Vorrei, mentre preparo per l’ennesima volta le valige, ritornare al tema a me tanto caro della sanità locale e nazionale. Ho letto sul Messaggero Veneto che l’Azienda Ospedaliera Udinese ha i conti in rosso anche per i farmaci pure oncologici salvavita, (“Spese per farmaci specialistici alle stelle Buco da 5,8 milioni all’azienda ospedaliera” in: Messaggero Veneto, 26 agosto 2019) ma, se leggiamo il Messaggero Veneto del 9 ottobre 2016, vediamo che allora ci narravano la stessa storia. Infatti troviamo un articolo intitolato: “Sanità regionale, conti in rosso per i farmaci”, (https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/10/09/news/i-farmaci-salvavita-affossano-i-conti-1.14221793), ove il contenuto rimanda a quello attuale, ripreso pure in: “Azienda sanitaria, rosso da 6,9 milioni a causa degli elevati costi dei medicinali” (Messaggero Veneto, 27 agosto 2019). Quindi non è certo una novità che la spesa per i farmaci di ultima generazione da quelli per l’epatite virale a quelli per la emofilia costino parecchio, (ma per grazia di Dio gli emofilitici non sono migliaia, presumo), il mistero è perché in questi tre anni nessuno abbia seriamente affrontato il problema, cercando una via di acquisto nazionale o tagliando, per far fronte a dette spese, gli sprechi e le spese superflue, che pare esistano ancora anche se non conosco la situazione a livello regionale, oppure accorpando quei reparti super specialistici che sono fonte di ampie spese, a fronte di non tantissimi interventi, dopo una fredda analisi razionale e nazionale. Questione di parrocchie e sagrestie? Forse sì, forse no, ma non è tempo di pensare ad orti ed orticelli, ed a separatismi. Invece che accade? Ci continuano ad annoiare con gli articoli replay, facendoci capire che la politica aziendale non cerca neppure una risposta al problema, ma ce lo ripropone tout court, una volta, due volte, tre volte. Allora, io se avessi un buco di bilancio a casa mia, mi rimboccherei le maniche e cercherei una soluzione logica e possibile, non certo quella del tappabuchi, che in sanità è invero pericolosa, magari confrontandomi con altri, e se ogni anno sforo, invece di fare lamentazioni periodiche, cercherei di studiare il problema globalmente, contestualizzandolo nell’insieme delle voci di bilancio. E prego il Messaggero Veneto, la prossima volta, di informarci come il manager della Ass4 e Asuiud intenda risolvere detto problema, senza pesare sui pazienti per i farmaci salvavita. Per inciso però , questi non sono problemi che un singolo può affrontare da solo, e ben vengano incontri con altre regioni e con esperti, e quelle analisi situazionali che non si vedono da anni, a fini di progettare, conoscere, capire.

Caliamo poi un velo pietoso di silenzio sulle ipotesi peregrine di Daniele Minerva, che ha scritto ben cose migliori (Cfr. Daniela Minerva: “L’ultima spiaggia: il dottore col cronometro” da RSalute. Medici come Cipputi?, in:www.nonsolocarnia.info) che su Live, allegato al Messaggero Veneto del 29 agosto 2019 e da obbligatoriamente acquistarsi con il giornale locale, scrive testualmente, relativamente agli antiacidi, da tempo sotto accusa non per inefficienza del prodotto ma perché fanno aumentare la spesa farmaceutica: «proviamo a chiedere al medico, quando ce li prescrive […] se possiamo farne a meno». (Daniela Minerva, Diciamo no ai farmaci scacciapensieri, Live, 29/8/2019).  E brava la Minerva, penso fra me e me, che grande ideona! Poi continua dicendo che, in fin dei conti, si potrà sempre prenderli quando il mal di stomaco si farà insopportabile. Oddio, e se intanto ti è venuta una esofagite, un’ulcera gastrica, ti si è riempita la bocca di simil afte, che sono magari erosioni da acido, e il tuo stomaco inizia a sviluppare una metaplasia? Tranquilli, avete fatto risparmiare soldini alla voce sanità! Perché cara Minerva, lo stomaco non fa dolori insopportabili ai più, e le gastriti sono spesso causate dalle vagonate di stress della vita moderna. Magari ce lo togliessero, e ci permettessero di riposare e di rilassarci, così da poter privarci di qualche antiacido o inibitore di pompa!

Inoltre la giornalista Minerva continua invitando a non prendere farmaci che abbassino il colesterolo, non si sa però se compreso il riso rosso fermentato che va per la maggiore, richiedendo magari agli infartuati di trovare un medico che tolga loro le statine: il tutto nella saga della scriteriatezza! Ma invece la nostra chiama questa “consapevolezza”, di che cosa non è dato sapere. E questa sarebbe la sua ricetta per permettere l’acquisto di farmaci salvavita! Ma forse la direttrice di Live, che è sempre Lei, Daniele Minerva, non sa che il problema è più complesso, e che questa ricetta, non da San Martino che dà metà del mantello al povero, ma praticamente tutto, presumibilmente non solo non risolverebbe il problema del costo dei farmaci salvavita, che la ricerca produce sempre più, ma riempirebbe pure di ulteriori malati gli ospedali già in affanno, con esiti catastrofici per tutti. Ed anche la teoria dell’uso risicato di antibiotici è pura follia, da far ribaltare Alexander Fleming nella tomba, perché si sa quali parametri e sintomi indicano infezioni ed anche quali esami fare per evidenziarle, e le infezioni sono patologie serie, maledettamente serie, che non si possono risolvere come le risolveva l’uomo di Neanderthal. Invece mentre una volta le infezioni venivano curate anche a domicilio con iniezioni, ora il medico di base, da cui comunque sei costretto ad andare mezzo moribondo, non volendo venire in casa, ti prescrive quattro pilloline, che quelle sì, essendo dose inadeguata, creano ceppi resistenti, e i microbi vanno a nozze! In compenso, però, di cure antibiotiche, per motivi di mercato, beneficiano i pulcini, i maiali, le vacche, ecc. ecc. degli allevamenti intensivi! (Batteri antibiotico-resistenti da animali a uomo. L’ uso massiccio di antibiotici nell’allevamento animale ed i pericoli per la salute umana, in : www.nonsolocarnia.info).
Inoltre sarà preferibile lasciar perdere subito altre belle idee, come quella che le infezioni da streptococco agalactiae, anche se evidenziate, non si curano se non nelle donne incinte, e che le infezioni nella donna si prevengono con il mirtillo rosso quando esso potrebbe in alcuni casi, per ben che vada, solo impedire l’adesività alle pareti dell’escherichia coli, ma anche, per mal che vada, creare una serie di problemi per iperacidificazione delle urine, e credetemi, non sono leggende metropolitane!

Ma per tornare a cosa si sa della sanità locale, a fronte della assoluta mancanza di informazioni dirette (tranne che per esempio io non ho potuto prenotare una visita specialistica perché le agende in Friuli erano chiuse), si legge sempre sul Messaggero Veneto di un documento informale regionale che circola fra gli addetti ai lavori, che non essendo ufficiale, vale quanto un mio foglietto di appunti da siti vari, da cui si apprende che all’ospedale di Tolmezzo si vorrebbe consolidare, se ben mi ricordo, il punto nascita, mentre mancano assolutamente posti sufficienti per medicina interna che tutto assomma, come da anni si va dicendo, manca il laboratorio analisi, che servirebbe pure per non aspettare 4 o 5 giorni l’esame di una pipì, che si sta meno ad utilizzare da soli gli stick, ma i medici giustamente vogliono esami di laboratorio. Inoltre vorremmo avere qualche notizia, sempre per quanto riguarda il nosocomio Tolmezzino, dato che il sito dell’Aas3 non riporta nulla, su come funzionino le chirurgie, su chi siano i medici che lavorano al nosocomio, quali dipartimenti siano ancora presenti, che servizi e prestazioni offra, e chi lavori all’interno della struttura in regime di libera professione. Il sito dell’Azienda Ospedaliera di Udine lo dice, quella di Trieste pure, anche se con la scusa di Insiel siamo passati da siti chiari a siti oscuri per la ricerca. Così va a finire che vai a cercare qualche prestazione sul sito di casa di cura città Udine, che almeno si capisce qualcosa.

Comunque il Messaggero Veneto, creandoci un crescendo di angoscia estiva, già aumentata dai reparti e dalle agende chiusi, dai medici e dal personale in ferie, dalle notizie sui farmaci che non si trovano più, e sui nostri conti domestici che tendono al rosso anche per le nuove spese sanitarie, il 14 agosto 2019 ha pubblicato un articolo, dopo mi pare mesi di silenzio, sull’Aas3 intitolato: “Conti ancora in rosso all’ Aas3 entro l’anno via 50 dipendenti”, firmato da Alessandra Ceschia.

L’articolo ci illumina sul fatto che, anche se si sono bloccate le sostituzioni del personale per contenere i costi, la spesa farmaceutica e le prestazioni sanitarie hanno portato ad un passivo di 3,5 milioni di euro in sei mesi, come mai Dio solo lo sa. Perché o il manager dell’Ass4 e Azienda Ospedaliera Udinese ha talmente ridotto le entrate per la nostra quasi defunta azienda facendoci capire cosa sarà il futuro, cioè una politica di tagli indiscriminati alla periferia e “la palla al solo centro”, o non si vede come si possa avere un passivo del genere, mentre continuiamo a sognare Benetollo. E mentre si invocano soldi per Udine, almeno così pare, l’Aas3 inesistente e commissariata, di cui per ora Tonutti ha detto di non volersi interessare perché deve mettere a posto i conti udinesi, se ho ben capito (https://www.youtube.com/watch?v=GmGPahcpxdc) «imbocca la strada dell’austerity», secondo Alessandra Ceschia, quasi non lo avesse già fatto prima, basta vedere il fu ospedale di Gemona morto e defunto. Ma io credo che Tonutti voglia anche tagliare il più possibile l’ospedale tolmezzino, mentre non si può, umanamente, in una situazione di sanità disagiata ed in affanno, tagliare ancora personale non dirigenziale. Ma quali sono le voci che hanno fatto andare in rosso la defunta Ass3, ora assemblata al Friuli centrale? Quella relativa all’acquisto di beni sanitari e di farmaci, problema nazionale, e quella relativa alla sfera socio assistenziale, ma qui si dovrebbe vedere perché. Cosa pensa di fare il manager di tutta la sanità friulana? Non sembra  proprio analizzare bene la causa di detta situazione, magari separando spesa sanitaria da socio assistenziale, ma revisionare, ridurre, tagliare, qui e là, “zac, zac”. O forse si pensa di ridurre la prescrizione di farmaci, e di far acquistare rosari, che costano di meno? E poi che si pensa nelle alte sfere? Forse che ora i medici prescrivono farmaci così a caso? E si è notato che i farmaci nella fascia a totale carico del ssn stanno riducendosi sempre più? E poi, Daniela Minerva, secondo Lei il paziente dovrebbe analizzare da solo i benefici rischi di un farmaco, e cercare di rinunciarvi, con il placet di un professionista che gli dia una pacca sulla spalla e gli dica: “Proviamo a farlo”, per sanare i conti pubblici? Mica viviamo nel paese delle Meraviglie di Alice. Ma sapete cosa significa tenere il colesterolo alto per non prendere una statina, o rischiare anche alterazioni al sistema immunitario, oltre che di “Tirâ su i scarpets” per dirla alla friulana, per limitare l’uso degli antibiotici, quando non sappiamo neppure, come ho scritto più volte che pesti ci saranno un domani, o che germi portano e porteranno a casa quelli che vanno in Medio Oriente a cercare magari non si sa quali emozioni, senza aver fatto le vaccinazioni di rito, o cosa ci riserveranno le mutazioni climatiche? Non da ultimo anche le vaccinazioni obbligatorie gratuite per i bimbi pesano sul bilancio delle Ass, ma secondo me sono importanti. E sembra che ora alcuni, che non si sa come si possano definire chirurghi, preferiscano dare farmaci piuttosto che operare, e i medici di base, di fatto, non fanno in genere neppure un taglietto ai loro pazienti. Eppure le operazioni servono e curano.

Altra ricetta proposta per far cassa: diminuire gli esami e le visite prericovero, con il rischio, dico io, di aumentare i morti in ospedale. Perché se magari a G. C., aldilà di altri errori, avessero fatto qualche accertamento in più prima di operarla ad Udine per una angiodisplasia del colon, comune nell’anziano, ed un esame radiografico immediato post- operatorio per vedere se era tutto a posto, forse sarebbe ancora qui a raccontarcela. E G.C. era fortemente cardiopatica ed aveva globuli bianchi  quasi costantemente tra 2000 e 3000, anche dopo ripetute trasfusioni, quindi prima di portarla in sala operatoria si sarebbe dovuto magari fare qualche ulteriore accertamento. Non si può morire così, non si può morire dopo una operazione per displasia al colon, e non per emorragia. E non voglio offendere alcuno, dovete credermi. E porto questo caso solo come esempio. E certamente un altro problema è quel ‘platâ dut, in sanitât», che non permette di conoscere ed analizzare gli errori e le manchevolezze, per migliorare e spendere in modo più oculato, e che toglie fiducia ai pazienti.

Ma per ritornare a noi, il Messaggero Veneto ha mai pensato che i problemi della sanità e dei suoi costi non siano solo locali ma anche nazionali, e che in tal senso siamo in buona compagnia e che magari qualche tipo di soluzione l’hanno cercata anche altri, come pure per tagliare le liste di attesa? Ma come le si può tagliare, se si taglia il personale? Mistero.
Inoltre i lettori del noto quotidiano che risiedono in Aas3 semi defunta, potrebbero pensare o come l’anziano di Zovello sintetizzabile in “Quando verrà, verrà”, che evidenzia un aspetto deterministico, o di cercare soluzioni concrete nel privato od altrove, con il risultato di creare ancora meno benessere economico all’Ass ora accorpata a quella del Friuli centrale, mentre i problemi della sanità nella città di Udine ed in pianura sono diversi da quelli della montagna. (Cfr. Gianni Borghi su: “La nuova proposta per la salute in territorio montano”, in: www.nonsolocarnia.info).

Per scrivere questo testo, poi, ho smanettato un po’ nei soliti siti a me cari, ed ho trovato che viviamo in Italia gli stessi problemi in sanità, di cui il primo è lo scarso finanziamento, che rischia di far scricchiolare l’intera struttura del sistema sanitario nazionale. Ero partita da Gutgeld e Telesca, e siamo ancora lì. E dagli anni delle vacche grasse in sanità, siamo passati a quelli delle vacche magrissime, che muoiono per fame, perché sono restate senza alimento. E come non dar ragione a chi, su “Il Fatto Quotidiano”, del 12 settembre 2016 ha intitolato un articolo di Thomas Mackinson: “Sanità, salva i conti prima dei pazienti: il diritto a cure adeguate messo a rischio dalla corsa al risparmio”? L’articolo poi mette in guardia dalle centrali uniche di acquisto in sanità, che attuano la logica del ribasso della spesa, e così inizia: «Una foto, un tessuto, due cerniere. La prima è il prodotto di una “pinzatrice” cinese che costa circa 150 euro e per questo va per la maggiore, nonostante il risultato. L’altra è occidentale, costa almeno il doppio, e per questo fatica a stare sul mercato delle pubbliche forniture, nonostante la resa e la tenuta siano visibilmente migliori. La fotografia del problema parte da qui. Perché quelle non sono cerniere dei jeans: sono punti metallici per la sutura dopo un intervento chirurgico. Quella foto, in altre parole, tocca la carne stessa degli italiani. Al pari di defibrillatori, valvole cardiache, pompe di insulina per i diabetici, stent e altro ancora». – A questo porta il gioco al ribasso, che non è solo della spesa, ma anche del servizio – penso fra me e me.

«Un grande discount della salute, – continua l’articolo appena citato – senza più limiti. È il rischio che corre l’ultimo tentativo di razionalizzare la spesa pubblica. Dopo anni di tagli lineari e spending review la forbice passa oggi per 33 “centrali d’acquisto”, in sostituzione di 35mila stazioni appaltanti, che sono ormai il fulcro del processo decisionale di approvvigionamento di beni e servizi nella pubblica amministrazione. Dopo due anni di gestazione, la riforma è operativa da gennaio: per legge, le nuove centrali (21 regionali, una nazionale, 9 città metropolitane e due province) esperiscono gare in base a criteri individuati da Consip con gare unificate a livello nazionale. Le centrali d’acquisto regionali (Arca) li utilizzano poi come parametro per le loro procedure d’acquisto. Un meccanismo che – nelle intenzioni – punta a migliorare la trasparenza nel mercato delle forniture e ridurre i costi con economie di scala» (Ivi) ma che «finisce per attribuire al prezzo un peso ponderale sproporzionato rispetto alla componente qualititativa». (Ivi). E lo sbilanciamento deriva pure dalla genericità dei capitolati che si limitano a indicare caratteristiche tecniche “di base”, senza dettagliare sub-criteri qualitativi e tecnici, così da consentire a chiunque di parteciparvi, grandi e piccoli che siano, perché tutti li raggiungono. (Ivi). «La vera gara, a quel punto, si gioca solo ed esclusivamente sull’offerta economica più vantaggiosa. Il risultato è un profluvio di procedure d’acquisto dove a vincere sono proprio produttori, terzisti o rivenditori di marchi d’importazione che propongono materiali e dispositivi di prezzo e qualità inferiori. Che poi però finiscono in sala operatoria: dalla valvola cardiaca al defibrillatore». (Ivi). Ma basta che ci siano, ma basta che costino poco, ma …. A questo porta l’ottica dei conti. Ma poi magari c’è la direttiva europea 2014/24/UE, che introduce modalità innovative nella interazione tra Pubblica amministrazione e fornitori, come il cosiddetto “dialogo competitivo”, che punta a tutelare l’innovazione nei sistemi, proprio al fine di trovare la soluzione più adeguata in termini di qualità e di prezzo e non solo di prezzo, (Ivi) ma in Italia viene applicata?

Ed anche nell’ attuazione del Lea, non stiamo proprio bene. «Intanto secondo la Fondazione Gimbe, […] nel nostro paese i livelli sanitari di assistenza […] spesso sono garantiti solo sulla carta e le famiglie sono costrette a spendere sempre di più a causa degli sprechi e delle inefficienze di un sistema che sta “cadendo a pezzi”. La colpa, si scrive nel rapporto presentato oggi in Senato, è soprattutto della politica. Nel periodo 2010-2019 sono stati tagliati 37 miliardi di euro a fronte di un incremento del fabbisogno sanitario nazionale”, lamenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, secondo cui la situazione non migliorerà nel futuro prossimo. “Il Def 2019 riduce il rapporto spesa sanitaria/Pil dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e 6,4% nel 2022 e l’aumento di 8,5 miliardi in tre anni previsto dalla legge di bilancio 2019 è subordinato alle ardite previsioni di crescita». (https://www.wired.it/lifestyle/salute/2019/06/11/sistema-sanitario-italia-cade-pezzi-report-gimbe/).

Non solo: non a caso l’articolo da cui ho preso queste frasi intitola e sottotitola: «Il sistema sanitario italiano sta “cadendo a pezzi”. Lo dice un report della Fondazione Gimbe, secondo cui l’Italia spende troppo poco e spreca molto. E per questo motivo oggi molte cure essenziali non sono più garantite». (Ivi). E sempre secondo il rapporto Gimbe «l’Italia spende poca e spreca molto: circa 21 miliardi. A pesare sul bilancio sono l’inadeguato coordinamento dell’assistenza, le inefficienze amministrative, il sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate, e le frodi e gli abusi che spesso fanno sì che vengano acquistati prodotti con prezzi eccessivi». (Ivi). Ed ancora: «secondo la Fondazione Gimbe, dietro questo collasso del sistema sanitario nazionale c’è soprattutto una cronica mancanza di fondi. “L’Italia siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale”, dichiara Cartabellotta. “E così, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili». (Ivi). E mi vengono alla mente da un lato due uomini di una certa età che discutevano in autobus ad Udine sulle meraviglie della tecnica in sanità, pensando che comunque ora morire é molto più difficile anche in presenza di malattie gravi, e dall’altra il signore anziano di Zovello, già da me citato, che mi diceva: «Noi abbiamo il medico di base 2 ore sole a settimana a Zovello, e talvolta vengono anche da Cercivento, ove è qualche altra giornata. Io, signora, per ora sto bene e finché sto bene …», dove il finale è più eloquente di ogni parola. (Cfr. http://www.nonsolocarnia.info/sanita-in-montagna-verso-il-nulla-targato-risparmio/).

Già perché un altro problema è che fra un po’ mancheranno pure i medici di base, che avevano una professione ambita ma ora non più, e nel prossimo decennio, secondo Mario Vella, un terzo degli italiani non potrà più fare riferimento al medico di famiglia. (http://www.vita.it/it/article/2019/07/03/effetti-collaterali-delle-carenze-della-sanita-pubblica-in-italia/152096/). Infine non si può dimenticare la tendenza che si potrebbe instaurare lentamente a rinunciare alle cure per le difficoltà varie presenti nel ssn e nei ssr che dovrebbero essere aboliti non potenziati perchè generano il caos, ed un turista pur con prescrizione medica, potrebbe trovarsi, in regione diversa da quella di residenza, a dover pagare un farmaco salvavita od a non poterlo acquistare per qualche balzello. E vorrei sapere se i parlamentari hanno ancora tutte le cure gratis sia per sè che per i propri familari, perchè se si tagliasse detto privilegio sicuramente qualche euro in più si ricaverebbe. Non da ultimo io sostengo in modo ferreo il ssn, ricordando che se siamo finiti in vortici di debiti in sanità è stato a causa delle regioni.  

Non da ultimo, il fabbisogno sanitario degli italiani cresce e si ridefinisce per invecchiamento e cronicità mentre la sanità pubblica subisce una continua erosione e, non potendo coprire tutto il fabbisogno sanitario, raziona l’offerta delle prestazioni. Il SSN deve perciò essere riorganizzato, sulla base di un modello multi-pilastro, con nuove regole ed operatori che possano preservare i fondamentali del nostro Sistema Sanitario, garantendo una risposta universale e tutelare il diritto alla Salute anche per le future generazioni. (Ivi).

Vi è chi invoca la costruzione di mutue della salute, con versamento di quote pro-capite, sistema valido ai primi Novecento ma che ora creerebbe grossi problemi, anche causati da precarietà lavorativa che non permetterebbe a molti di pagare le quote, e da chi dovrebbe scegliere il rimborsabile o meno ed a chi, e che non fa che proporre in altra forma le assicurazioni, infatti dette mutue, ipotizzate, vengono chiamate una forma di sanità integrativa, e quindi da scartare nell’ottica del mantenimento di un ssn. (http://www.vita.it/it/article/2019/07/03/effetti-collaterali-delle-carenze-della-sanita-pubblica-in-italia/152096/). Inoltre faccio presente che noi lavoratori abbiamo pagato continuativamente e mensilmente le nostre quote per il ssn, che viste ora, sono state un pessimo investimento.

Inoltre non si sono ancora risolti i problemi dei pronto soccorso, che non possono esser sanati con azioni deterrenti all’uso degli stessi stesso, ma con ambulatori per i codici bianchi, da me proposti già nel 2006,  e una efficiente sanità di base, per la quale però si prevede un crollo dato dall’assenza di personale disposto a coprire detto ruolo. E così anche «Quest’anno, a latere dell’ulteriore aumento delle disparità regionali, in termini del costo dei ticket e delle liste di attesa e della spesa sanitaria privata nel 2018 (lievitata del +7,2% in termini reali rispetto al 2014 a fronte del -0,3% della spesa sanitaria pubblica) è emersa un ulteriore effetto comportamentale (sempre a causa dell’accentuarsi dei dati negativi): il ripiegamento degli italiani nel Pronto Soccorso (anche in caso di non emergenza), a cui si è rivolto il 38,9% degli italiani perché non erano disponibili altri servizi come il medico di medicina generale, la guardia medica o l’ambulatorio di cure primarie; il 17,3% lo ha fatto perché ha maggiore fiducia nel Pronto Soccorso dell’ospedale rispetto agli altri servizi e solo il 29,7% si è rivolto al Pronto Soccorso per una condizione di effettiva emergenza e di bisogno». (http://www.vita.it/it/article/2019/07/03/effetti-collaterali-delle-carenze-della-sanita-pubblica-in-italia/152096/).

Ed i manager ed i politici dovrebbero leggere attentamente la parte del rapporto Gimbe  che così recita: I Governi « hanno considerato la sanità come un costo e non come un investimento per la salute e il benessere delle persone, oltre che per la crescita economica del Paese; hanno ridotto il perimetro delle tutele pubbliche per aumentare forme di sussidio individuale […]; hanno permesso alla politica partitica (politics) di avvilupparsi in maniera indissolubile alle politiche sanitarie (policies), con decisioni condizionate da interessi di varia natura; hanno fatto scelte in contrasto con il principio dell’health in all policies, che impone di orientare tutte le decisioni politiche – non solo sanitarie – ma anche industriali, ambientali, sociali, economiche e fiscali, mettendo sempre al centro la salute dei cittadini; hanno accettato troppi compromessi con l’industria, […]». (Gimbe, 4° Rapporto sulla sostenibilità del servizio sanitario nazionale, 2019, p. 2).

Ed in chiusura rimando ai miei : “Considerazioni sul bilancio consuntivo dell’Aas3 per il 2017”; FVG. AAS3 E SANITÀ IN MONTAGNA; Fvg. Ospedali marginali, fra “polvere di stelle” e macete; ed ad altri che potete trovare alla voce “Economia, servizi, sanità”, in www.nonsolocarnia.info. 

Chiedo subito scusa sia a Daniela Minerva che al manager dell’Ass “Friuli Centrale Tonutti, ed eventualmente ad altri che si sentissero troppo criticati per quanto ho scritto, ma non era mia intenzione offendere alcuno, solo porre problemi sul tappeto, in scienza e coscienza.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: https://www.tpi.it/2019/01/17/malasanita-ospedale-sessa-aurunca-caserta/. Laura Matelda Puppini

 

 

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