anche offrire ai bimbi un’uscita a Trieste: con tre corriere li portammo in città e poi al Santuario di Monte Grisa. Fu una bellissima esperienza e quasi tutti i bambini videro per la prima volta un golfo.

Cosa posso dirti ancora? Degli aneddoti, perché la scuola è andata avanti proprio bene e non c’è stato nulla da dire, nulla che abbia portato problemi di alcun genere. Vi era accordo tra insegnanti. Vedi, in certe situazioni superi tanti personalismi, vai oltre tanti falsi problemi … diventa un … bel vivere…».

Problemi pratici.

Laura chiede come passavano le serate e dice di aver parlato con la maestra Maria Grazia Del Regno che le ha detto che lei pendolava, andava su e giù a e da Grado, non viveva nella cittadina lagunare e quindi non aveva vissuto pienamente l’esperienza gradese. Mentre la maestra Carla Guadagnin, detta dai colleghi simpaticamente “Carletta”, le aveva detto, con forte emozione, che era stato un periodo veramente bello, quello di Grado, che era stata un’esperienza umana coinvolgente. «Era tutto così bello – aveva narrato – ci aiutavamo».

Mongiat: «Nell’emergenza – come ti ho detto – abbiamo dato il meglio di noi. Fummo a Grado da ottobre a fine aprile e quello fu un periodo molto bello dal punto di vista umano, veramente molto bello per lo spirito di unione e di collaborazione di cui erano intrise anche le pareti delle stanze che ci ospitavano. Non si faceva conti di ore … di niente, ed era un vero piacere stare insieme al massimo possibile».

Laura: «Da che mi ricordo, uno dei problemi maggiori era quello di tenere il registro presenze alunni, cosa che mi ha detto faceva Lei, perché i genitori ritornavano a casa magari per le vacanze e poi non rientravano o lo facevano in ritardo e non si sapeva dove fossero i bambini».

 Mongiat: «Questo era certamente un argomento che richiedeva attenzione, anche da parte della prefettura. Per questo segnavo la presenza, giorno per giorno, di insegnanti e alunni. Il tutto facilitato dal fatto che eravamo nello stesso edificio come una grande comunità. Oggi manca quel bimbo, oggi è ritornato … Se un bambino mancava per tre o quattro giorni, mi mettevo in contatto con la famiglia o con l’amministrazione comunale, con i vigili urbani perché verificassero, attraverso l’ufficio di coordinamento, se i parenti o i bambini erano rientrati a Grado. In sostanza, andavo in comune e chiedevo che verificassero se la tal famiglia era ritornata a Grado o meno.

Chi rientrava definitivamente nel luogo di provenienza doveva consegnare in comune le chiavi dell’appartamento occupato; in tal modo il proprietario riaveva il pieno uso dell’alloggio e terminava la concessione del contributo che era previsto per l’affitto agli sfollati. Perché funzionava così. Tu proprietario di un appartamento lo mettevi a disposizione. Non vorrei dire stupidaggini, ma da che ricordo c’era chi lo metteva a disposizione gratuitamente e chi riceveva un compenso, proporzionale al tempo di uso, se l’alloggio veniva occupato».

Laura dice che, da quanto le consta, vi era stata inizialmente, sia a Grado che a Lignano, una certa ritrosia ad offrire i propri appartamenti, da parte dei proprietari di seconde case, ma che ad un certo punto, improvvisamente, si era sbloccato tutto, forse per l’introduzione di un compenso in denaro.

Mongiat: «Su questo non mi posso esprimere, perché non mi sono direttamente interessato di questo problema. So che quando una famiglia rientrava, consegnava in comune le chiavi e quindi veniva registrato che questa famiglia non era più a Grado. Questo mi permetteva di scrivere, vicino al nome di bambini non più presenti a scuola: ‘rientrato’. I genitori sapevano, attraverso le riunioni informative che facevamo, che dovevano ritirare l’attestato di frequenza da portare alla direzione didattica della scuola di provenienza.
Preparavo io gli attestati, ed era un lavoro di attenzione, più che altro, un lavoro che richiedeva particolare attenzione. Mentre la parte didattica andava avanti grazie a Zef Craighero, che era il catalizzatore per tutti gli insegnanti. … Vedi perché Carletta Guadagnin ti ha detto che è stato un periodo irripetibile … Si era creata come una grande famiglia, con tutti…

In febbraio è incominciato il graduale rientro. Gran lavoro di registrazione, di attestati di frequenza e … tanti auguri alle famiglie che rientravano nelle loro comunità di provenienza.

I dati li ho consegnati, ora non ricordo a chi, ma penso a tuo papà».

Laura dice che fra le carte di Geremia Puppini, suo padre, c’era un foglio scritto a mano dallo stesso in cui si leggeva l’andamento frequenze alunni. Dallo schema si vede l’inizio della scuola, poi il picco di alunni raggiunto dopo l’inizio di novembre. A febbraio i numeri decrescono. A metà aprile egli si incontra con l’ispettore Odorico Serena per fare il punto della situazione. Essi vedono che nella realtà il numero di bimbi frequentanti la scuola materna a Grado è ridotto a poche unità, per cui, a fine aprile, il 23 aprile per essere precisi, chiudono l’esperienza.

«Corrisponde al vero. Nella seconda metà di aprile i locali che ci avevano ospitati furono … avvolti nel silenzio. Zèf ed io ci fermammo fino a fine aprile in compagnia di pochissimi figlioli che … permisero a Zef di … tornare maestro. Mi ricordo che l’ultima settimana del mese non avevamo più alunni e che con le maestre, le sorelle Bonesi di Tarcento, restituimmo quanto ci era stato imprestato, soprattutto dalla scuola elementare di Terzo di Aquileia, anche questa volta grazie all’aiuto dei militari. Di nuovo sul “cassellotto” a … prendere il fresco. In quell’ultimo periodo, in verità, avevamo pochissimo da fare, ma bisognava essere presenti. Ricordo con un sorriso le grandi partite a ‘ping pong’ che mi facevo con Zef nei brevi intervalli dal lavoro che autonomamente ci prendevamo. Spettatrici e … tifose occasionali: le sorelle Bonesi.  Qualcuno potrebbe obiettare su quel ‘ping-pong’ in orario di lavoro … ma bisogna ricordare che eravamo lì, in servizio, dalle 8 del mattino alle 7 di sera!  Sì, capiamoci un pochino! Non eravamo lì a lavorare intensamente, però la situazione richiedeva la nostra presenza per tanto tempo.

Il 30 aprile, l’esperienza della scuola per sfollati a causa del terremoto venne chiusa del tutto con la consegna dei locali utilizzati e, buoni ultimi, Zef e io, dopo un’ultima partitina a ‘ping-pong’, rientrammo in famiglia.

L’incontro fra montanari e pescatori.

Laura: «Ma come passavate le sere»?

Mongiat: «Te lo racconterò fra un po’. Prima lasciami dire com’è che divenni un collaboratore particolare di tuo papà. Ripartiamo dall’inizio di nuovo, dal periodo trascorso all’‘Isola della Schiusa’. È stato il periodo più delicato, e bisognava avere le idee ben chiare e saper vedere … lontano. Per la fortuna di tutti noi, tuo papà aveva queste doti, era la persona, il professionista che occorreva per questa situazione di emergenza.

Alla prima riunione con tutti gli insegnanti fece presente che molto probabilmente sarebbe stato poco presente a Grado, in quanto la sua presenza era più necessaria nella zona terremotata, motivo per cui riteneva opportuno che uno di noi si prendesse il compito di coordinare anche a livello amministrativo la scuola. Dopo un breve confabulare coi vicini di sedia, perché non ci conoscevamo fra noi (tieni presente che io, per esempio, conoscevo quei pochi carnici, la Carletta e pochissimi altri colleghi) nel quasi silenzio generale, la maestra Menis di Pontebba, che mi conosceva forse per avermi incontrato a qualche riunione dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici n.d.r.), mi indicò subito come una persona adatta ad assumere tale incarico. Un breve confabulare coi vicini di sedia e fui votato, con gran gioia di tuo papà che -lo seppi più avanti- sotto sotto ci teneva e, con la sua solita eleganza, aveva voluto evitare una sua nomina dall’alto che, forse, non sarebbe stata pienamente accettata. Partendo dalla ‘base’ tutto funziona meglio.

Chiariamo subito: Giuseppe Craighero, secondo me era la persona più indicata, ma non poteva essere segnalato per tale compito in quanto era giunto fra noi come una figura aggiunta con compiti specificatamente didattici. Il giorno dopo, di buon mattino, inoltrò al sovrintendente scolastico dott. Angioletti la richiesta del mio distacco dall’insegnamento, un distacco ufficiale e formale, anche per permettermi di coprire pienamente la mansione affidatami dal punto di vista giuridico sia per le decisioni, che per le responsabilità.

Dopo questo necessario chiarimento, passiamo a quanto hai chiesto. All’ ‘Isola della Schiusa’ i nostri insegnanti facevano, solitamente, il turno pomeridiano. Anche noi, Zèf ed io, ci trovavamo lì, il pomeriggio, con tuo papà. A proposito di Zef Craighero, va detto che veniva a Grado ogni giorno in corriera da Monfalcone, dove abitava.

Verso le ore 18 rientravamo in famiglia.

Lasciata l‘Isola della Schiusa’ superando il Ponte Bianco, entravamo in Grado e tuo papà già il primo giorno uscì con una proposta: “Lino a bévi un taiùt, ce diseiso?”  “Ma sì, sì”. “Orco, ce buine pensàde”, la nostra risposta. (“Andiamo a bere un bicchiere insieme?” “Ma, sì, sì”. “Orco, che bella idea!”).

Non conoscendo la città, entrammo nel primo locale incontrato, un’osteria ‘vecchio stampo’, subito all’ingresso della cittadina, andando verso il porto. Era una stanza abbastanza piccola che dava sulla strada principale, con dei tavolini e delle sedie in formica. Entrammo e ci sedemmo a ‘bevi il tajùt’ (bere un bicchiere).
In quell’ambiente semplice ci sentimmo subito a nostro agio e così, dopo pochi minuti, non so come, ricordandomi di aver incontrato tuo papà a dei concerti di canto corale e che gli piaceva cantare, mi uscì di bocca: “Ma parcè no fasin une cjantade?”.  “Io i fas di bas” – disal to pari. “Bon, io i fas di prin”- i cjacaravin simpri in furlàn in une das variants cjargnieles. – E Zef “E ben, io i su ven daȗr.” (“Perché non facciamo un canto insieme? – “Io faccio da basso”- dice tuo padre. Io facci oda primo- parlavamo sempre in friulano in una delle varianti carniche – E Zef: “E io vi seguo”)

Non volendo disturbare i pochi altri avventori presenti e considerato che il nostro intento era quello di cantare per noi, dopo uno sguardo di intesa cominciammo a cantare quasi sottovoce una villotta popolare. Erano presenti tre o quattro avventori, che poi ci fu detto essere dei pescatori e venimmo a sapre, pure, che quello era il ritrovo dei pescatori.
Una villotta, un tajùt. Era nostro intento chiuderla lì, con un sôl tajùt (un solo bicchiere).  A dirla tutta, il “sottovoce” rese proprio bene. Terminato il canto ci accingemmo ad alzarci per uscire, quando l’oste portò un altro tajùt a testa offerto dai pescatori. Gradimmo l’offerta e ringraziammo spiacenti per non poterci fermare ancora un po’ in loro compagnia.

Il giorno dopo di nuovo. “Tornìno a bevi un tajùt?” (Torniamo a bere un bicchiere?) E dopo il ‘tajùt’ il canto. Quella sera i pescatori, che erano aumentati di numero, erano sei o sette, si sono uniti a noi: una cantata noi ed una loro, una noi e una loro … Così si fraternizzò.  Era solo il nostro secondo giorno e … ci arrivò una grande terrina piena di ‘peveràsse’, di vongole pepate da matti, che chiedevano solo … tajùtz su tajùtz …  mondo gatto!
Insomma i pescatori ci avevano adottati!

E così la sera ci aspettavano per un … aperitivo canterino. Quattro, cinque sere … e via fino alla nostra partenza per ‘Città Giardino’. Unico freno: l’orologio che Zef guardava spesso per non perdere la corriera per Monfalcone.

Una sera i pescatori ci chiesero: “Volete del pesce?” “Andiamo a comperarlo al mercato”, fu la nostra risposta. “Comperarlo? Ve lo portiamo noi!”. Par doi francs, une spuarte cussì di passere! (Per due lire ci hanno dato una grande quantità di passere!).

Questo, ripeto, il … rito serale nel periodo in cui fummo ospiti all’ ‘Isola della Schiusa’».

Quella sera che Zef perse la corriera.

Nonostante tutta l’attenzione, una sera, non so come… canta tu che canto io,  beif un tajùt e bevinti un âti… ad un certo punto l’orologio di Zef segnò che la corriera per Monfalcone, da Grado, era già partita. Allora dissi a Zef: “Cuiét, ti puàrti a cjase io”. “Nissun problema. I vin duç la machine achi” – dis Mio. (Mio padre veniva chiamato così, confidenzialmente, in paese e dagli amici. Mio è l’abbreviativo di Geremia in friulano. n.d.r.). Tuo papà ci teneva ad esser chiamato “Mio”. Io facevo un po’ di fatica, perché lo vedevo, principalmente, come figura pubblica, ma lui mi diceva di chiamarlo così almeno fuori del lavoro, almeno quando si era “fra nou zingars” (zingar-zingaro, era il soprannome dato agli abitanti di Cavazzo Carnico, paese di nascita di Geremia Puppini n.d.r.). Certamente nell’ufficialità si doveva chiamarlo “ispettore”, ma fûr … cuant ca si beveve il taj, al mi diseve: “Clamimi Mio, seno i mi inrabi”. (ma fuori, quando si andava a bere un bicchiere, mi diceva: “Chiamami Mio, altrimenti mi arrabbio!”).

Avevo imparato, con un po’ di fatica, già quando era direttore didattico, a distinguere … C’era però chi non lo faceva, e dava poi del tu anche in collegio docenti, e lì sbagliava.

Ma riprendiamo il discorso della serata… speciale, quando Zef perse la corriera. Mio, tuo padre: “Ti puàrti a cjàse iò”.  E Zef: “Mio lasce stâ, torne a cjàse che la fèmine ‘ti spiéte”. C’era infatti anche tua madre a Grado. E io: “Lasce che Mio al léti a cjase! I ti puarti vie iò”. E così via, ma Zef: “No, no, ce vùstu che al séti. Mi fâs ‘ne biele cjaminade! I sin stâs siérâs dut il dì, i vòi a pît”. E allora tuo papà: “Ma cjale Zef, a è lungie fin a cjase”. E Zef: “Ma no, ce utu ca séti! Une ore, une ore e mieze, e i soi a cjase! I soi stat scjerat dut il dì e cjaminā a mi fas ancje ben!”. (“Ti porto a casa io”. E Zef: “Mio, lascia perdere, torna a casa che tua mogle ti aspetta”. C’era infatti anche tua madre a Grado. E io: “Lascia che Mio torni a casa. Ti porto io.”. E così via, ma Zef: “No, no. Cosa vuoi che sia. Mi faccio una bella camminata! Siamo stati chiusi tutto il giorno… Vado a piedi. ”. E allora tuo papà: “Ma guarda Zef che è lunga fino a casa!”. E Zef: “Ma no, cosa vuoi che sia! Un ora, un’ora e mezzo, e sono a casa! Sono stato al chiuso tutto il giorno, e camminare mi fa anche bene!”).
Dato che il cielo era completamento coperto, lo avvisai: “Cjale che il cjl a l’è scur …” (“Guarda che il cielo è scuro di pioggia” ). “No no”. E partì per Monfalcone.

Rientrato in famiglia, telefonai a Giuliana, sua moglie , per informarla della decisione del marito. Dopo circa un’ora e mezza altra telefonata per chiederle notizie. Non era ancora giunto a casa.
Altra mezz’ora, altra telefonata ed altra identica risposta. Trascorse due ore e mezza dalla partenza di Zèf, finalmente ricevetti la risposta desiderata: Zef era finalmente giunto a casa.

Il giorno dopo, come di consueto, alla consueta ora si presentò in ufficio.

“Alore, Zef, ce astu combinat îr? Dôs oras e mieze par torna a cjase! Va ben da Grât a Monfalcon, ma dôs ras e miéze a son dôs oras e miéze”! – i dis iò.
E lui: “Cjale … i ài provat a fâ autostop. Ma cui vutu ca si fermas a vjodi un, di gnot, cu la plòe, cu la manteline chi vevi sore… A mi han cjapat cuisà par cui… anzit, sa podevin ‘i dàvin dénti di pùi cuant che a mi viodevin … Dute a pit i l’hai fate. Dute a pit. I pensavi di fā autostop ed invesit i ài scugnut fale dute a pît!”. E iò: “A ti sta ben. I ti vevi dit ca ti vares puartat a cjàse iò!” (“Allora, Zef, cosa ti è successo ieri? Due ore e mezzo per tornare a casa! Va ben da Grado a Monfalcone, ma due ore e mezzo sono due ore e mezzo!”.
 “Guarda … ho provato a fare autostop. Ma chi volevi che si fermasse a vedere uno, di notte, con la pioggia, con la mantellina… Mi hanno preso chissà per chi… Anzi ti dirò che, se potevano, acceleravano quando mi vedevano. Mi sono fatto la strada tutta a piedi, tutta a piedi. Io pensavo di fare autostop e invece ho dovuto fare la strada tutta a piedi”. E io: “Ti sta bene. Ti avevo detto che ti avrei portato io a casa”).

E la vita riprese a scorrere serenamente come tutti i giorni.
Ancora un paio di volte Zef perse la corriera, ma … aveva imparato la lezione.

Ti ho racconto questo episodio per dirti del fraterno rapporto che si era instaurato fra noi.

La storia della clessidra.

Arrivati a ‘Città Giardino’, tuo papà spostò l’attività principale nella zona terremotata.  Scendeva a Grado il venerdì pomeriggio per fare una riunione con gli insegnanti, un collegio docenti, diremmo oggi. I primi tempi queste riunioni furono vicine, poi vennero diradate fino ad incontrarci ogni tre settimane.

“Qui va tutto bene – mi diceva – Anzi qui vengo a riposare. Vedo che tu e Zef fate bene le cose, vi vedo sereni, e quindi mi vedrete poco. Dove va tutto bene non è richiesta la mia presenza, che è richiesta invece su, in Carnia e nella zona terremotata”. Infatti quando veniva a Grado riposava, con noi. E anche con noi trattava vari argomenti.

E fai una riunione, e fanne due, le maestre incominciavano a dare segni di insofferenza, non tanto per le riunioni in sé, quanto per la loro durata. Al mattino, ad inizio scuola, le maestre, il giorno seguente, iniziarono a dirmi: “Ce lungje ca l’ha fate l’ispetor! Al à tirât fin as  siet e mieze!” Eravamo a novembre, dicembre. “Al ven gnot, i vin i fruts a cjase, l’om al rive ju … I vin ce fa a cjase”… Rispondevo loro: “Orco gjàt, non sai ce fâ. Al ven iu une volte a setemane … sì, a la fas un tic lungiute … ‘l è un plasȇ sintìlu, ma …” (Che lunga l’ha fatta, l’ispettore! È andato avanti fino alle sei e mezzo!” Eravamo a novembre, dicembre. “Vien notte, abbiamo i bambini a casa che ci aspettano, arriva il marito … abbiamo da fare a casa …”  Rispondevo loro: “Ma non so che fare. E poi viene una volta sona alla settimana. Sì la tira un po’ in lunga  sì, ma è un piacere sentirlo”).

Alla prima occasione con tuo papà mi faccio portavoce del “mormorio” degli insegnanti. “Mio, viout che las maestras a mi han dit cussì e cussì. Podarestu scurtale?” … “Orco, ‘i àn resòn satu! Tu às fat ben a dimal Sì sì, tu as fat propit ben”.  (“Guarda Mio, che le maestre dicono così e così. Potresti essere più breve?” “Hai ragione, sai. Hai fatto bene a dirmelo. Hai fatto proprio bene.”). Ma poi si sapeva, conoscendolo, che partiva in quinta, ed alla fine, al lave di lunc istes. (parlava comunque a lungo).

Pensa e ripensa il da farsi, mi si accese la classica lampadina. “Cumo ti la peti ben biele iò!” (“Adesso vedrai cosa faccio!”).  Ed è quello che ho fatto. Ed è uno dei ricordi che, parlando quando ci vedevamo a tor par Tumieç, (in giro per Tolmezzo) gli è rimasto piacevolissimamente in testa.

Tuo padre arriva. Ci sediamo. Si siedono pure gli insegnanti, cui avevo comunicato di aver trovato un rimedio da ‘ultima spiaggia’.

Tuo padre, conoscendosi bene, mi aveva chiesto di avvertirlo quando fosse trascorsa circa un’ora, in modo da metterlo nelle condizioni di chiudere (“vìsimi, pòchimi”… ) Inizia a parlare e … parla, parla, parla … No lu ài pocat par nue, ma i ai cjapat la clessidre che i vevi ‘n ta sachete e i l’ai metude sul taulin son i siei vôi. (Non l’ho toccato e spinto per nulla, ho preso la clessidra che avevo in tasca e gliel’ho messa sotto il naso).   Vistala, ammutolì per un paio di secondi e mi sussurrò: “Grazie, i ài capît!” E iò: “Cjale ca son trei minuts!” (“Grazie ho capito” – E io: “Guarda che dura tre minuti!”).  Tre minuti dopo, l’incontro ebbe termine. Così le maestre se ne tornarono in famiglia ben contente, in tempo per accudire alle loro faccende serali.

Il giorno dopo lo incontro. “Ce biele idȇ chi tu as vȗt!”- E io: “Al è un regâl, Mio, tu pos tignile”- “A nol covente. I l’ hai imparade …”. (“Che bella idea che hai avuto!” – E io: “È un regalo Mio, puoi tenerla.” – “No grazie, non serve, ho capito”).  Da quella sera, alle riunioni non occorreva avvertirlo in altro modo. Quando era il momento gli mimavo la clessidra ruotando per alcune volte l’indice e il pollice. Era sufficiente.

Lui cercava quasi di scusarsi con me, diceva che le maestre avevano ragione … che avevano una loro famiglia da accudire … figli, mariti pendolari che rientravano dal lavoro …  Mi diceva che quando parlava andava avanti e non si rendeva conto del tempo che passava. Ma era piacevolissimo sentirlo.
Quando lo incontravo per Tolmezzo, si stava a parlare ‘un sac di timp’. Mi piaceva sentirlo parlare. Ed ogni tanto, quando lo incontravo, ‘veniva fuori’ la storia della clessidra. “Ma sì ce biele idê. Biadas maestras ca vevin la famē, avevin l’om, avevin i fruts, e io ce lungje chi la fasevi!” – Chest to pari. (“Ma che bella pensata hai avuto! Povere maestre, che dovevano badare anche alla famiglia, che avevano marito e figli, ed io che la facevo lunga …– Questo tuo padre). – Chest to pari.

Quello di Grado è stato un periodo veramente bello.

Dal punto di vista umano, quello di Grado è stato un periodo veramente bello, arricchente.
Come spesso accade, il male unisce mentre il bene divide. Vedi poi cosa è successo anche qui, in Carnia. Sono arrivati i soldi appena dopo il terremoto e cosa è avvenuto? Da quanto ho potuto constatare, c’è stato un forte impatto sul tessuto sociale.

Riprendiamo ora quanto accennatoti dall’assessore alla cultura di Grado, facendo anche un passo indietro nel tempo.

Verso metà aprile, presente ancora un discreto numero di bambini, mi venne l’idea di ringraziare in qualche modo la comunità scolastica e la cittadinanza di Grado. Ne parlai con Zef e ipotizzammo un incontro basato su dei canti. Alla prima occasione sentii tuo padre, che al tempo era sempre più sul territorio terremotato e ci onorava della sua presenza sempre più di rado. “Buina l’idea … ‘l è ben scierâ cussì chesta esperienza… iò i no pos dàsu une man, faseit dut vuatris doi”-E io:“ Benòn, ma i ti vulìn cun nô … dìsinu sôl cuant che a ti va ben”.  (“Buona idea!… È bello chiudere in questo modo questa esperienza. Io non posso darvi una mano, fate voi, da soli”. E io: “Va bene, ma ti vogliamo con noi. Dicci quando ti va bene”).

Quindi, tramite una simpatica maestra della scuola materna di Grado, Lucia Fumolo, presi contatto con un signore di cui ora non ricordo il nome, e organizzammo la mattinata in una sala messa a disposizione dal comune.

Alcuni canti friulani e altri graisani, alternati.

La sala si riempì come un uovo: tutti i nostri bimbi ancora presenti a Grado unitamente ai loro genitori (alcuni papà avevano preso ferie per quel giorno, pur di esserci), scolaresche di Grado, autorità civili, religiose e militari. Antonio Colussi, che aveva curato il canto e la musica nelle attività integrative pomeridiane, era rientrato in Friuli, per cui toccò a me dirigere i due canti dei nostri bimbi. Terminato il breve ‘concerto vocale’, prese la parola il Sindaco Grado per un momento di saluto.

Mi ricordo che ero seduto vicino a tuo papà, che aveva il suo solito impermeabile color cachi, che teneva in quel momento piegato sulle ginocchia e gli dissi: “Va su Mio, salude par duç nô!” – “E ce chi ài di dî?”- “Ma dai chi tu ses bon di inventâ tant chi tu â s voe!”. (“Va su tu Mio, e saluta a nome di tutti!” – “E cosa dovrei dire?” – “Ma dai, sei capace di inventare quanto vuoi”!). Visto un cenno di … tentennamento, gli presi  l’impermeabile e quasi lo spinsi verso il palco. “Va, moh!” Non nascondo che, in questo modo, gli feci un po’ violenza, lo confesso, ma lo rifarei. E come il solito fu brillante. In un silenzio assoluto parlò per buoni dieci minuti ricostruendo tutto il nostro vissuto a Grado e ringraziò l’amministrazione comunale, la comunità gradese, i militari e tutti coloro che, a vario titolo, ci furono vicini.

Quell’incontro, centrato sui rapporti umani, fu veramente appagante per tutti. Avrà avuto il suo peso anche la situazione di contingente emergenza ma, al tempo, i rapporti umani avevano una loro preminente valenza. Così, per noi, fu Grado».

Laura: «Anche mio padre ricordava l’esperienza di Grado positivamente, come una buona esperienza, anche sotto l’aspetto di unione con i gradesi, che vivevano in un paese di mare, ed i friulani e carnici che scendevano dai monti. Perché ora il Messaggero Veneto, al cui direttore invio da tempo le news di www.nonsolocarnia, e quindi ha ricevuto pure la segnalazione dell’articolo “1976. Dopo i terremoti del 6 maggio e del 15 settembre, la gente abbandona i paesi. L’esperienza del Centro Operativo Scolastico Scuola Elementare per sfollati di Grado”, pubblicata il 6 settembre 2016, abbia deciso di fare pagine su Lignano dimenticando Grado io non lo so, ma mi pare estremamente scorretto».

Mongiat: «Anche io rimango perplesso, come già detto in apertura di questa intervista».

Laura: «Poi Grado è su un’isola, e non aveva molti abitanti. E si sono trovati seimila persone in più, che non sono poche. I dati parlano di seimila persone sfollate a Grado. E quindi se alcuni commercianti possono averci anche guadagnato, ma questo è nella norma, è anche vero che la popolazione ha accettato ed ha aiutato». 

Mongiat: «E per quanto riguarda la scuola, hanno accettato per 15- 20 giorni i doppi turni. È stato per loro un disagio, ma lo hanno accettato bene».

Laura: «A Grado c’erano anche ragazzi delle superiori, che non frequentavano lì perché allora le superiori a Grado non c’erano. E c’era il problema dei trasporti, per il comune, perché dovevano spostare tutti. E finanziariamente, se non sbaglio, per risolvere quel problema specifico, si era mossa la Provincia di Udine. C’è stato un concorso di aiuti anche finanziari, almeno da quello che ho letto io sui documenti di mio padre».

Mongiat: «È vero, è vero, bisogna mettere in risalto tutto, insomma! I sindaci poi avranno fatto, durante il post terremoto, la loro parte, ma non si esaurisce tutto lì. Comunque si fa fatica a ricordare i dettagli, sono passati 40 anni! Ma l’aspetto umano è rimasto. Cioè l’imprinting è rimasto, quello sì. Te lo ha detto anche Carletta Guadagnin. E questo sta ad indicare il clima allora vissuto. Una volta trasferite le scuole a ‘Città Giardino’, accanto all’autonomia con i suoi aspetti positivi ci furono anche degli aspetti negativi. L’aspetto positivo, come già detto, era dato dall’autonomia assoluta che avevamo raggiunto, quello negativo era rappresentato dal fatto che eravamo tagliati fuori dal contesto iniziale, che ci aveva visto fraternizzare con i gradesi. Però i rapporti che avevamo creato, quantomeno per quanto riguarda me, Zef, ed alcuni maestri, li abbiamo mantenuti anche nel tempo».

Laura: «Io la ringrazio veramente per questa Sua importante testimonianza. Sto ora dedicandomi ad altre due interviste, ma poi vedrò di trascrivere la Sua».

Rimando, ad integrazione di questa intervista, a:”Laura Matelda Puppini, 1976. Dopo i terremoti del 6 maggio e del 15 settembre, la gente abbandona i paesi. L’esperienza del Centro Operativo Scolastico Scuola Elementare per sfollati di Grado”, pubblicato il 6 settembre 2016 su www.nonsolocarnia.info. 

Laura Matelda Puppini

L’intervista è stata registrata a Tolmezzo da Laura Matelda Puppini il 19 settembre 2016 e dalla stessa trascritta. Viene pubblicata su www.nonsolocarnia.info dopo l’approvazione del direttore didattico Bruno Mongiat. L’immagine in evidenza, è tratta solo per questo uso da “Il 6 maggio 1976, terremoto in Friuli: un sisma del nono grado della scala Mercalli” pubblicato il 6 maggio 2016, in: http://www.cybernaua.it/rubriche/rubricadett.php?idnews=5308. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://i1.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/foto-per-mongiat-2Immagine1.png?fit=199%2C146https://i1.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/foto-per-mongiat-2Immagine1.png?resize=150%2C146Laura Matelda PuppiniSTORIAE per incominciare oltre Lignano c’era anche Grado … Laura: «Siamo qui per parlare dell’esperienza di sfollati a Grado, nel 1976, dopo il secondo, terribile, terremoto del 15 settembre». Mongiat: «C’ è un fatto- per incominciare- che mi ha disturbato. Sul Messaggero Veneto si parla di Lignano. E Grado? Insomma,...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI