Introduzione.  

Io trovo molto belli i racconti di Francesco, perché aprono la mente a paesaggi, culture, realtà, spesso a noi sconosciuti, attraverso l’esperienza diretta, non attraverso immagini in patinata e qualche testo trovato qui e là. Vi invito pertanto caldamente a leggerli, per non chiudere la mente in una visione friulan – lumbard – italiano centrica, condita da più di un pizzico di neoliberismo, come vi invito, con lo stesso spirito, a visitare a Roma l’interessantissimo Museo delle Civiltà – Museo Preistorico Etnografico ‘Luigi Pigorini’ all’Eur. Laura Matelda Puppini

«Ad Aminata Traoré, la voce del Mali.

Il Mali è immenso. Immensa la sua geografia, la sua storia, la sua cultura. Quasi metà del Mali è un immenso deserto, il Sahara. Anche la povertà è immensa come il deserto, e non tutti i bambini arrivano ai cinque anni.

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Ho trascorso in Mali una quarantina giorni, trenta a Manantali per lavoro, e dieci in giro, un tempo sufficiente per rendermi conto della vastità del paese, ma non per conoscerlo.                                                                

Arrivo di sera a Bamako ‘lo stagno del caimano’ in lingua Bambara (1), la capitale, con un volo Air France da Parigi. L’ ‘Hotel De L’Amitié’ è un albergo moderno senz’anima e personalità, salvato solo dalla posizione, che dona una vista spettacolare sul fiume Niger, sotto un cielo stellato.

Appena sveglio mi affaccio al balcone: il sole è già alto nel cielo. Di fronte c’è il fiume, chiaro e calmo; in basso i giardini verdi e gli alberi di palma alti ed immobili. Di là del fiume il profilo della città si confonde in una leggera nebbia tropicale. L’aria di questa Africa è tiepida, non ancora infuocata, ma tra poco inizierà il calore, mentre la stagione delle piogge è lontana.

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Per andare a Manantali prendo il treno per vedere un pezzetto minuscolo di Mali. Un proverbio dice: «Meglio vedere una volta con i propri occhi che ascoltare cento volte». Ad ogni stazione donne in ‘boubou’ colorati offrono riso con verdure, frutta ed acqua. Le ore del viaggio procedono lentamente, come il treno.                                                                            

Manantali è incastonata tra montagne, fiume e foreste, ed offre alla vista un contrasto architettonico tra i tetti a punta delle capanne rotonde in bambù e le case del cantiere. I tetti delle capanne mi ricordano i cappelli vietnamiti: ho lasciato il Viet Nam da poco.
Per me Manantali è letteratura poliziesca, lavoro, acqua, è la diga che produce elettricità, anche per il vicino Senegal, sbarrando il corso del Niger e del Senegal.  

Il fine settimana visito i dintorni fatti di laghi, fauna selvaggia, villaggi. Le sere leggo i gialli che mi sono portato dall’Italia, ma li termino in un paio di settimane. Un collega francese, Jean-Philippe mi impresta un libro con due romanzi polizieschi, L’assassin du Banconi’ e ‘L’honneur des Keïta’ di uno scrittore maliano, Moussa Konaté. Oltre che polizieschi i due romanzi sono un ritratto della società del Mali. Il primo racconta le credenze popolari, l’influenza dei ‘marabout’ e, soprattutto, i metodi di tortura della polizia politica. Il secondo è imperniato sul racconto della vita di una famiglia in un villaggio: un clan chiuso con pesanti segreti. In certo senso per me rappresentano un’introduzione al paese dove sto trascorrendo alcuni giorni.

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L’oro del Mali è la ricchezza del paese, come del resto lo era ai tempi dell’Impero del Manden.
A Manantali, nel quartiere Bamako-Coura in centro città, vi sono decine di orefici che vendono gioielli di produzione artigianale maliana. Molte sono ancora le miniere d’oro nel Mali, ma appartengono, in genere, a stranieri.

Con un aereo privato volo da Manantali alla miniera di Syama, 300 chilometri a sud-ovest di Bamako. Mi porta là l’interesse a comprare due sonde che sono state importate per il consolidamento della diga di Manantali, ma che possono essere utilizzate pure per sondaggi con la tecnica “a diamante”. A Syama il rumore assorda giorno e notte, e fa davvero molto caldo, mentre le perforazioni individuano l’estensione del deposito d’oro. Gli strati estratti vengono poi analizzati, ed una fabbrica rompe il minerale recuperando circa un paio di grammi d’oro per tonnellata.

Mentre in miniera e nella fabbrica lavorano neri, maliani e africani, l’unico luogo frequentato quasi solo da bianchi è il Bar Gold: un caffè dove si beve birra e dotato di una piscina, un biliardo ed aria condizionata.
La miniera, già sfruttata, è ormai un grande mare di fango, profondo due o tre metri. Ogni tanto l’oro estratto prende il volo, ma non tutto atterra a Bamako, città musulmana.

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Quando ritorno a Bamako vado ad abitare di nuovo all’Hotel De L’Amitié, ed il canto un muezzin, con la prima preghiera del mattino, mi dà il buongiorno. Il sole non è ancora sorto, e l’alba mi trova a far colazione sulla terrazza dell’albergo.

Per andare in centro attraverso il Niger. Vi è un lungo ponte, a Bamako, che un cartello dice chiamarsi ” Pont du Gardien du Lieux Saints de l’Islam” ma che è più noto come “Pont de Roi Fahd’, perché dono del re saudita, ed in precedenza come “2e pont de Bamako”. (2).
Sui muri della città albergano scritte: “Viva l’Islam”, ” Abbasso la pornografia”, “Chiudere tutti i bar e i night club”, “Allah Akbar”. Bamako però è colorata, nelle strade si sente musica e si odono canzoni anche sensuali, le donne non portano il velo, possono avere le spalle nude e alcune ragazze indossano minigonne. Nei mercati si vendono molti ‘gris-gris’, amuleti vudù che proteggono dalla sfortuna e attirano la buonasorte, niente a che fare con l’Islam, ma con religioni etniche. Insomma, Bamako non sembra per niente ad una città musulmana dell’Arabia Saudita.

Ed il Mali è anche musica e canto, ed ogni gruppo etnico ha la sua musica ed i suoi canti, che accompagnano, tradizionalmente, tutti gli eventi della vita.

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Prendo il treno per Manantali alla stazione di Bamako per fare ritorno alla città che mi ospita. Nel 1970, nel buffet del Station Hotel, fu fondata la ‘Rail Band’ divenuta poi la ‘Super Rail Band’ tappa fondamentale per Salif Keita, l’albino, detto the Golden Voice of Africa e Kante Manfila, il chitarrista nero originario della Guinea e leader del gruppo ‘Les Ambassadeurs’. Quando ritorno a Bamako compro diversi cd di Salif Keita, che mi propongo di ascoltare per conoscere, per capire … per gustare …

Il francese, Jean-Philippe, che mi ha prestato i due romanzi di Moussa Konaté, mi parla del cinema del Mali, che si è sviluppato dopo l’indipendenza ed in particolare nel periodo socialista cioè dal 1962 al 1968. Poi la dittatura militare ha condizionato, ma non completamente, la libertà d’espressione anche filmica. I film hanno temi vari, ma profondamente radicati nella cultura e nell’ambiente socio-politico del Mali.
Jean-Philippe mi fa il nome di alcuni cineasti: Souleymane Cissé, Cheick Oumar Sissoko ed altri, che mi segno.

A Bamako leggo regolarmente sui quotidiani i film che proiettano nei cinema della città, il ‘Rex’, vicino alla stazione, il ‘Soudan’, il ‘Babemba’. Tutti proiettano film americani con sottotitoli francesi o doppiati in francese.
Visito pure il ‘Centre français de documentation de Bamako’ presso l’ambasciata di Francia, ma, al momento, danno solo film francesi di qualità. Casualmente compro la video cassetta di un vecchio film di Cheick Oumar Sissoko, ‘Nyamanton ou la leçon des ordure’. È un film per ragazzi, con protagonisti due giovani, fratello e sorella, costretti a lavorare per potersi comprare un banco a scuola. Il fratello raccoglie immondizie. La trama si svolge a Bamako e ed è una forte denuncia delle condizioni di vita nei quartieri poveri della città.

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Quindi il mio viaggio prosegue a Ségou, Mopti, importante porto fluviale, Djenné, la “città di fango”. (3). Ségou si trova a nord-ovest di Bamako, a circa 200 chilometri. A tratti, lungo la strada sui lati, si vedono alberi verdi, che contrastano con un paesaggio di terra color ocra e di sabbia rossa.

La visita a Ségou è un viaggio nel passato coloniale. Gli edifici pubblici, il municipio, la caserma, l’ospedale, la cattedrale appartengono all’architettura coloniale dai colori delicati: giallo dorato, arancione, azzurro. Anche le abitazioni, spesso a due o tre piani, e le ville sono costruzioni che risalgono a quando il Mali era Sudan francese. Non è difficile immaginare come i francesi vivessero qui comodamente: la siesta nel pomeriggio, ricevimenti la sera con abiti lunghi e smoking tropicali, camerieri in livrea.

Ma ora tutta Sègou è in uno stato di abbandono. Il Niger, è sempre là, presente: in una strada che porta al fiume, in un portone aperto che dà su un cortile, in una sala cinematografica dell’epoca coloniale, sulla spiaggia del fiume. I muri che recintano il cinema sono gialli, i banchi e lo schermo sono in pietra ancora intatta, la sala di proiezione è piccola ed in mattoni. Lì, un tempo, venivano proiettati film francesi con Jean Gabin e Michelle Morgan, ora, forse, se il tempo e le piogge lo permettono, si possono vedere film americani, indiani, di Hong Khong.

A Mopti mi fermo un paio di ore per guardare un edificio, un centro di ricerca e di formazione, creato da un architetto italiano, Fabrizio Carola (4), che ha pure progettato il Mercato delle Erbe Mediche a Bamako.
Carola mi appare interessante perché non usa materiali che contribuiscono alla desertificazione, ed il suo sistema costruttivo si basa sull’esclusivo utilizzo di strutture funzionanti per compressione: archi, volte e cupole.

I materiali sono pietra locale per la piattaforma, mattoni di terra cotta per gli archi, le volte e le cupole. Gli archi e le volte sono stati costruiti con l’aiuto di forme di legno fatte sul posto, e la costruzione è essenziale, priva di rifiniture, e costa certamente poco. Sono colpito per il sostanziale disinteresse in Mali per le costruzioni di Fabrizio Carola: originali, rispettose dell’ambiente, ma ben poco replicate.

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Djenné è una città-monumento storico, circondata dalle acque del fiume Bani, e si raggiunge in traghetto.
È isolata, e mi chiedo se il secondo millennio, che nel resto del mondo sta terminando, sia arrivato sin qui. Vi è una sola linea telefonica che non sempre funziona, la posta arriva e parte una volta alla settimana, con irregolarità. Non c’è nessuna parabola per captare segnali, che pure esistono in Mali.

Djenné richiede tempo per conoscerla, ed io vi ho trascorso solo poche ore, l’ho solo velocemente guardata, ed ho letto poco e nulla su di lei. È una domenica pomeriggio, quando vi giungo, e Djenné è abitata solo dal calore.

Ritorno il giorno dopo, lunedì, giorno di mercato.
La spianata di fronte a una maestosa moschea si riempie, come per incanto, di vita e colore, e
per lo più donne, vendono di tutto. Le più giovani hanno gioielli e sorridono. Le merci arrivano, da sud e da nord, in piroghe zeppe di cotone, riso, pesci, noci di cola.
Al mercato si possono comperare pure montone grigliato e thè alla menta che riempiono del loro odore ogni cosa, e si possono incontrare tuareg, vestiti di blu, che vendono oggetti d’argento. La musica che esce da radioline riempie l’aria.

Cammino un po’, con una guida, per le stradine di un quartiere della città. Le case sono tutte in mattoni di terra cruda color ocra, l’architettura è omogenea. Rimpiango di non avere con me una macchina fotografica. Me ne vado presto, un po’ dopo il mezzogiorno, ma prima di lasciare Djenné, la guida mi racconta la leggenda della fondazione della città, databile intorno al 1200. Gli dico di parlare piano, mentre traduco e scrivo le sue parole su un quaderno.

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Djenné era un tempo un villaggio ove convivevano contadini ‘Bobo’ e pescatori ‘Bozo’. Dopo la distruzione di Koumbi, capitale del regno di Wagadu, i ‘Soninké’ si stabilirono a Djenné.

Non volendo tetti di paglia, volevano costruire case in muratura. Ma ogni volta che innalzavano un muro, raggiunta una certa altezza, l’argilla si trasformava in sabbia e le pareti crollavano. Ora bisogna dire che i costruttori si erano impegnati a erigere un recinto per proteggere il loro luogo di residenza dalle aggressioni, ma non riuscivano a portarlo a termine. A questo punto fu consultato un oracolo, per scongiurare quello che si riteneva un incantesimo malvagio. Questi disse che semi umani (sperma) avevano inquinato l’acqua del fiume, facendo adirare gli spiriti dell’acqua, e che era necessario un sacrificio umano per ristabilire l’ordine. L’oracolo disse che Tapama, una giovane ‘Bozo’, doveva essere murata viva in modo che le pareti reggessero.

La designazione della ragazza provocò un sentimento di dolore, costernazione e pena, ma i genitori di Tapama accettarono la decisione dell’oracolo con orgoglio: per loro la scelta del sacrificio della loro figlia era un motivo d’onore. Per questo la madre di Tapama incoraggiò la giovane a sacrificarsi con dignità e onore. Il sacrificio doveva avvenire il settimo giorno del mese lunare.

Nel giorno stabilito, mentre le ragazze che l’accompagnavano piangevano, Tapama cantava: «Che onore per me! Ah, che onore! Sono orgogliosa di morire per il mio villaggio. Orgogliosa di morire per prosperità del mio villaggio. Domani il mio nome sarà onorato. Il nome di mio padre sarà onorato. Il nome di mia madre sarà onorato. Sono orgogliosa».

I muratori erano al lavoro e aspettavano la ragazza per murarla viva. Tapama era vestita come una principessa e fu consegnata ai muratori. Vennero cantati i meriti del padre, Kalifa Djenepo, e della madre della ragazza.

Tapama ora piangeva e il fiume si infuriò, le acque strariparono. Le pareti si sciolsero sotto la furia delle acque. I muratori non si scoraggiarono e ripresero la costruzione del muro. Quando le pareti raggiunsero le ginocchia della ragazza, le sue lacrime si mescolarono con le acque e le pareti crollarono di nuovo.
E ciò accadde più volte, finchè i muratori riuscirono a erigere la parete sino al collo di Tipama.
Allora Tipama Djenepo smise di piangere, fu murata e morì. Il lutto durò sette anni, sette mesi e sette giorni.  La tradizione dice che ogni volta che qualcuno canta la canzone di Tapama, conosciuta come ‘Canzone di Mezzanotte’, a Djenné, si sente il respiro della ragazza.

Ella è ricordata come la giovane vergine martire di Djenné.

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Non ho tempo per visitare i paesi dei Dogon e Timbuctù e men che meno il Sahara. In un piccolo museo di Bamako vedo esposti maschere, costumi, foto della gente, della falesia e dei villaggi dei Dogon. Compro ‘Les Dogon du Mali’ di Gérard Beaudoin. Lo sfoglio quanto basta per capire che la terra dei Dogon è un universo a parte non solo dal Mali africano, ma da tutto il mondo.

Per quanto riguarda Timbuctù, leggo della città su di una rivista culturale maliana, della sua sinagoga, del mercato e del cimitero ebraici, della biblioteca, dell’università e delle sue moschee, arti, musiche, danze.

A poche ore di cammello o di fuoristrada c’è il Sahara, quasi la metà del Mali. Il Sahara è abitato dai tuareg che non sono maliani, ma popolo a sé. Non conoscono confini e limiti territoriali, e non è difficile vederli a Bamako o in altri luoghi mentre vendeno gioielli in argento.

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Di notte, sull’aereo che mi riporta in Europa, a 11.300 metri di altezza, penso a quello che porto con me. Dal Mali porto una maschera in legno Dogon, che in Italia scopro rosa, all’interno, dai tarli, i cd di Salif Keita, la videocassetta di ‘Nyamanton ou la leçon des ordures’ di Cheick Oumar Sissok, il libro ‘Le Dogon du Mali’, una guida turistica, molti ricordi e il rimpianto di doverlo abbandonare.

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Tempo dopo aver lasciato il Mali, compro e leggo ‘Le viol de l’imaginaire’ di Aminata Traoré.

Ho sentito parlare molto a Bamako, di Aminata Traoré, per il ruolo politico di ministro della cultura e per il suo impegno sociale nel quartiere popolare di Missira dove ha fondato il centro culturale ‘San Toro’, che ha, pure, una galleria artistica che espone sculture, quadri, costumi maliani.

Lo scopo del libro è analizzare il ruolo della globalizzazione nel creare povertà, ma nei primi capitoli Aminata Dramane Traoré ricorda l’indipendenza del 1960. Sono ricordi personali di una adolescente, ma anche ricordi storici. Dopo l’indipendenza il governo di Modibo Keita tentò di costruire una società socialista. Il tentativo fu fatto fallire dall’interno e dall’esterno, con in prima fila l’ex paese colonizzatore, la Francia, inferocita per la nazionalizzazione di imprese dove aveva interessi. Politici ed economisti liberisti francesi, o filo francesi, definirono il governo di Modibo Keita una dittatura e la sua economia disastrosa. Il Mali visse quello che vissero gli tutti gli altri stati africani, che con l’indipendenza sconfissero il colonialismo, ma dopo furono riconquistati dal neocolonialismo.

Questo mi porta a riflettere sul destino dei popoli che non riescono a riprendere la loro libertà ed il loro rapporto con il territorio a causa del mondo degli affari, che ha rotto e spezzato esperienze secolari, creando poi anche migrazioni epocali, origine di conflittualità crescenti e di nuovi ‘razzismi’».

Francesco Cecchini

(1) Per il significato di Bamako, cfr. http://www.inognidove.it/mali-senegal-guinea-bissau/.

(2) Per il secondo ponte di Bamako, cfr. Rénovation du pont Fadh: L’Arabie saoudite pose ses conditions in: http://www.afribone.com/spip.php?article23047.

(3) Per Djenné, la “città di fango”, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Djenn%C3%A9.

(4) Per Fabrizio Carola cfr. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/08/27/fabriziocarola.html e https://www.architetturaecosostenibile.it/architettura/progetti/nel-mondo/fabrizio-carola-africa-cupole-terra-cruda-architetto-napoletano-090/

(5) Per la leggenda di Tapama, cfr. anche https://fr.wikipedia.org/wiki/Tapama_Djenepo, su cui, però, vi sono solo due righe. La leggenda è a mio avviso molto interessante per comprendere il modo di procedere dei costruttori di Djenné. Essi non riescono a costruire un muro solido ed appena cercano di salire in altezza, il muro crolla, forse per un errore nell’impasto dei mattoni, forse per mancanza di collante fra gli stessi. Con gran fatica, ogni volta che il muro crolla, riprendono da capo, studiando come migliorare la situazione, finchè, prova e riprova, infine giungono a realizzare un muro alto fino al collo della ragazza, ed allora prendono coscienza che non crollerà più e che hanno raggiunto il loro scopo e risolto i problemi tecnici che li angustiavano. Ed un risultato del genere vale per loro un sacrificio umano.

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Ricordo infine ai lettori gli altri racconti di Francesco Cecchini pubblicati su www.nonsolocarnia.info:

Francesco Cecchini. Vivere il Perù.

Francesco Cecchini. Feng Shui a Sai Gon.

Francesco Cecchini. Rosso Bombay

Francesco Cecchini. Tango ad Asunción.

Francesco Cecchini. Camila O’Gorman e Ladislao Gutierréz: un amore tragico nell’Argentina dell’ 800.

Francesco Cecchini. C’era una volta in Algeria …

 

Introduzione, note e grafica di Laura Matelda Puppini.

L’immagine che accompagna il racconto rappresenta la moschea di Djenné in un momento di mercato, è stata scattata da Mario Matteuzzi, ed è tratta, solo per questo uso, da http://www.fabiolottero.it/Djenne%20mercato.JPG.

Laura Matelda Puppini.

 

 

 

 

 

 

 

 

https://i2.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2018/01/Djenne-mercato.jpg?fit=1024%2C768https://i2.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2018/01/Djenne-mercato.jpg?resize=150%2C150Laura Matelda PuppiniARTE E FOTOGRAFIAIntroduzione.   Io trovo molto belli i racconti di Francesco, perché aprono la mente a paesaggi, culture, realtà, spesso a noi sconosciuti, attraverso l’esperienza diretta, non attraverso immagini in patinata e qualche testo trovato qui e là. Vi invito pertanto caldamente a leggerli, per non chiudere la mente in una...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI