Si parlerà, in questi giorni, in un  incontro, di “caso Carnia”, che “caso”, a mio avviso non è. Ma ci si deve pur inventare qualcosa di nuovo, penso, ove qualcuno venga a dirci qualcosa. Non sarò presente all’evento, perchè vado via per un po’, ma mi pare interessante riportare qui, come contributo alla discussione, l’intervento di Tiziano Miccoli, cattolico anche politicamente, nato a Muina di Ovaro il 7 novembre 1915, morto nel 1986, lavoratore nell’agro pontino in giovanissima età, diplomatosi capomastro per corrispondenza nel 1936,  poi allievo, con successo, della Scuola di disegno di Villa Santina, militare nel R.E.I., quindi impiegato presso il Comune di Enemonzo, abile norcino, allevatore e curatore dei beni familiari. Tiziano Miccoli fu pure promotore e co-fondatore della Cassa Rurale ed Artigiana di Enemonzo, che vide la luce l’8 novembre 1959;  fu fra coloro che costituirono la “Latteria sociale val Tagliamento”, fondata, il 20 febbraio 1966 di cui fu pure presidente, e la stalla sociale di Enemonzo sorta il 31 febbraio 1970, si diede da fare per la fondazione di una sede staccata dell’U.C.I. a Tolmezzo, e fu consigliere di Amministrazione dell’E.R.S.A. a Gorizia.

Pubblico questo testo con il permesso del figlio, architetto Guerrino, che me lo ha dato anni fa e che ringrazio sentitamente, per mostrare come personalità carniche conoscessero i problemi della loro terra e ne delineassero possibili soluzioni. Qualcuno dirà che l’intervento non è attuale nelle tematiche, ma se lo si legge attentamente, si nota come Miccoli ritenga mali del territorio, in rapporto ai politici, i contributi a pioggia, la mancata programmazione razionale degli spazi urbani, andando a finire che ogni paese aveva in programma una zona industriale, una zona artigianale, una zona turistica, amplissime in rapporto alla popolazione residente, e perdendo terreno utilizzabile per altri scopi,  ed edifici scolastici che si poteva ritenere sarebbero stati poco utilizzati. Inoltre l’artigianato non era decollato, le segherie venivano chiuse, il turismo era stato trascurato, le strade statali lasciate al degrado, preferendo i politici costruire autostrade e grandi opere. I problemi della montagna non erano stati, secondo Miccoli, affrontati seriamente, allora, dalla classe politica regionale e nazionale, le latterie costruite, si erano lentamente lasciate morire, mentre si poteva cercare di creare prodotti di qualità da porre sul mercato; forme di accorpamento delle proprietà parcellizzate avrebbero dovuto esser incentivate per dare terra ai contadini, ma non era stato fatto. Il coltivatore diretto non aveva più senso e le forme di cooperazione dovevano essere favorite. Egli sosteneva una concentrazione ma a medio raggio ed in territorio carnico per alcune realtà produttive, ed una programmazione territoriale basata su una indagine conoscitiva, ed amaramente constatava come molti denari pubblici fossero stati buttati via. Ma leggiamo le sue parole, ancora per certi versi nuovamente attuali, se si pensa che alcuni, ora, ipotizzano un ritorno all’agricoltura ed all’allevamento animale, ma di qualità.

«INTERVENTO DEL SIGNOR MICCOLI TIZIANO, MEMBRO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELLA FEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE E MUTUE DI UDINE AL I° CONVEGNO SUL TEMA: “LA COOPERAZIONE NELLA NUOVA COMUNITÀ MONTANA” IN TOLMEZZO IL 26 FEBBRAIO 1972.

Ho accettato molto volentieri di intervenire al dibattito di questo convegno quale membro del C.D. della Federazione Provinciale Cooperative e Mutue per illustrare, chiarire e puntualizzare i problemi della nostra agricoltura, perché coltivatore che vive quotidianamente, in prima persona, i problemi dell’agricoltura e della cooperazione, ho una preziosa occasione per esprimere, pur brevemente ma spero con molta chiarezza, analisi, opinioni, critiche, esigenze e suggerimenti che ritengo largamente condivisi dalla gente delle nostre montagne ed in particolare dagli agricoltori.
Non fornirò cifre, numeri o dati statistici perché, nell’analisi della situazione della nostra terra così gravemente compromessa, li ritengo assolutamente superflui e perché, essendo essi troppo spesso sottilmente strumentalizzati a sostegno di tesi non verosimili, mi sento personalmente scettico sulla loro neutrale fondatezza.

“La Montagna è in crisi” andiamo ripetendo tutti, ad ogni livello, da quello della discussione in Osteria a quello di riunioni più impegnate, e lo diciamo ormai da molti anni, le giovani generazioni forse da sempre, nonostante l’inutile impegno di molti che vorrebbero mascherare e nascondere, agli occhi della gente, anche i fenomeni più evidenti.
Gli aspetti macroscopici di questa crisi sono infatti talmente chiari e manifesti che la loro constatazione è facile ed immediata anche per l’osservatore estraneo ed occasionale. E questa crisi, generale perché interessa tutti gli aspetti della vita in montagna è specificatamente crisi dell’agricoltura; crisi ormai cronica e profondissima che purtroppo anche dai nostri amministratori locali è guardata con tanta rassegnazione. I recenti programmi di fabbricazione hanno, infatti, quasi senza eccezione alcuna, relegato l’agricoltura al ruolo di “specie in via di estinzione”.
Abbagliati da prospettive fantastiche, spesso da irrealizzabili promesse, molti nostri amministratori hanno imposto a professionisti, sovente neppure locali e quindi con conoscenze limitate dei nostri problemi, ma con ottime referenze e soprattutto raccomandazioni a livello partitico, programmi e zonizzazioni con dimensioni assurde.
Quasi tutti i nostri comuni hanno oggi, nel loro piano urbanistico, zone residenziali per una popolazione doppia o tripla dell’attuale, tutti o quasi hanno la loro bella o grande, grandissima, zona industriale e quella artigianale e quella per un possibile sviluppo turistico.
Ci sono anche le zone agricole: ma sono quelle marginali, quelle ottenute dai ritagli del territorio alle quali, nonostante l’impegno, non si è trovata un’altra soluzione, vere e proprie briciole.

E la popolazione, fino a ieri o l’altro ieri prevalentemente agricola, è paurosamente diminuita e ancora più paurosamente invecchiata senza alcun sintomo di un attenuarsi del processo, che anzi sembra in fase di accelerazione.
Pensiamo alle tante Scuole materne ed Elementari costruite anche solo 15 o 20 anni fa ed oggi utilizzate al 40-30-20 per cento della loro possibilità o potenzialità, e pensiamo, anche solo per un attimo, ai tanti possibili “POZZIS di Verzegnis”.
E lo sviluppo industriale non c’è stato, anzi le grosse Segherie hanno chiuso da tempo, le Cartiere respirano con molta più fatica di qualche anno fa, i nostri marmi vengono lavorati in massima parte fuori dalla nostra regione, le miniere di Cave del Predil esportano il Blenda i Sardegna e non certo per eccesso di produzione.
L’artigianato, che in montagna ha una sua precisa ragione di essere, non si è sviluppato affatto soprattutto per una insufficiente politica di incentivi e oggi vive a stento, aiutando a morire, senza sua colpa, le ultime Cooperative di lavoro che pure avrebbero validi motivi di essere attive ed efficienti soprattutto in montagna.
Lo stesso turismo non ha avuto quel decollo necessario ed indispensabile per favorire lo sviluppo di iniziative collaterali e quindi contribuire ad un effettivo progresso socio-economico della nostra montagna.
E la viabilità, Signori? Le nostre strade statali, a parte la rettifica di qualche curva, la costruzione di qualche muro di sostegno, la sostituzione di un buon numero di paracarri con tratti di guard-rail e gli urgenti e velocissimi lavori sulla pontebbana sono rimaste quelle di 20-30 anni fa.
A me viene spesso il sospetto che si sia deciso di intervenire, in questo settore, non prima di avere certa la sensazione dell’imminenza della terza guerra mondiale, da combattersi naturalmente quasi solo sui nostri confini. Nel frattempo lo Stato, con solerzia e premura avrà certo completato l’autostrada Udine-Tarvisio e il traforo di Monte Croce Carnico, raddoppiato la linea ferroviaria da Tarvisio a Udine e magari riadattato qualche vecchia strada romana.

Per ora accontentiamoci della sistemazione e del potenziamento della strada a noi più consueta e conveniente, quella dell’emigrazione. Prendiamo atto che la classe dirigente regionale e nazionale non ha finora mai affrontato, seriamente, i problemi della montagna, in parte perché non li ha mai capiti, in parte perché non ha avuto il coraggio di fare scelte necessarie ed applicare certi principi, in parte ancora perché ha, in ogni tempo, stimato noi montanari parenti poverissimi che accettano supinamente tutto, anche le disgrazie non inevitabili e, bene educati, sempre ringraziano; ripromettiamoci di ricompensare questo “giusto e generoso” trattamento riservatoci, nel modo e nel momento più adatti.

Ma torniamo ai problemi dell’agricoltura e agli aspetti specifici e macroscopici della sua crisi.

Le colture si restringono sempre di più, e non solo in alta montagna, dove il processo è chiaramente giustificato in quanto esistono ancora terreni destinati a prato, prati ripidissimi, che non possono essere altro che bosco o pascolo, ma anche e più spesso nel fondo valle dove molti terreni, produttivi e lavorabili con mezzi meccanici, giacciono abbandonati ed incolti per comprensibile disinteresse dei proprietari, che si sono dedicati ad attività più redditizie o sono emigrati più o meno definitivamente.

Il patrimonio zootecnico, che ancora venti anni fa era un vero patrimonio e per il numero dei capi bovini e per un generale e discreto livello qualitativo, è oggi ridotto a ben misera cosa. Pensiamo alla sostanza, molto deludente, del Mercato Mostra di Tolmezzo e dai suoi tanti riflessi negativi, all’interminabile ed inefficace risanamento della Tubercolosi e della Brucellosi, alla crisi del settore lattiero-caseario e all’importazione locale di carne, fenomeno fino a qualche anno fa inconcepibile, perché inverso e oggi non credo giustificabile, almeno nella nostra zona, dall’accresciuto benessere e conseguente aumentato consumo.

Le latterie, vent’anni fa tantissime e grossissimo patrimonio anche immobiliare, chiudono una dopo l’altra lì dove possono, perché esiste, provvisoria, un’alternativa o una soluzione accettabile, o si reggono portando i costi di produzione a livelli assurdi, lì, dove unica alternativa attuale all’esistente gestione è quella di raccogliere il poco latte prodotto, e non direttamente consumato, e BUTTARLO VIA.
(La latteria di Valle di Enemonzo, nel periodo estivo, ha ritirato, quotidianamente, anche il latte dei Centri di raccolta di Viaso e Feltrone dove raggiungeva quantità misurabili rispettivamente in kg. 4-5 e kg. 15-18).- Penso che voi tutti sappiate che i produttori di Preone, Socchieve, Villa Santina, Raveo, Ovaro, Tolmezzo e Zuglio, soci della Latteria di Valle di Enemonzo sono, per legge, tenuti ancora a pagare l’imposta di consumo sui propri prodotti, ne tutti forse sapete che il Consorzio Latte di Udine, stante l’attuale nostra situazione lattiero-caseario, può da tempo esportare non ingenti, ma certo significative, quantità di latte dalla nostra comunità, favorendo così la già grave crisi dei nostri caseifici.

Le Malghe, non solo quelle d‘alta quota, con rarissime eccezioni dovute ad alcuni interventi degni di lode, o sono in uno stato di tale abbandono per cui l’alpeggio, in esse, diventa una pericolosa avventura o … sono ormai dei veri e proprio ruderi abbandonati.

Il dissesto idrogeologico, di anno in anno, assume proporzioni tali, con manifestazioni ricorrenti e ben visibili, per cui le possibilità di una vera ed accettabile soluzione del complesso problema si sono contratte a tal punto da essere, ormai, sostanzialmente nulle.

Il bosco, che dovrebbe essere un elemento determinante per un agricoltura in montagna, soprattutto in virtù della sua produttività proprio sui terreni non accessibili dalle macchine agricole e non facilmente utilizzabili a pascolo, è distribuito e frazionato in modo assurdo, coltivato in modo casuale, spesso soltanto malamente sfruttato con risultati anche economici che, nonostante l’impegno di molti operatori, prevalentemente pubblici, per una sua giusta valorizzazione, restano più che deludenti.

Ma l’aspetto più grave, quello che lascia poco o niente anche alla speranza che ci sia un’inversione dell’attuale tendenza, che fa prevedere, come risultato finale abbastanza prossimo, l’abbandono totale o quasi dell’attività agricola in montagna, è l’opinione corrente, quasi ufficiale, di molti politici anche nostrani e di alti funzionari regionali che, di fatto sordi ed insensibili ai problemi reali della nostra gente, accettano e giustificano il nostro grave spopolamento come un fenomeno logico e perfettamente razionale, voluto sicuramente da Dio, teorizzano la inevitabile fine dell’agricoltura in montagna ma, generosi, con palliativi sempre patetici ed espedienti talvolta raffinati, anche in funzione elettorale, ne permettono una morte abbastanza lenta ed indolore, sicuramente naturale.

Signori, se esiste un’agricoltura della montagna Svizzera, Tedesca, Austriaca, Jugoslava e Italiana, in Alto Adige, deve essere possibile anche un’agricoltura della montagna friulana. Non credo possiamo permetterci, specialmente con i tempi che corrono, il lusso di abbandonare un’attività che ha prodotto, prima di ogni altra, e tutt’ora ovunque produce, beni economici non trascurabili, anzi preziosi, anche in Nazioni e Regioni con economie più floride della nostra.

Personalmente ritengo che l’ipotesi dell’abbandono della nostra agricoltura a se stessa o alle sole nostre forze non è giustificata, come farebbe comodo fosse, dagli alti costi per una sua efficace ristrutturazione (un esame serio ed approfondito della situazione che prospetti soluzioni valide e dia una dimensione al conseguente intervento finanziario non è ancora stato fatto); ma è purtroppo giustificato soltanto dal bisogno di schivare la spiacevole responsabilità di non aver fatto finora niente di valido per la montagna ed alla non volontà o forse dall’incapacità di assumersi impegni, anche personali, con scadenze non più dilazionabili nel tempo, per risolvere problemi troppo complessi e di difficile soluzione.

Ho detto che non possiamo accettare i discorsi e le teorie di coloro che, nella crisi della nostra agricoltura, vedono un fatto inevitabile dipendente, esclusivamente, da fenomeni socio-economici generali, che interessano tutti i paesi dell’Europa occidentale, perché, se è vero che tutte le agricolture, in montagna, non sono in condizioni floride per una serie di fattori che tutti, più o meno bene, conosciamo, e se è vero che da noi la situazione è resa molto più difficile da una ereditata ed ormai antica polverizzazione della proprietà, causa prima della quasi totale impossibilità di formazione di Aziende agricole efficienti anche a carattere famigliare, è anche vero che, da decenni, a livello di scelte politiche e politico-economiche, nulla si è fatto per scoraggiare e vincere questa nostra esigenza di proprietà individuale, almeno dove essa si rivelava chiaramente dannosa, e sostituirla, il più possibile, con una mentalità più aperta a soluzioni e strutture associative, anche fondiarie, più adatte ad un ambiente duro, e talvolta ostile, come quello montano; anzi, con prospettive che oggi tutti, indistintamente, credo giudichiamo miopi ed erronee, e qualche volta, purtroppo, per bassi calcoli politico-elettorali, si sono inopportunamente mantenuti vivi, spesso incoraggiati, i principi della competizione e della proprietà individuale anche piccolissima, con risultati evidentemente quasi sempre fallimentari e dando vita ad un sistema di gestione della nostra agricoltura che definiamo soltanto caotico ed irrazionale, per generoso eufemismo.

Le Stalle e le Latterie sociali, Signori, sono sorte perché gli agricoltori, da soli, hanno scoperto, guastando la tranquillità dei dirigenti, l’utilità, anzi l’urgente necessità, di queste forme di conduzioni. Sono state imposte a fatica a funzionari, tecnici e politici sempre scettici, spesso assenti che le hanno accettate tardi e colpevolmente impreparati.

È infatti mancata, ed ancora manca, una qualsiasi forma di sostanziale programmazione, per cui si sono finanziate e si finanziano iniziative tutt’ora in concorrenza collocate spesso sul territorio nel modo più irrazionale e molte volte concepite in modo errato, quasi esclusivamente per orgoglio di partito politico, con prospettive di ulteriori fallimenti e con un irresponsabile sperpero di pubblico denaro.-  E il pubblico denaro, sperperato e cioè BUTTATO VIA, fino a qualche anno fa, e per certi casi tuttora, nell’elargizione di contributi ad apparente vantaggio dei singoli ma a grave, concreto e definitivo danno dell’intera comunità, contributi a fondo perduto nel vero senso della parola, per attrezzature che sarebbero state utilizzate non per anni, ma solo per pochi mesi (qualcuno ha scoperto, solo di recente, che la non completa utilizzazione di attrezzature ed impianti è causa prima di recessione economica), per ammodernamenti e nuove costruzioni di stalle e fienili oggi cantine, depositi non agricoli, e garages neppure funzionali, per acquisto e vendita (sarebbe più giusto dire svendita) di bestiame selezionato, non è valutabile a pochi milioni, ma a centinaia e centinaia di milioni.

Ed i contributi elargiti senza prospettive nel settore zootecnico non vanno considerati soltanto sotto l’aspetto di investimenti completamente sbagliati, cioè denaro sprecato, ma devono oggi essere visti anche quale causa primaria dello spaventoso impoverimento del nostro patrimonio zootecnico e stimolo fortemente negativo per l’onestà professionale di noi allevatori.– Ancor oggi l’allevatore che vuole realizzare molto e subito, non deve curare l’allevamento per ottenere capi di qualità pregiata; deve darsi da fare per intascare più contributi possibili, svendendo bovini, evidentemente ammalati, per acquistarne altri sanissimi, che sicuramente si ammaleranno in brevissimo tempo, per l’assoluta mancanza di elementari accorgimenti igienico-sanitari, quali dovrebbero essere almeno la disinfezione della stalle, delle malghe, e dei mezzi di trasporto la cui targhetta “disinfettato” è una vera e propria esteriorità e poi perché, in fondo, rendono più ammalati che sani.

Il Mercato Mostra di Tolmezzo, che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto essere uno strumento o una occasione per un efficace aiuto alla nostra zootecnia, si è rivelato, a mio parere, una delle cause primarie dell’impoverimento qualitativo del nostro patrimonio zootecnico. Se, da una parte, ha permesso realizzi discreti dalla vendita di numerosi capi, realizzi a favore degli allevatori che tutt’oggi continuano l’attività agricola e di quelli che hanno colto al volo l’occasione per chiudere la stalla, dall’altra ha determinato una vera e propria svendita ed esportazione della montagna, specialmente nei primi anni, quando questo nostro patrimonio era giustamente riconosciuto tale, dei migliori soggetti, in seguito mai rimpiazzati.
Nella nostra montagna abbiamo un numero di Stazioni di fecondazione naturale, distribuite sul territorio nel modo più balordo ed irrazionale che, potenzialmente, potrebbe servire un patrimonio zootecnico dieci volte maggiore dell’attuale. Ma abbiamo dei riproduttori ai quali dovrebbe essere impedito l’esercizio della riproduzione, riproduttori che qualsiasi azienda privata, moderna e funzionante, ad occhi chiusi, destinerebbe al macello. Come conseguenza, molti capi bovini, orgoglio di molti di noi allevatori e molto ben valutati dalla Commissione giudicatrice del Mercato Mostra in base a criteri morfologici e dati genealogici (spuntano prezzi altissimi), al primo parto danno delle produzioni di latte che credo difficilmente, superino i 10-12 kg. giornalieri. In aziende moderne anche questi capi sarebbero destinati al macello.
Il non funzionamento del Mercato Mostra, del servizio di fecondazione naturale e del servizio selettivo, non dipende dal Fato né da qualche dispettoso Dio dell’Olimpo, ma esclusivamente dagli uomini, e da una errata politica che ha proclamato e promosso le soluzioni associative cooperativistiche nel settore agricolo soltanto a parole, con risultati che, evidentemente, non fanno onore né all’Assessorato Regionale all’Agricoltura, né all’Associazioni Allevatori né al Consorzio Tanutari.

Concludendo questa lunga e poco allegra analisi, che non ritengo particolarmente pessimistica, ma solo corrispondente ad una realtà alquanto amara e quindi difficilmente accettabile nella sua crudezza, desidero sottolineare la complessità della crisi socio-economica della nostra montagna, l’impossibilità che le nostre genti siano capaci di superarla con le solo proprie forze, e la necessità di una soluzione altrettanto complessa e globale ma razionale ed ordinata, possibile soltanto se ci sarà una chiara e ferma volontà politica della nostra classe dirigente, realmente impegnata a tutti i livelli, e finalmente incominciare ad agire per la nostra gente con buon senso e doverosa responsabilità. Abbiamo alcune Leggi Regionali, che personalmente ritengo valide e potenzialmente efficaci, che non sono ancora utilizzate al meglio delle loro possibilità, perché non inquadrate in un qualsiasi serio programma.

Limitatamente ai problemi della nostra agricoltura, credo che, verificato questo impegno politico a farci uscire dall’attuale grave situazione, sia urgente promuovere una rapida ma seria e realistica indagine o censimento capace di fornire preziosi, anzi necessari, elementi per un’esatta conoscenza della situazione, sulla quale impostare il complesso intervento di ristrutturazione.

Questa indagine dovrebbe, sostanzialmente, farci conoscere:

  • L’attuale consistenza della nostra popolazione contadina (cioè di quella che, nell’agricoltura, ha la primaria fonte di reddito e non di quella che chiamiamo contadina solo perché iscritta alla Coltivatori Diretti) e le sue prevedibili variazioni in un periodo che potrebbe essere di un decennio
  • La consistenza del terreno agrario (prati, pascoli, boschi) e il suo grado di disponibilità per una ristrutturazione generale;
  • Il numero delle esistenti aziende private o cooperative con una dimensione ed un potenziale produttivo già sufficienti, anche in base alle direttive agricole comunitarie, o comunque possibili, di relativamente facile ristrutturazione.

Questi dati e la consapevolezza delle cause prime del fallimento della politica fino ad oggi perseguita, dovrebbero essere sufficienti per estendere un piano generale, coerente ed articolato, di vera e completa utilizzazione di tutte le risorse agricole della nostra montagna e di organico riordino fondiario, nel quale i principi cooperativistici abbiano un necessario ruolo di primissima importanza, piano che dovrebbe dare, alle nostre Comunità, una soluzione socio-economica capace di fornire redditi agricoli comparabili a quelli ottenibili in pianura o in altri settori produttivi.– Come ho detto, questo piano dovrebbe essere improntato da una linea politica socio-economica nella quale la cooperazione ha un ruolo determinante. La decisione di quale sia la migliore forma di organizzazione agraria nella nostra Comunità, dove l’attuale piccola proprietà diretta coltivatrice, pur in crisi, ha alle spalle una tradizione ed una mentalità non sempre positive e difficilmente sradicabili, non è più libera. Non possiamo infatti pensare seriamente di realizzare proprietà individuali e quindi aziende private talmente grandi da essere completamente autosufficienti, né possiamo pensare a forme di conduzione o di gestione integralmente collettivistiche. –

Dobbiamo integrare le aziende valide esistenti con un insieme di nuove aziende private o possibilmente Cooperative capaci di una gestione attiva che costituiranno l’orditura minuta della nostra agricoltura montana, della quale sarà ossatura portante un complesso di strutture necessariamente associative quali: i Caseifici di Vallata, gli Organismi Cooperativi più idonei per la commercializzazione dei prodotti, un Macello Cooperativo, un unico centro di fecondazione artificiale, una nostra Associazione Allevatori, un nuovo servizio Veterinario ed una organica e razionale gestione delle Malghe, il funzionamento dei quali sarà la prima garanzia dei bilanci attivi delle aziende.

Le Aziende private o Cooperative ( le Stalle Sociali), operanti evidentemente e prevalentemente nel settore zootecnico sia per la produzione della carne (personalmente non ritengo questo settore il più valido, a meno che non si operi in collaborazione con grosse aziende di pianura che abbiano abbondanti produzioni di mangimi naturali), sia per la produzione di latte, dovranno avere una dimensione ed una attrezzatura che permettano una agricoltura moderna basata sull’economia di mercato e saranno distribuite sul territorio in modo razionale, per la completa ed economicamente migliore utilizzazione dell’intero patrimonio agrario e silvo-pastorale (una Stalla Sociale con un numero di capi inferiore al centinaio, a mio parere, non è valida per gli eccessivi costi di gestione).
La formazione di siffatte aziende sarà certamente l’operazione più complessa e costosa. La difficoltà maggiore sarà, è evidente, il riordino fondiario che diverrà possibile e totale se verranno approntati, urgentemente, strumenti legislativi efficaci che permettano e regolino anche l’esproprio, finalizzato alla costituzione di unità aziendali agricole e quindi, se ci sarà una decisa e chiara volontà politica, per questo tipo di soluzione.

I costi di una simile ristrutturazione dovranno, evidentemente, gravare sull’Ente Regione, sullo Stato e, in misura molto ridotta, sui bilanci delle Aziende stesse. L’impegno finanziario per gli Enti pubblici sarà certamente pesantissimo e concertato nel tempo, ma potrà e potrà consentire anche la cessazione dell’inefficace e interminabile erogazione di tanti e tanti contributi a fondo perduto. –
Un organismo così concepito, cioè formato da nuclei produttivi non completamente autosufficienti, ha, a questo punto, bisogno di un irrobustimento o di una ossatura portante costruita dalle strutture associative prima elencate.
Dovremmo quindi poter disporre di alcuni Caseifici di vallata che garantiscano la produzione di un prodotto possibilmente tipico, sicuramente genuino, anche per la possibilità della consulenza comune di un tecnico. I Caseifici, anche in base all’attuale processo di concentrazione delle piccole Latterie, potranno essere soltanto tre e precisamente: quello già funzionante ad Enemonzo, quello funzionante ad Ugovizza ulteriormente potenziati e ridimensionati e quello in fase di completamento a Sutrio.

Dovremmo inoltre poter portare su di una organizzazione Cooperativistica per la commercializzazione dei prodotti. La Cooperativa Carnica potrebbe, anzi dovrebbe, diventare l’organo coordinatore di tutte le attività riguardanti il mercato dei prodotti lattiero-caseari e la fornitura di granaglie e di mangimi ad uso zootecnico. Alla Cooperativa Carnica, noi agricoltori possiamo rimproverare di non aver, fino ad oggi, seguito in modo attivo l’evolversi della situazione agricola in montagna, pur avendo la possibilità di sostenere un ruolo determinante ed esercitare il peso anche politico, non indifferente nella difesa degli interessi degli agricoltori, in maggioranza suoi soci e ricordare di aver lasciato, al Consorzio Agrario, iniziative che erano, a nostro parere, solo di sua competenza.

Un altro organismo comunitario, necessario alla montagna, è, a mio parere, una Associazione Allevatori gestita direttamente dagli allevatori stessi e indipendente, perché chiamata ad operare in una zona con problemi completamente diversi ed in generale più difficili dei quelli della pianura. Questa Associazione dovrebbe assumersi i compiti diversi: quali la gestione del servizio di selezione, una vera selezione impostata ex-novo, con la libertà di allevamento di capi di almeno due razze distinte, la gestione di un macello cooperativo che assolva almeno una funzione protettiva degli interessi degli agricoltori  che devono abbattere e macellare d’urgenza, la gestione di una sezione staccata del Centro Regionale di fecondazione artificiale di prossima realizzazione, e l’organizzazione di più mercati opportunamente distribuiti nei dodici mesi, con funzioni non di mostra, ma esclusivamente di compravendita a mezzo di aste, senza alcuna elargizione di contributi. Eventuali contributi, che personalmente preferisco chiamare premi di allevamento e produzione, potranno essere dati agli allevatori che hanno ottenuto risultati di livello veramente eccezionale. –

Un discorso particolare meritano le malghe. La loro attuale forma di conduzione è negativa sotto ogni aspetto, soprattutto sotto quello di una buona utilizzazione dei pascoli. In una seria ristrutturazione le malghe dovranno essere una preziosa, indispensabile integrazione del potenziale produttivo dell’azienda singola o di più aziende associate. Per una completa e razionale valorizzazione delle malghe necessitano, evidentemente, il restauro dei fabbricati e dei ricoveri ed il ripristino dei pascoli e delle strade di accesso che dovranno essere, possibilmente, camionabili. –

Il servizio Veterinario in una zootecnia organizzata e razionale quale quella prospettata, dovrebbe risultare molto più efficiente fosse solo per l’eliminazione di oggettive difficoltà dovute all’attuale caotico sistema con una conseguente assoluta valorizzazione del ruolo del Veterinario.

Ho riservato un ultimo cenno alla funzione e ai programmi dell’E.R.S.A.. I montanari, al momento della sua istituzione, avevano sperato che in Montagna accadesse finalmente qualcosa di nuovo e di positivo. La legge istitutiva dice, infatti, che l’Ente è chiamato ad intervenire proprio nelle zone e nei settori più depressi. Oggi, dopo quattro anni di vita dell’Ente, i montanari possono constatare, senza pericolo di smentite, che l’E.R.S.A. è stato per la montagna un vero nulla di fatto. –

Termino questo intervento auspicando che, quanto ho espresso quale montanaro, costituisca almeno oggetto di ulteriori discussioni e ripensamenti che portino presto ad una valida ristrutturazione della nostra agricoltura in funzione dell’idea cooperativistica ed in prospettiva della costituzione di una nostra COMUNITA’ MONTANA con larghi poteri di autogestione, e mi sembra che queste siano proposte valide ai fini di una corretta applicazione della nuova legge sulla montagna. –

Tale strumento, infatti, conferisce ai montanari ampi poteri per elaborare un piano di sviluppo socio-economico che possa concretamente generare un’inversione di tendenza dell’attuale drammatica situazione.

MICCOLI TIZIANO».

Io credo che vi sia, in questo scritto, più di uno spunto per riflettere sugli “eterni ” problemi della Carnia, accomunata, dagli stessi, ad altre zone marginali, ma per farne tesoro e pensare ad una montagna non più suddita ma protagonista, però con popolazione, servizi, sanità, acqua nei fiumi e sorgenti proprie, altrimenti anche discutere è tempo perso. Infatti, come si suol dire, non si può avere “la botte piena e la moglie ubriaca”. E rimando ai miei, sempre su www.nonsolocarnia.info,  Dalla montagna perduta alla montagna risorsa,  “Quale politica per la montagna in questa Italia?” e “Quali proposte per il futuro della Carnia e della montagna friulana? A margine degli Stati generali per la montagna, recentissimi…

Laura Matelda Puppini

VIETATA LA RIPRODUZIONE. Sono permesse brevi citazioni, solo accompagnate dalla fonte. L’immagine che correda l’articolo è siglata: “Dipartimento di Scienze della Vita, Università degli Studi di Trieste, picture by Andrea Moro, Prealpi Carniche, Val Cellina, Val Di Gere, ghiaioni lungo il sentiero tra le stalle Parentonia e Margons., PN, FVG, Italia, 24/11/04 0.00.00, ed è tratta, solo per questo uso, da: http://dbiodbs.univ.trieste.it/carso/chiavi_pub26_palm?spez=4581”. Non ho trovato veti alla pubblicazione della foto, molto bella, come altre del sito, se esistono si prega di avvisare e la rimuoverò. Laura Matelda Puppini

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