È una domenica pomeriggio come tante altre, e decido di passare il mio tempo andando a vedere la manifestazione in programma per Cortomontagna. Non ho capito bene se si tratti solo di una premiazione o anche di una visione, quando esco di casa, la pubblicità che ho guardato è stata avara nello specificarlo.
Raggiunto l’auditorium tolmezzino, ho la piacevole sorpresa di sapere che alcuni cortometraggi verranno proiettati. Li guardo, li valuto secondo dei miei parametri, e mi vengono alla mente alcune riflessioni, la prima delle quali è relativa ad ‘Agora’, che narra del free climber Lucas Lima, che posto sul mio profilo facebook, mentre altre mi affollano la mente.

La cosa più importante è che, secondo me, questi filmati non sono propriamente relativi alla montagna ma all’alpinismo, che è altra cosa. Insomma questa è la montagna del C.A.I., degli uomini in solitaria che scalano le rocce cercando di vincere la natura, seguendo un mito romantico poi sposato dal fascismo, non è la montagna nella sua completezza, come fonte di vita e di morte, con le sue luci e le sue ombre. Manca il bianco e nero, mancano i toni di grigio, in questa fotografia pura, che sfrutta le luci ed i mezzi tecnici, che parla di sfida, di piacere e di solitudine. Mina non c’entra nulla con questa visione della montagna, è tagliata fuori, lei che non è mai andata in montagna per piacere puro, se non forse qualche volta con i parenti per una breve gita.
E mi appare sempre più chiara la differenza tra il mondo di Mina e delle tante Mine che hanno popolato e popolano le montagne della Carnia, e quello di Lucas Lima, o della De Echer, o di Xabier Zabala.

Mina ha un gerlo con cui affronta la salita, con un paio di stivali di gomma ai piedi e l’uncinetto in mano, Mina indossa un fazzoletto che raccoglie i capelli, una veste coperta da un grembiule o un paio di pantaloni da tuta, Mina non torna mai dalla montagna a mani vuote: mirtilli, lamponi, legnetti, radici di rabarbaro, semi di comino, funghi, sono il suo raccolto. Non è per lei importante quanti chilometri fa, quanto sale, ma quanto realizza.

Mina non si pone il problema del piacere di andare in montagna: la montagna è la sua vita, è fonte di cibo e legno, è l’ambiente che conosce sotto forma di salite, discese, rocce, boschi, sorgenti, radure, cime, e che si deve affrontare per avere un risultato concreto, pratico. Mina non ha scelto la montagna, è nata in montagna, e non sale le montagne d’inverno; Mina calcola i tempi, orientandosi anche con il sole, per rientrare prima di notte a casa; Mina sa apprezzare un bel tramonto, il colore dei fiori, l’odore del bosco, il rumore di un ruscello, il canto degli uccelli, il battere del picchio, ma teme le vipere, le zecche, la notte, i temporali improvvisi, quelle nubi nere che compaiono nel cielo, il rombo di un sasso che si stacca.

Mina vive la montagna come le donne di un tempo, e come ha imparato da sua madre Elsa e da sua zia Emma, quando le accompagnava a falciare in alto, fin quasi al limite del pino mugo, con il rosario in una tasca, la catenina al collo, la gerla sulle spalle, pane o polenta e formaggio per pranzo. Mina conosce le sue montagne, pezzo per pezzo, angolo per angolo.

 

La montagna dell’alpinismo è tutt’altra cosa, e si alimenta di tecnica, piacere, studio, fotografia, senso di sfida. È scelta, non è imposizione dalla nascita. È hobby non necessità. E se il cason dei cacciatori, rifugio aperto a tutti, segna il passato, il rifugio – albergo ove tutto si paga guarda al futuro. Le prime ascese di persone non del luogo per libera volontà personale, datano milleottocento, e sono condotte, inizialmente, da studiosi ed amatori accompagnati da guide del posto. (Cfr. per esempio, Adelchi Puschiasis, Collina e l’alpinismo, in: www.alteraltogorto.altervista.org o Laura Matelda Puppini, Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi – Cjargne Culture, 2007, pp. 25- 27).

I ricchi cittadini borghesi vedono l’ascesa come un esercizio per ritemprare fisico e mente, e nasce così l’alpinismo, poi sviluppato in vario modo dalle organizzazioni specifiche quali il Club Alpino Italiano, fondato a Torino nel 1863, e la Società Alpina Friulana, sorta inizialmente come sezione Cai di Tolmezzo, nel 1874.  

E così affermava Giovanni Marinelli, primo presidente della Saf: «“L’alpinismo, oltre che alla cultura della mente, offre salute e forza. Le lunghe gite alpestri, l’aria pura e salubre, l’esercizio continuo dei muscoli, le corse, le salite, le rapide discese a balzi (…), il lento e faticoso arrampicarsi per scosceso ed erto pendio, il camminare sui ghiacciai, l’evitare e l’oltrepassare i crepacci, l’affrontare i geli, la pioggia, gli aquiloni…fortificano il corpo e lo rendono atto a sopportare le quotidiane battaglie della vita. …Ma giova altresì tener conto dell’effetto morale che esse producono. Lassù, dinanzi alla natura così bella, così giusta, in tutto il suo procedere, l’anima si sente ritemprare, si sente migliore. Lontana dai mille rispetti umani, dalle mille pretensioni e dai mille sospetti, che sono principio e fine della vita giornaliera, s’allarga lassù il suo orizzonte, il pensiero trascorre libero, la volontà non trova impacci nel suo procedere, l’osservazione cammina senza legami. Poi l’agitarsi del corpo, il fissare una meta ardua e raggiungerla, superando gli ostacoli che si parano dinnanzi, il contemplare a faccia a faccia il pericolo e vincerlo…e lo stesso stancare le membra colla fatica ed i pasti frugali e persino le privazioni a cui si è costretti sciolgono lo spirito dalle umane miserie, lo rendono più capace a valutarle secondo il vero valore, e cooperano in modo sommamente efficace a creare ciò che si esprime con una parola indefinibile: il “carattere”». (Giovanni Battista Spezzotti, L’Alpinismo in Friuli e la Società Alpina Friulana [Sez. di Udine del C.A.I.], Udine, 1963, p. 19).

Ma ben presto, fra gli stessi alpinisti, sorsero diatribe che contrapposero coloro che volevano una montagna diremmo attrezzata, a coloro che volevano la natura incontaminata, che permettesse prestazioni fisiche eccezionali. Ma, al di là di qualche rifugio, temo che, in Carnia, se i monti si dotarono di una qualche infrastruttura, fu a causa della loro militarizzazione. E non era ed è per tutte le tasche l’alpinismo.

In quest’ ottica, per ritornare a Cortomontagna, così commentavo sul mio profilo facebook il film ‘Agora’ che narra di un free climber che cerca di superare uno sperone roccioso, cadendo più volte, finendo in una ortopedia o fisiatria, per poi ricominciare: ‘Agora’ secondo me parla del senso della vita. Una voce femminile di sottofondo dice, sempre meno insistentemente: “Dove sei andato a finire?” “Dove sei?” Io ti sto aspettando… ma il film si chiude senza più questa voce presente. C’è una mano che raggiunge una pietra più alta, su cui si posa una farfalla, ma nessuno sa se lo scalatore riuscirà a sollevare il peso e portarsi oltre. Ha senso allora, che un giovane viva solo per superare uno sperone di roccia, dimenticando tutto il resto che la vita può dargli? In fondo pareva più che stesse vivendo un’ossessione personale, senza esser neppure sfiorato dall’idea di abbandonare l’impresa, di ritirarsi prendendo atto di un proprio limite, ed optando magari per la scelta di cose più importanti delle proprie fissazioni. Perché si rischia invero che nello sport rientri il mito romantico del superuomo, solitario ed asociale, che affronta e sfida la natura, in una lotta a due fino alla fine, quasi come quella fra Moby Dick e capitan Achab, che però non appartiene alla realtà.

Inoltre avrei voluto vedere qualche cortometraggio non solo centrato sulla bella fotografia a colori, fatta nel momento in cui le luci, grazie anche all’alta quota, non creano ombre, e molto pittoricistica, ma pure focalizzato sulle contraddizioni della montagna, sulle sue ombre, sulla sua realtà. E credo cha anche la ‘fatica’ della montagna dovrebbe essere rappresentata, ed il suo essere ferita dal prelievo forzato dell’acqua per uso idroelettrico, da una politica che spesso non tutela l’ambiente, da moto che scorrazzano indisturbate sui suoi sentieri e prati, da recinzioni private che interrompono gli spostamenti di animali anche per abbeverarsi, dalla mancata manutenzione del suo territorio.

Insomma per me la montagna è viva, non è solo nuda roccia da superare o fotografare, è fonte, sostentamento, economia, equilibrio ambientale, è spartiacque, è pioggia improvvisa, è passo calmo e regolare, è isolamento, disagio, neve, ghiaccio, sassi, freddo, sudore ghiacciato, è una croce con i simboli della passione in una malga od una campana su di una cima, è sangue versato dai soldati, dolore e morte nelle guerre, è nascondiglio di partigiani e luogo di lotta, è una bandiera che sventola su di un confine, è guardare dove si mettono i piedi e non partire se il tempo è incerto.

Ho scritto questo non per criticare perché, come dice qualcuno, a me non va mai bene niente, ma solo per chiarire che i filmati erano incentrati sull’alpinismo, e per parlare di un ambiente che conosco ma in altro modo. Naturalmente fra il virtuosismo di Lucas e la necessità di Mina vi è un mondo che dovrebbe esser narrato, che ha portato molti sui sentieri montani alla ricerca di qualcosa che servisse per la loro vita o solo per curiosità, ma anche per obbligo o per passare, da clandestini, un confine o fare contrabbando. Ma questa è altra storia.

Laura Matelda Puppini

La prima immagine che si trova in questo articolo fa parte del mio archivio personale, è stata scattata credo da mio marito, e ritrae Mina al ritorno di uno dei suoi giri estivi in montagna. La seconda immagine è un fotogramma del film ‘Agora’ (Brasile) diretto da Mickael Couturier e Otávio Lima, sceneggiatura di Otávio Lima e Lucas Lima, visibile non so se in versione integrale su you tube digitando: https://vimeo.com/159668295, ed è tratta, solo per questo uso, da: http://www.wasatchfilmfestival.org/2017-films.html.  La fotografia che presenta l’articolo è stata da me scattata nell’estate 2017 fra Valdaier e Ligosullo. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

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