Leggo ancora dei disastri carnici e bellunesi, e mi paiono interessanti alcune osservazioni di Riccardo Riccardi, laureato in architettura, che parlava, il 4 novembre 2018, di «mettere in sicurezza la Carnia», in particolare per quanto riguarda frane e corsi d’acqua e di contenimento idraulico ed idrogeologico. Almeno Riccardi tratta il problema in termini generali, mentre altri pensano ora alle piste da sci ora al turismo, ora a problemi locali, che sono importanti, ma non possono essere, presi singolarmente, in pole position dopo un disastro di queste dimensioni. Ma voglio presentarvi alcune considerazioni e riflessioni che potrebbero essere anche attualizzate, del senatore friulano comunista Giacomo Pellegrini (e non accusatemi per cortesia per questo di essere così o colà, ma invece leggetele per rendervi conto della loro portata) nel merito dei problemi sorti dopo l’ennesima alluvione del Polesine, quella del 1956. Egli le aveva presentate nel 1958 e son pubblicate in: “Relazione del compagno sen. Giacomo Pellegrini, in: Giacomo Pellegrini, G. Carlo Pajetta, Per la rinascita ed il progresso della valle padana. Discorsi pronunciati all’ Assemblea dei Comunisti della Valle padana, Rovigo, 8-9 febbraio \1958, leggibile utilizzando il link presente in: http://www.storiastoriepn.it/alcuni-scritti-di-giacomo-pellegrini/.  
Da questo testo si possono ricavare delle considerazioni che possono far riflettere anche sul post alluvione della montagna carnica e del bellunese oggi.

 L’importanza dell’analisi prima dell’azione.

Bisogna «definire e chiarire i problemi che qui si pongono, precisare ed indicare a noi, ai lavoratori ed alle popolazioni, le soluzioni e l’azione necessaria per conseguirle». – scriveva Pellegrini un paio di anni dopo l’ennesima alluvione del Polesine.  (Ivi, p. 5). E continuava dicendo che non si doveva temere di denunciare le precise responsabilità nell’accaduto, e di richiedere un profondo mutamento dell’indirizzo politico/economico del paese.

Le cause di alcuni disastri non sono solo naturali, ed un danno in montagna si riversa anche sulla pianura.  

Le drammatiche alluvioni dei […] fiumi, il Po, il Reno, il Mincio, i fiumi del Piemonte e della Lombardia, le minacce del’ Adige di questi anni, – proseguiva- sono là ad indicarci la fragilità delle strutture elementari in cui deve svolgersi la vita delle popolazioni di questa terra».  (Ivi, p. 7).
Così anche l’attuale alluvione, che ha distrutto la montagna veneta e friulana, ha messo in risalto la fragilità di un territorio e dei luoghi di vita e lavoro delle popolazioni anche a causa dell’uomo.

Ed anche allora si notavano zone di disgregazione, miseria, degrado, in particolare nella parte montana della Val Padana, che soffriva in modo particolare per lo spopolamento, la disoccupazione, l’emigrazione. Inoltre non si poteva analizzare il problema di come intervenire per evitare situazioni di quel genere non tenendo conto dall’ «immiserimento continuo e progressivo» della popolazione, e del ceto medio (Ivi, p. 6). In sintesi per Pellegrini la messa in sicurezza delle zone alluvionate non poteva esulare da una analisi delle zone socio – economiche per chiarire la natura dei problemi e la loro correlazione. Ed a suo avviso «calamità ed incuria governativa» (Ivi, p. 7) potevano esser viste come cause del disastro. Ma cosa potremmo dire ora della Carnia, se per “governativa” si intende di chi ha governato anche a livello locale? Nel 1958 non esistevano le Regioni, ma ora …
Non da ultimo allora in Polesine erano mancate, come in Carnia e Cadore ora, le «necessarie opere di difesa» (Ivi, p. 7) di manufatti ed abitazioni, (Ivi, p. 7) che, in alcuni casi fra l’altro, erano state costruite in zone non adatte.

«Molto si è detto e molto si è scritto nel corso di questi anni – proseguiva Pellegrini – sulle cause che hanno determinato il succedersi di alluvioni e mareggiate così disastrose: dal modificarsi dei fattori metereologici al bradisismo, dall’accumularsi delle conseguenze del depauperamento dell’economia montana al disordine economico accentuatosi in una società […] in cui predominano sempre più l’interesse del monopolio e della grande proprietà […]. (…). Ora senza togliere nulla della grande importanza che hanno le ricerche scientifiche e le indicazioni della tecnica, quello che credo, alla luce delle esperienze di questi anni, […] è che le alluvioni e le rotte dei fiumi sono il punto di arrivo di una politica che, lungi dal promuovere il progresso economico e sociale, non è nemmeno riuscita ad assicurare almeno la conservazione delle realizzazioni passate ed ad impedire che una piena dei fiumi travolga secoli di lavoro».  (Ivi, p. 11). Più chiaro di così, penso tra me e me …

I disastri non devono ripetersi. E per intervenire i soldi ci possono essere ma poi …

Pellegrini sottolineava poi che, nel 1951 al Convegno Nazionale di Mantova, si era precisato come la difesa idraulica fosse di assoluta priorità. Consolidare le difese idrauliche e perfezionarle era sicuramente il primo obiettivo. (Ivi, p. 12). E non erano mancate allora le proposte di tecnici e scienziati per raggiungere detto risultato. Ma poi …  «A sei anni di distanza è nelle cose la dimostrazione che le richieste del Convegno di Mantova hanno fatto la fine di tanti progetti morti nel cassetto oppure ridotti di misura e di efficienza, dilazionati e frammentariamente eseguiti» tanto da perdere la loro efficacia.  (Ivi, p. 9). Eppure i soldi non rano mancati, e si parlava di 120 miliardi di lire autorizzati dal Ministro Togni per mettere in sicurezza i fiumi italiani, di cui però ne erano stati spesi, in sei anni, solo 11. (Ivi, pp. 11-12). Dopo l’alluvione del 1951, era stato lanciato un prestito per il Polesine che aveva fruttato 147 miliardi dei quali ne erano stati spesi sicuramente 40 e per il resto «silenzio assoluto». (Ibid.). Ed era stata nominata pure una commissione speciale di tecnici, di cui non si era però saputo più nulla. E già allora si chiedeva che il Parlamento, non esistendo ancora le Regioni, svolgesse una azione di controllo sugli investimenti (Ivi, p. 28).

Per evitare i disastri bisogna aver cura della montagna. La montagna come problema nazionale.

«La popolazione in montagna vive in condizioni di estrema difficoltà, – sottolineava allora Pellegrini, citando anche un documento della Comunità Carnica – sia per quanto concerne l’organizzazione della vita sociale, sia per le condizioni tristissime della sua vita, anche di quelle estremamente elementari». (Ivi, p. 13). Da qui il fenomeno emigratorio, particolarmente accentuato in Carnia e Canal de Ferro, che andava privando di persone vigorose ed intelligenti i territori, creando «una selezione alla rovescia». (Ivi, p. 14). E già allora la Comunità Carnica segnalava come si venisse delineando un quadro sociale di vasta portata e patologico. (Ibid.). Inoltre per far in modo che i disastri non si ripetessero anche in pianura, bisognava effettuare tutta una serie di opere, non solo il rimboschimento delle montagne. E risultava già allora necessario «legare i montanari ad un’attività di difesa del suolo» (Ivi, p. 13) attraverso il miglioramento dei pascoli, l’intensificazione dell’agricoltura ed il perfezionamento dell’ordinamento produttivo agrario, ed era giunto il momento, improcrastinabile, di porre «da un punto di vista dell’interesse nazionale, il problema della montagna». (Ibid.). Ma invece «prati e pascoli vengono progressivamente abbandonati e la zootecnia praticamente declina». (Ivi, p. 15). Cosa è mutato da allora? – mi chiedo io. Mi pare che in sessant’ anni la montagna abbia perduto ancora in risorse, servizi, popolazione, possibilità.

Pellegrini, poi, si chiedeva cosa avessero fatto i governi democristiani, nel concreto, per affrontare e portare a soluzione il problema montagna. E denunciava come il Governo e le leggi esistenti non fossero riusciti, sino ad allora, neppure a far versare dal monopolio idroelettrico, ai comuni dei bacini imbriferi, il dovuto, ma solo 6 dei 27 miliardi di cui era debitore. «Per la montagna, nel quadro di una rinascita della Valle Padana- scriveva Pellegrini – si impone una politica di riforma agraria, di interventi statali, di sviluppo dell’artigianato, del turismo e soprattutto di uno sviluppo industriale reso possibile da un piano organico di sistemazione ed utilizzazione delle acque: acque che rappresentano la principale fonte di lavoro e di reddito per le popolazioni della montagna, fonte di reddito che deve essere sottratta ai monopoli idroelettrici. Questo, dando una prospettiva di vita economico sociale migliore e di più alto livello di vita civile ai montanari, li saprà legare a quell’attiva difesa del suolo che resta indubbiamente una delle principali condizioni per la regolazione di tutti i fiumi». (Ivi, p. 16). Ed allora Pellegrini diceva che non poteva non destare preoccupazione il fatto che Edison, Montecatini e Sade avessero posto l’occhio anche sul Po «per sottoporlo al loro sfruttamento». E le forze che avevano a cuore la valle e lo sviluppo dell’economia generale avrebbero dovuto, a suo avviso, intervenire per impedire che si ripetesse nella Bassa Padana «la triste esperienza dello sfruttamento monopolistico delle acque e delle valli montane […]». (Ivi, p. 21).

Questo sosteneva Giacomo Pellegrini nel lontano 1958. Da allora sono passati 60 anni, e quello che si comprende è che alla salvaguardia del territorio in montagna si è pensato ben poco e si sono iniziati invece a vedere i danni all’ambiente creati dalle grandi centrali: basta leggere quanto denunciato da Lucio Zanier nel suo. “Lucio Zanier; Fatti e misfatti S.A.D.E. – E.N.E.L. in Carnia e forse una proposta di miglioramenti, Ribis, 1981, lasciando perdere la tragedia del Vajont. E non sappiamo ancora bene cosa accadrà con le ‘mille’ centraline, e forse quando lo sapremo e vedremo avremo già raggiunto il punto di non ritorno. Perché la terra ha un limite come lo hanno le sue risorse e non funziona a compartimenti stagni.

Bonifica, trasformazione fondiaria, gestione del territorio e conflitti di competenze.

Pellegrini faceva notare come uno degli aspetti negativi, emersi dopo le alluvioni del Polesine, fosse stato il regime consortile, che aveva portato a ritardi nei lavori, con conseguente allagamento di un intero comune, evitabile se si fosse intervenuti in tempo (Ivi, p. 16). Inoltre vi era stato un conflitto di competenze fra Genio Civile, Consorzi di Bonifica ed Ente di Riforma, dietro il quale, per Pellegrini, stavano interessi privati, (Ibid.). Pellegrini pertanto faceva propria la proposta di demanializzazione degli argini, il che avrebbe comportato di non dover erogare contributi specifici a più enti e consorzi, ed il poter proporre una politica favorevole agli interessi comuni e di collegamento diretto con la bonifica anche montana. Ma allora il numero dei consorzi di bonifica in Val Padana era altissimo: infatti all’epoca ce n’erano oltre 200, tutti controllati da grossi proprietari terrieri, senza contare quelli montani. Ed essi ‘dominavano’ sul territorio. Questi consorzi avevano ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi per la realizzazione di opere pubbliche e di miglioramento fondiario. L’impiego di detto denaro, a opere di bonifica eseguite, avrebbe dovuto assicurare lavoro stabile a 150.000 persone oltre quelle già occupate, ma i soldi erano stati  spesi senza riscontro alcuno in tal senso: anzi nelle zone di cascina vi era stata una diminuzione del 20% fra gli occupati, ed un declassamento dei braccianti occasionali.  Né erano migliorate le condizioni di vita delle popolazioni mezzadrili e contadine. E soldi statali erano stati dati anche a privati. (Ivi, p. 17). Infine allora non si sapeva se i cinque sbarramenti previsti per il Po sarebbero stati costruiti seguendo un piano organico di regolamentazione delle acque del fiume o no. (Ivi, p. 21).

Pertanto chi deve fare che cosa è importante ora come allora, ma pure come farlo, in una visione di insieme, e se un Ente ha già ricevuto e non correttamente speso, non può richiedere per primo. Non da ultimo il mito dell’aumento dei lavoratori era già fallito allora in Val Padana. Inoltre come diceva allora Pellegrini, si deve cercare di utilizzare tutte le tecniche, la scienza possibile ed i “mezzi più perfezionati” ed adeguati per la sistemazione idraulica dei fiumi, che non è lavoro, secondo me, da far da soli, o sotto le indicazioni della Protezione Civile.
Ed ora passo ad alcune ulteriori considerazioni sulla Carnia e sul bellunese devastati nel 2018, 60 anni dopo le considerazioni di Pellegrini.

Ed ora in Carnia …

Riparare e ricostruire quanto rovinato non è mettere si sicurezza, non è procedere verso una sistemazione idraulica nazionale, specificava Pellegrini, e l’interesse pubblico è diverso da quello privato. (Ivi, pp. 16-17). E fin qui credo che non si possano fare obiezioni. Inoltre le opere di bonifica e sistemazione montana sono essenziali anche per la pianura. E credo che questo non debba insegnarcelo Pellegrini.

Cosa ci dice un ingegnere idraulico. “Sistemazioni idraulico-forestali dei corsi d’acqua a carattere torrentizio”.

Mentre leggo gli articoli del Messaggero Veneto sui disastri alla montagna carnica e bellunese che si può vedere come un unicum perché non vi è confine naturale tra l’una e l’altra, e presentano le stesse forme di sfruttamento e di problematiche, (Cfr. il mio Considerazioni sull’alluvione in Carnia e su alcuni problemi non solo carnici, mentre fuori ha ripreso a piovere, in: www.nonsolocarnia.info), mi chiedo se si è pensato ad un progetto di sistemazione Idraulica e forestale comune con il dirimpettaio veneto, o se siamo ancora a “fasin di besoi”. Inoltre io se fossi un ingegnere idraulico mi offenderei dal sapere che nessuno ha chiamato qualcuno della categoria per fare un due sopralluoghi ed ipotizzare opere serie per almeno non rifare ogni montana le strade ed i ponti. Perché quello che è accaduto a strade e ponti era prevedibile, soprattutto alla luce dell’interessante lavoro del docente universitario prof. Ing. Antonino Cancelliere, del Dipartimento di Ingegneria civile ed ambientale dell’Università di Catania, intitolato: “Sistemazioni idraulico-forestali dei corsi d’acqua a carattere torrentizio”, corredato da numerosi esempi e tavole, che vi consiglio vivamente di visionare.
Per la verità non è che la facoltà di ingegneria dell’Università di Udine non abbia analogo corso per la specialistica, e forse lo ha anche l’Università di Trieste, ma non si possono leggere on line i materiali. E dato che i fiumi carnici si stanno comportando come i torrenti, ed hanno fatto danni analoghi a quelli che fanno i torrenti negli esempi portati dal prof. Cancelliere, vale davvero la pena di prendere in considerazione quanto scrive.

Egli in premessa precisa che «Con il termine sistemazioni idrauliche si intendono tutte le attività e gli interventi nei corsi d’acqua volte a modificare il regime di moto dell’acqua al fine di: ridurre i fenomeni di erosione in alveo e nei versanti; ridurre la probabilità del verificarsi di esondazioni; modificare il regime del trasporto solido; imporre condizioni di “equilibrio”». (Antonino Cancelliere, op. cit.). Quindi egli continua, sinteticamente, distinguendo la sistemazione del tratto montano dei torrenti da quello del tratto medio-vallivo. Nel caso dei tratti montani, «gli interventi sono prevalentemente orientati a ridurre i fenomeni di erosione, e più in generale, a ridurre gli effetti nocivi legati al trasporto di sedimenti». (Ivi). Nel secondo caso, gli interventi sono prevalentemente mirati a «ridurre il rischio di esondazione, attraverso la realizzazione di manufatti come ad es. arginature, casse di espansione, risagomatura degli alvei, etc.» (Ivi).
Ma anche il Degano è esondato, indipendentemente dal fatto che la chiusa all’altezza della cartiera fosse stata aperta troppo tardi, che è altro problema, ad Ovaro, dove vi è un pianoro. E forse se si fosse intervenuti prima sulla regolazione delle acque del fiume non solo a fini economici ma anche di tutela del territorio .. …

Inoltre non è questione solo di sghiaiare … La sesta diapositiva del professor Cancelliere mostra un danno da erosione di sponda a strade che pare proprio quelli visti concretamente nel territorio montano qualche giorno fa ed ancora presenti, e quindi tecnicamente prevedibili, se non si guarda solo al becjut.
Dove il letto è stretto e pendente, come nei tratti montani da noi, l’agire dell’ingegnere idraulico  deve avere come finalità, sempre secondo il prof. Cancelliere, (1) la stabilità dei versanti, attraverso interventi volti a ridurre i fenomeni erosivi sul bacino, specie quelli localizzati, attraverso terrazzamenti, seminagione di essenze adeguate, opere di drenaggio; (2) la stabilità delle sponde, intervenendo con muri di sponda, scogliere longitudinali, protezione in pietrame, gabbionate, etc. e briglie; (3) la stabilità dell’asta tramite Interventi atti a modificare i fenomeni di erosione e trasporto solido, briglie e soglie di fondo. (Ivi).

Sui torrenti che trasportano molto materiale a valle, bisogna intervenire riducendo l’erosione nei versanti e costruendo briglie di trattenuta del materiale oltre che piazze di deposito a valle. (Ivi). Si può anche però ridurre la forza erosiva dell’acqua attraverso una correzione della pendenza, con soglie e briglie. Ma la tipologia di intervento dipende anche da quella del trasporto, cioè se vi è principalmente trasporto di materiale sul fondo e in sospensione da parte di una corrente idrica o impasto fluido di detriti in cui l’acqua ha il ruolo di fluidificante. (Ivi). Ed il prof. Cancelliere ci dà pure una serie di esempi e di calcoli, che chi è ingegnere può prendere in seria considerazione.

Ma siamo proprio sicuri che sia tutta colpa degli ambientalisti?

Un’ultima parola sull’ipotesi che è tutta colpa degli ambientalisti che non vogliono far tagliare gli alberi. Non solo non risulta che gli ambientalisti abbiano retto la Regione Fvg, così da imporre i loro ipotetici desiderata, peraltro mai sentiti, ma attualmente il regime del taglio negli alvei in Fvg è regolamentato dalla «Legge regionale 29 aprile 2015, n. 11. Disciplina organica in materia di difesa del suolo e di utilizzazione delle acque», pubblicata sul Bollettino Ufficiale Regione Friuli Venezia Giulia 6 maggio 2015 – 2° supplemento ordinario n. 19 del 6 maggio 2015.  Dopo la sua uscita, si poteva leggere sul Messaggero Veneto del 1° luglio 2015 un articolo così intitolato: «Tutti potranno tagliare alberi dagli alvei dei fiumi. Le novità della legge regionale, che fissa i quantitativi e prevede anche autorizzazioni».

E per finire …

Ed a cattolici e cristiani dico che la cura del creato non è che la cura dell’ambiente, per cui tutti dovremmo essere ambientalisti, come specificavo ad un incontro sulla ‘Laudato si’’ al Centro Balducci di Zugliano.
E se nessuno bada al territorio montano ed alla sua gestione in modo rispettoso con azioni sinergiche e con sistemi ora scientifici, si può prevedere come andrà a finire, anzi lo si è già visto. Infine non si deve solo essere presi dalla smania di fare ed aggiustare alla buona per via del turismo che è certamente importante, perché si rischia grosso ed il futuro di ambiente economia e vita in montagna. Pertanto per prima cosa vi prego, politici, rivolgetevi a qualche ingegnere del ramo, e fatevi consigliare, e fate progettare in modo serio e duraturo, senza fretta, senza pensare alle elezioni, senza più piangere, ma affrontando la realtà, che da come la descrivono i giornali, è durissima. E se frana qui frana anche là, ed il problema della diffusione del bostrico è reale, mentre si pensa mi pare troppo intensamente a come innevare artificialmente piste.  «Ci vorranno quattro o cinque anni per ripulire i boschi dal disastro – diceva Favero riferendosi alla zona delle Dolomiti – (…). È un colpo mortale per l’ecosistema, perché con l’azzeramento di interi boschi si azzera anche la biodiversità e si cambia perfino il clima locale». (Albina Salmaso, Dolomiti massacrate. Qui è l’Apocalisse. Anni per ripartire, in Messaggero Veneto 4 novembre 2018). Ma nello stesso articolo si parla anche di danni provocati dalla diga di Auronzo. E pure a Sauris vi sono state frane sul lago, mentre sulla Cimoliana la ‘briglia’ era a rischio. (F.FI. Messaggero Veneto 4 novembre 2018).   Il 3 novembre 2018 alla tv parlavano di 100 anni per far ricrescere il bosco, di piante che restando lì naturalmente sarebbero marcite grazie anche a batteri naturali che potrebbero intaccare piante sane e di altre bazzecole, come la possibilità che la neve accumulandosi nelle zone disboscate dall’alluvione possa creare slavine che potrebbero trascinare altri alberi a valle. Inoltre magari lasciamo perdere le piantagioni di peccio perché da anni si sa che non sono una buona idea se non si vuole avere piante a terra col vento.

Grazie a chi è intervenuto e sta intervenendo nell’emergenza, ma poi prima di far qualcosa, per cortesia studiate bene il problema e vedete di normare per legge il territorio ed i fiumi, che il privato lo voglia a meno. Ne va della nostra montagna, e non è uno scherzo, e ciò che è accaduto è accaduto, e non si può chiudere gli occhi pensando che con la pioggia ed il vento sia finito tutto per gli anni a venire.

Senza voler offendere alcuno, ma solo per esternare un mio pensiero anche discutibile, e se ho capito male qualcosa, correggetemi e commentate, se lo desiderate.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: https://www.udinetoday.it/cronaca/maltempo-udine-friuli-30-ottobre-2018.htm.

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