Mercoledì 14 settembre 2016, a sera inoltrata, sono andata a San Daniele ad ascoltare l’interessantissimo incontro con Ugo De Siervo, Presidente emerito della Corte costituzionale, avente come tema il Referendum costituzionale. L’incontro, che ho registrato, era promosso dall’Associazione “Per la costituzione “, di San Daniele del Friuli, (http://www.festivalcostituzione.it/, https://www.facebook.com/Festival-Costituzione/, presente anche su twitter) di cui è presidente Paolo Mocchi. Pubblico qui, con il suo permesso, la sua introduzione che spiega le scelte per il No dell’Associazione; in successivo articolo pubblicherò l’intervento del prof. Ugo De Siervo. Vi invito a leggerli per il loro interesse e per la semplicità del linguaggio con cui concetti anche non facili vengono spiegati. Modificare la costituzione, il patto dei cittadini con lo stato, non è cosa da magliette con slogan a Friuli doc, come si vedeva in immagini su facebook relative alla propaganda del gruppo per il sì. Infatti la Costituzione della Repubblica Italiana,  approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, dopo circa due anni di lavoro comune, ed entrata in vigore il 1° gennio 1948, è la legge fondamentale della Repubblica italiana, ovvero il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto, (https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_della_Repubblica_Italiana), è la casa comune, e le modifiche apportate alla stessa dal testo di legge Renzi – Boschi, approvato dal Parlamento il 12 aprile 2016, non sono invero di poco conto,  come ha spiegato il prof. De Siervo.

Ma vediamo ora cosa ha detto Paolo Mocchi, presidente dell ‘Associazione Pro Costituzione.

«Ringrazio il professor De Siervo, docente di diritto pubblico in diverse università italiane, a Salerno, a Sassari, a Firenze, prima giudice, poi vice- presidente ed infine presidente della Corte Costituzionale.

Noi, nell’ aprile di quest’ anno, come associazione abbiamo deciso di prendere posizione per il no. (…).

La costituzione, oltre la condivisione dei principi fondamentali, che sono i primi 12 articoli, prevede anche, nella seconda parte, una limitazione al potere di chi ha potere. […]. Cioè la funzione della Costituzione è quella di limitare il potere di chi ha potere, che tende sempre, sistematicamente, ad abusarne.

Fatta questa premessa, noi riteniamo che questa riforma non diminuisca il potere di chi ha potere, ma aumenti il potere di chi ha potere. Per questo motivo siamo contrari. […]. Io parlerò di quello che, per formazione e deformazione professionale è a me più caro. I numeri. Veniamo ai numeri. Vi abbiamo dato una fotocopia che sintetizza, in 3 punti, alcuni dei motivi per cui siamo contrari.

Loro dicono. Siamo l’unico paese occidentale ad avere un bicameralismo perfetto tra camera e senato.

Noi diciamo. Questa è una affermazione vera ma vuota, non significativa. Il senato che si vorrebbe cambiare, si dovrebbe cambiare solo se si verificassero due condizioni: se il parlamento producesse pochissime leggi e fosse lento. Così non è.  In Italia noi produciamo più leggi che in altri stati: ne abbiamo oltre 40.000. Il nostro parlamento non legifera poco, legifera troppo. (…). Noi legiferiamo come in Germania, molto più che in Spagna ed in Francia, molto più che nel Regno Unito che però cresce molto più di noi. Anche i dati dal 2008 al 2015, […], dicono che noi produciamo circa 80 leggi all’ anno […]. Quando c’è la volontà politica si possono fare moltissime leggi, ed anche veloci: per esempio il lodo Alfano è stato fatto in tre settimane. Qual è la conclusione? Quando c’è la volontà politica tutto diventa veloce, quando non c’è la volontà politica, la colpa è della Costituzione, e non dei politici.

Loro dicono. Aspettiamo questa riforma da oltre 30 anni! La Costituzione non può restare immodificabile perché questa costituzione è datata, non fa crescere l’economia, non fa crescere il pil.

Noi diciamo che non è il cambiamento radicale di 47 articoli su 139, pari ad un terzo che fa crescere l’economia ed il pil. Noi abbiamo cambiato la costituzione, in 68 anni, 16 volte: proporzionalmente molto di più che negli stati uniti, che, in 227 anni di storia, gli americani hanno emendato 27 volte soltanto, con una differenza: che il pil in America cresce a ritmi quintupli rispetto all’ Italia, dove cresce solo allo 0,2- 0,4, 0,6, l’ultimo trimestre 0.00.  

Loro dicono che l’attuale Costituzione non aiuta le imprese estere ad investire in Italia: come anche ieri ha detto l’ambasciatore americano ed anche le agenzie di rating dicono.

Noi diciamo che la difficoltà di fare impresa sta nella corruzione, quantificata in 60 miliardi di euro, 120 miliardi di evasione, nella burocrazia, nelle scadenze fiscali, nelle norme scritte nell’antilingua di cui parlò Italo Calvino. Pensate che ad aprile di quest’ anno è entrato in vigore il codice degli appalti. Andatevelo a vedere sulla Gazzetta Ufficiale in internet. È composto da 220 articoli e 25 allegati. Qual è il risultato? È entrato in vigore ad aprile. A maggio gli appalti sono crollati del 75% ed a giugno del 60 %, con un impatto negativo sul pil. Dove le norme sono numerosissime e scritte male, si crea palude normativa, dove i dipendenti pubblici corrotti nuotano a loro agio. Servirebbero poche norme chiare: esattamente il contrario di quello che accade. Il pil non cresce per leggi come queste, a causa del parlamento, e non della Costituzione. A proposito di norme incomprensibili […], l’articolo 70 attuale consta di nove parole. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere. Finito. 9 parole. Il nuovo articolo 70 consta di 432 parole. Chiunque, alla fine della serata, ovviamente non il professore De Sievo, sarà in grado di spiegare alla platea il contenuto di questa 432 parole, può venire qui a spiegarlo a tutti, perché è letteralmente incomprensibile. Provo a pensare ad una persona normale, ma anche ad un insegnante di diritto, come può insegnare questo ai propri studenti.

Loro dicono. La riforma ci farà risparmiare 500 milioni all’ anno, come ha detto la ministra Elena Boschi alla festa dell’Unità di domenica 24 luglio. Noi diciamo di non condividere questi numeri, perché è stato chiesto dal governo al Ministero dell’Economia quali fossero i risparmi dati dalla riforma costituzionale: il ragioniere generale dello stato ha risposto, il 28 ottobre 2014, che sono 58 milioni, di cui 49 per il senato e 9 per lo Cnel.

Chiudiamo sempre con i numeri, cercando di sorridere per quanto possibile: […]. Italicum, la legge 52 del 2015, dove dice: «Sono attribuiti comunque 340 seggi alla lista che ottiene, su base nazionale, almeno il 40% dei voti validi, o in mancanza, quella che prevale in turno ballottaggio, per i due con maggior numero.

Di queste prime 19 parole, ho sottolineato: “comunque” “lista” “almeno”. Questo è il modo con cui legifera il nostro legislatore. Vuol dire che una lista che prende il 40 per cento, ha, comunque 340 deputati, la lista non la coalizione. C’è un piccolo problema però. Il problema sta nelle proporzioni e nelle percentuali. Perché in un universo, qualsiasi esso sia, nel 100% il 40% sta due volte e mezza. Cosa vuol dire? Questo vuol dire che se una lista raggiunge il 42% bisogna assegnarle comunque 340 deputati, ma anche ad una seconda lista che prende il 41% bisogna assegnarle comunque 340 deputati, e diventano già 680 deputati. Poi alcuni li daremo a quelli che hanno il 17% rimanente. Ma mi sembra che l’articolo 56 della costituzione non sia cambiato: e quello che dice è che i deputati sono 630. Questo per fare riflettere ciascuno di noi su come vengono scritte le norme.

Vi ringrazio e chiamo qui, per la lectio magistralis, il professor De Siervo».

(Registrazione e trascrizione di Laura Matelda Puppini. Seguirà in prossimo articolo, l’intervento di Ugo Di Siervo).

Laura Matelda Puppini

 

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