Ho già pubblicato una parte dell’intervista a Fabio Cinausero su questo sito, e se non l’avete ancora presa in considerazione, vi prego di farlo. Il racconto di Cinausero procede fra esperienze personali, situazioni particolari e contesti generali, ed aiuta pure a ricordare il clima che si respirava allora nelle fabbriche d’Italia.

Per la storia della cartiera di Tolmezzo, vi rimando invece a: Laura e Marco Puppini, “Movimento operaio e sottosviluppo alla cartiera di Tolmezzo”, in Qualestoria n. 1, febbraio 1981, leggibile, però con fatica, anche in: http://www.storiastoriepn.it/movimento-operaio-e-sottosviluppo-alla-cartiera-di-tolmezzo/.

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G. D’Orlando. Cartiera di Tolmezzo, 6 aprile 1966. Collocazione della foto:  Sesto San Giovanni (MI), Fondazione ISEC Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, fondo Sezione fotografica dell’Archivio Storico Breda, C_SC_254. (https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-5w060-0008460/).

L (1): Ma i capi, in Cartiera, come venivano scelti?

«Venivano scelti così: chi era più capace di gridare, di farsi capire, anche se non era capace di lavorare, veniva promosso capo. Era così alla Cartiera di Tolmezzo, ed è sempre stato così, in quegli anni. Oggi non lo possono più fare, e oggi non lo fanno. Perché la classe operaia si è emancipata, ed è giusto sia così. E questo è accaduto grazie alle nostre lotte, grazie a quanto abbiamo dovuto sopportare sia noi sia i nostri avi prima».

L: Dal ’50 al ’55 avete anche fatto qualche lotta comune?

«Sì, ma ho fatto scioperi anche solo, io. Perché gli operai avevano paura a non entrare a lavorare, a scioperare. E, magari, sarebbero anche rimasti fuori per protesta, ma avevano paura del licenziamento l’indomani. Non avevano l’appoggio, come oggi, dei sindacati. Perché i sindacati erano divisi. Ed in cartiera la Cgil, inizialmente, non poteva entrare, e poteva entrare solo la Cisl, dopo la scissione (2), che, purtroppo è stata il male degli operai in Italia. Ed io ho sempre detto: “Guardate l’Associazione degli industriali: è una associazione unica che li unisce tutti, che siano piccoli o che siano grandi. E poi, si sa, si divide per regnare. Ma gli operai questo non lo capivano, e stentano a capirlo anche oggi, per dir la verità. Ma è innegabile che se ci fosse stata una associazione sindacale unica avrebbe avuto maggiore forza».

L: C’era tensione, allora, tra operai della Cisl e della Cgil?

«Altroché! In cartiera succedeva questo … E questo è stato il fatto: di 13 operai che siamo entrati insieme, io sono stato l’unico che ho rifiutato la tessera della Cisl perché, fra l’altro, ero già iscritto alla Cgil. Ma l’ho rifiutata apertamente perché venivano sul lavoro a chiedercela. Ha capito cosa facevano? Non che uno potesse essere spontaneo in quella scelta. E dicevano agli operai: “Guardate se non vi iscrivete alla Cisl, che qui è in maggioranza, è difficile che voi possiate restare a lavorare qui”».

L: Ma poi, come è passata la maggioranza alla Cgil? (3).

«Per la propaganda che ho fatto io. E questo è stato come un pugno in un occhio per l’amministrazione. Quando sono entrato io, la maggioranza era della Cisl. E gli operai vi aderivano perché pensavano che fosse più facile restare lì a lavorare. Ma poi, con la mia propaganda, che era onesta, è passata la maggioranza alla Cgil. Poi, subito dopo la mia uscita dalla cartiera, la maggioranza è tornata alla Cisl. Inoltre io ero quello che voleva una Commissione Unitaria, ed ho più volte avuto diverbi con Talotti, che era pure lui operaio della cartiera, ed era della Cisl. (4). E dopo la scissione, la Cisl ha messo su un suo ufficio, appoggiata certamente dall’Associazione Industriali e dalla cartiera, ed è successo il caos.

E mi ricordo, per esempio, che, nel corso di una riunione per rieleggere la Commissione interna della cartiera, mentre ci trovavamo nella sede della Camera del Lavoro Cgil, ho detto a Talotti: “Guarda, Talotti, a me dispiace che voialtri vogliate una Commissione interna divisa. La Commissione deve venir scelta fra gli operai, non sulla base del colore (politico) ma sulla base delle capacità e degli interessi comuni. Pertanto io sono del parere di fare una Commissione unitaria, senza distinzioni, scelta fra gli operai”. Ma egli mi ha risposto: “No, noi non lo vogliamo”. A questo punto gli ho detto: “Allora tu sei un anti- operaio, e non puoi fare il sindacalista perché certamente sei contro l’operaio. Perché se tu fossi un vero sindacalista, saresti rimasto in cartiera a difendere la classe operaia, non a dividere la classe operaia”. Ed è rimasto malissimo per queste mie parole».

Operai in sciopero. (Da: http://anpi-lissone.over-blog.com/article-15972146.html). 

L.: Prima della scissione, era facile che gli operai lottassero insieme?

«Sì, si capisce, ma dopo …. Perché loro (quelli della Cisl n.d.r.) facevano propaganda contro lo sciopero (indetto dalla Cgil n.d.r.), e noi si doveva farlo per forza maggiore, ed era miseria in quei tempi e si guadagnava ben poco. E pensi che io facevo debiti pur lavorando in cartiera e lavorando anche mia moglie. Erano tempi duri, altro che duri, cara mia!»

L.: Ma per che cosa facevate sciopero?

Facevamo sciopero per migliorare la nostra situazione interna.
Si era senza spogliatoi, si era senza refettorio, dovevamo mangiare sul legname, quella mezz’ora concessa. E uno per ogni reparto andava a prendere il mangiare per tutti, e si mangiava con la gavetta, come ai tempi del militare, sul legname, o all’aperto, o dove capitava, perché non c’era un posto adatto. E, infine, ci avevano buttato gli armadietti che avevamo per mettere le cose personali, sotto la neve, per far posto alla cellulosa. Dunque si era senza niente, i gabinetti erano all’esterno, e vada l’estate ma d’inverno… (5).

Ad ogni modo, quando è giunto il primo direttore della Pirelli, che si chiamava Bellorini (6), è venuto in Commissione Interna, e gli abbiamo parlato. Bellorini cercava di fare atto di persuasione, di incitare gli operai a produrre di più per guadagnare di più, e diceva, “Ora la Pirelli ha preso in mano la Cartiera”. E questo lo sapevamo, ma sapevamo anche che il fascismo aveva messo dentro la Pirelli. (7). Perché Petzalis era ebreo. Ma questi sono affari loro.

Ma per ritornare a Bellorini, allora io gli ho risposto: “Mi dispiace dottore, io non mi sento di fare attività di persuasione verso gli operai perché producano di più perché sono troppo divisi fra loro per tante ragioni e sono trattati male”. E il dott. Bellorini mi ha chiesto perché sostenevo questo.
“Prima di tutto – ho detto io – c’è il premio di produzione che voi chiamate ‘mancia eccezionale’ che, se è un premio di produzione reale, deve essere uguale per tutti, non ad uno niente ed ad altri 22, 24, 25 mila lire.” E il direttore, allora, mi ha risposto che avrebbe cercato di conoscere meglio il problema.

Ed a questo punto uno della Cisl, che faceva parte della Commissione Interna, è intervenuto ed ha detto che avevano constatato che quelli che non avevano avuto niente l’anno precedente, avevano avuto poi il massimo nel seguente.
“Ma magari quello che l’anno scorso veniva considerato un bravo operaio, quest’ anno non è più considerato un bravo operaio? Perché, di fatto, quest’ anno ha preso di meno. – ho risposto –
E questo è un premio di produzione o una mancia volontaria?”.  E poi ho fatto la proposta che il premio di produzione fosse uguale per tutti, e fosse dato a tutti, anche “a chi adopera la scopa” perché “se la produzione va avanti, se le trance lavorano, è perché ci sono gli operai di fuori che portano dentro il legname, e quelli del reparto nove, addetti alla produzione di carta, possono lavorare solo se la carta va su alle macine. Perciò siamo tutti uguali”.

Allora Bellorini, dopo aver ascoltato, ha detto solo: “È vero, però vedremo poi, in seguito”. Ma poi, in seguito, hanno fatto sempre nello stesso modo, e solo ora si è giunti alla parificazione, per tutti, del premio di produzione.  Ed avevo ragione io, allora, a sollevare il problema ed a dire queste cose, perché poi quanto avevo allora chiesto si è avverato. Ma non l’ho chiesto da solo: c’erano anche quelli che lottavano con me a domandarlo.  Ma il problema base era che, all’interno della cartiera, si voleva dividere per regnare, non unire per produrre, e magari chi aveva la voce grossa per urlare agli operai, poi faceva quello che voleva».

G. D’Orlando. Cartiera di Tolmezzo. Gennaio 1966. Collocazione della foto:  Sesto San Giovanni (MI), Fondazione ISEC Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, fondo Sezione fotografica dell’Archivio Storico Breda, C_SC_254. (https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-5w060-0008453/).

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L.: Mi racconti, per cortesia, di quella prima Messa celebrata in cartiera quando subentrò la Pirelli.

Mi ha chiesto come avvenivano le assunzioni in cartiera, ma non lo so e quindi non lo posso dire. Credo che la gran parte entrasse per raccomandazione, ma non ne sono certo. Ed alla cartiera, fino al compimento del 25° anno di attività, non era, che io sappia, mai entrato un prete, perché il proprietario era un ebreo. Ma quando hanno festeggiato il 25° della fabbrica, hanno deciso che si facesse una Santa Messa, ed era il momento in cui la Pirelli sarebbe subentrata a Petzalis, in cartiera. Ed hanno predisposto dentro il reparto carta tutto: addobbi, palco, perché venisse celebrata lì.

Ed a ricevere il rappresentante della Pirelli c’era Petzalis, che era l’ex-direttore, ed era venuto a celebrare il Monsignore di Tolmezzo, che allora era don Luigi Tonutti, in rappresentanza del vescovo di Udine, che non poteva o non voleva intervenire. Ed in quel contesto, il rappresentante della Pirelli ha fatto un bel discorso, e, quindi, ha preso la parola Petzalis, che doveva lasciare le redini. Ed ha detto solo questo: “Operai, io ho messo in piedi la cartiera di Tolmezzo e voi l’avete sviluppata. Ma purtroppo mi sono stati messi i bastoni fra le ruote, perché io volevo ampliarla prima». (8).
Ma bisognava capire la ragione di queste parole. Da che so, la Pirelli, che era consocia di Petzalis (fin dal 1939 n.d.r.), non adoperava un chilo di carta o di cellulosa della cartiera di Tolmezzo allora, proprio perché era in concorrenza con Petzalis, e pareva fosse consocia per ammazzarlo e subentrare a lui, facendo i propri interessi.

Ed anch’io, da ignorante, ho capito queste poche parole. (9). In sintesi Petzalis ha detto: «Io ho ‘impiantato’ la cartiera, voi, con il vostro lavoro, l’avete mandata avanti, io, purtroppo, non ho potuto fare di più».
E bisogna ricordarsi che Petzalis non ha mai licenziato un operaio, se non per furti avvenuti di cui si era reso colpevole o per ragioni di iniquità, ma aveva il piazzale pieno di cartone e cellulosa che non andava, che non riusciva a vendere, e c’erano i magazzini pieni, ma, nonostante questo, un operaio non lo ha mai licenziato per carenza di lavoro». (10).

L: Gli operai potevano venir spostati di reparto per punizione?

 «Certamente, gli operai potevano venir spostati anche per punizione. Accadeva anche questo. Per esempio un muratore è stato trovato dal capoguardia a fumare nell’orario di lavoro, ma lo faceva in un reparto in cui era “in mezzo all’acqua”. Per punizione lo hanno mandato al reparto 1, dove ci sono i legnami, dove si trova la segatura, dove si trova di tutto, proprio a spazzare la segatura. Ed era anziano questo muratore, ed era della manutenzione, ed è stato spedito per punizione al reparto 1. Ma io mi chiedo: come si fa a fare così? Perché, facendo così, quest’ uomo mica perde il vizio di fumare! E mi pare proprio che ci sia un pericolo maggiore a mandare uno che fuma fra legno e segatura!
Ed è successo più di una volta, in cartiera, che la segatura abbia preso fuoco, magari perché un operaio stava fumando ed ha visto arrivare una guardia, un capoguardia, od il capo, ed ha buttato via di corsa la cicca. E il vizio del fumo lo ha, al giorno d’oggi, la maggioranza degli uomini, e secondo me queste punizioni erano assurde. E mi chiedo: era forse questa una direzione ‘sana’?
E, quando comminavano una multa, l’operaio non sapeva neppure di averla presa, non veniva direttamente avvertito, e trovava solo il suo nome scritto sull’albo dei puniti.
E la Commissione interna, in questi casi, stava dalla parte della Direzione. Ed io sono stato l’unico che ha protestato, una volta, perché hanno dato tre giorni di sospensione ad un operaio per aver mangiato un piatto di minestra non suo ma di un altro che era a casa in quel momento».

G. D’Orlando. Cartiera di Tolmezzo. Centrale termoelettrica. Caldaia. Montaggio. 1 marzo 1966. Sesto San Giovanni (MI), Fondazione ISEC Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, fondo Sezione fotografica dell’Archivio Storico Breda, C_SC_254. (https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-5w060-0008458/).

L: Mi può raccontare in modo più approfondito questa storia della minestra?

Mi ricordo in particolare questo fatto, perché sono finito coinvolto anch’io, che allora facevo parte della Commissione interna. E devo premettere che i pasti si pagavano settimanalmente.

Un operaio, che si chiamava Concina, che era un poveretto, mutilato di guerra di un occhio, che aveva quattro figli e che aveva fame, a pranzo ha chiesto il permesso, all’addetto, di poter mangiare la razione, già pagata di un altro lavoratore, che non risultava presente, e che era stata ritirata, dallo stesso per errore. E l’addetto al ritiro delle razioni degli operai gli ha dato il pasto preso per errore. Perché c’era un accordo che, in caso di assenza, mangiavano gli altri.
Ma il titolare del pasto, è rientrato a lavorare alle 2 del pomeriggio, ed ha chiesto, la sera, il suo cibo già pagato. Ma il cuoco gli ha detto che la sua razione di minestra era già stata consegnata a mezzogiorno. E in cartiera si mangiava un pasto al giorno, e chi era di turno dalle 6 alle 14, pranzava alle 12, chi era di turno dalle 14 alle 22 cenava.

Allora il lavoratore rimasto senza cena si è un po’ ‘incazzato’, e c’era sempre una guardia presente ai pasti. Sa pareva in cartiera di essere sotto la naja: dove c’era il tenente di picchetto presente alla distribuzione dei viveri.
Senonché la guardia ha firmato sull’accaduto un rapporto, e lo ha portato al capoguardia, che ha dato tre giorni di sospensione a quello che si era preso il pasto altrui. E poi cos’ è successo? Io, […] il giorno dopo alle 14, ho letto, all’albo, la punizione inflitta: “tre giorni di sospensione per aver mangiato la pasta di un altro operaio”. […]. (…). (11). E sono stato raggiunto dal poveraccio a cui avevano comminato la pena, che mi ha detto: “Guarda, Fabio, mi hanno dato tre giorni di sospensione dal lavoro per aver mangiato il piatto di minestra di … e mi ha fatto anche il nome, anzi il soprannome di questo, che era di Imponzo.

Allora io gli ho chiesto chi gli avesse dato la minestra, ed egli mi ha raccontato che era andato a chiederla e che gliela aveva data ‘De Gasperi’, cioè un operaio che veniva soprannominato così. Allora gli ho chiesto come mai avessero ‘multato’ lui. Infatti mica aveva prelevato lui, di nascosto, il piatto di un altro. Glielo aveva dato l’addetto al ritiro e distribuzione. Quindi, al limite, dovevano venir puniti tutti e due. A questo punto, sono andato a chiedere a questo ‘De Gasperi’, che si chiamava però Rico, cosa fosse accaduto, ed egli mi ha confermato di aver dato lui il pasto di un altro all’operaio mutilato. Ma allora “perché non hanno punito anche te?” – gli ho detto. Ma in realtà io sapevo che egli era il braccio destro del capoguardia, era quello che andava a fargli tutti i servigi in casa: era fra i ruffiani, fra quelli chiamati apertamente così.

A questo punto sono intervenuto io, presso il capoguardia ed ho sottolineato come si stessero facendo degli errori, e gli ho chiesto come si fosse permesso di dare tre giorni di sospensione ad un operaio per un piatto di minestra. Infatti l’accaduto doveva esser vagliato, prima, dalla Commissione Interna.
E se un altro ti mangia il pasto, devi rivolgerti, in primo luogo, a colui che lo ha consumato, non alla Direzione della cartiera, perché non c’entra, perché il pasto è stato pagato. E nello specifico, avremmo dovuto essere noi della commissione Interna a vagliare i fatti e decidere. E l’operaio doveva interpellare noi, non riferire al capoguardia subito.
Ma il capoguardia mi ha detto che io potevo fare quello che volevo ma «qui comandiamo noi, qui comanda la Direzione».

Cartiere del Polesine. (Da: https://www.cartieredelpolesine.it/azienda/).

Così prima sono andato dall’ing. Rith, direttore di reparto (12), e quello mi ha detto che non aveva colpa nell’ accaduto, perché non era stato lui a vagliare il fatto. Allora sono andato in Direzione e sono capitato proprio mentre vi era un incontro fra ingegneri. E così ho bussato e sono entrato. E l’ing. Rith, che era presente pure lui, mi ha detto che in quel momento stavano parlando, e che mi avrebbe poi riferito, alle 18, prima di lasciare il lavoro, quanto deciso.
A questo punto sono ritornato al reparto. E la sera sono stato raggiunto dall’ ingegnere, che mi ha pregato di mandare qualcuno ad avvisare Concina, che poteva pure venire a lavorare, che per il momento la sospensione è stata revocata. Ed io ho cercato qualcuno che raggiungesse il Concina a casa per avvertirlo che l’indomani poteva ritornare al lavoro. E mi avevano detto che avevano telefonato sino a Milano, dove si trovava momentaneamente il Direttore generale dell’industria per sapere il da farsi, ma il Direttore era momentaneamente assente, e così non avevano ricevuto risposta.

Senonché tre giorni dopo, ho guardato la tabella delle punizioni e ho visto: un giorno di sospensione a me, uno a Concina che aveva mangiato il pasto non suo, ed uno all’addetto, cioè al famoso ‘De Gasperi’. A questo punto sono andato di nuovo in direzione, e ho detto: “Ma cosa state facendo? Giochiamo a bussolotti? O siamo come sotto la naja, che prima si deve fare la punizione e poi, semmai, reclamare?”».

L.: Ma scusi, perché per questa storia del pasto hanno sospeso anche Lei?

Io sono stato punito perché mi ero portato sul posto di lavoro ad intervistare questo operaio, il Concina. Ma nella realtà io ero in riposo il giorno in cui sono andato a parlare con lui, non ero a lavorare e non ho abbandonato il posto di lavoro per andare a sentire il Concina, mi sono portato lì solo per chiarire questa storia. E mi hanno dato un giorno di sospensione perché io non dovevo portarmi al reparto per chiedere informazioni. E questi sono fatti veri, reali».

Adesso in cartiera non ci sono neppure le guardie che girano … […] ma quella volta era così. E quando quell’anziano operaio che era rimasto senza il pasto già pagato, che era uno che chiamavamo “Vite mee” ha saputo chi era che gli aveva mangiato la minestra, che era un suo paesano, è andato nell’ufficio di Direzione ed ha fatto un casino, a modo suo. “Perché lo avete sospeso se aveva fame? E perché gli avete dato la multa? Date a me la multa non a lui” – diceva. E voleva assumersi un giorno di sospensione lui …

Sa signora, sono cose che, a raccontarle, non paiono neppure vere, sembrano impossibili. E sembra quasi impossibile pure che si siano commessi certi errori in una fabbrica come la Cartiera di Tolmezzo. E mi creda: quello che aveva mangiato la minestra dell’altro, era uno che aveva veramente fame e che guadagnava poco perché lavorava poco. Ed era mutilato di guerra perché aveva perduto un occhio in Albania o in Grecia. E per far in modo che si licenziasse, alla fine gli hanno dato 700 o 800 mila lire. Ma anche lui ha preteso. Ed era comunista, ed ha dovuto licenziarsi per forza perché lo mandavano nel piazzale tutti i turni».

Simbolo stilizzato del Parito Comunista. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Comunista_d%27Italia).

L.: Ah, era comunista…   

 «Sì era comunista come me. E lo facevano lavorare solo 36 ore invece che 48, per stancarlo, e per fare in modo che uscisse dalla cartiera. E non guadagnava abbastanza per mantenere la famiglia, fino a che il poveretto ha avuto la fortuna di trovarsi un altro lavoro, con l’Enel che allora era la Sade. Ed è andato a fare il canneggiatore (13) sulle montagne. Ed anch’io l’ho visto più volte lavorare sui monti, ed il suo capo era quel D’Ambros, quello che è morto l’altro giorno, il padre di Carlo il capostazione. Ed egli mi ha sempre detto un gran bene del suo nuovo aiutante.  E quando è subentrata l’Enel, è stato assunto da quella, ed è rimasto lì fino alla pensione. Ma allora, prima di passare con la Sade, ha dovuto licenziarsi lui, dalla cartiera. Ed aveva famiglia a Montenars, sopra Tarcento. Per la verità egli era di Imponzo, ma lì non aveva una casa, e così era andato a casa della moglie. Ed aveva tre o quattro bambini, e in fabbrica lo subissavano di angherie, fino a che si è licenziato.

Ma ne hanno di fatto licenziati tanti di socialisti o comunisti. Prima li sottoponevano a tutte le angherie, ma, visto che tenevano duro, allora la Direzione ha proposto il premio di 100.000 lire a chi si licenziava da solo. E tanti, piuttosto che restare lì a lavorare, trattati come erano, hanno accettato. (14). E poi, una volta ritornati a casa, tanti sono andati a lavorare all’ estero. Ed hanno avuto anche la fortuna di trovarsi fuori in salute, e sono magari riusciti, lavorando tanto, a farsi anche una casetta. E qualcuno poi ha cambiato pure mestiere, e così via …».

L: Ci sono altri fatti che vuole raccontarmi?

«Era un giorno che pioveva a dirotto, ed eravamo tutti bagnati dopo una giornata di lavoro passata a portar dentro i tronchi, i piloni – si chiamavano così -, caricandoli e ricaricandoli sui carrelli. Ma per poter chiedere di andare ad asciugarci, tutto il legname doveva trovarsi all’ interno della fabbrica, in modo che gli altri operai potessero far funzionare le macchine.

E così giungono le nove di sera. Eravamo bagnati fradici, ed è passato, in quel momento, il capo. Ma nessuno aveva il coraggio di chiedere di andare ad asciugarci. Ed allora io ho detto a questo, che si chiamava Deotto: “Deotto non potremmo entrare ad asciugarci? Fra un’ora andiamo a casa e siamo marci di acqua”.  E Deotto ci ha dato il permesso di andare due alla volta al forno, per un quarto d’ora a coppia, dandoci il cambio. E si era in otto. E così ho chiesto ad uno di venire con me. E noi due siamo andati al forno e poi, usciti noi, sono entrati gli altri. Ma intanto erano venute le nove e mezzo di sera, e i nostri compagni sono andati tutti insieme, dopo aver preparato tre carrelli.

Ed io, nel frattempo, invece di ritornare al lavoro da una porta, sono passato da un’altra, ed ho incontrato il capoguardia. Questi mi ha fermato e mi ha detto come mai avevo abbandonato il lavoro. Allora io gli ho detto che non avevo abbandonato il lavoro, che avevo chiesto al capo di potermi andare ad asciugare. Così il capoguardia è andato al forno ed ha trovato tutti gli altri operai ad asciugarsi insieme. Ed ha dato ordine di comminarci un’ora di multa a testa. Ma dico, io, avevamo il permesso di andare ad asciugarci, ed ugualmente si prende un’ora di multa? Se poi gli altri sono andati insieme, mica è colpa mia! E l’ho detto a Deotto, ed egli mi ha risposto: “Abbiamo fatto così per non fare differenze”.

Ed anche quest’ora di multa è uscita poi ai tempi del Collegio Arbitrale (15). In quella sede, infatti, loro hanno portato tutto l’elenco delle multe che avevo preso. Per inciso, la prima ora di multa l’ho presa il primo giorno di lavoro in cartiera, ma poi me l’ha revocata il capoguardia.
È successo così. Io mi trovavo nello sgabuzzino dove si mangiava, e ho visto altri operai che fumavano, e così mi sono fatto la sigaretta anch’io. E ho preso un’ora di multa anch’io, come gli altri. Neanche lì, in quel refettorio che era un piccolo sgabuzzino, si poteva fumare …   Ma allora dico io, in che mondo viviamo …

Da: https://www.puntocriticoblog.it/2520/brutte-notizie-dalla-cartiera-di-tolmezzo/.

L.: Io non ho mai sentito parlare, negli anni sessanta, di un grande movimento operaio….

«La Cgil era in maggioranza, come sindacato unico fino alla scissione. Ed erano i tempi di Contardo. Però la Cgil non è mai andata morendo, il sindacato è sempre esistito in cartiera, ma il numero di iscritti andava su e giù. Un anno era la Cisl in maggioranza, un anno o due la Cgil. Però in cartiera ha quasi sempre avuto la maggioranza la Cgil, e la Cisl l’ha avuta solo negli anni della crisi. Oggi la maggioranza è Cgil.

E vi era differenza nella linea sindacale. La Cisl era contraria agli scioperi promossi dalla Cgil e non vi aderiva. Insomma allora non aderiva alla lotta di classe, praticamente. E quello era un male. Ma ora non accade più perché, finalmente, anche la Cisl ha capito, almeno parzialmente, che bisogna essere uniti per lottare. E la Confindustria è unita. Non ci sono divisioni in Confindustria. Gli operai devono esser educati a lottare insieme. Ed io ho sempre detto che il sindacato ha sbagliato a non educare i lavoratori».

L.: Mi racconti degli operai comunisti e socialisti.  

«Come Le ho già detto a decine e decine sono stati licenziati od hanno accettato il licenziamento. Ma fra quelli licenziati, il mio caso è unico. Poi c’è stato anche il caso di Pietro Contardo (16), che, prima di me, ha rischiato di essere licenziato quando hanno fatto il primo sciopero per l’attentato a Togliatti (17). Praticamente hanno fatto suonare la sirena per far uscire gli operai, per fare sciopero … Allora quasi tutti vi hanno aderito. Hanno suonato la sirena e gli operai hanno incrociato le braccia ed hanno smesso di lavorare. E volevano licenziarlo, povero Contardo, e se l’è cavata per un pelo, ma ha dovuto lasciare la Commissione Interna, altrimenti finiva a casa, e ha dovuto sottomettersi, pur restando del sindacato. Ed ha continuato a lavorare in cartiera sino al pensionamento per età. E quelli di sinistra, che sono rimasti in cartiera, non potevano fare attività politica perché dovevano mangiare, perché rischiavano di venir licenziati».

G. D’Orlando. Cartiera di Tolmezzo. Centrale termoelettrica. Caldaia. Montaggio. 6 dicembre 1965. Sesto San Giovanni (MI), Fondazione ISEC Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, fondo Sezione fotografica dell’Archivio Storico Breda, C_SC_254. (https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-5w060-0008452/?view=soggetti&offset=3&hid=808&sort=sort_int).

L.: Mi racconta il caso della somma per vecchi e disoccupati?  

«Gli operai provenivano da tutta la Carnia. Ma ce n’erano anche che venivano dal Friuli. E non vi erano gruppi paesani all’interno, e vi erano operai di Cavazzo, di Verzegnis, di Sutrio, di Ampezzo, di Lauco, di Villa Santina, e non erano influenzati dall’appartenenza ad un paese o meno, da quanto mi risulta. È successo però un caso, dove ho preso posizione anch’io, e questo è proprio stato il collasso. Avevano deciso di devolvere mezza giornata di lavoro ciascuno ai disoccupati od ai vecchi, come forma di assistenza invernale. Ed era stata istituita prima del 1950, ma ha continuato ad esistere anche poi. E tanto davano gli operai, tanto doveva dare la cartiera.

Ma proprio l’anno in cui ero nella Commissione Interna, su questo io ho preso posizione. Infatti prima di allora, i soldi ricavati per questa forma di assistenza non restavano in ambito comunale o nei comuni adiacenti dove erano presenti operai in difficoltà economiche, ma andavano alla cassa centrale. Ed allora io mi sono opposto a questo, ed ho sostenuto che i nostri soldi dovevano esser divisi tra i nostri comuni e, che bisognava che ci fosse, nella commissione comunale, una rappresentanza degli operai della fabbrica, in particolare. Infatti molti operai dicevano che non sapevano dove andava a finire quel gruzzolo. Inoltre alcuni di loro avevano pure parenti poverissimi, che però sino ad allora non avevano visto niente, mentre i soldi andavano a finire alla sede centrale, che non so se si trovava ad Udine.

E così mi sono recato all’Eca (Ente Comunale Assistenza), dove mi pare fosse impiegato un certo Alvise di Imponzo, e gli ho chiesto chi era in commissione, ed egli mi ha detto che la presidente della Commissione comunale era la signorina Maria Chiussi. (18). Allora ho spiegato al signor Alvise che io ero della Commissione Interna della Cartiera, e che quello che venivo a chiedere non era per me ma a nome degli operai della fabbrica, che dicevano di non sapere dove andassero a finire i soldi, quando anche in Carnia c’erano tanti senza lavoro o anziani. E ho proposto che uno degli operai della cartiera fosse chiamato a far parte di detta commissione per il riparto fondi.

Allora il signor Alvise mi ha detto che era d’accordo, che sarebbe stato meglio fare così. Quindi, forte di quanto dettomi, sono andato in cartiera, ha parlato con la Commissione Interna, che all’epoca era della Cisl, e dove io ero il solo della Cgil. Ma gli altri membri della Commissione Interna hanno respinto l’ipotesi, dicendo che si configurava come una mancanza di rispetto verso la Commissione esistente, che godeva della loro piena fiducia, e che non serviva assolutamente che un lavoratore della fabbrica ne facesse parte. A questo punto, indispettito, ho detto loro: “Benissimo, ed allora io farò propaganda in cartiera perché gli operai non diano niente”.  E loro a me: “Ah!!! Ma fai quello che vuoi!!!”.

Deve sapere che chi voleva donare mezza giornata di paga doveva andare a registrarsi in ufficio. Ed è andato a finire che anche persone che si erano già iscritte poi sono ritornate indietro nella loro decisione, e metà degli operai non ha aderito alla proposta di lasciare qualcosa per disoccupati e vecchi, non sapendo dove andavano a finire i soldi. E tanti hanno detto che avevo ragione. Così, quell’anno, hanno incassato la metà di quello che avevano incassato gli altri anni. E si sono dati la zappa sui piedi, mentre, se le cose fossero andate come dicevo io, se quei soldi fossero andati ai poveri della Carnia, il 100% degli operai avrebbe contribuito alla raccolta fondi, non lasciando solo mezza giornata in beneficienza, ma anche una giornata intera. E per me la cifra doveva essere divisa in base agli operai di ogni comune. Insomma l’idea era quella che ogni comune di provenienza di operai della cartiera che avessero contribuito all’iniziativa, e che sicuramente avevano disoccupati e anziani poverissimi, ricevesse una parte del denaro raccolto. Ma niente: alla Commissione Interna non è andato bene neppure questo.
E così è andato a finire che queste scelte sono andate bene solo alla Direzione della cartiera, che ha versato molto meno del solito» .

Interno di una cartiera. (Da: http://www.prolocoisolaliri.it/tag/cartiere/).

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Così termina la seconda parte del lungo racconto di Cinausero, che si ha l’impressione spesso si trovasse di fatto da solo nell’esporsi a portare avanti alcune rivendicazioni od a chiedere giustizia. Ma del resto lo stesso Romano Marchetti (19) sottolinea come molti giovani, avendo trovato un lavoro in una delle cartiere dell’Alto Friuli, dimenticassero subito ogni ideale, ogni diritto, ritenendosi soddisfatti di poter lavorare.
E questa azione di sottomissione ai voleri del padrone e dei suoi emissari, se così vogliamo dire, è ben descritta anche da Fabio Cinausero qui. Insomma la garanzia di un lavoro fu usata come deterrente a qualsiasi promozione di un pensiero socialista e di una azione atta a migliorare la propria situazione di vita.

In Carnia ed in Friuli, come in gran parte d’Italia, nel corso del dopoguerra pure l’adesione alla chiesa cattolica continuò, come del resto prima, a segnare i buoni ed i cattivi, e vi fu una società spesso caratterizzata da padroni, padroncini e sotàns, e definita da silenzi anche omertosi, tanto da pensare che non vi fosse stato un distacco, una svolta decisa post bellica, ma che certi aspetti dell’Italia fascista fossero continuati ad esistere qui, e forse permangano, mentre la Carnia precipita verso il baratro.
E non a caso Marchetti parla, riferendosi agli anni Trenta, di una Carnia caratterizzata dall’analfabetismo politico dei giovani e dal letargo dei più. (20). Ma ora, forse, non è la stessa cosa? E mi domando: Siamo andati avanti o stiamo ritornando indietro, in questa terra di montagna?

Laura Matelda Puppini

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Note.

(1) “L.” sta per Laura Matelda Puppini, intervistatrice.

(2)  Inizialmente vi era solo la Cgil che univa i lavoratori, e che promosse un grande sciopero nel 1947 contro la disoccupazione, essendo presidente del consiglio De Gasperi. Con lo sciopero del novembre ’47, però, iniziò un periodo difficile contrassegnato da scontri violenti tra polizia e manifestanti. Purtroppo la situazione peggiorò ulteriormente e la tensione tra operai e forze di governo si fece altissima. Ci furono tre incontri tra Cgil e Governo per risolvere in modo definitivo le questioni sul tappeto, ma si giunse solo al terzo giorno ad una intesa, che pose fine agli scioperi ed alle manifestazioni. Inoltre su molti temi le diverse anime della Cgil erano di opinioni contrastanti, per esempio sul piano Marshall. Così andò a finire che la componente cattolica uscì dal sindacato formando la Lcgil (Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro), filo americana, poi divenuta la Cisl, nel 1950. (Il sindacalismo cattolico dall’unità sindacale alla nascita della Cisl, a cura di Simone Galgano, in: http://www.storiaxxisecolo.it/larepubblica/repubblicasindacad.htm).

(3) Nel merito cfr. Intervista a Fabio Cinausero. Le peripezie di un operaio carnico, sindacalista, attivista comunista, come da lui narrate a Laura Matelda Puppini alla fine del 1979. Prima parte, in: www.nonsolocarnia.info.

(4) Talotti Vinicio era nato ad Arta Terme il 25 aprile 1925, partigiano osovano, nome di battaglia Ettore, democristiano, fu pure commissario di battaglione. Dopo la Liberazione diventò sindacalista Cisl presso la cartiera di Tolmezzo, ove non si fece amare da tutti. Politico democristiano, fu presidente della Comunità Carnica dopo Libero Secondo Martinis, consigliere dell’Ente Friuli nel Mondo e fondatore dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione. Fece pure parte del consiglio di amministrazione del CO.S.IN.T. dal 1971 al 1983, fu presidente dello IACP Udine e venne insignito del titolo di commendatore. Morì il 29 marzo 2000. (Da: Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, Ifsml Kappa Vu, 2013, p. 409).

(5) Gli stessi problemi, poi risolti, sono stati descritti da Carlo e Susanna Capiaghi. Cfr. Carlo e Susanna Capiaghi. Storie operaie alla cartiera di Tolmezzo. Intervista di L. M. Puppini 6/9/1980, in: www.nonsolocarnia.info.

(6) Non ho trovato il nome del dott. Bellorini e non so chi fosse.

(7) La Cartiera era stata creata da Aristide Petzalis, ebreo, che era anche il direttore generale della cartiera Naejere a Willebroek, in Belgio, che era di proprietà di una società di cui faceva parte lo stesso Petzalis oltre che De Naeyer e Le Croix. Così nel 1929 uomini e donne della Carnia vennero mandati a Willembroek per imparare a lavorare e per seguire corsi di qualificazione.  (Testimonianza di Virgino Spiluttini raccolta da Dino Zanier a Verzegnis il 7 settembre 1979, pubblicata a stralci in: AA.VV., La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980, pp. 95- 98 e 214 -215). Aristide Petzalis era di origine ebraica e venne allontanato dalla cartiera a causa delle leggi razziali nel 1938. Così la fabbrica rimase in mano al direttore generale Marpillero sino al 1939, quando entrò nella società proprietaria la Pirelli, inizialmente con quota azionaria minoritaria. (Cfr. Laura e Marco Puppini, Movimento operaio, op. cit., p. 70). Dopo la fine della guerra, Petzalis ritornò a dirigere la Cartiera per un breve periodo, ma quanto basta per mandar via l’ing. Pettinau, presumibilmente di origine sarda. Cfr per questo periodo anche: http://www.nonsolocarnia.info/marino-ambrosio-la-mia-vita-alla-cartiera-di-tolmezzo-intervista-di-laura-matelda-puppini-15-aprile-1980/.

(8) Qui, come in altre parti della sua narrazione, Cinausero racconta con discorso diretto quanto ricorda. Ed io ho lasciato questa sua scelta, in questo caso.

(9) In questo caso, Fabio Cinausero pare riporti dei ‘sentito dire’ successivi, senza sapere se fossero la verità o meno. Nella realtà c’era stata di mezzo la seconda guerra mondiale, dove la cartiera aveva prodotto prevalentemente cellulosa, la ripresa post- bellica, ed il cambio dei vertici alla Liberazione, quando era subentrato nuovamente Petzalis, per poi cedere alla Pirelli.

 (10) Marino Ambrosio, pur dicendo che Petzalis era burbero, e che diceva agli operai che, se non stava loro bene così, c’erano tanti disoccupati fuori che attendevano un lavoro, afferma però che Petzalis non aveva mai fatto distinzioni politiche o di credo religioso fra gli operai. (http://www.nonsolocarnia.info/marino-ambrosio-la-mia-vita-alla-cartiera-di-tolmezzo-intervista-di-laura-matelda-puppini-15-aprile-1980/).

(11) Qui in realtà CInausero dice: «Io sono entrato a lavorare il giorno dopo alle 14, ed ho letto, all’ albo, la punizione inflitta: “tre giorni di sospensione per aver mangiato la pasta di un altro operaio”.  Dovevo andare a lavorare sul piazzale, ma mi sono fermato», e pare quindi non sia andato a lavorare come avrebbe dovuto fare, poi, però un po’ dopo smentisce e dice che era il suo giorno di libertà.

(12) Non sono riuscita a reperire il nome dell’ing. Rith, citato anche da Marino Ambrosio. (http://www.nonsolocarnia.info/marino-ambrosio-la-mia-vita-alla-cartiera-di-tolmezzo-intervista-di-laura-matelda-puppini-15-aprile-1980/). Qui è poco chiaro il ruolo dell’ingegnere, che pare, anche da Ambrosio, essere il direttore, ma forse per Direzione qui si intende l’ufficio.

(13) Aiutante nei rilievi topografici.

(14) Lo stesso fatto e cioè la proposta della cartiera di dare 100.000 lire extra a chi si licenziava, viene motivata in modo diverso e diversamente vissuto da Fabio Cinausero e da Marino Ambrosio. (Cfr. (http://www.nonsolocarnia.info/marino-ambrosio-la-mia-vita-alla-cartiera-di-tolmezzo-intervista-di-laura-matelda-puppini-15-aprile-1980/).

(15) Cfr. Intervista a Fabio Cinausero. Le peripezie di un operaio carnico, sindacalista, attivista comunista, come da lui narrate a Laura Matelda Puppini alla fine del 1979. Prima parte, in: www.nonsolocarnia.info.

(16) Pietro Contardo, detto ‘Pieri precîs’ di Tolmezzo. Era bravissimo pure a fare ringhiere e lavori artistici in ferro battuto. Lo stesso Contardo mi ha narrato che fu Lui a suonare la sirena per fare uscire gli operai dalla cartiera, quando avvenne l’attentato Togliatti. Ma allora Cinausero non era ancora a lavorare lì. Certo che Contardo rimase una specie di mito per quanto fatto allora e per le sue lotte.

(17) Dopo la vittoria della Dc il 18 aprile 1948, il 14 luglio dello stesso anno un giovane attentò alla vita di Palmiro Togliatti, allora capo indiscusso del Pci, che ne uscì vivo solo grazie alla sua tempra ed al fatto che la pallottola che lo raggiunse alla nuca non oltrepassò la calotta cranica. Una ondata di sdegno travolse l’Italia e ovunque gli operai scesero in sciopero e andarono a manifestare. «Gli operai della FIAT di Torino sequestrarono nel suo ufficio l’amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell’interno, impartì disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l’intero paese sembrò sull’orlo della guerra civile». Solo il 14 luglio vi furono, nel corso delle manifestazioni, 14 morti e centinaia di feriti. (https://it.wikipedia.org/wiki/Palmiro_Togliatti).

(18) Maria Chiussi, simpatizzante per il fascismo, era appassionata di tutto ciò che riguardava la Carnia ed i carnici specie nell’arte e nella tradizione, e ciò lo si può conoscere da quanto ha dato di sé per il Museo Carnico. (Nota scritta da Romano Marchetti). Nata a Tolmezzo il 15 gennaio del 1905, figlia del farmacista Ascanio Chiussi, si diplomò in ragioneria a Vicenza dove si trovava ospite di parenti. Impegnata nel sostenere la gente della Carnia anche negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale. Viene ricordata per l’impegno profuso a favore dei bambini di Tolmezzo con la realizzazione della colonia elioterapica di pra’ Castello, di cui fu responsabile e per l’aiuto dato nella farmacia di famiglia. affidata ad un direttore, dopo la morte prematura del padre, il farmacista Ascanio Chiussi, permettendo così, al fratello, dott. Giuseppe Chiussi, di concludere gli studi e rilevare l’attività. Durante la seconda guerra mondiale si prodigò nell’opera di aiuto a favore dei perseguitati dalle truppe tedesche di occupazione salvandone più di uno dai campi di concentramento. Membro della Croce Rossa Italiana, salì ai vertici dell’associazione, rivestendo pure, a fine conflitto, il grado di generale della stessa. Nel dopoguerra si dedicò con passione alla realizzazione del Museo Carnico delle Arti e delle Tradizioni Popolari quale stretta collaboratrice del Senatore Michele Gortani e della moglie, Maria Gentile, di cui era intima amica, e con impegno e dedizione contribuì allo stesso cercando oggetti tipici ed artistici ed acquisendoli per lo stesso. Alla morte di Michele Gortani, per espresso desiderio dello stesso, lo sostituì nella carica di direttore del Museo fino alla metà degli anni settanta.  Ricercò pure, assieme a don Giuseppe Gallo, esperto conoscitore delle opere del pittore Nicolò Grassi, girando le canoniche e le parrocchie della Carnia per almeno un ventennio, tele di detto pittore, contribuendo al loro ritrovamento. Fu inoltre membro, per anni, della Filologica Friulana, amica dei Ciceri e di Novella Cantarutti, con il quali si consultava e collaborava nella ricerca e nella tutela dei beni locali. Alla fine degli anni settanta fu insignita del Premio Epifania. Morì a Tolmezzo l’8 maggio 1988. (Da: Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini), op. cit., p. 165).

(19) Cfr. Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini), op. cit., p. 45.

(20) Ivi.

L’immagine che accompagna l’articolo, è una di quelle già utilizzate all’interno. LMP.

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