Riporto qui l’intervento, tenutosi ad Udine il 4 ottobre 2018, del dott. Marco De Paolis, prima Procuratore Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia, poi, dal luglio del 2008 al gennaio del 2010, Sostituto Procuratore Militare presso la Procura Militare di Verona, e, successivamente, Sostituto Procuratore Generale Militare della Repubblica presso la Corte Militare d’Appello di Roma, nonchè Docente di Diritto Penale, Procedura Penale e Diritto Penale Militare presso l’Accademia Navale di Livorno e presso la Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze, e di Diritto Penale Sovranazionale presso l’Università degli Studi di Milano “Bicocca”, ed autore di vari saggi. (http://www.carabinieri.it/docs/default-source/editoria/rassegna/curricula-comitato-tecnico-scientifico/de-paolis-marco.pdf?sfvrsn=ea177823_4).

Egli ha parlato dopo Paolo Pezzino, in occasione della presentazione del volume di cui sono ambedue autori: “La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013”, Viella ed, 2016. (Cfr. Paolo Pezzino. Il duplice volto dell’Italia nel secondo dopoguerra, e quella difficile giustizia per i crimini nazisti, quasi negata, in: www.nonsolocarnia.info). Ho inviato registrazione e trascrizione al dott. De Paolis, per approvazione, ma egli non mi ha risposto nel merito, pertanto, a firma mia, pubblico detto testo, che mi pare di grande importanza. E lo pubblico come l’ho trascritto e reso in italiano scritto, perchè la sua forza sta anche in quel parlare in prima persona. Se vi sono errori prego il dott. Marco De Paolis in primis di scusarmi ed avvisarmi.

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«Buona sera a tutti. Mi unisco anch’io ai saluti e ringraziamenti a tutti quelli che hanno trovato il tempo e la voglia di venire qui ad ascoltare, ed in particolare saluto il generale Luigi Federici, già comandante dell’Arma dei Carabinieri e tutte le autorità. Paolo ha già indicato bene gli scopi di questa collana, ed io posso precisare solo qualche aspetto. L’idea di scrivere questi volumetti (1) è nata nel corso dei sedici o diciassette anni in cui io mi sono occupato dei crimini compiuti dai tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale in Italia.

Sono io che mi sono occupato dei crimini compiuti dai tedeschi verso italiani.

In questo lungo percorso giudiziario, come in un crescendo rossiniano, mi sono sempre più meravigliato ed anche indignato, devo dire la verità, per quello che trovavo, per quello che leggevo, per quello con cui mi confrontavo. E questo è accaduto perchè ho vissuto, come magistrato penale, la cui funzione è quella  di accertare le responsabilità penali dei reati, una specie di paradosso, perchè da un lato si trattava di crimini particolarmente gravi, il massimo che si possa immaginare: stragi di civili, con  centinaia di bambini massacrati: Marzabotto e Montesole: 215 bambini sotto i dodici anni uccisi in pochi giorni, Sant’Anna di Stazzema: centodieci bambini uccisi ed oltre duecento donne; Oradour sur Glane: più di trecento bambini uccisi in un giorno soltanto, dall’altro, di fronte a queste cose inimmaginabili, vi era una quasi totale carenza di giustizia. Ora naturalmente io non sono, come posso dire, un illuso, un visionario, so benissimo che la giustizia terrena è qualcosa di irraggiungibile, però c’è anche un limite a questo.
Perché quando si ignora, mi verrebbe da dire deliberatamente, ma preferisco usare un termine più gentile: colposamente, in maniera del tutto superficiale le istanze di giustizia di centinaia di migliaia di persone, qualche dubbio viene, ed è legittimo.

E poiché non c’erano un caso solo o due di questo tipo, ma molti casi, mi sono trovato sistematicamente a confrontarmi con una sostanziale ingiustizia. Ed allora io ed altri abbiamo incominciato a riflettere ed ad approfondire alcuni temi. E i dubbi aumentavano quando ci trovavamo di fronte a riflessioni effettuate da ambienti estranei a quelli giudiziari. E faccio due esempi, per spiegarmi meglio.

Furono inchieste giornalistiche ad aprire la via.

Questa stagione giudiziaria prende le mosse, sostanzialmente, da una inchiesta giornalistica. Noi infatti non abbiamo rincominciato ad accertare queste responsabilità grazie ad una efficiente, efficace, puntuale azione giudiziaria, ma perché dei solerti giornalisti hanno facilmente individuato un latitante, tale Erich Priebke, con una facilità ‘interessante: hanno raggiunto un criminale di guerra che viveva beatamente e spensieratamente in Argentina e lo hanno intervistato. Questa persona era un pericoloso criminale, responsabile, non da solo ma assieme ad altri, della morte di 335 innocenti, e viveva tranquillamente a Bariloche in Argentina. Solo allora la giustizia italiana si è ricordata che esisteva un mandato di cattura, sulla base del quale, questa persona veniva,  faticosamente, portata in Italia per essere giudicata.

E qui apro una piccola parentesi. Quando si parla di memoria c’è un bellissimo libro di Gherardo Colombo di qualche anno fa che si intitola, se non sbaglio, “Il vizio della memoria“, che andrebbe letto perché la memoria, su certe cose, su alcuni aspetti e fatti del nostro vivere, è un po’ ad intermittenza.

Ma il processo a Herich Priebke è stato un processo estremamente difficile, perché se qualcuno di voi torna indietro con la memoria ricorderà che ci furono due processi in primo grado: una sentenza annullata, una sentenza in primo grado che lo assolse, ritenendo esistesse la prescrizione, una sentenza di secondo grado che lo condannò a quindici anni di reclusione e poi due sentenze, una della Corte Unitaria d’appello e l’altra della Cassazione, che lo condannarono definitivamente all’ergastolo. Quindi questo susseguirsi è un aspetto che, anche nella fisiologia giudiziaria, fa pensare.

Ma adesso, tralasciando il processo Pribke, quello che è importante è che questa attività giudiziaria scaturì da una casuale attività giornalistica. Così come, in un certo senso, anche la mia attività giudiziaria dal 2002, quando fui nominato Procuratore Militare a La Spezia, a otto anni dalla scoperta del cosiddetto “armadio della vergogna”, cioè ad otto anni di distanza dal rinvenimento dei fascicoli sulle stragi naziste ‘archiviati’ in un mezzanino a Palazzo Cesi a Roma, incominciò con l’interrogatorio o, più correttamente, esaminando un giornalista tedesco che si chiama Udo Gumpel, e che spesso vedete anche in televisione, che aveva pure lui tranquillamente intervistato, senza problemi, quattro ex- appartenenti alla sedicesima  Divisione Reichsfürer SS, che erano responsabili delle stragi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto, i quali vivevano tranquillamente nelle loro abitazioni con figli, nipoti, mogli, nuore e parenti e che nessuno aveva mai disturbato per chieder loro conto dei loro misfatti.

Peraltro si trattava anche di quattro persone i cui nominativi erano indicati nel primo rapporto sulla strage di Marzabotto, steso dai reparti investigativi della quinta Armata degli Stati Uniti d’America, che avevano compiuto le prime indagini nel ’44. Detti documenti sono a disposizione di tutti perché si trovano in un archivio pubblico, agli United Nations Archives a Washington. Eppure nessuno mai si era preso la briga di andarli a cercare.
Ed ancora più interessante è che anche l’unico processo sui fatti di Cefalonia, celebrato nel 2013, quattordici anni dopo la scoperta dell’armadio della vergogna, non è nato dall’attività giudiziaria scaturita dalla scoperta delle carte in palazzo Cesi, ma sostanzialmente da un articolo di un’altra giornalista tedesca, che si chiama Cristiana Koll, che nel 2001 pubblicava un bellissimo servizio su un giornale tedesco sui fatti di Cefalonia, che però non determinava l’apertura di indagini in Italia, come avrebbe, evidentemente, dovuto essere, come sarebbe stato ragionevole fosse, ma in Germania, e solo poi a Roma di rimbalzo, parecchi anni dopo.
Infatti solo sette anni dopo si apriva in Italia un’indagine sull’accaduto, per poi chiudersi e riaprirsi una seconda volta ed infine concludersi nel 2013.

Ecco, allora perché il titolo del libro. “La difficile giustizia”.

 Ecco perché il libro: “La difficile giustizia” ha questo titolo, che ha un senso. E chi avrà la bontà di leggerlo, non troverà delle valutazioni, ma troverà delle indicazioni e  delle informazioni. Perché non compete sicuramente a me fare, al di fuori dell’attività giudiziaria, delle valutazioni.
E così se qualcuno leggerà il libro troverà delle indicazioni, con i link, di atti parlamentari che riguardano queste vicende, e di lavori di commissioni parlamentari di inchiesta e di commissioni della magistratura militare che sono accessibili a tutti, e potrà verificare da solo le dichiarazioni che, nel 1999, nel 2000, nel 2001, nel 2003, (e quindi ben successivamente alla ‘scoperta dell’armadio’), sono state rilasciate da alcuni soggetti pubblici, dai miei colleghi o appartenenti al mondo delle istituzioni relativamente a questi fatti, informando le varie commissioni dell’impossibilità di procedere a queste indagini perché ormai era tutto prescritto e non vi era più la possibilità di individuare eventuali responsabili in vita.

A fronte di queste dichiarazioni vi segnalo che la Procura Militare di La Spezia, da me diretta dal 2002, tra il 2003 ed il 2008, ha celebrato 11 processi, che sono poi proseguiti, negli anni successivi. E dico 2008, perché in tale anno fu soppressa la Procura militare di La Spezia, ed il lavoro continuò sempre svolto dal sottoscritto prima presso la Procura Militare di Verona e poi presso quella di Roma. Bene: dal 2003 al 2013 vi sono state 57 condanne all’ergastolo in primo grado, quindi parecchi anni dopo il rilascio di queste dichiarazioni. E siccome quando si digita su internet il mio nome o quello di qualche altro magistrale militare che ha fatto queste indagini, si trova di tutto, come accade su internet, perfino qualcuno che mi ha definito un pericoloso comunista, un sovversivo ecc. ecc., segnalo che in Germania, nel 2009, è stato condannato all’ergastolo il Maggiore Josef Eduard Scheungraber per la strage di Falzano di Cortona di Arezzo, ed è stato condannato anche in Italia dal Tribunale militare di La Spezia per lo stesso fatto; che il tenente Siegfried Boettcher è stato rinviato a giudizio, nel 2005 per la strage di Civitella in Val di Chiana, e non si è proceduto a giudizio solo perché nel 2005  Boettcher è morto. E, successivamente, vi sono state le condanne a John Demjanjuk, a Monaco, per i crimini a Sobibor; a Reinhold Hanning, che è stato condannato nel 2016 a Detmold per i fatti di Auschwitz; ed a Jhoann Breyer, ed altri, tutti criminali tedeschi giudicati e condannati da tribunali tedeschi pochi anni fa. (2014- 2015- 2016).

Noi in Francia queste cose le impariamo a scuola. E in Italia?

Inoltre io sono rimasto molto colpito, tre o quattro anni fa, mentre aprivo un’indagine sulla stessa, dalla strage di Oradour sur Glane, che forse in Italia è poco conosciuta, anche se è la più grande strage di civili avvenuta in Europa da parte dei nazisti. Il 10 agosto del 1944, questo villaggio, che si trova in Francia, venne devastato da un Reggimento della Divisione Das Reich, la terza delle SS, Der Führer.  
In poche ore vennero uccisi 647 civili, fra cui 302 bambini, e in mezzo a questa carneficina finirono pure una quindicina di italiani: due famiglie alto- venete di migranti, con 7-8 bambini.

Anche in questo caso, ho aperto l’indagine grazie ad una notizia giornalistica, e, nell’atto di cercare chi nominare come mio collaboratore per tradurre la documentazione francese che riguardava detta strage, incontrai un giovane studente francese residente a Roma, e, nel colloquio preliminare, gli chiesi se conoscesse i fatti di cui trattavamo per capire se ne fosse informato. Ed egli, in maniera molto risentita, come fanno  i francesi quando si innervosiscono, mi rispose: «Ma certo, ci mancherebbe. Noi le studiamo a scuola queste cose!». Io vorrei sapere se uno studente italiano conosce due o tre delle stragi più importanti avvenute in Italia, a meno che non sia qualcuno che è nato nel paese, regione o provincia in cui hanno avuto luogo, e sono abbastanza sicuro che non troveremo una risposta del genere.

Informare e documentare, questi i nostri obiettivi.

E questo è un altro degli aspetti che mi ha spronato a tentare un’iniziativa editoriale che definirei quasi un po’ didattica, perché cerca di dare un contributo alla formazione, all’educazione, all’istruzione dei giovani, e, contemporaneamente, (e questo penso sia l’aspetto più qualificante al di là di quello che noi possiamo scrivere in questi nostri libri), a pubblicare i principali atti processuali, che meglio di ogni altro commento possono far capire quello che è successo, quello che è avvenuto.
Quindi dato che noi sappiamo bene che gli atti giudiziari non sono facilmente reperibili perché spesso noi siamo vittime della burocrazia e delle normative, e non è facile avvicinarsi ai nostri archivi, ecco che con questa pubblicazione, soprattutto con la parte che proprone i link, abbiamo ritenuto di fornire uno strumento buono di conoscenza per le comunità, per i familiari, per i sopravvissuti che così possono rendersi conto da vicino di quello che ha riguardato la loro storia familiare, ma anche per gli studenti e gli appassionati di storia, che possono così più facilmente avvicinarsi a questo tipo di argomenti. E poi chissà … se qualcuno andrà a cliccare su quei link che abbiamo messo e vorrà fare un po’ di paragoni, può darsi che qualche idea e qualche considerazione migliore potranno scaturire.

Non a caso, e prima lo ha ricordato Paolo Pezzino, in maniera simbolica e significativa, tra i documenti che abbiamo pubblicato nel primo libro, io ho inserito il testo dell’art. 112 della costituzione, forse in un modo che qualcuno potrebbe ritenere un po’ provocatorio, ma quando si parla di leggi costituzionali, fondamento del nostro Stato, non si provoca mai nessuno, semmai si ricorda qualcosa che dovrebbe essere patrimonio culturale di tutti. E l’art. 112 della Costituzione stabilisce il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Un altro aspetto che ho voluto approfondire nella parte che mi ha riguardato, sono i principi della disciplina militare, cercando pure di evidenziare alcuni aspetti poco conosciuti di queste vicende, che poi vengono riportate nella migliore delle ipotesi in maniera parziale, spesso in maniera infedele ed addirittura travisata, deformando completamente la realtà, ed impedendo un corretto esercizio della memoria.

Ordini criminosi od illegittimi: il dovere per il militare di disubbidire, dal 1978 in poi. Ma anche prima …       

Noi abbiamo una bellissima legge, la n. 382 dell’11 luglio 1978, che si chiama: ‘Norme di principio sulla disciplina militare‘, che gli amici in prima fila, ed anche in terza fila e più in là, conosceranno sicuramente, che stabilisce un principio molto importante per le nostre Forze Armate, e che è stata oggetto anche della mia prova di diritto penale militare al concorso in Magistratura Militare. Essa tratta il problema dell’obbedienza o disobbedienza agli ordini illegittimi. E in quella legge si fa riferimento non solo all’obbligo per il militare di non eseguire gli ordini illegittimi, ed a maggior ragione gli ordini criminosi, ma si indica, pure, che egli deve, poi, farsi parte attiva per evitare che questi ordini possano raggiungere lo scopo illecito o criminale. E quindi, facendo tesoro di quello che avevo studiato all’ università ed anche durante il mio servizio militare, mi sono reso conto che questi principi sull’obbligo di disobbedire per il militare all’ordine palesemente criminoso erano un qualcosa che era, sostanzialmente, la spina dorsale di questi fatti. 

Invece, nella pseudocultura, nel sottobosco culturale che sta sotto questi argomenti, ci si trincera spesso e volentieri dietro il paravento dell’ordine, per cui sotto le armi od ancora meglio in guerra tutto è possibile perché tutti devono eseguire gli ordini. Ma nel regolamento di disciplina militare precedente a quello attuale, si diceva che, e mi corregga se sbaglio, generale, una delle qualità della disciplina era che l’obbedienza doveva essere cieca. Pensate che diversità rispetto al mondo attuale. Ma in realtà così non era, perché qualsiasi comandante sa che non può esigere l’esecuzione di crimini dai propri sottoposti, a meno che non possa contare su di un manipolo di criminali.

E se qualcuno avesse ancora qualche dubbio su questo, io ricordo sempre una bellissima osservazione che fece Paolo Pezzino. Io e Paolo Pezzino ci siamo conosciuti perché nominai Paolo Pezzino consulente tecnico della Procura Militare di La Spezia nei primi grandi processi che svolsi: Sant’ Anna di Stazzema e Marzabotto. Nel corso del primo dibattimento sul caso di Sant’ Anna di Stazzema, con riferimento alle direttive criminali di Kesselring, quelle che ha menzionato poco fa, egli disse che se tutti i comandanti tedeschi in Italia avessero eseguito le direttive di Kesselring così come furono eseguite dai comandanti della sedicesima Divisione SS, noi in Italia non avremmo avuto 25.000 morti da crimini di guerra, ma avremmo avuto milioni di morti.  Perché grazie al cielo, la stragrande maggioranza dei comandanti militari tedeschi in Italia non erano criminali. Questo rende evidente la criminosità di quello che è successo.

Per massacrare donne e bambini occorre un tasso di criminalità non di poco conto. Infatti non si può eseguire un ordine del genere se non si è criminali o completamente dementi. Per poter massacrare più di 4000 soldati italiani a Cefalonia, c’è voluta la costituzione di due gruppi di combattimento appositi, che sono venuti a prendere il posto di quelli che non riuscivano a fare i macellai.

Ecco questi sono alcuni degli argomenti su cui, tra i tanti, ho cercato di riflettere.

Ecco questi sono alcuni degli argomenti su cui, tra i tanti, ho cercato di riflettere, e che penso possano essere utili, attuali, perché purtroppo la guerra ha la stessa ‘sostanza’ in qualsiasi epoca. Quindi quello su cui abbiamo riflettuto in queste indagini, in questi processi, è qualcosa che può sicuramente servire ai nostri giovani, ai nostri ragazzi, ai nostri militari che, grazie al cielo, crescono in un ambiente culturale, spirituale, di valori completamente diversi.
Ma noi però dobbiamo conoscerli questi valori ed anche questi disvalori, e, scusate la presunzione, ma con questi processi c’è la possibilità di fare un po’ di chiarezza. Un caso per tutti. È stato nominato qui il caso delle ‘fosse Ardeatine’. C’è voluta la Corte di Cassazione nel 1999, 55 anni dopo i fatti, per stabilire che l’azione di via Rasella non era un attentato ma era una azione di guerra, a fronte della quale non vi era la possibilità giuridica di eseguire quella che impropriamente viene chiamata una rappresaglia, perché le rappresaglie non hanno un contenuto penale, tanto che si parla di rappresaglia in maniera impropria, perché le rappresaglie riguardano i rapporti fra Stati, non le reazioni a comportamenti individuali.

Fra l’altro, ricordo a me stesso: come una rappresaglia si sarebbe potuta realizzare contro il proprio stesso popolo? La cosiddetta ‘Repubblica Sociale’ e i tedeschi che occupavano l’Italia avrebbero fatto una rappresaglia contro i propri sudditi? Semmai avrebbero dovuto prendere dei sudditi che erano nel territorio controllato dal Re, ed allora quella sarebbe stata una rappresaglia. Basterebbe questo aspetto, per esempio, per far riflettere come siamo, in questo caso come in altri, fuori da ogni regola del diritto.  

Pertanto lo scopo di queste nostre riflessioni è quello di cercare di dare dei punti fermi, nell’ottica storica, a chi fa il mestiere dello storico, ed è quello di rendere note delle cose su cui, nella migliore delle ipotesi, è caduta la prescrizione culturale o la prescrizione intellettuale, a chi, come me, fa un mestiere diverso, un mestiere di ‘luce’. Ciò è reso ancor più necessario dal fatto che il pericolo di travisamento o oblio potrebbe derivare anche da internet, che è una cosa bellissima, ma diffonde anche molto rapidamente delle pseudo notizie o peggio ancora delle informazioni non vere, non veritiere, inverificabili. Questo pertanto è il senso della pubblicazione, quello di cercare di far conoscere, in qualche maniera, quello che è avvenuto nelle aule giudiziarie di qualche tribunale militare. Dal dopoguerra ad oggi i processi che abbiamo celebrato senza grande notorietà, senza grande diffusione mediatica, a La Spezia e poi, successivamente, a Verona ed a Roma, sono stati quelli con il maggior numero di parti civili che si siano viste dal dopoguerra ad oggi. Questo per il semplice fatto che stiamo parlando di fatti che hanno interessato centinaia di migliaia di famiglie italiane. Certamente sono fatti vecchi, ma nel nostro ordinamento, così come negli ordinamenti giuridici dei paesi civili, esiste l’imprescrittibilità dei fatti più gravi, dei reati più gravi.
E io ricordo sempre, quando qualcuno mette in discussione, in maniera che io reputo insolente, l’opportunità o la doverosità di compiere questi processi anche a distanza di tempo, che, a parte l’obbligo previsto dall’articolo 112 della costituzione, il lutto, il danno per la parte civile non va mai in prescrizione: si è orfani per sempre.

E sinceramente, quando nell’aprile del 2002, praticamente il giorno successivo alla mia presa di possesso del mio ufficio presso la Procura Militare di la Spezia, in televisione guardai il servizio di Udo Gumpel su quei quattro ex appartenenti alle SS che si diceva alla televisione avessero massacrato centinaia di italiani, e sentii che rispondevano tranquillamente alle sue domande, perchè nessuno, sino ad allora, li aveva mai disturbati per chiedere loro conto delle proprie azioni,  ho capito che c’era qualcosa che non andava, che c’era qualcosa che non poteva assolutamente esser tollerato, perché, diversamente, avrebbe messo in discussione la mia stessa funzione.
E quindi ho trovato assolutamente naturale svolgere semplicemente il mio dovere. E questo, benché fosse qualcosa di straordinario, nel senso che usciva dall’ordinarietà dell’inattività precedente, ed era qualcosa che andava, in qualche maniera, illustrato anche con un linguaggio accessibile a tutti, anche a tutti coloro che non riuscivano a seguire i processi, anche perché, tra l’altro, erano processi che erano poco pubblicizzati.

Pensate che all’ultimo processo che abbiamo svolto, quello per la strage di Cefalonia al tribunale militare di Roma, laddove abbiamo ascoltato decine di testimonianze di sopravvissuti della Divisione Aqui, in aula c’erano pochissimi uditori, poco più di qualche parente, nel momento in cui si ricostruiva, anche in maniera difforme da quella che si legge in molti libri di pseudostoria, quello che era successo a Cefalonia. E questa è una cosa che mi ha lasciato molto perplesso. Quindi nessuna presunzione di chiarire ‘misteri d’Italia’, ma, sinceramente, un tentativo di fare memoria di quello che è stato e di quello che dovrebbe essere da tutti conosciuto. Mi fermo qui e vi ringrazio per la vostra attenzione».

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(1) Il riferimento è ai volumi della collana: “I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia”, di cui sono usciti 3 volumi: Marco De Paolis, Paolo Pezzino, “La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013”, Viella ed.; Marco De Paolis, Paolo Pezzino, Sant’Anna di Stazzema. Il processo, la storia, i documenti, Viella ed., 2016, e Marco De Paolis, Isabella Insolvibile, Cefalonia il processo, la storia, i documenti, Viella ed., 2018. 

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La registrazione e trascrizione della relazione del dott. Marco De Paolis è di Laura Matelda Puppini. Non mi consta che la trascrizione sia stata rivista dal dott. Marco De Paolis. 

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

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