Laura Matelda Puppini. Su quei boschi in vendita e venduti.

Il 20 marzo il Messaggero Veneto editava, dimentico di quanto pubblicato nel 2012, uno strano articolo di Alberto Terasso intitolato: “Eberhard, l’austriaco che ha trasformato l’amore per i boschi della Carnia in lavoro”.  
In esso Terasso magnificava la figura di Emil Eberhard, imprenditore sessantaquattrenne, dalla bella moglie, spalla al marito nella sua attività di sfruttamento del bosco. Egli, secondo il sottotitolo dell’articolo, gestisce ettari ed ettari di bosco in Cadore ed in Carnia, ma poi si apprende  che invece li ha comprati, che è un po’diverso. (Alberto Terasso, Eberhard, l’austriaco che ha trasformato l’amore per i boschi della Carnia in lavoro, in Messaggero Veneto, 230 marzo 2017).

In sintesi Eberhard sta diventando il padrone di boschi e boschi nelle Alpi e nella montagna del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, ed in Carnia ha già acquistato, grazie alla mediazione/consulenza di tale Matteo De Cecco, a me ignoto ma che qualcuno mormora essere stato della forestale, terreni e terreni in val Pesarina, ed a Forni Avoltri, a Rigolato ed a Paluzza; ed a Ligosullo ha acquistato da un privato e da Genagricola, holding agroalimentare delle Assicurazioni Generali, una superficie di 792 ettari, cioè circa la metà del territorio del piccolo comune. (Ivi). Terasso pare che lo consideri un genio degli affari, a me, invece, tali informazioni fanno paura.

La gente vende piccole frazioni di bosco, perché non sa come utilizzarle, non perchè sia  scansafatiche, come pare pensi la bella signora dell’austriaco (Ivi), e, tranne rare eccezioni, vende bosco super- parcellizzato, in assenza di maso chiuso, ma chi acquista, piano piano, una parcella dopo l’altra, grazie a chi ha precedentemente svolto un’ accurata opera di ricostruzione fondiaria e proprietaria, si trova in mano una fetta enorme di territorio, la più ricca. E pare, dal De Cecco, che ora Eberhard intenda aumentare la proprietà e sfruttarla pure in altro modo,  usufruendo di fondi comunitari europei (Ivi), di cui potremmo disporre noi, se solo fossimo un minimo, ma solo un minimo più intelligenti, tenendo conto pure della salvaguardia ambientale, che non significa l’abbandono a se stesso dell’ambiente, come qualcuno vuol far credere, ma vero amore per il creato… e sfruttamento intelligente delle risorse naturali …  E di Gardaland ce ne basta una …

Per la verità detti acquisti avevano allarmato anche l’Associazione degli imprenditori boschivi del Fvg, come ci informava Tanja Ariis il 27 marzo 2012 attraverso il Messaggero Veneto, (Tanja Ariis, Gli austriaci ora comprano i boschi della Carnia, in Messaggero Veneto, 27 marzo 2012, sottotitolato: L’allarme dell’associazione di settore: già acquistati 700 ettari in un sol colpo. La materia prima c’è in Friuli, ma manca una filiera e così il legname si importa.)
Inoltre in detto articolo si faceva notare come il Fvg avesse un consumo annuo di legname di oltre 2 milioni di metri quadrati, ma doveva importarne la maggior parte da Austria, Slovenia, Croazia e altri paesi dell’Est, producendone solo 250 mila mc, mentre avrebbe potuto produrne ben di più. Ed il Presidente dell’Albo, Mirco Cigliani, sottolineava già allora come fosse necessario «sviluppare la viabilità forestale, convincere i proprietari a tagliare il bosco con regolarità, adottare un nuovo sistema di martellate», ma non abolirlo, come pare facesse o faccia ancora, non lo so, l’austriaco Eberhard, tagliando raso. Infatti sempre l’Associazione imprenditori boschivi (Aibo) del Fvg. sosteneva già allora che «Quello austriaco è un approccio al bosco molto diverso dal nostro, con procedure molto automatizzate, tagli più spinti (a raso anziché prelevando solo alcune piante)».(Ivi).

Inoltre l’imprenditore austriaco dà lavoro ad austriaci, mentre lo sfruttamento in proprio potrebbe portare ricchezza e lavoro al Fvg. Non da ultimo io sottolineavo, nel mio: “Salvaguardia della montagna e piccoli comuni. Riflessioni su alcuni temi presentati ad un convegno” in: www.nonsolocarnia.info, come esistano in Italia ed in territorio alpino norme precise per il taglio del bosco, riportate nel Regolamento forestale (riprese pure nell’articolo: http://www.asti.coldiretti.it/tagli-boschivi-nel-rispetto-delle-norme), e nella convenzione delle Alpi, (La Convenzione delle Alpi in pillole. 8. Foreste montane, e http://www.alpconv.org/it/convention/protocols/Documents/foreste_it.pdf, in: alpconv.org). Quindi per sapere se l’imprenditore austriaco rispetta le norme italiane sul taglio, basterebbe che la forestale si recasse a guardare come lavorano i suoi operai e boscaioli in Carnia, anzi spero che, dato che sono anni che si sente dire che Eberhard taglia raso con mezzi pesanti che nulla rispettano, lo abbia già fatto, e ci possa dire così le sue conclusioni. E si sa che tagliare raso impoverisce la montagna, rende arido il terreno, altera ed impedisce il ricrearsi di un sottobosco adeguato, importantissimo per l’ecosistema, e che il bosco è, pure, polmone naturale  per tutti, montanari e non,  e potrebbe favorire smottamenti ed alterare la presenza della fauna. Infine e non da ultimo, la stessa Convenzione delle Alpi, sottoscritta sia dall’Italia che dall’Austria,  prevede uno sviluppo ambientalmente sostenibile della montagna. (Per la tutela del bosco cfr. Convenzione Alpi cit.).

Inoltre pure Venezia, la Serenissima, riteneva pericoloso che anche una sola montagna appartenesse ad un unico proprietario, e concordo pienamente. Ma come non bastasse quanto per preoccuparci, Alberto Terasso continuava aggiungendo una novità, di quelle che ti chiedi a chi sia venuta in mente. Egli sosteneva, sempre nel suo articolo già citato, che Emil Eberhard aveva raggiunto Tolmezzo, pochi giorni prima, per partecipare ad un incontro nel quale si era «ragionato attorno alla fornitura di biomassa all’inceneritore di Vinadia, impianto vergognosamente inutilizzato negli anni, oggi quasi dimenticato, ma potenzialmente ancora utile per servire energia ad alcuni impianti tolmezzini». Speriamo abbiano ragionato davvero e siano andati pure a fare un sopralluogo all’impianto, dico io, che per informarmi ed informarvi sullo stesso ho chiesto aiuto al dott. urbanista Marco Lepre, che mi ha inviato questo suo scritto, che pubblico mentre penso che, se l’imprenditore austriaco viene ad acquistare qui, vuol dire che a casa sua i boschi non ricrescono con la velocità che alcuni sognano, e che è anacronistico che andiamo a comperare dal signor Eberhard ciò che potremmo produrre in proprio. Ma leggiamo insieme quanto mi ha inviato anche per voi Marco Lepre, Presidente di Legambiente Carnia. Laura Matelda Puppini

Marco Lepre. L’impianto di trattamento dei rifiuti della Vinadia (Villa Santina)

Contrariamente a quello che erroneamente è stato spesso scritto anche sulla stampa locale, l’Impianto di Trattamento dei Rifiuti della Vinadia, in Comune di Villa Santina, non è e non è mai stato un inceneritore.
L’equivoco nasce probabilmente dal fatto che uno dei prodotti che usciva dal ciclo di lavorazione dell’impianto è l’RDF (o – detto utilizzando la più recente versione italiana dell’acronimo – il CDR), vale a dire il combustibile derivato dai rifiuti, un materiale composto essenzialmente da plastiche, legno e carta che, bruciando in appositi stabilimenti, sarebbe servito per produrre energia elettrica.

L’Impianto della Vinadia fu voluto dalla Comunità Montana della Carnia nel 1982 e realizzato nel giro di un paio d’anni. Esso serviva un territorio molto vasto, che coincideva con quello amministrato dalle tre Comunità Montane della Carnia, della Val Canale-Canal del Ferro e del  Gemonese. Giornalmente vi confluivano, dunque, i rifiuti raccolti in un’area che andava da Artegna a Forni Avoltri e da Tarvisio a Forni di Sopra. L’Impianto, progettato dalla DANECO, un’azienda del Gruppo Danieli, al momento della sua inaugurazione – alla quale, non a caso, intervennero varie autorità, tra le quali l’allora Ministro dell’Ecologia, Alfredo Biondi – veniva considerato all’avanguardia a livello nazionale. Esemplari gemelli furono realizzati dalla stessa ditta friulana anche in provincia di Mantova, entrando successivamente in una vicenda giudiziaria legata al pagamento di tangenti ad amministratori e funzionari pubblici.

L’opera costò 4 miliardi e mezzo di lire e fu un investimento considerevole, motivato dal fatto che l’impianto veniva presentato come la soluzione definitiva al problema dello smaltimento dei rifiuti, in un periodo in cui l’unica destinazione prevista era quella della discarica. I rifiuti solidi urbani, raccolti in maniera indifferenziata (senza, cioè, una separazione “a monte” di carta, plastica, vetro e sostanze organiche), venivano fatti passare su nastri trasportatori e parzialmente suddivisi grazie ad alcuni procedimenti meccanici e all’utilizzo di calamite. In questo modo l’impianto assicurava il recupero dei materiali ferrosi, del vetro e soprattutto dava origine a due nuovi prodotti: il compost, un ammendante da utilizzare in agricoltura, ricavato dalla frazione organica dei rifiuti attraverso un processo di maturazione accelerato e l’RDF, un combustibile che doveva essere bruciato a temperature elevate per evitare il formarsi di diossine. Solo una parte dei rifiuti trattati, circa il 30% di quelli conferiti, non poteva venire recuperata ed era destinata allo smaltimento con il metodo allora pressoché esclusivo. Per questo motivo si previde quasi subito anche la costruzione di una discarica per RSU nelle immediate vicinanze dell’impianto, sulla riva destra del torrente Vinadia, sempre in territorio del Comune di Villa Santina.

La vendita agli agricoltori del compost e quella dell’RDF ad impianti termoelettrici avrebbe dovuto garantire un abbassamento dei costi di gestione. In realtà le cose non andarono come previsto. La mancanza di una raccolta differenziata “a monte” rendeva difficile (ed in alcuni casi impossibile) la separazione delle diverse tipologie di rifiuti, così che nel compost, oltre alle sostanze organiche, finivano anche piccoli frammenti di vetro e di plastica, oltre ai farmaci scaduti e ai metalli pesanti contenuti nelle batterie che venivano spesso gettati nei cassonetti invece che nei contenitori dei rifiuti pericolosi. Le analisi chimiche effettuate durante controlli periodici dimostrarono in più di una circostanza il superamento dei limiti fissati per legge per alcuni inquinanti e rendevano così inservibili partite intere di compost che finirono per essere trasportate “alla chetichella” in discarica. Gli agricoltori poi si rifiutarono di ritirare il prodotto “in regola”, anche se questo dopo un po’ cominciò ad essere ceduto gratuitamente. Discorso analogo riguardò l’ RDF che, utilizzato dapprima nelle fornaci della zona di San Vito al Tagliamento, fu rifiutato per problemi di corrosione dei camini. Il cattivo funzionamento dell’impianto della Vinadia divenne così evidente a tutti osservando semplicemente i quantitativi di compost e di RDF che si accumulavano sul piazzale esterno, fino al punto di creare una vera e propria collinetta.

I problemi però esplosero nel momento in cui la discarica realizzata al servizio dell’Impianto  cominciò a riempirsi in tempi decisamente inferiori a quelli inizialmente annunciati e la Comunità Montana, con l’accordo dell’Amministrazione Comunale di Tolmezzo e l’autorizzazione della Regione, deliberò nel 1989 di realizzare una nuova discarica nella pineta di Caneva, immediatamente a valle della struttura. La decisione sollevò le proteste delle associazioni ambientaliste, degli abitanti di Caneva – che si costituirono in comitato – e di alcune forze politiche come i Verdi. Si aprì così una lunga vertenza che si concluse solo qualche anno più tardi con l’annullamento da parte del TAR delle autorizzazioni rilasciate dalla Regione. Nel frattempo, grazie alla controinformazione delle associazioni ambientaliste e all’attività del Comitato dei cittadini di Caneva si avviava una significativa esperienza di raccolta differenziata autogestita che anticipò di alcuni anni quello che le amministrazioni locali, a partire dall’Amministrazione Comunale tolmezzina costituitasi dopo le elezioni del 1990, avrebbero attuato nel campo della gestione dei rifiuti.

Nel tormentato periodo, tra il finire degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in cui il funzionamento dell’Impianto della Vinadia venne messo sotto accusa, i suoi gestori tentarono anche per alcuni mesi di utilizzare direttamente l’RDF prodotto, bruciandolo in un piccolo gassificatore fatto arrivare dalla Finlandia, dove in realtà pare venisse impiegato per la torba. Forse con l’intento di tranquillizzare i cittadini, fu collocato un cartello dell’ENEA, anche se non fu mai chiarito se l’Ente Nazionale per le Energie Alternative ebbe mai un ruolo in questa sperimentazione. Fatto sta che, come immaginabile, i densi fumi scuri usciti dal gassificatore e le proteste della popolazione fecero ben presto chiudere questo tentativo.

Dopo la bocciatura del progetto di una nuova discarica e la chiusura di quella esistente, la destinazione finale dei rifiuti passati per l’impianto divenne il Friuli, così che per le Comunità Montane del Gemonese e della Val Canale-Canal del Ferro cominciò ad essere più logico e conveniente far confluire i propri rifiuti direttamente all’impianto di Udine. Dati anche i notevoli costi di gestione sostenuti, la Comunità Montana della Carnia decise nei primi anni Novanta di chiudere temporaneamente l’Impianto della Vinadia e di ristrutturarlo.  Anche in questo caso si andò incontro ad un notevole investimento, attorno ai 4 miliardi di lire, ma, nonostante l’avvenuto collaudo ed un breve periodo di funzionamento l’Impianto non fu mai riaperto. L’avvio della raccolta differenziata ed i notevoli consumi energetici lo avevano infatti reso obsoleto.

Nessuno, però, pagò nemmeno il prezzo politico per un investimento così clamorosamente sbagliato.

Tolmezzo 11 aprile 2017

Marco Lepre – Legambiente della Carnia-Val Canale-Canal del Ferro

Ai lettori lascio la riflessione su questi importanti temi per la nostra montagna e per la nostra Regione. Questo articolo è stato scritto solo con l’intento di porre problemi, non con l’intenzione di offendere qualcuno, men che meno l’imprenditore austriaco, che non conosco e si può commentare, come sempre. Ringrazio Tanja Ariis ed Alberto Terasso del Messaggero Veneto che hanno sollecitato questa analisi e l’evidenziazione di queste problematiche, e mi auguro che i politici ne tengano conto.

L’immagine che correda questo articolo è tratta, solo per questo uso, da: News, Ricerca di collaboratore per il Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi, marzo 2014, http://www.cai.it/.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

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