27 gennaio 1945, i russi entrano ad Auschwitz; il mondo scopre solo allora l’esistenza dei campi di sterminio, almeno così ci raccontano. L’orrore assoluto, tutto il dolore dell’universo concentrato nel battito di ciglio di pochi anni e in una piccola area del pianeta. Lì tutto è avvenuto, ogni nefandezza, ogni crudeltà che mente umana possa concepire, ha preso forma e dilaniato milioni di poveri esseri inermi.

Molte domande si affollano nella mente di fronte alle immagini terribili arrivate a noi, ma una è quella che più mi angoscia: mentre la mattanza dei propri simili, pur sempre già messa in atto nel corso di molte pagine truci nella storia, veniva realizzata da governi, da massime istituzioni e rappresentanze della comunità umana con scientifica meticolosità, con scrupolosa determinazione, con pianificata freddezza, mentre ciò accadeva, in quali occupazioni era intento il resto della comunità umana? In cosa le restanti alte istituzioni del pianeta? Dell’Europa? Cosa ha fatto sì che gli evidenti segnali dell’avvicinarsi di un terribile epilogo fossero ignorati, che cosa ha causato la grande cecità diffusasi in quell’epoca?

“Mein Kampf” era già stato scritto, comunisti, oppositori, sindacalisti, omosessuali, handicappati, zingari, pazzi, erano già stati uccisi, la macchina infernale macinava già uomini donne e bambini, l’esercito tedesco, con la complicità dei fascismi locali, invadeva territori e rastrellava gente per concentrarla in lugubri luoghi di attesa; cosa ci voleva a capire che si era di fronte ad un’ideologia crudele che avrebbe portato morte, miseria e distruzione mai viste sulla faccia della terra? Cosa fecero gli Stati? Cosa la Chiesa? Cosa la comunità ebraica mentre si uccidevano “gli altri”?

La risposta potrebbe oggi fornirci gli anticorpi, il sistema d’allarme necessario contro il rinascere di quel male. Invece è un tabù, non se ne parla, non si parla di quella china lungo la quale scivolarono milioni di persone in bocca ai forni crematori, non si parla di responsabilità, complicità, indifferenza e silenzio altamente colpevoli dei potenti del mondo o di quelli pur non perseguibili, della gente comune.
Soprattutto dopo, quando non fu più possibile negare, perché la maggioranza dei carnefici, di quegli anonimi e zelanti esecutori l’hanno fatta franca? Perché si cancellarono i nomi scritti sui muri di San Saba, si occultarono i documenti sulle stragi nazifasciste in armadi rivolti verso il muro in oscuri scantinati, si accolsero nelle file dei servizi segreti e delle Istituzioni personaggi pesantemente compromessi con il più efferato massacro della Storia?

Non ho scritto volutamente “il più grande”, perché l’essere umano si è più volte macchiato di indicibili genocidi; basti pensare allo sterminio degli indigeni in tutto il continente americano, allo schiavismo che ha fornito l’energia per la prima immensa accumulazione di capitale della Storia, prima dell’avvento della macchina a vapore e del carbone, al massacro degli armeni, a Pol Pot, al Ruanda….. Ma sicuramente si tratta del primo genocidio pianificato con delirante ossessione al punto di voler braccare le vittime ovunque esse si trovassero, al punto di teorizzarne la scomparsa ovunque essi fuggissero, ovunque essi trovassero rifugio, in tutto il mondo, in ogni nazione che li ospitasse. E la loro eliminazione avveniva in alcuni luoghi fisici, fabbriche efficienti in cui si macinavano uomini donne e bambini a milioni.

Io mi domando ancora, perché questi luoghi, perché i binari che portavano l’immensa e dolente massa umana all’annullamento, perché questi luoghi oscuri eppur conosciuti (così ha ormai dimostrato la Storia ufficiale), così ben visibili dal cielo, non sono stati bombardati dalla potente flotta aerea alleata che invece li sorvolava e andava a bombardare Berlino, Dresda, Hiroscima e Nagasaki? Perché aggiungere altre centinaia di migliaia di morti innocenti a quelli che già si consumavano nei forni crematori?

La comunità internazionale, le istituzioni mondiali, prima di mobilitarsi contro il fascismo ed il nazismo, si macchiarono di connivenza, connivenza che in qualche modo si perpetuò anche durante la lotta e dopo la vittoria, attraverso l’occultamento di prove, la protezione e la fuga di molti protagonisti; il sistema industriale produttivo che sostenne i criminali dittatori nella loro ascesa, si arricchì smodatamente durante il conflitto e nessuno venne messo sotto accusa per questo; i popoli che applaudirono nelle piazze i deliranti discorsi di Hitler e Mussolini non ebbero dopo, a delirio terminato, un’occasione, un percorso di presa di coscienza comune, per capire il meccanismo infernale della sospensione di giudizio collettiva e personale di fronte alla morte di milioni di propri simili, di fronte al vicino di casa che veniva trascinato via e al sollievo provato dietro alla propria porta chiusa; il sistema educativo  post bellico si è dimostrato molto carente nel comunicare ai giovani l’enorme portata di quanto accaduto e nel compito di indicare con chiarezza la cause e gli antidoti a tutto ciò.

Coloro che videro e capirono, i lungimiranti, i coraggiosi che dissentirono, che salvarono vite a loro mortale rischio, tutti coloro che allora si opposero al fiume in piena del delirio collettivo, oggi li chiamiamo eroi, ma allora venivano spesso derisi e perseguitati: disfattisti, traditori, odiatori d’Italia, “buonisti, radical chic e professoroni” direbbero oggi, “zecche comuniste”.
La Resistenza, quel manipolo di coraggiosi che scelse la strada più dura e pericolosa, e che scrisse sugli impervi sentieri di montagna, con l’esempio e il sangue una delle migliori Costituzioni del mondo, essi, i partigiani, i resistenti di allora vengono oggi spesso stigmatizzati e condannati per le debolezze umane, per gli errori e le brutture commessi da alcuni nel corso della situazione più tragica in cui una persona può mai trovarsi in questo mondo, in questa vita: la guerra, una guerra crudele e assolutamente impari.

Spesso chi sostiene l’inutilità della Resistenza e la sua nocività per il popolo sofferente, appartiene alla destra, nella sua parte più oscura di negazionismo e di nostalgia fascista, oppure in quella parte che nulla fece allora e nulla farebbe oggi per ignoranza o colpevole ignavia.
Quindi al popolo ebreo, alla sua dignità e al suo dolore va la pietà del mio cuore, la mia vicinanza, il mio amore, a quel popolo che ha dovuto sperimentare la discriminazione e la violenza in tante parti del mondo ma che qui, allora, dovette subire tutta la persecuzione ed il peso schiacciante di cui può essere capace il potere statale di alcune delle piu forti e democratiche istituzioni della civile Europa, sotto gli occhi altrove volti e le bocche cucite delle altre.
Ma insisto: come e perché ha potuto accadere? Come e perché non si è potuto fermare? Come e perché non si è potuto capire ciò che era accaduto fino in fondo e processare la gran parte dei colpevoli?

Hanna Arendt ha scritto: La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive”
Forni di Sotto venne bruciato, saccheggiato e distrutto nel 26 maggio 1944; solo il nome della scuola ricorda quel tragico avvenimento che tanto segnò le vite dei fornesi, non un cippo, non una targa commemorativa; oggi l’amministrazione comunale, in seguito alla ristrutturazione dello stabile,  provvede a non riportarne il nome originale sulla facciata, bensì solo  “Scuola primaria, scuola dell’infanzia “Forni di Sotto”, pur non osando rimuovere la vecchia iscrizione sulla pietra originale posta all’entrata. Ecco, giudicate voi se questo è o non è, voler rimuovere la memoria. Se non questo, cosa?

Ira Conti.

L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Ira Conti, ed è un particolare da una immagine pubblicata su: http://cjalcor.blogspot.com/2018/. Laura Matelda Puppini  Puppini.

 

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