Introduzione.

Nel 1984 uscivano gli atti del convegno “Una scuola per la pace” del Comitato Friulano per la pace (1), che seguiva quello dell’anno precedente “Friuli terra di guerre – Friuli terra di pace”. Ora se non agli incontri del meritevole centro ‘Balducci’, non si sente più parlare del Friuli terra che propone la pace, che educa alla pace, ma ci fu un tempo in cui non era così. Era l’anno in cui nasceva la mia piccola Annalisa, ora a sua volta madre, ed uno dei relatori a questo seminario era mio padre, l’ispettore scolastico Geremia Puppini.

«L’istituzione scolastica è stata e rimane, per molti aspetti, strumento privilegiato per garantire e riprodurre le “culture di guerra”» (2) si legge nel Manifesto di presentazione dell’incontro, sia quando induce il convincimento che la violenza sia un dato di natura non eliminabile, e che la guerra sia fatto normale, ricorrente e inevitabile, sia quando «suggerisce, attraverso la consuetudine con i simboli del militarismo, l’identificazione fra forza e ragione, ed induce ammirazione per i vincitori e disprezzo o solo pietà per i vinti» e che i valori per antonomasia siano quelli occidentali (3).

Le domande che il convegno poneva ai relatori erano molte e fra queste: «Come far sì che in Friuli la scuola possa educare alla conoscenza e alla valorizzazione della cultura locale e delle culture dei paesi confinanti?», «Come costruire anche in Friuli una scuola che contribuisca al superamento della cultura dell’indifferenza, dell’acquiescenza alla militarizzazione (anche nucleare) del territorio, della presunta normalità, del simbolismo militare, dell’accettazione acritica dell’esistente?» (4).

Il convegno veniva aperto da don Pierluigi Di Piazza, che sottolineava, in particolare, come una cultura di pace si costruisca con fatica, superando stereotipi e modelli codificati, e si costruisca «sotto il segno della lotta», senza mai volere la distruzione dell’avversario (5).

Aldo Visalberghi ha posto l’accento sull’importanza dell’educazione artistica, musicale, dell’introduzione di letture adatte a superare il razzismo e a portare a confrontarsi con “culture altre”, per una vera educazione alla pace (6); Walter De Liva, sindacalista Cgil, ha sottolineato come «La questione della scuola per la pace […] è legata […] all’affermazione del nostro diritto a portare nella scuola le istanze della vita, del cambiamento, della democrazia, in una parola alla crescita dei processi di partecipazione e di trasformazione culturale» (7). Non solo: egli ha sottolineato che la denuclearizzazione della zona Alpe Adria comporta anche la conoscenza reciproca di italiani, sloveni e tedeschi, e l’importanza di coltivare e moltiplicare le occasioni di incontro transfrontaliero: manifestazioni, convegni, altro. Ma bisogna prendere atto che la scuola, in Friuli, «resiste alle innovazioni», sempre secondo De Liva, e subisce l’indirizzo individualista e neo corporativo dilagante nella struttura sociale. (8).

Ci sono altri interventi, successivi, interessanti, in particolare quello di Riccardo Ruttar, che definirei polemico, che poneva l’accento sulla situazione di vita degli sloveni che abitavano in Friuli, e su ciò che era stato loro tolto, imposto, non dato dalla fine Ottocento in poi. Ma questo sarà oggetto di un articolo successivo, come note da altri.

Ora vorrei riportare l’intervento di mio padre, Geremia Puppini, per sottolineare come allora ci fossero esperienze scolastiche volte all’ incontro tra le popolazioni di confine, mentre ora si tende a fomentare l’odio e la divisione, anche attraverso una distorta visione, in bianco e nero, della storia del confine orientale.  

Geremia Puppini. Intervento al convegno “Una scuola per la pace”.

«Io potrò riferirmi, naturalmente, alla situazione della scuola elementare perché conosco meno la scuola media; tuttavia alcune delle mie osservazioni potranno valere per l’una e per l’altra.

Condivido in parte l’analisi dell’amico De Liva e soprattutto alcune delle sue proposte, non sarei però altrettanto pessimista.

Nella scuola friulana vi sono certamente sacche di immobilità e di debolezza ma, grazie a Dio, ci sono anche situazioni nelle quali le cose si muovono, in cui gli insegnanti partecipano, sono disponibili e vivaci, capaci di trasmettere e proiettare sugli alunni il loro profondo senso della dignità umana, del rispetto verso tutte le altre persone, della necessità della comprensione per altre culture e per altri popoli.

C’ è solo il fatto che questi insegnanti fanno poca propaganda di sé, queste realtà sono poco divulgate e conosciute, sono spesso esterne rispetto ai movimenti più noti: a queste io voglio riferirmi nel mio intervento, perché sono anch’esse sotto il segno dell’educazione alla pace, e sbaglieremmo a dimenticarle o sottovalutarle.

Ad esempio, fin dalla metà circa degli anni’50, un gruppo di maestri – inizialmente della zona di Buia, sotto la guida del direttore didattico Zanoni, poi via via anche della Carnia e del Medio Friuli – ha iniziato a incontrarsi periodicamente con maestri sloveni e carinziani. Non erano tempi facili per queste cose; ma da quegli incontri è nato un rapporto di amicizia, una fraternità che continua ancora. Ci riuniva lo sforzo e la volontà comune di portare i bambini non solo ad essere più abili, ma ad arricchirsi nella capacità di comprendere popoli che erano diversi per lingua, usi e tradizioni, organizzazione politica, ecc.

Pur con le difficoltà rappresentate dalle lingue diverse, fra questi insegnanti c’è stata una profonda comprensione, e sono state particolarmente utili le mostre didattiche che venivano organizzate (gli sloveni e carinziani qui in Friuli; gli sloveni e friulani in Carinzia; i carinziani ed i friulani in Slovenia) e visitate e che davano concretamente il senso dell’animo del bambino, di quanto vi sia di profondamente comune ed universale (le differenze le facciamo ed approfondiamo noi adulti) nell’universo del bambino, dovunque abiti: un universo che è molto più ragionevole di quello degli adulti.

Su questa linea sono anche gli scambi che abbiamo con le scuole istriane di lingua italiana. Proprio in questi giorni siamo appena tornati dall’Istria, dal nostro incontro con i maestri di lingua italiana con i quali teniamo rapporti da moltissimi anni: un anno sono loro ad essere nostri ospiti, l’anno successivo siamo noi ospiti loro. Ed è un rapporto ottimo, facilitato anche dalla comunanza di lingua, che rende tutto più facile e semplice.

Mi piace riprendere un’osservazione fatta da Visalberghi nella sua relazione: non sempre ciò che è più appariscente è più profondo. Questo vale anche per la scuola friulana e per l’attenzione degli insegnanti ad una vera educazione alla pace.
Sono molti gli insegnanti, giovani ed anziani, ricchi di una vitalità e di una capacità di comprensione ben maggiori di quel che può sembrare. Molti di loro sono riservati, timidi, restii, soprattutto isolati, ma quando ci si mette in sintonia con loro e si aprono, allora si comprende quanto ricca di valori sia la loro azione educativa.
È la presenza di questo universo poco noto, che non si conta nelle occasioni e negli interventi pubblici, che mi rende meno pessimista dell’amico De Liva.

È indubbio che la scuola sia sempre più orientata verso la costruzione di un homo abilis, ma il desiderio di costruire anche l’homo sapiens è ancora vivo nel mondo della scuola (anche se l’homo sapiens ci ha dato il nazismo, il fascismo e altre realtà del genere che speriamo non compaiano più).

Io non mi meraviglio che il rapporto tra il mondo della scuola e gli altri organismi della società civile non sia sempre buono; che con alcune amministrazioni ci sia una collaborazione esemplare e che con altre ci sia invece qualche divergenza fa parte dell’ordine delle cose.
Penso, anzi, che questa varietà di rapporti sia utile alla scuola per renderla più consapevole di quella che è la realtà e di quello che serve alla società civile che è una società pluralista dove convivono (ed è bene che convivano) situazioni ed opinioni diverse.

Un vero problema è rappresentato dal rischio di tornare alla situazione di una volta, quando il padre e la madre andavano dal maestro e dicevano: – Tu maestro mi rappresenti: vedi tu, fai tu … Il serio e giusto rapporto che deve esserci tra il mondo della scuola e i genitori, questa autentica democrazia, rischia di essere soffocata da una burocratizzazione eccessiva.

Non si fa a meno della burocrazia, badate bene: ormai gran parte dell’attività è regolata dalla parte burocratica del mondo scolastico e dalle formule giuridiche: dal reclutamento degli insegnanti al rapporto insegnanti-alunni, a quello insegnanti-genitori. Nato per facilitare e garantire, non sempre l’apparato giuridico-burocratico aiuta la scuola ad essere viva.

Si racconta di un tentativo di inserire nel cervello elettronico del ministero della Pubblica Istruzione l’insieme enorme delle leggi, circolari, aggiunte e modifiche di leggi e circolari per vedere quanto di coerente e di logico ci fosse in questa marea di disposizioni: sembra che il calcolatore sia andato in tilt alla terza circolare!
Tutto questo rischia naturalmente di diventare soffocante, ma la situazione migliorerà soltanto nel limite in cui gli organi democratici della scuola sapranno riprendere vita e forza e vorranno funzionare meglio.

Del resto, io ho constatato come proprio nel settore dove le difficoltà erano tante – quelle dell’inserimento degli alunni portatori di handicap – ci sia stato in questi ultimi anni un processo di notevole miglioramento, in particolare fra la componente dei genitori. Quando succede che, sull’altro versante, anche l’insegnante sia persona disponibile verso i genitori, non sia legato da eccessivi schemi e dogmatismi, non creda di avere in mano da solo la verità e la responsabilità del processo educativo, allora il rapporto diventa chiaro, libero da impicci, valido e costruttivo.

Io penso che questa disponibilità e questa reciproca comprensione siano la base indispensabile per rendere possibile e facile la realizzazione di tutto quello che l’amico De Liva sottolineava come necessario per una scuola rinnovata, capace di educare in profondità alla pace e così di essere proiettata verso il futuro di organizzare e distribuire meglio i tempi, spazi e risorse di cui dispone, di non essere chiusa in sé stessa, di non isolarsi. L’isolamento infatti è segno di paura, e la paura è proprio il sentimento contro cui più dobbiamo combattere all’interno della scuola.

Troppo spesso le diversità sfociano in contrapposizione violenta, in lotta e sopraffazione: questa è la conclusione obbligata quando l’uomo è dominato dalla paura, che impedisce di guardare l’altro in faccia, di dargli la mano, che proietta sull’altro quanto di peggiore è dentro di noi e impedisce di cogliere il positivo» (9).

Geremia Puppini – Ispettore Scolastico- Provveditorato agli Studi di Udine.

Ho ripreso questo intervento di mio padre pure perchè è ricco di spunti di riflessione sul dove sia andata a finire la scuola.

L’immagine che accompagna l’articolo, mostra mio padre,  l’Ispettore Scolastico Geremia Puppini ed è un particolare di una foto scattata nel 1976. LM.P. 

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(1) AA.VV., Una scuola per la pace” Grafiche Civaschi, 1984.

(2) Manifesto- Programma, ivi, p. 6.

(3) Ibidem.

(4) Ivi, p. 7.

(5)  AA.VV., Una scuola, op. cit., p. 11.

(6) Ivi, pp. 22-25.

(7) Ivi, p. 33.

(8) ivi, pp. 34-35.

(9). Ivi, pp. 38-41.

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