Tolmezzo è imbandierata forse un po’ troppo, nel senso che fra coccarde e bandiere si sta un po’ esagerando, per l’adunata alpina del triveneto. Quando sento parlare di alpini ricordo mio nonno, il colonnello Emidio Plozzer, classe 1895, che combatté sul Pal Piccolo e sull’Ortigara, recuperandosi pure una pallottola nel braccio ed il congelamento dei piedi, e che non volle mai raccontare nulla di quella guerra, che era uomo cattolicissimo e che poneva l’onore al primo posto; quando sento parlare di Alpini mi sovviene la lunga ricerca, ai tempi in cui internet non era stata ancora inventata, relativa all’evolversi delle divise militari, attuata con il generale Adriano Gransinigh, per cercare di datare fotografie di Vittorio Molinari, che mi vide presente per molte ore nella sede Ana di Tolmezzo. Quando sento parlare di Alpini mi ricordo il grosso aiuto che essi dettero alle popolazioni del Friuli uscite dal terremoto del 1976; quando sento parlare di Alpini penso a quei friulani ma spesso veneti ed abruzzesi, che riempivano la sera le vie di Tolmezzo quando ero bambina e ragazza, o che marciavano composti e guidati dalla banda verso il Duomo per ascoltare la Santa Messa.  E che io sappia alpino fu anche mio zio Umberto Plozzer, ma a Merano.
Ed a chi riempie Tolmezzo di bandiere italiane per il raduno degli Alpini, ricordo che la bandiera italiana è di tutti gli italiani ed anche di tutte le Forze Armate della Repubblica,  ed è elemento che ci unisce e contraddistingue la nazione ed i suoi abitanti.

Sfila la sezione Ana carnica, nel maggio 1965, a Trieste. Tra la banda e l’indicazione della sezione, l’ufficiale Emidio Plozzer.

Ed ancora pensando agli Alpini penso al capitano degli Alpini Albino Candoni, famoso scultore e soldato per scelta, che, per rincuorare i suoi soldati del Btg. Monte Arvenis, comperava per loro vino, mele e castagne; mi sovviene quanto scritto da Piero Bossi nel suo diario inedito che un giorno o l’altro pubblicherò, sui pezzi di cadaveri amici che sprizzavano dalla terra ad ogni cannonata nemica, perché non si era riusciti a dar loro neppure una sepoltura decente; penso alla portatrici carniche, che sopportavano, magari ragazzette, fatiche inaudite per guadagnare quattro lire, ed a tutto quello che ho scritto, in scienza e coscienza, sul mio: Laura Matelda Puppini O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra.” E penso a mio nonno Emidio Plozzer che marcia, impettito e fiero, con la sua penna bianca sul cappello alpino, alla sfilata di Trieste tenutasi il 22-23-24 maggio 1965, dietro la sigla della sezione carnica.  E penso a Elio Martinis, militare del Regno e poi comandante partigiano, che diceva che aveva imparato a casa sua che andare soldato significava andare a morire, o a chi mi narrava stamani che, dopo aver perso in guerra il genitore ed un fratello, suo padre, reduce del fronte greco-albanese, non aveva più voluto sentir parlare di guerre, ed aveva rimosso ogni ricordo ed ogni oggetto che potesse fargliele venire in mente.  Ed infine ricordo i 4 alpini di Cercivento, non ancora riabilitati, ed i tanti altri che finirono vittime di decimazioni o fucilazioni inutili ed ingiuste. E come dimenticare “Marco Candido Soldato” anche se di fanteria, ma simbolo di tanti giovani finiti in quel macello che fu la prima guerra mondiale senza sapere perchè?

Umberto Candoni: funerale di Albino Candoni a Tolmezzo, il 4 novembre 1921. 

Ma mi ricordo anche di Nuto Revelli, della Brigata alpina cuneense, che scrisse che la cosa peggiore per lui, ufficiale effettivo nella campagna di Russia, (che fu, per inciso, una carneficina anche per la Julia) non fu vedere come lo Stato fascista fosse lontano dalla realtà che stavano vivendo ma fu il pianto del colonnello, che apprendeva l’ordine di iniziare la ritirata. Ma nel contempo egli, subito dopo, ricorda l’altissimo valore del generale Giulio Martinat, uomo “generoso e coraggioso” (Nuto Revelli, Le due guerre, Einaudi 2003, p. 111) che muore a Nikolajevka, lanciandosi tra i primi lungo il declivo che separava le truppe dalla città, per incitare i suoi, capendo che sfondare lì è questione di vita o di morte per tutti, e del generale Luigi Reverberi che guida la successiva corsa- attacco a Nikolajevka, una massa umana che si lancia come un sol’uomo contro il nemico. E mi vengono alla mente il grande e schivo Mario Candotti, ufficiale, campagne di Grecia e Russia, poi Comandante partigiano della Divisione Garibaldi Carnia, e un altro grande: Romano Marchetti, tenente del R.E.I.. Ma non furono i soli militari carnici e italiani che furono poi partigiani- patrioti. E con gioia infinita Albino Venier, che era stato pure lui ufficiale, e poi comandante partigiano osovano, aveva posto, in Monte Croce al confine che era stato fra Okak e Terzo Reich, la bandiera italiana alla fine della seconda guerra mondiale.

Giulio Bedeschi: Ufficiali in Russia. Il secondo guardando da sinistra è il tenente di Ampezzo Mario Candotti. (Da: Mario Candotti, Ricordi di un uomo in divisa, naia, guerra, resistenza, ed. I.F.S.M.L., ANA Pn. 1986).

Comunque per l’occasione vi regalo pure queste scarne righe sull’origine del corpo degli Alpini, tratte dal volume AA.VV. “Il battaglione alpini Tolmezzo – Storia di un battaglione carnico – “O LA’ O ROMPI” Ediz. Tipografia Moro A., Tolmezzo, II ed., 2004, pp. 15 – 23, che avevo scritto ai tempi in cui cercavo materiali per il volume su Vittorio Molinari, ed altre informazioni tratte da: http://users.libero.it/gfuria/pontenizza/alpini_storia01.htm, sperando che per questo raduno si ricordi il valore del corpo degli alpini sia nel soccorso ed aiuto alle popolazioni, prima della creazione della Protezione civile, in particolare in Friuli dopo il terremoto nel 1976, sia per il suo comportamento nelle guerre, che dovrebbero esser sempre però esecrate, perché portatrici di distruzione, morte, terrore, orrore.

Il generale Giulio Martinat, piemontese delle valli valdesi, che si gettò fra i primi lungo la discesa di Nikolajewka, ben sapendo a cosa andava incontro, per spronare i suoi, già decimati, a seguirlo, gridando: “«Avanti alpini, avanti di là c’è l’Italia, avanti!» morendo assieme a molti soldati. Medaglia d’oro al valor militare.  (http://www.larchivio.com/xoom/alpini-martinat.htm e https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Martinat).

E così scriveva Benedetto XV° nella sua: scriveva nell’Enciclica “ Ad beatissimi apostolo rum”, datata 1 novembre dello stesso anno :

«Sembrano davvero giunti quei giorni, dei quali Gesù Cristo predisse: «Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre… Infatti si solleverà popolo contro popolo, e regno contro regno». Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Qual meraviglia perciò, se ben fornite, come sono, di quegli orribili mezzi che il progresso dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l’una contro l’altra armata, discendano da uno stesso progenitore, che sian tutte della stessa natura, e parti tutte d’una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli? E intanto, mentre da una parte e dall’altra si combatte con eserciti sterminati, le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie, funeste compagne della guerra; si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno, la schiera delle vedove e degli orfani; languiscono, per le interrotte comunicazioni, i commerci, i campi sono abbandonati, sospese le arti, i ricchi nelle angustie, i poveri nello squallore, tutti nel lutto.».

Speriamo quindi che i militari italiani vengano sempre più utilizzati per operazioni di aiuto umanitario, in un mondo di pace. Pertanto cerchiamo di non dare l’idea, ai giovani, che una sfilata alpina è sinonimo di una massiccia sagra, con fiumi di vino e birra che scorrono, e qualche ‘goliardata’, ma riportiamola al suo originario significato.

Laura Matelda Puppini

_______________________________________________________________________________________________________

NASCITA DEL CORPO DEGLI ALPINI

L’atto di nascita degli alpini porta la data del 15 ottobre 1872. Il relativo decreto venne firmato da Vittorio Emanuele II a Napoli, dove il Sovrano si trovava per un periodo di riposo.

Sono da poco terminate le guerre risorgimentali ed i confini del regno d’Italia, soprattutto a settentrione e ad oriente, non sono molto sicuri. Fra i tanti studiosi che hanno a cuore il problema dei confini terrestri del giovane Stato, si mette in luce un Capitano di Stato Maggiore Giuseppe Perrucchetti che pubblica, nel 1872, uno studio su “La difesa di alcuni valichi alpini e l’ordinamento militare territoriale delle zone di frontiera”.

Nel suo articolo il Perrucchetti sostiene l’opportunità di costituire un Corpo, distinto, con spiccata caratteristica territoriale che, utilizzando la speciale conoscenza topografica delle alpi italiane, possa sostenere il primo urto nemico. E suggerisce, pure, quali distretti preposti alla difesa: Dego, Ceva, Cuneo, Saluzzo, Fenestrelle, Bart, Domodossola, Pallanza, Varese, Schio, Bassano, Feltre, Belluno, Pieve di Cadore, Tolmezzo, Udine e Cividale.

Il Generale Cesare Ricotti Magnani, Ministro della Guerra, riconosciuta la validità di tale proposta, studiava la possibilità di darle pratica attuazione. Ma i tempi non erano propizi, per quanto riguardava le finanze dello Stato, alla costituzione di un nuovo corpo militare. Per aggirare l’ostacolo si decideva di aumentare il numero dei distretti già esistenti. A questi nuovi distretti sarebbe stata associata la creazione di un certo numero di compagnie alpine formate da militari reclutati nella regione montana.

Foto da: http://users.libero.it/gfuria/pontenizza/alpini_storia01.htm

Così, con la firma del decreto del 15 ottobre 1872, si venivano a creare 15 nuove compagnie contraddistinte da un numero arabo progressivo da 1 a 15, di cui Tolmezzo era la quindicesima. Una parte delle stesse veniva posta alle dipendenze di reparti, altre, come quella Tolmezzina, mantennero la propria autonomia.
Già il 30 settembre 1873, a pochi mesi dalla costituzione delle prime compagnie alpine, ne vennero formate altre 9.
Con il primo gennaio 1875 i “comandi di reparto” assunsero la denominazione di “comandi di battaglione” e furono contraddistinti dalla numerazione romana.

La grande estensione della frontiera alpina e l’ampiezza della zona di responsabilità assegnata a ciascuna delle 24 compagnie suggerirono il potenziamento del nuovo Corpo.
L’8 settembre 1878 i comandi di battaglione vennero portati da 7 a 10 e le compagnie da 24 a 36. Contemporaneamente a tale incremento, si assistette al riordino dell’intero corpo alpino per dargli una più razionale fisionomia. In tale contesto la 15^ compagnia con sede a Tolmezzo assunse una nuova numerazione diventando la 36^.

Nel 1882 si costituirono i primi 6 reggimenti alpini, e venne raddoppiato sia il numero dei battaglioni che quello delle compagnie alpine, che da 36 salirono a 72. In questo periodo si formò il Battaglione Val Tagliamento del 6° reggimento alpino.
Questo ultimo tipo di ordinamento, se da un lato consentì ai comandanti di reggimento di approfondire la conoscenza del proprio personale, poneva dei problemi a causa della disseminazione dei battaglioni lungo tutto l’arco alpino il che poteva ostacolare il loro impegno in caso di guerra. Per questo motivo tre anni dopo venne stabilito un nuovo riordino e una dislocazione più razionale dei battaglioni sul territorio.

Nel 1887 il 6° reggimento alpini che comprendeva ben 5 battaglioni tra cui il Val Tagliamento con sede a Gemona, venne sdoppiato dando vita al 7° reggimento. E, parallelamente, il corpo degli alpini enne ulteriormente incrementato nel numero delle compagnie e dei battaglioni. Ogni battaglione assunse una nuova denominazione, cioè quella della città sede dei rispettivi magazzini. In tal modo il battaglione Val Tagliamento diventò battaglione Gemona.

Ed arriviamo così al 9 maggio 1908. In tale data, nel contesto del 7° reggimento alpini, venne costituito il battaglione Tolmezzo.

Il primo ottobre 1809 il battaglione Tolmezzo, unitamente al battaglione Gemona ed a quello Cividale, concorsero alla costituzione dell’ottavo reggimento alpini il cui comando, con sede ad Udine, venne assegnato al Colonnello Antonio Cantore, il cui primo ordine del giorno così recita: «ricco delle tradizioni dei reggimenti alpini 1°, 2° e 7° dei quali provengono i reparti che lo compongono, con la cooperazione dei suoi ufficiali e della sua truppa, nel nome caro del Re e della Patria, oggi inizio la vita organica e lo spirito di corpo dell’8° reggimento alpini affidato al mio comando».

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915, i battaglioni alpini dettero un apporto considerevole in uomini durante tutto il conflitto.
Con l’anno 1919, cessate le ostilità, il numero dei battaglioni alpini decrebbe gradualmente.
Alla fine del 1935, per le esigenze connesse con la guerra d’Etiopia, venne costituito l’11° reggimento alpini.
Nel gennaio 1934 aveva fatto la sua comparsa, ad Aosta, la Scuola Centrale di Alpinismo Militare, per la formazione dei quadri, ai vari livelli, delle truppe alpine.

Nel maggio 1937 il corpo degli Alpini venne ancora una volta riordinato e si strutturò in 10 reggimenti e 31 battaglioni di cui uno distaccato alla scuola sopraccitata. (Note tratte da: AA.VV. “ Il battaglione alpini Tolmezzo  – Storia di un battaglione carnico – “ O LA’ O ROMPI” Ediz. Tipografia Moro A., Tolmezzo, II ed., 2004, pp. 15 – 23.)

Alpino artigliere da montagna con l’immancabile mulo. Immagine da: http://users.libero.it/gfuria/pontenizza/alpini_storia01.htm.

In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, che lasciò il Regio Esercito Italiano senza alcuna direttiva, abbandonate nella tormenta, in completo caos, reparti alpini in Italia e all’estero reagirono alle minacce tedesche combattendo, e molti soldati diventarono partigiani. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo il Trattato di pace, avvenuto a Parigi il 10 febbraio 1947, l’Italia repubblicana iniziò a riorganizzare e potenziare le sue Forze Armate.
In tale quadro, nel periodo 1949-1953, vengono costituite 5 Brigate alpine: 1ª Taurinense – 2ª Tridentina – 3ª Julia – 4ª Orobica – 5ª Cadore.
Le nuove Brigate alpine vennero inquadrate nei ricostituiti Reggimenti ricchi d’altissime tradizioni e di gloria, ma non furono ripristinati i: 1°, 3°, 9°, 11° Reggimenti alpini e il 4° Reggimento artiglieria da montagna. La struttura delle Grandi Unità alpine rimane invariata sino al 1975.
All’inizio del 1975, le truppe alpine, nell’ambito della ristrutturazione dell’Esercito, dovettero procedere allo scioglimento dei Reggimenti e alla riduzione d’alcuni supporti tattici e logistici. La nuova unità elementare (Brigata alpina) uscita dalla ristrutturazione, divenne uno strumento moderno, agile, particolarmente idoneo alla manovra e al passo con le esigenze richieste sul campo di battaglia. Nel 1991-1993, allo scopo di elevare l’efficienza operativa dell’Esercito alla luce dei rapidi e profondi cambiamenti verificatesi sullo scenario europeo, ripresero vita i Reggimenti. (Note da: http://users.libero.it/gfuria/pontenizza/alpini_storia01.htm).

Laura Matelda Puppini

 

 

http://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/alpini_julia.jpghttp://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/alpini_julia-150x150.jpgLaura Matelda PuppiniSTORIATolmezzo è imbandierata forse un po’ troppo, nel senso che fra coccarde e bandiere si sta un po’ esagerando, per l’adunata alpina del triveneto. Quando sento parlare di alpini ricordo mio nonno, il colonnello Emidio Plozzer, classe 1895, che combatté sul Pal Piccolo e sull’Ortigara, recuperandosi pure una pallottola...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI