Da vecchio manager industriale e consulente di direzione so bene cosa significhi la precarietà. Ma conosco anche il valore della  qualità dei processi e quindi della professionalità. Proviamo allora a fare un punto sulle (molteplici) riforme del lavoro e sul  cosiddetto Jobs Act renziano 2015/2016, anche alla luce dei (severi e inoppugnabili) dati INPS pubblicati lungo il 2016.

A) Intanto è bene ricordare che i lavoratori delle piccole e medie imprese italiane sono sempre stati considerati di esempio dall’Unione Europe e questo era certamente legato anche alla abituale stabilità del posto di lavoro (leggasi anche art.18). Insomma il ‘mestiere’ che si impara e si migliora nel tempo (anche grazie alla formazione, quando l’azienda ci crede).

B) L’art.18 (esisteva dal 1970 nelle aziende sopra i 15 dipendenti) non aveva rappresentato un vero problema per le imprese moderne (i conflitti sono quasi sempre stati risolti in via stragiudiziale). Invece i problemi prioritari delle imprese in Italia sono la burocrazia e l’incertezza nel diritto.
Eliminare l’art.18 -come aveva tentato Berlusconi ed ha poi realizzato il suo pupillo Renzi- è stato un atto politico e non economico, ha significato sfregiare un simbolo di civiltà (i licenziamenti non economici sono aumentati incredibilmente, a volte con modalità addirittura truffaldine). Parlare poi di ‘tutele crescenti’ significa ‘inventare’ furbescamente una norma… che esiste da sempre: già 40 anni fa quando io iniziavo a lavorare si accumulava 1 mese di tfr ogni anno di lavoro. Per non parlare delle assurde 5 repliche di lavoro a chiamata (jobs on call) senza causale (Poletti 2015), di fatto una modalità unilaterale e senza alcuna negoziazione col lavoratore (che non ha nulla a che vedere con un normale periodo di prova. 40 anni fa quando iniziai come giovane manager c’erano tre tipologie di tempi di prova: 6 mesi per il quadro /1° livello, 2 mesi per l’impiegato ed 1 mese per l’operaio. Era tutto ampiamente sufficiente per valutare la capacità di un lavoratore (sempre che il capo avesse intelligenza).

Da anni in Europa c’è la spinta alla contrattazione aziendale (lasciando al contratto nazionale solo una cornice) ma come si fa nelle micro e piccole imprese senza sindacato? Vanno distinti i due piani: la remunerazione (e il welfare) a risultato di un gruppo dalla tutela generale (torna l’art.18).

Il Valore (identitario ed economico) di un lavoro dignitoso e sufficientemente continuativo resta un’esigenza soprattutto per i paesi OCSE che possono competere solo facendo qualità. E invece i soloni di questi paesi si accontentano di statistiche ridicole per calcolare il tasso di occupazione (basta un giorno alla settimana per essere considerati attivi !!!) e abbindolare i cittadini.

C) Ogni investimento deve avere un rapporto costi-benefici positivo: il taglio dei contributi (il primo anno 8.040 euro/persona, dal 2016 è 3.250 euro/persona) è costato sinora (a tutti noi) almeno 10 miliardi ma di fatto ha favorito quasi solo la stabilizzazione degli occupati over 50. Invece per i giovani è esploso il fenomeno dei voucher (nel 2016 si stima siano stati venduti oltre 130 milioni di buoni da 10 euro..) con un incremento clamoroso rispetto all’anno precedente. Nulla  a che vedere con la legge Biagi che li inventò per i lavoretti in campagna o per le prestrazioni casalinghe (badanti) come avviene coi minijobs in Germania.

D) E infine va ricordato come lo sviluppo dei Centri per l’Impiego è ancora assai limitato e poco efficace. Se l’intendimento di base era quello di passare a politiche attive del lavoro (come suggerito dall’UE), il risultato è un flop gigantesco .

In sintesi, a parte qualche aspetto recuperabile nella più generale riforma (iniziata nel 2012) , il cosiddetto Jobs Act si è configurato come una forma di assistenzialismo pubblico ad imprese che continuano a vivere nell’incertezza perché non hanno domanda. Infatti nel 2016 il 75% dei nuovi rapporto di lavoro risultano precari, spesso sono solo ‘lavoretti’ poveri nel terziario simili ai minijobs tedeschi ..che non daranno alcuna pensione) .

Ma soprattutto il governo Renzi (col sostegno attivo di quasi tutte le organizzazioni imprenditoriali, quelle che al referendum del 4 dicembre per questo avevano votato Si..) ha colpito in modo miope la qualità del lavoro: come si fa a parlare di commitment (dedizione), di processi certificati (ISO, EFQM ecc) e di motivazione al lavoro in team, quando invece ogni giorno in molte aziende si assiste a ricatti continui? E come non ricordare che questo svilimento del lavoro intelligente è andato di pari passo col crollo degli investimenti industriali (-30% dal 2007)?

Ora si deve ritornare indietro in modo intelligente, consapevoli che la produttività dipende da più fattori, alcuni non dominabili all’interno di un singolo paese e spesso intrecciati in modo complesso.. Ma intanto partiamo da casa nostra:  sia il Governo ‘scottato’ (di brutto) dal 4 dicembre sia i referendum abrogativi proposti dalla CGIL 2017 dovranno aiutare l’Italia a innovare ciò che serve, riportando alla giusta corresponsabilità anche il sindacato che Renzi aveva messo all’angolo. L’eliminazione di gran parte del cosiddetto Jobs Act (in particolare art.18 e voucher esagerati) deve rilanciare il lavoro inteso come realizzazione umana,  potrà davvero favorire lo smart working se utile, sosterrà meglio una strategia neokeynesiana sostenibile (il territorio e l’ambiente come driver). E perciò valorizzerà  anche alcuni positivi provvedimenti dei recenti governi (facilitare gli investimenti tecnologici per la competitività e difendere il made in Italy) ma in un’ottica di cooperazione: la storia dell’Ulivo e del CSX dice che si può e si deve fare.

Perciò Renzi, Poletti (Sacconi ,P. Ichino ) ecc : venite in fabbrica con noi , naturalmente assunti (si fa per dire) col vostro Jobs Act. E poi ne riparliamo.

Carlo Baldassi

Carlo Baldassi (Udine, 1951) dopo la laurea a pieni voti in Scienze Politiche (ind.sociologico) all’Università Statale di Milano, ha sviluppato per 15 anni alcune significative esperienze manageriali nell’area marketing e vendite di industrie leader nazionali. Dal 1990 svolge l’attività di Consulente di Management presso imprese e organizzazioni in vari settori merceologici, prevalentemente nelle Piccole e Medie Industrie del Nord Italia e occasionalmente anche nella Pubblica Amministrazione. Opera con il proprio studio a Udine e collabora con vari network professionali. È stato docente a contratto all’Università di Udine, ha pubblicato numerosi libri su temi di management ed oltre 300 articoli su riviste nazionali.

L’immagine che correda questo articolo è tratta, solo per questo uso, da: http://www.panorama.it/economia/lavoro/articolo-18-jobs-act/.

Laura Matelda Puppini

 

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