Per chi avesse analizzato dall’esterno la riforma della sanità nazionale e regionale, senza troppi localismi e battaglie inutili come quella per la risonanza magnetica total body a Tolmezzo e San Daniele, che ora è stata acquistata e collocata nei due nosocomi  con alte spese, ove però vengono a mancare servizi essenziali come un autonomo laboratorio analisi, avrebbe compreso subito quali orizzonti a tinte fosche si stavano preparando per la nostra salute. Vi propongo qui le lettere la Messaggero Veneto, che il noto quotidiano ha quasi sempre pubblicato, sull’argomento, da me scritte dal 2011 in poi. Fermiamo per favore uniti questa decadenza del ssr e ssn. Qualcuna ha solo la data in cui l’ho scritta ma non necessariamente non è stata pubblicata: semplicemente non ne ho salvato l’immagine. Inoltre ci potrebbe essere qualche altra lettera da me salvata in altra cartella, ma vedrò di trovarla semmai. Le mie considerazioni si diradano e quasi cessano dal 2015 perché alla fine del 2014 ho creato, grazie anche all’aiuto di Elisabetta per l’impostazione grafica e che cura tecnicamente il sito, www.nonsolocarnia.info.

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19 giugno 2011. Pubblicato il 16 luglio 2011 con titolo: Sanità in Alto Friuli, utenza e buon senso.

Questo mio contributo riguarda il dibattito aperto sull’acquisto della risonanza magnetica da parte dell’ass3 Alto Friuli e la sua possibile collocazione nell’ospedale di Tolmezzo. È possibile una alternativa?  Si sono valutate altre possibilità di spesa? Io credo che l’ass3 Alto Friuli debba valutare, in alternativa, il potenziamento laboratori analisi di Gemona e Tolmezzo, che ora presentano carenze, ed il potenziamento dei poliambulatori di vallata, data la situazione disagiata dell’utenza. Credo che solo i vertici aziendali dell’ass3 Alto Friuli, a cui spetta, in ultima istanza, decidere e rispondere ai cittadini, siano in grado di valutare una spesa in un’ottica globale, senza localismi. E mi continuo a chiedere se il potenziamento del laboratorio analisi ed una velocizzazione dei tempi di risposta esami svolti, non possano permettere di salvare molte vite. Inoltre sembra che l’ospedale di Tolmezzo possieda già un apparecchio per la risonanza magnetica ma non total body. Io credo che un paziente possa sottoporsi a risonanza magnetica anche in altri poli ospedalieri regionali o in strutture private convenzionate. Se l’esame dovesse rivestire carattere di urgenza, esso può avvenire su specifica richiesta dei sanitari al più vicino polo ospedaliero dotato di specifico macchinario, con invio del paziente con i mezzi di soccorso di urgenza, elisoccorso compreso.  Inoltre la risonanza magnetica è, per mia esperienza diretta, esame rumorosissimo, controindicato in presenza di metalli sul corpo e quindi potrebbero bastare un piercing o una vite per impedirne l’utilizzo, è sconsigliato per persone che soffrano di claustrofobia e implica tempi di esecuzione che possono giungere a 30 minuti per un esame dell’addome inferiore, e non so quanto tempo, francamente, per una total body. Infine persone in sovrappeso rischiano di non poter esser sottoposte a risonanza magnetica per limiti volumetrici del tubo. E credo ancora che, vista l’età media dell’utenza dell’Ass3 e il disagio di parte della stessa nel vivere in piccoli paesi di montagna, sarebbe importante pensare agli investimenti in un’ottica di lungo termine che favorisca una sanità che va verso le persone, attuando pure, se del caso, lo spostamento in taxi degli utenti, come ho visto in Normandia, dove la campagna è vasta, i villaggi tanti. E penso che le scelte economiche in campo sanitario, per il futuro, non possano sottovalutare l’importanza e la diffusione che potrebbero avere malattie infettive rispetto ad altre maggiormente presenti nel passato.

Laura Matelda Puppini

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30 settembre 2011. Pubblicata il 13 ottobre 2011 con titolo: Sanità Fvg, carrozzoni e semplificazioni.

“Relativamente a quanto riportato sui quotidiani locali sul discorso di Renzo Tondo in consiglio regionale ed ad alcune sue prese di posizione, anche se ancora tiepide a livello attuativo, vorrei esprimere alcune considerazioni personali.
Ho apprezzato il rimando del Governatore della Regione a temi generali quali: il concetto di essere al servizio del cittadino, l’importanza di razionalizzare la spesa pubblica attraverso il taglio dei privilegi di cui godono i consiglieri ed assessori regionali, l’eliminazione di enti ben poco utili od il loro accorpamento, in un’ottica di ripensamento della politica regionale.
L’ attuazione pratica mi pare inizi in sordina e mi auguro di vedere qualcosa di più e di più razionale e globale in un futuro prossimo. Infatti se si decide una linea operativa la si decide e non è possibile procedere, come la perpetua di don Abbondio, a passettini e fermatine.
Ma comunque un inizio è un inizio. Io credo che, nell’immediato, la Regione dovrebbe anche sfruttare al massimo le potenzialità del personale alle sue dipendenze, cercando di eliminare costosissime consulenze esterne.
Per programmare il futuro  in questa piccola regione,  è, a mio avviso, importante “vedere” la stessa come un unicum, ove ripensare la distribuzione dei servizi in base ad un sistema strutturato a rete con accentramento di alcuni aspetti dei singoli servizi e decentramento di altri,  con centri di piccolo e medio raggio, ed avendo come fine primario il welfare della popolazione ed una risposta forte alle esigenze comuni di salute, istruzione, cultura, educazione, formazione permanente anche come scambio esperienziale.
In tale ottica si impone il favorire una riposta ai bisogni di una base allargata e la verifica della stessa anche attraverso il rapporto fattivo con le associazioni che rappresentano i cittadini, Cittadinanzattiva e Codacons, tanto per fare un esempio.
Non sono assolutamente d’accordo e non lo sono mai stata, invece, con la creazione di un’ Azienda Sanitaria unica regionale, che si configura come un ingestibile carrozzone e  con il mantenimento delle singole aziende ospedaliere, che, di fatto,  non farebbe altro che rinfocolare  guerre fra strutture ed il mantenimento di “orti ed orticelli”. Io ritengo che le aziende ospedaliere siano da eliminare mentre si debbano mantenere 3 ass, la n. 1 triestina, la n. 4 Udine e bassa friulana, la n. 7 del pordenonese e sanvitese, accorpando in un’unica azienda l’ass3 e 4 medio friuli ( Cividale compreso) e ripensando il servizio sanitario distribuito su una rete territoriale di poliambulatori e centri di primo intervento facenti capo, a poli a medio raggio configurabili negli attuali ospedali, su cui distribuire le competenze onde evitare doppioni inutili.

Laura Matelda Puppini”

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1° dicembre 2011 – pubblicata il 10/12/2011 con titolo: Manca una mappatura dell’esistente.

Ho letto il primo dicembre scorso, sul Messaggero Veneto le linee di gestione della sanità proposte dalla Regione Fvg, e gran parte dei proponimenti espressi nel documento mi appaiono validi. Ma tali proponimenti generali si potranno poi attuare? Infatti quello che a mio avviso deficia è una mappatura dei servizi esistenti, della loro qualità, dei risultati ottenuti. Non si fa la programmazione sul nulla, ma su piani conoscitivi e di fattibilità, in campo energetico come in quello sanitario. Inoltre non leggo nulla sull’aggiornamento del personale medico e paramedico che tenga conto delle patologie più diffuse, del modo in cui diagnosticarle e curarle, e di aspetti di innovazione, nulla sul tirocinio per le nuove leve, nulla su possibili strumenti di verifica dell’operato del personale sanitario.  E ribadisco che non approvo l’azienda unica e che penso che il tempo dei super direttori, tra l’altro di nomina politica, sia finito. A me pare, pure, che esistano due sanità in Fvg: quella molto teorica, che il Governatore ritiene già praticamente esistente, e quella reale, che pare talvolta annaspi e sia in difficoltà in vario modo, ed i cui punti di criticità non paiono enucleati. Ma se non si conosce l’esistente, come si può programmare il futuro? Che senso ha, per esempio, bloccare il turn over o il personale al dicembre 2010, nei settori già allora carenti? Pare che in Friuli vi siano pochi urologi. Cosa fa la regione: lascia la situazione invariata?  Inoltre non è possibile, come da mia esperienza,  che si debbano  prenotare tamponi vaginali ed uretrali, che un esame urine possa venir refertato con linguaggio corrente,  che un pronto soccorso non  riesca ad evidenziare, su stessi sintomi, il reiterarsi di un’ infezione, che si firmino diagnosi senza esami a supporto o riscontro clinico,  che i consultori non siano in grado, talvolta,  di funzionare in modo adeguato, che in certi casi si abbia l’impressione che il codice di deontologia professionale, assieme ai diritti del cittadino in sanità, siano teoria, che non si guardi all’esperienza di altri stati per progettare e migliorare. Ripensare la sanità significa conoscerne le virtù ed i difetti, riportarla ad una dimensione di servizio al cittadino, snellirla da pastoie politiche e burocratiche, innovarla in vario modo guardando pure all’Europa.

Laura Matelda Puppini

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25 febbraio 2012. Pubblicata l’8 marzo 2012 con titolo: Bisogna ripensare ruoli e funzioni.

Riprendo, in questa mia, il discorso sul servizio sanitario per porre sul tappeto alcuni problemi. Il primo di questi è relativo al quesito su a chi competa la prima diagnosi, successivi accertamenti e le cure di un paziente. Al medico definito di base, di medicina generale, o curante, par di capire. Ma per svolgere questo compito egli dovrebbe essere bravissimo, non avere 1000 assistiti, dovrebbe sottoporsi ad un aggiornamento continuo; tenere, in cartaceo o su supporto informatico, la storia pregressa di tutti i suoi utenti, avere stabilità territoriale e possedere l’umiltà di inviare ad altri. Tali compiti gli spettano, poi, nell’ottica di una sanità accentrata e che avrebbe dovuto esser strutturata, se ho ben capito, su ospedali   di primo livello, specie di poliambulatori con annesso pronto soccorso, area emergenza e servizi essenziali, e di secondo livello, specialistici, senza presenza, di fatto, di poliambulatori di vallata o di zona. Ma pare che si sia creata, invece, in regione, una tendenza a formare centri solo di secondo livello, con competizione fra reparti analoghi siti in ospedali limitrofi. Inoltre ciò ha comportato che l’asse ospedale – medico di base diventasse centrale in sanità, senza effettivo beneficio per l’utenza locale, conferendo ad ospedalieri compiti ambulatoriali, mancando l’anello di giunzione, e con scarsa possibilità di scelta del curante da parte dell’utente. Permangono, pure, i problemi della caduta di assistenza medica nelle ore notturne e week end; quello delle competenze, orari e reperibilità dei medici di base; delle capacità professionali e relazionali del personale medico e paramedico e dell’aggiornamento e tematiche relative; della redazione della documentazione medica, non prevista nel caso del medico di base, e della verifica dell’operato del personale medico e paramedico. Così non si può andare avanti. Bisogna ripensare ruoli e funzioni in sanità.

Laura Matelda Puppini

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28 novembre 2012.

Leggo con vero disappunto la notizia che Mario Monti ritiene in difficoltà la sostenibilità del sistema sanitario pubblico, e le sue dichiarazioni vengono lette come la possibilità di privatizzare la sanità. Ma perché non ci si chiede, invece, perché questa sanità costa tanto e cosa si sta pagando, con i soldi pubblici? Innanzitutto vi è una spesa enorme per strutture ospedaliere, per es. il nuovo ospedale di Udine, che si poteva evitare, facendo adeguata manutenzione. Inoltre l’efficienza di un sistema sanitario si regge sulle strutture, su un numero di operatori adeguato, sulle capacità del personale medico, sulla rispondenza ai bisogni. Di conseguenza io credo che Monti dovrebbe vedere come razionalizzare la spesa analizzando l’esistente, creando reti regionali con prestazioni anche diversificate, e limitando ai più capaci, meritevoli e motivati, l’accesso alla facoltà di medicina, che non può avvenire su un test. Io credo, pure, che bisognerebbe creare un sistema sanzionatorio per il personale che commette un sacco di errori, favorendone l’evidenza, e limitare personalismi, arroccamenti ed orticelli, che non giovano ad una sanità organizzata ed efficiente. In sanità si può spendere meno e meglio, basta evitare di puntare solo al caso raro e migliorare la diagnostica, individuando e prontamente curando le patologie comuni, per esempio quelle infettive. Inoltre erboristi ed altri hanno creato, secondo me e senza offender nessuno, una specie di attenzione solo alla salute, medicalizzando le persone e allontanandole dalla coscienza dello stato di salute o malattia. Invece si dovrebbero fare corsi conoscitivi e di primo soccorso per tutti, favorire una sana alimentazione e moto e ginnastica non competitiva, evitare farmaci inutili, migliorare la diagnostica e la chirurgia e porre attenzione alle condizioni di vita e lavoro. Le vie per una sanità pubblica di qualità ci sono: basta rivedere l’esistente e cacciare la politica dagli ospedali.

Laura Matelda Puppini

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23 maggio 2013.

Vorrei riprendere il discorso sul servizio sanitario regionale, rifacendomi anche ad uno studio dell’.U.S.L. n.3,  del 1989. Esso presupponeva due tipologie di ospedali: quelli di primo livello, come il nosocomio tolmezzino, che doveva essere una specie di maxi poliambulatorio centralizzato, con annesso pronto soccorso, area emergenza, un punto nascita, un laboratorio analisi più qualche posto letto, ed un ospedale di secondo livello, mega- galattico, con le specialistiche, eliminando, di fatto, il ruolo dei poliambulatori di vallata o di zona. Anche allora si pensava il servizio al cittadino in un’ottica accentratrice di servizi, che costringe l’utenza, per la maggior parte anziana, a spostamenti di ampio raggio. Inoltre pare si sia creata una situazione di reparti in competizione tra i vari ospedali regionali, con spreco di risorse, se essi devono rispondere ad una domanda prevalentemente locale. Permane, pure, dal 1989, il problema, ovunque, della caduta di assistenza medica nelle ore notturne e nei week- and, con la presenza di giovani guardie mediche per molte ore, che nulla o poco sanno dei pazienti che vanno a visitare e della loro storia clinica, oltre quello di competenze, orari e prestazioni dei medici di base, e quello delle capacità professionali del personale medico e paramedico, che nel mio caso, che spero non faccia testo, mi è parso abbia agito, per esser benevola, spesso con  faciloneria e con comportamenti, in alcuni casi , veramente discutibili.  Altri problemi scottanti sono la redazione corretta della documentazione medica, la capacità professionale degli operatori, il ruolo dell’ufficio relazioni con il pubblico, la cui funzione pare stia solo sulla carta e la possibilità di verifica dell’operato del medico e paramedico anche da parte della direzione sanitaria di una casa di cura o azienda sanitaria, che pare, come nel mio caso, manchi.

Laura Matelda Puppini

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18 gennaio 2014- Pubblicata il 28 gennaio 2014 con titolo: Sanità. Una riforma da correggere.

Ritengo le recenti ipotesi sulla riforma sanitaria non consone alle esigenze e con possibili riflessi sulla vita delle zone marginali della regione. Non si può riformare la sanità mantenendo doppioni in alcuni ospedali e togliendo i pronto soccorso, gli ospedali minori e di fatto gli ambulatori che ivi si trovano di riferimento per territori a densità abitativa minore. Non si può limitare l’orario di un pronto soccorso, perché chi è già lì dove andrà ad orario di chiusura? E chi firmerà dimissioni o trasporto pazienti gravi solo perché ad una certa ora si deve sbaraccare? E di notte, uno che ha bisogno di un pronto soccorso, per esempio nel Canal del Ferro o nelle valli del Natisone, che farà? I medici di base hanno grossi limiti e non coprono la notte, e la guardia medica è legata all’ospedale. Io credo che si debbano lasciare i piccoli ospedali, come minimo con un pronto soccorso, una o più ambulanze e una sala per interventi minori di routine ed urgenti. Perché la chirurgia può essere d’ urgenza. Inoltre l’ospedale di Udine pare più in affanno di quanto non appaia, e sopravvive perché molto lavoro quotidiano viene svolto dagli ospedali minori, che erogano un prezioso servizio. La sanità deve essere territoriale, le chirurgie super specialistiche e i reparti per diagnosi e cure malattie rare possono essere accentrati. E chi accentra non può non tener conto di quisquiglie quali: parcheggi, tempi di attesa, spostamenti, problemi di trasporto.

Laura Matelda Puppini

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2 febbraio 2014.

Ho letto le ipotesi della CGIL e dell’Associazione infermieri sulla riforma sanitaria e mi chiedo se non siano boutades. Si dice che 17 ospedali sono troppi, ma i 17 ospedali non sono identici per prestazioni, le quali potrebbero venir maggiormente precisate, ma non so come si possa togliere i pronto soccorso, le chirurgie, un servizio per la chemio, gli ambulatori territoriali “potenziando i distretti”.  Perché quando si toglie un servizio che c’è ed ha utenza, bisogna capire in primo luogo chi svolgerà poi e dove detto servizio, altrimenti si penalizza solo i cittadini, che andranno a riempire la sanità privata o quella pubblica veneta o vi rinunceranno stremati. Inoltre il week o day surgery cioè il ricovero post operatorio per un massimo di 72 ore, tanto caro alla CGIL , avverrebbe in luogo diverso da quello ove il paziente è stato operato, con tutto ciò che questo comporta, compresa l’assistenza post-  operatoria di medici diversi da quelli  del reparto di operazione, per dirne solo una, oltre che il trasporto di un soggetto appena operato, magari a 50 km. di distanza. Il riconvertire in R.S.A è ugualmente problematico, perché le R.S.A. hanno personale infermieristico proprio e i pazienti sono affidati ai medici di base, che hanno già altri 1000 assistiti. Non so come si possa pensare poi di risparmiare trasformando i piccoli ospedali in mega galattici reparti riabilitativi, e per chi.

Laura Matelda Puppini

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23 marzo 2014.

Ho letto l’articolo a firma M. Blasoni sulla sanità, pubblicato il 23/3/2014, e credo che su alcuni punti egli abbia ragione: la mancanza di un disegno organico di riordino del settore, attribuibile anche alle giunte precedenti; non si possono avere tante aziende socio – sanitarie; non si possono avere eccellenze in ogni dove ed i 3 poli maggiori devono funzionare come integrantisi l’un l’altro. Ma se uno è colto da infarto deve poter essere soccorso immediatamente, e poi inviato a centro specialistico, e soprattutto i medici devono saper diagnosticare correttamente e subito; non si possono tagliare ospedali perché non esistono poli ambulatoriali specialistici territoriali se non ospedalieri; si devono mantenere centri territoriali di d’urgenza e una sala operatoria per interventi sia d’ urgenza che di routine; la guardia medica è legata all’ ospedale. E bisogna calcolare, nelle urgenze, tempi di attesa e trasporto, in varie situazioni climatiche e presenza di personale specializzato, nonché mezzi presenti ed intasamento dei servizi nel polo maggiore, mancanza di fatto dei medici di base per urgenze. Ed ancora: U. Veronesi riscontra questi problemi irrisolti nel s.s.n., che lo condizionano: mancanza di centri ambulatoriali sul territorio, con ospedali solo per acuti; divieto di lavoro privato per chi lavora nel s.s.n. e richiesta di full time per il s.s.n.; il sistema corporativo; l’invadenza della politica, la gerarchizzazione. (L’Espresso 7/1/2010).

Laura Matelda Puppini

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18 ottobre 2014.

Ho letto sul Messaggero Veneto del 13/8/ 2014, del rimpallo di competenze fra strutture sanitarie e medici di base. Eclatante la storia di Giuseppe, malato terminale: nel gennaio 2013 gli venne prescritta la paracentesi domiciliare. Ma il medico di base si rifiutò di farla, e finì per ricusare il paziente, e il day hospital oncologico pure, non ritenendola di propria competenza, finchè il poveretto, sentendosi di peso e rifiutato da tutti, trovò infine in un ospedale periferico aiuto. Questa storia, che pare non sia la sola, pone dei problemi etici di non poco conto. Inoltre i pazienti affetti da malattie croniche che frequentano un ospedale si sono abituati a locali, volti, persone, e possono essere posti in forte disagio dal mutare degli operatori di riferimento, soprattutto se di fiducia, e dal mutare di luoghi e situazioni. E questo aspetto, inerente alla salute psicofisica, non può esser negato da una sanità che ha fatto del benessere il suo slogan principale. Ogni riforma della sanità calata dall’alto, che modifica strutture ospedaliere, toglie alcuni reparti senza una valutazione della loro efficienza e del servizio dato, non fa che creare ulteriori problemi e disagi sia al personale che all’utenza. […].

Laura Matelda Puppini

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5 novembre 2014.

Ho letto sul Mess Ven del 5 novembre l’articolo: «Gemona e riforma sanitaria», ed alcuni aspetti mi hanno particolarmente colpito: la genericità delle affermazioni del Presidente della Regione e dell’Assessore Regionale alla Salute; gli errori numerici sui codici rossi al p.s. Gemona, poi però corretti; l’affermazione della dott. Telesca: «Siamo troppo abituati ad andare in ospedale se si sta male» – chiedendomi allibita dove dovremmo andare, secondo Lei; visto come funziona realmente il S.S.N.; il fatto che a Gemona si voglia ridimensionare il Pronto Soccorso rimasto con una sola ambulanza. Per quanto riguarda le ambulanze in dotazione ad un Pronto Soccorso, Domenico L. Urso scrive, sul suo, 4 aprile 2008, che vi è un’ambulanza di soccorso di base ed una attrezzata per il supporto vitale. Che tipo di ambulanza ha in dotazione Gemona e qual è stata tolta? Si continua poi a ribadire che tale riforma darà sicurezza, togliendo servizi di urgenza ed emergenza, che ovviamente i cittadini chiedono sotto casa; professionalità, dove e di chi non si sa, porterà innovazione, ma non si sa se in bene od in male. Il numero elevato di accessi ai pronto soccorso è problema italiano, per carenze del sistema, cfr. per es. il CCNL che regola il rapporto di lavoro dei medici di medicina generale, ed i loro limiti legati alla impossibilità di avere strumenti diagnostici senza un ospedale vicino. […].

Laura Matelda Puppini

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12 novembre 2014.

Ho letto sul Messaggero Veneto del 9 novembre 2014 che un docente universitario aveva lamentato che una visita non era stata per lui prenotata dal cup. Non entro in merito ad esperienza non mia, ma per quanto da me sperimentato negli ultimi anni, posso dire che può accadere, soprattutto verso la fine dell’ anno solare ma non solo, che le agende dei singoli reparti ospedalieri siano “chiuse” cioè detti reparti abbiano già un numero sufficiente di richieste da soddisfare per un arco di tempo stabilito o fino alla fine dell’anno, o non possano nel momento dato conoscere disponibilità per visite od esami esterni, a causa lavoro programmato interno, almeno così io ho compreso dal gentilissimo personale del cup. In alcuni reparti ospedalieri, poi, da che ho capito, all’inizio del nuovo anno si riprogramma l’agenda. Nei casi in cui singoli reparti ospedalieri abbiano l’agenda chiusa o l’abbia il singolo specialista privato, non è possibile prenotare la visita o l’esame in detta struttura o con lo specialista scelto finché l’agenda non risulti aperta. In sintesi si tratta di problemi organizzativi relativi alla disponibilità del servizio o medico richiesto al momento della prenotazione.

Laura Matelda Puppini

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25 novembre 2014.

Confesso che io non sarei riuscita a pensare, neppure seduta sul water in una giornata di stitichezza, di cui peraltro non soffro, di far scegliere il pronto soccorso fra quelli regionali, distanti anche chilometri e chilometri, via cellulare, peraltro moderno, alla popolazione del fvg grazie ad un programma App, come da nuova pensata dell’assessore M.S. Telesca, mai eletta dalla gente. Ma questo si legge, ahimè, sul Messaggero Veneto del 24/11/2014. Ma si immagina detto Assessore, con i nostri soldi pagato, un infartuato, uno che soffre di dolori fortissimi all’addome od ai reni, od uno che si è fratturato qualcosa, un anziano… che si mette a utilizzare il cell o l’iPad, ammesso li abbia, per scegliere un p.s.?  E se il p.s. mezzo vuoto si trovasse a Trieste e la persona abita a Tarvisio? Non sarebbe più utile a tutti lasciar aperti e funzionanti i ps di Gemona e Cividale, gli altri in procinto di chiudere, 24h su 24h? E le ambulanze dove si dovrebbero recare? E il trasporto del paziente come si farebbe? Io credo, francamente, che i medici dovrebbero chiarire qualcosa all’amministrativa Telesca, prima che sanità e salute in fvg. affossino insieme. Aggiungo poi che mi è parso che si stia iniziando a smantellare l’ospedale di Gemona, pure confortevole ed a misura d’ uomo anche negli spazi d’attesa ambulatoriali, tramite lo spostamento di medici sempre più verso l’ospedale di Tolmezzo. Pura sensazione o realtà?

Laura Matelda Puppini

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2 febbraio 2015.

Ho letto le perplessità del medico Paolo Agostinis, circa il futuro del laboratorio analisi tolmezzino, e credo non fossero poi fuori luogo. Certamente il linguaggio non è burocratichese o da legali, ma credo che i contenuti siano la manifestazione di perplessità vissute non solo da lui. La richiesta di detto internista, poi, non faceva una piega: «Non serve un laboratorio spaziale, serve che non ci venga tolto ciò che abbiamo e che è di fondamentale importanza per il clinico e per il paziente». Perché allora tanto adirarsi con lui? Infatti che il laboratorio analisi tolmezzino potesse venir centralizzato non è una novità: la voce circolava già anni fa e, semmai, dell’argomento si doveva parlare ben prima. Mi chiedo poi perché la nuova ass3 debba porre in atto provvedimenti disciplinari nei confronti del dott. Agostinis: egli ha il diritto di parola, sancito dalla Costituzione Italiana, come tutti i cittadini, e sinora non consta siano stati posti limiti settoriali al suo godimento. E non mi pare, poi, che il dott. Agostinis abbia offeso nessuno, solo palesato dubbi anche da altri condivisi. Non vedo poi come le sue opinioni possano ledere la nuova ass3. Sono relative a fatti noti e stranoti, non mi pare proprio abbiano ingenerato allarmismo nella gente, credo che un medico possa esprimere pubblicamente il suo pensiero circa la possibilità di non poter lavorare in modo adeguato. Questo è la mia opinione, passibile di critica.

Laura Matelda Puppini

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28 febbraio 2015.

Per fortuna che sono laureata, ma ugualmente mi pare ostico quel modello consenso dati che la Regione F V G propone per far in modo che i medici vedano dati pregressi al computer, se funzionante. E scrivo “se funzionante” perché può accadere che il computer non si accenda, e non è una novità che il sistema informatico dell’ospedale di Udine vada in tilt. Una volta i medici internisti e specialisti andavano in laboratorio a parlare con i biologi se avevano qualche dubbio; potevano concordare esami con il radiologo di fiducia e via dicendo; ora è tutto regionalizzato e computerizzato, senza alcun rapporto umano e professionale, se non, forse, per i medici che stanno nei tre grandi ospedali della regione. Inoltre una volta si andava dallo stesso medico specialista, che conosceva la persona, e quello segnava ed andava avanti, senza tanti problemi, ma ora…. Ma ora tutto deve esser visibile a tutti, e questo può essere davvero un guaio, ma non se prestazione o analisi presso privati, o se scritto a mano. Inoltre si viene spediti su tutto il territorio ove specialisti diversi possono refertare stesso esame in modo diverso, a seconda della loro formazione di base; laboratori diversi possono usare parametri diversi; persone che erano seguite ospedale vicino si ritrovano visite in un altro, senza che il medico che visita le conosca e magari con referti succinti e poco chiari ad altri ecc.; che l’errore diagnostico di uno diventi un cappio.  

Laura Matelda Puppini

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24 gennaio 2018.

“Il Messaggero Veneto ha pubblicato le tabelle degli emolumenti, sia da stipendio fisso che da libera professione prestata, credo, in locali aziendali, al lordo, (quindi senza l’applicazione dell’aliquota di tassazione anche al 43%), dei dirigenti medici (taluni già in pensione) e psicologi dell’aas3, ass2 e ass5, e mi sto chiedendo per quali motivi lo abbia fatto. Invece per quanto riguarda l’ass4 e quindi anche l’ospedale di Udine, io ho trovato solo pochissimi noti nomi ed un articolo breve. Mi ha stupito poi la posizione dell’Ordine dei medici, pronto ad indagare sulle cifre percepite. Invece di trasformarsi nella guardia di finanza, l’Ordine, a mio avviso, potrebbe vagliare i comportamenti, le competenze, le conoscenze, gli errori di alcuni medici e reparti, soprattutto di quelli che ne fanno molti, (ammesso riesca a conoscerli), per semmai intervenire anche con suggerimenti. Infatti a tutti i cittadini interessa una sanità capace di svolgere al meglio il suo compito. Inoltre i medici devono sommare alla prestazione da lavoro dipendente regolarmente svolta la libera professione, (cioè una non elude l’altra), e questo aspetto può giovare all’attivo del bilancio ed al richiamo di utenti, permette lo snellimento delle liste di attesa ed al paziente di scegliere il medico specialista o chirurgo che preferisce, limitando possibili incomprensioni. Infine non mi pare che, qui e ora, siano le retribuzioni dei medici il problema fondamentale della sanità.

Laura Matelda Puppini”

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L’immagine che accompagna l’articolo è una di quelle già utilizzate in precedenza. L.M.P.

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