Secondo Américo Castro, la Guerra Civile Spagnola  è stata «la lotta fra la vecchia religiosità ispanica, pietrificata nei secoli, e il saggio di una nuova religiosità, creazione di un’altra sfera trascendente, vaga e nebulosa, nella quale il capriccioso modo di volere del popolo spagnolo si accordasse con un progetto utopistico di felicità universale» (Citazione in Alfonso Botti, Chiesa e religione nella guerra civile spagnola, Italia Contemporanea, marzo 1987, n. 166 p. 73), mentre per Pierre Vilar «qualsiasi analisi della guerra di Spagna che non fosse una analisi delle lotte di classe sul piano mondiale  non avrebbe nessuna importanza». (Citazione, ibid.). Ma nella guerra di Spagna certamente un grosso ruolo fu svolto dalla chiesa cattolica, e non si può che concordare con Alfonso Botti quando scrive che «Dalle differenti letture della guerra deriva ovviamente una articolazione notevole delle interpretazioni sul ruolo in essa ricoperto dalla Chiesa e svolto dal fattore religioso».  (Ibid.).

Botti, poi, continua scrivendo che, alcuni anni or sono, Garcìa de Cortázar, in un ottimo bilancio sulla storiografia sulla Chiesa e la religione nell’Ottocento e Novecento spagnolo, non aveva mancato di osservare come in confronto allo straordinario protagonismo ecclesiastico, la ricerca fosse stata “muy tacaña” e prevalentemente preoccupata dei risvolti politico-istituzionali inerenti le relazioni tra la Chiesa e lo Stato. (Ivi, p. 74).

E aggiunge che la storiografia laica e marxista sconta coi silenzi e la vaghezza lo scotto di una sorta di senso di colpa per il feroce anticlericalismo della tradizione politico-culturale di appartenenza, mentre la storiografia cattolica ha dovuto pagare un prezzo equivalente stentando a fuoriuscire dalla prospettiva apologetica che l’aveva in precedenza contraddistinta. (Ibid.).

Oggi però anche quest’ ultima pare aver rinunciato ad interpretare la ricerca come continuazione della “crociata” di allora con altri mezzi, ma non ha ancora completamente smesso gli abiti della reticenza. Prova ne sia il fatto – dice sempre Botti- che uno storico della Chiesa spagnola contemporanea come Cuenca Toribio ha da poco pubblicato sulla guerra civile uno studio dal taglio divulgativo in cui al comportamento della istituzione ecclesiastica e dei cattolici in quel frangente sono dedicati solo alcuni cenni evasivi. (Ibid.).

Botti sostiene, poi, che prima della morte di Franco, la letteratura relativa al ruolo della chiesa nella guerra di Spagna era di tipo apologetico, tranne alcuni studi che si salvano per alcune informazioni, come per esempio quello di Antonio Lizarza Iribarren, “Memorias de la conspiración. Como se preparó en Navarra la Cruzada”, sul ruolo della chiesa nei preparativi della ribellione militare nella Navarra, dove forte era la tradizione del carlismo, e l’opera di Gerad Brenan, “The spanish labirint”, perché l’autore di sofferma «sulla sedimentazione lungo il corso dei secoli degli odi anticlericali che esplodono poi ferocemente nel corso del XIX secolo, durante la settimana tragica barcellonese del 1909, durante la Seconda Repubblica nel 1934 e poi nella guerra civile». (Ivi, p. 75).

Infine Botti ricorda gli studi di Iturralde cioè di Juan de Usabiaga che trattano del prezzo alto che pagò il clero basco per non esser stato al fianco delle truppe ora dette franchiste, non seguendo così gli orientamenti nazionalistici prevalenti nella gerarchia. (Ivi, p. 75). E fra i baschi, spicca la figura del vescovo Francisco de Asìs Vidal i Barraquer, che aveva cercato, sin dal 1931, un modus vivendi con la Repubblica, sostenendo una lunga mediazione tra esponenti repubblicani baschi ed il Vaticano, e rifiutandosi di firmare la lettera collettiva dell’episcopato spagnolo, voluta da Franco e dal cardinale primate Isidro Gomá y Tomás, nel 1937, con il risultato di dover lasciare la Spagna da esule per rifugiarsi in Svizzera, ove morì. (Ivi, p. 76 e https://it.wikipedia.org/wiki/Francisco_de_Asís_Vidal_y_Barraquer).

Per quanto riguarda il cardinale primate Gomá, Ramon Sugranyes de Franch nel suo: “Dalla guerra di Spagna al Concilio. Memorie di un protagonista del XX secolo”, ed. Rubbettino 2003, (titolo originale “Militant par la justicìa. Memoríes dialogades amb el pare Hilari Raguer) pubblica una testimonianza a p. 219 da cui si evince che egli chiedeva ad altri preti di fare collette per la chiesa perseguitata di Spagna, con cui, poi, secondo il primate di Irlanda, che si rifiutò di aderire all’ennesima richiesta di denaro, comperava armi per i nazionalisti antirepubblicani. Ed il bello fu che lo stesso Gomá pubblicò sul Bollettino della diocesi di Toledo l’epistolario con detto primate, dicendo che il modo per aiutare la chiesa perseguitata di Spagna era proprio quello di acquistare armi per i militari golpisti. (Alfonso Botti, op. cit., p. 76).

Comunque anche per Alfonso Botti fu lo spirito del Concilio Vaticano Secondo che permise un nuovo approccio storiografico. (Ibid.). Inoltre Botti si sofferma pure sulla definizione di “nazionalcattolicesimo” come “teologia politica”, con chiaro riferimento alla posizione della chiesa nella guerra spagnola, data dal gesuita Álvarez Bolado, che evidenzia sia come lo stesso fosse stato una risposta della chiesa alla ricerca, da parte del popolo,  di modernità e secolarizzazione della società; sia come il nazionalcattolicesimo fosse divenuto allora elemento di mediazione della fede e avesse apportato una relazione ecclesiocratica nella società civile. (Alfonso Botti, op. cit., p. 77).

Ma è a partire dagli anni settanta, quindi dopo il Concilio Vaticano secondo, che si colloca il numero maggiore di studi sul ruolo della Chiesa nel conflitto spagnolo che tendono a non essere agiografici e fra questi spiccano quelli che parlano delle significative frange cattoliche rimaste fedeli alla Repubblica, e fra queste il Botti cita “La Unió Democràtica de Catalunya” ed il “Partido Nacionalista Vasco”.  (Ivi, p. 77). Ed anche il Ministro della Giustizia spagnolo ai tempi della Repubblica era un cattolico, come il basco Manuel Carrasco i Formiguera, poi ucciso dai franchisti, e dirigente del “Partido Nacionalista Vasco”. E si sa che vi fu un tentativo di mediazione voluta dal ministro cattolico Irujo, tramite contatti con Josep Torrent, che sostituiva Vidal i Barraquer, fra le forze repubblicane del legittimo governo ed il Vaticano, e se esso fallì fu a causa dei tentennamenti di Torrent e, principalmente, dal fatto non ebbe accoglienza presso la Santa Sede, che non si degnò di risposta. Il che, precisa Botti riferendosi a quanto riportato nel volume del religioso Hilari Ragueri i Suñer, “La Unìó Democratica de Catalunya” i el seu temps (1931- 1939), Barcelona, 1976, lascia intendere che «la riconciliazione non fallì […] a causa delle autorità repubblicane». (Ivi, p. 78).

E sempre Hilari Ragueri i Suñer, nel suo: “La espada y la cruz” si sofferma sul ruolo svolto nel corso della guerra spagnola dal movimento di destra “Confederación Española de Derechas Autonomas”, di ispirazione cattolica, capeggiata da José Maria Gil-Robles y Quiñones, e sul ruolo di questi, come Ministro della guerra, nel favorire la salita al potere di Francisco Franco, e di fatto l’Alziamento, cioè il golpe militare del 1936. (Ibid e https://it.wikipedia.org/wiki/José_María_Gil-Robles_y_Quiñones).

Uno degli aspetti più importanti sottolineato da Hilari Ragueri i Suñer, poi, è che la guerra spagnola non può essere interpretata come una crociata perché non vi fu alcun complotto comunista che potesse avvalorare detta tesi. Infatti i golpisti del luglio 1936, detti franchisti ma guidati anche da Miguel Cabanellas, e da Emilio Mola, avevano sostenuto che il loro movimento ed il loro agire avevano avuto un carattere preventivo, anticipando di pochi giorni un’insurrezione di ispirazione comunista (Pablo Alberto Baisotti, Sacralizzazione politica e politicizzazione del sacro durante la Guerra civile e il primo franchismo (1936-1943), tesi di dottorato di ricerca in Politica, Istituzioni, Storia, Alma Mater Studiorum- Università di Bologna, relatore Alfonso Botti, 2015, p. 2), che Hilari Ragueri i Suñer dimostra non essere mai esistita.

Lo stesso autore, poi, si sofferma su figure di sacerdoti ed intellettuali cattolici non ancora ben studiate che non sostennero la “guerra santa”, e non si allinearono al “cattolicesimo di guerra”, (Alfonso Botti, op. cit., p. 78), anche se credo che il loro numero fosse esiguo, se si contano i nomi citati, di cui il più noto è quello di José Bergamín, animatore della rivista “Cuz y Raia”. (Per la sua figura, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/José_Bergamín).  

L’atteggiamento volto al dialogo del clero basco e la presenza del Partito Nazionale Basco, fino alla caduta di Bilbao al fianco del Fronte Popolare, permisero, inoltre, che in due province Vizcaja e Guizpuzcoa, fosse praticamente assente la persecuzione religiosa. Ma questo cattolicesimo non schierato con i franchisti fu invero frangia minoritaria, e non deve far dimenticare le reali proporzioni del filo nazionalismo cattolico nella guerra di Spagna. (Ivi, p. 79). E anche il cattolicesimo non schierato fu perseguitato tanto che si sa che certamente 14 sacerdoti baschi furono uccisi dai nazionalisti di Franco nel 1937. (Ivi, p. 82). 

Ma quali erano i limiti della chiesa spagnola e non solo, all’epoca? Gli studiosi che hanno affrontato questo tema hanno evidenziato il ritardo culturale della Chiesa rispetto ai problemi sociali; l’enorme potere politico ed economico della stessa; la sua compromissione con la dittatura di Primo de Rivera; l’infelice scelta del cardinale Gomá come primate di Spagna in un momento in cui sarebbe servito invece, a ricoprire tale carica, un uomo più portato al dialogo ed alla tolleranza. (Ivi, pp. 79-80). E Isidro Gomá y Tomás non fece che supportare massicciamente Francisco Franco. Inoltre Alberto Caminiti sottolinea come la chiesa cattolica non gradisse la soppressione dell’Ordine dei Gesuiti, la trasformazione delle scuole in cooperative fra genitori e docenti, il divieto delle sagre religiose, l’introduzione del divorzio, la requisizione dei suoi beni. (Alberto Caminiti, La guerra civile in Spagna – 1936-1939, in: https://www.ilpostalista.it/spagna/spagna_494.htm).

Così andò a finire che detta guerra fu vista da alcuni come «una lotta tra il Bene e il Male, tra la luce e l’ombra, nella quale il “caudillo por la gracia de Dios” aveva trovato la sua “Santissima Trinità” nell’Esercito, nella Chiesa e nella Falange unificata […]». (Pablo Alberto Baisotti, op. cit., p. 2). E sempre secondo Baisotti se l’esercito fu indispensabile per vincere la guerra cosiddetta civile e per instaurare la dittatura franchista e mantenerla, l’appoggio massiccio della Chiesa fu indispensabile perché fornì una base militante e belligerante, continuando pure a perseguire una “sacralizzazione della politica”. (Ivi, p. 3). Ma se per sacralizzazione della politica si può intendere la creazione di religioni civili, proprie anche di regimi totalitari, basta vedere la divinizzazione del Duce, e ricordare che «Mussolini parlava del fascismo come un’idea religiosa e della politica del regime come una politica religiosa» (Ivi, p. 23), con detta dicitura si può intendere, secondo me, anche la massiccia ingerenza, fin dal Sacro Romano Impero ed ante, della chiesa cattolica in affari temporali e di potere politico, dimenticando di “dare a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio”, e nonostante i numerosi pronunciamenti sul regno spirituale di Dio perseguito.

Foto di preti armati di fucile ritrovata nella casa del conte di Vallellano e pubblicata su “Solidaridad Obrera” del 1 agosto 1936 usata poi dal Commissariato per la Propaganda della Generalitat catalana. Ora all’International Institute of Social History ad Amsterdam. (Pubblicata su storiastoriepn.it, da cui è presa pure la didascalia).

E così anche in Spagna «Il giornale cattolico “Signo” affermò nel luglio del 1938 che Franco non era un uomo comune, ma provvidenziale e che si trovava un gradino al di sopra di qualsiasi essere umano» (Ivi, p. 91) e feste tradizionali molto sentite furono giocate per sostenere il Caudillo e farlo passare per uomo di Dio. (Ivi, pp. 88- 93). E sempre Pablo Alberto Baisotti cita alla nota 181 a p. 83 un articolo: “Franco, el Santo”, datato 14 ottobre 1938 pubblicato da Azul. (Ritaglio di un giornale trovato nell’A.D.T., Pontificados, Cardenal Isidro Gomá y Tomás 1933-1940, caja 37, sección M, carpeta 6).

Inoltre si utilizzò a fini politici la figura di Santiago. Infatti «Durante la guerra civile il culto di Santiago venne rilanciato nella dimensione patriottico-militare, accompagnata da tutte le credenze che fecero di lui un santo nazionale e internazionale […]». (Ivi, p. 96). E non a caso si può notare come il termine “santiaguista” venne paragonato a “falangista”. (Ivi, p. 102). Infine nel dicembre del 1938, Franco si recò a Santiago di Compostela per riaffermare i suoi “legami” con l’Apostolo. (Ivi, p. 106).

Ma i nazionalisti e la chiesa utilizzarono a loro uso e consumo anche il culto della Madonna. «Il rilancio del culto mariano a partire dalla guerra civile fu legato allo sviluppo degli eventi bellici e alle esigenze di legittimazione e poi di consolidamento dello “Stato Nuovo”». (Ivi, p. 119). Infine «Durante la guerra, nella zona ribelle, alle vergini locali (nel senso di Madonne ndr) fu affidato il compito di mediatrici della vittoria attribuendo loro molte pratiche devozionali. Processioni, offerte, pellegrinaggi, atti votivi assumono, durante il conflitto, il ruolo di riti propiziatori e con la vittoria divennero azioni di ringraziamento e atti di riparazione». (Ivi, pp. 119- 120). Ma un ruolo particolare nella “mistica franchista” assunse la Madonna del Pilar. (Ivi, pp. 120- 137).

Non da ultimo, vennero utilizzate, a sostegno di Francisco Franco e del suo golpe, le “Feste di Cristo”, cioè: la festa del Corpus Christi, quella del Sacro Cuore e quella di Cristo Re, con processioni che permettevano di andare verso il popolo con «un impatto fortemente emotivo, senza il bisogno di alcuna spiegazione razionale o intellettuale». (Ivi, pp. 138 e p. 142. Cfr. inoltre per approfondimenti sull’ argomento, anche “Un Corpus per il “caudillo”, in Pablo Alberto Baisotti, op. cit., pp. 142- 168; Il Sacro Cuore di Gesù, ivi, pp. 168-175, “Il Sacro Cuore in guerra”, ivi, pp. 175- 195; e “Cristo Re”, ivi, pp. 195-202). E vi fu chi lesse l’impegno cattolico alla guerra civile al fianco di Francisco Franco come quello per la “crociata” spagnola, «nella quale i soldati di Cristo rappresentavano l’amore contro l’odio marxista». (Ivi, p. 185). Ed in particolare, come già scritto, i franchisti golpisti utilizzarono a loro uso e consumo pure la festa di Cristo Re, fortemente voluta dal sacerdote spagnolo José Gras y Granollers, che contemplava anche il suo regno sull’individuo. E, nel 1876 sorse, proprio in Spagna, l’Istituto de Hijas de Cristo Rey, orientato all’istruzione con il fine di promuovere il regno di Cristo sull’individuo, sulla famiglia e sulla società attraverso l’educazione cristiana dell’infanzia e della gioventù. (Ivi, p. 196).

E, dopo l’istituzione della festa di Cristo Re da parte di Pio XI nel dicembre del 1925, «la questione della regalità di Cristo si determinò in un senso un po’ diverso rispetto al XIX° secolo. Si cominciò a parlare del suo regno sociale, vale a dire un insieme di privilegi che la comunità umana avrebbe dovuto riconoscergli e che si sarebbero concretizzate nel rispettare le sue leggi divine e rendendogli un culto collettivo e sociale. Secondo questo criterio le leggi e le istituzioni pubbliche avrebbero dovuto sottomettersi all’insegnamento della Chiesa, unica società perfetta in grado di indicare agli uomini il cammino della civiltà. Il riconoscimento del regno sociale venne ad essere la risposta a ciò che in quel periodo sostenne – e ottenne – il liberalismo: la separazione tra religione e politica». (Ivi, p. 199).

Immagine di Cristo Re da: http://www.missagregoriana.it/?page_id=887. Elaborazione cromatica di Laura Matelda Puppini.

Ed in Spagna, il tema di Cristo Re spesso si associò con un certo cattolicesimo di “destra”, e, come in Francia, con il culto del Sacro Cuore. Ma fu anche interpretato come l’emblema di un cristianesimo combattivo, militante e trionfalista, di “crociata”, mentre il franchismo si appropriava del discorso del regno sociale di Cristo (Ivi, p. 200) a proprio uso e consumo. E nel 1931, Papa Pio XI celebrò la solennità di Cristo Re per la Chiesa in Spagna, mentre le circolari di preparazione alla festa misero in evidenza come i percorsi allora presenti nella politica statale andassero nella direzione opposta a quella del regno sociale di Cristo. (Ivi, p. 202).

Pablo Alberto Baisotti giunge sino a parlare di “manipolazione della festa di Cristo Re” (Ivi, p. 202), in relazione al contesto spagnolo della guerra civile. Infatti egli continua dicendo che «Le feste di Cristo Re furono fonte di esaltazione e devozione assoluta per la cattolicità della Spagna “nazionale”», l’aiuto di Cristo Re fu ritenuto determinante per la vittoria delle destre golpiste e il sostegno di Cristo Re fu considerato la risposta alla sfida della Spagna dei “senza Dio e senza Patria”. (Ivi, pp. 202-203).

E vi fu anche un villaggio: Olvega vicino a Soria, ove, per celebrare la Festa di Cristo Re, vennero predisposte tre impalcature: «alla prima appesero la bandiera spagnola, alla seconda i ritratti di Franco e di Mola e la scritta “Viva España” e“Honor y gloria a Cristo Rey” e nell’ultima fu sistemata un’effigie del Sacro Cuore». (Ivi, p. 204) ma non fu caso unico.

E questo si poteva leggere allora: «Nuestros soldados y nuestros voluntarios que defienden con su vida los derechos de Cristo Rey y de su Iglesia, es natural que no hayan encontrado otro nombre más divino ni más exacto para sus anhelos de renovación que el nombre y la fiesta de Cristo Rey. Por eso, ellos son en esta hora nuestros grandes cruzados de una acción católica genérica, que es Cruzada a honra y gloria del mismo Cristo», (I nostri soldati e i nostri volontari che difendono con la loro vita i diritti di Cristo e della sua Chiesa, è naturale che non abbiano incontrato altro nome più divino ed esatto per rappresentare il loro desiderio di rinnovamento che il nome di Cristo Re. In nome suo essi in questo momento sono i nostri grandi crociati di una azione cattolica che è una reale Crociata a onore e gloria di Cristo stesso), unendo sacro a profano. (Citazione, ivi, p. 205).

Ed ancora: «Vitoreando Cristo rey y España han muerto la mayoría de nuestros mártires caídos bajo el dominio de las hordas rojas. Con este doble grito salieron los voluntarios el 19 de julio histórico. Los quisieron arreglar el mundo a espalda de Dios llevaron en su pecado la semilla del fracaso, el mundo necesita un gobernante con un código que sea la ley de Dios. Una España grande y libre conducida con firmeza por su caudillo. Ese grito condensan síntesis admirable el carácter religioso nuestra cruzada ese sello inconfundible de espiritualidad y de fervor que la que lanzaron nuestros hombres a la lucha». (Per Cristo Re molto acclamato e per la Spagna è morta la maggior parte dei nostri martiri, caduti sotto il dominio delle orde rosse. Con questo grido (per Cristo Re e per la Spagna) partirono i volontari lo storico 19 luglio. Essi volevano condurre il mondo sotto il dominio di Dio, e considerarono come loro peccato il seme del fallimento, perché il mondo ha necessità di un governante con un codice che sia la legge di Dio, e ha bisogno di una Spagna grande e libera condotta con fermezza dal suo Caudillo. E quel grido riassume, in una sintesi mirabile, il carattere religioso della nostra crociata che è segno inconfondibile della spiritualità e del fervore ed attraverso cui lanceremo i nostri uomini verso la lotta).  (Citazione, ivi, pp. 206-207).

Ed infine: «En este día en que todos los españoles celebran con orgullo y satisfacción Fiesta de CRISTO REY, nosotros españoles cien por cien católicos, como los que más, ofrecemos nuestro vasallaje al UNICO REY, que ha de hacer, iluminando a nuestro Jefe supremo EL CAUDILLO, que su trono presida los tribunales de Justicia, las escuelas, las calles y las plazas, para que muy pronto su reinado de paz traiga la Victoria definitiva y el triunfo a nuestras armas y para que detrás de esto, se consolide la España UNA, GRANDE Y LIBRE que estamos empezando a edificar». (In questo giorno in cui tutti gli spagnoli celebrano con orgoglio e soddisfazione la Festa del Cristo Re, noi spagnoli, al cento per cento cattolici, e sempre più ferventi, offriamo il nostro vassallaggio all’unico re che deve agire, illuminando il nostro generale supremo El Caudillo, che dal suo trono presidia i tribunali di giustizia, le scuole, le vie e la piazze, perché molto presto il suo regno di pace giunga alla vittoria definitiva ed al trionfo delle nostre armi, e perché così si consolidi la Spagna, una, grande e libera, che stiamo iniziando a costruire).  (Citazione, ivi, p. 207).

Ora, alla luce di queste considerazioni, si può capire forse un po’ di più perché il racconto agiografico della vita di Martin Martinez Pascual, a cui fa riferimento Marco Puppini nel suo articolo, narri che egli morì gridando: “Viva Cristo Re”, essendo fra l’altro forse un sacerdote della Fraternità Operaia del Sacro Cuore di Gesù, magari molto zelante.

E nel 1931, Papa Pio XI celebrò la solennità di Cristo Re per la Chiesa in Spagna mentre le circolari di preparazione alla festa misero in evidenza che i percorsi della politica andavano nella direzione opposta a quella del regno sociale di Cristo. E non a caso vi è un volume di José Andrés-Gallego intitolato:” Fascismo o estado católico?…,  Ideología, religión y censura en la España de Franco (1937-1941)”, Ediciones Encuentro, S.A., 1997.
Sempre secondo Baisotti, poi, non vi fu un unico caso di prete – falangista camerata, anche se il più noto risulta essere Fermín Yzurdiaga. (Pablo Alberto Baisotti, op. cit., pp. 61- 62. Per la figura di Fermín Yzurdiaga, cfr. https://es.wikipedia.org/wiki/Fermín_Yzurdiaga).

Infine mediante il decreto del 6 novembre 1936, il Comitato Tecnico dello Stato «costituì una società che aveva il compito di prendersi cura dell’Editoriale Cattolica e indirizzarla verso l’ortodossia del Movimento Nazionale. Questo cambiamento puntava alla sottomissione della stampa cattolica: niente doveva sfuggire al controllo statale. La commissione divenne Consiglio di Amministrazione con il marchese de Larios come presidente e Francisco Herrera Oria come consigliere delegato, incaricati di gestire i tre giornali che erano sopravvissuti nella zona “nazionale”: “Hoy di Badajoz”, “El Ideal” di Granada e “El Ideal Gallego” di La Coruña». (Pablo Alberto Baisotti, op. cit., p. 68).
Ma «contemporaneamente la stampa cattolica seguì una linea dettata dalle gerarchie ecclesiastiche spagnole, stimolando l’idea di una crociata religiosa per favorire la vittoria di Franco. Un altro obiettivo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sostenendo che i “nazionali” erano il gruppo amato da Dio, a fianco del “caudillo” scoraggiando iniziative popolari che non corrispondessero al sentimento tradizionale e cattolico. La personificazione in Franco delle virtù del guerriero cristiano e del politico dedicato alla salvezza della Patria fu una costante nelle pubblicazioni cattoliche d’allora». (Ibid.).

“Guernica” di Pablo Piccasso, da: http://www.artemagazine.it/attualita/item/274-guernica-il-reina-sofia-museum-di-madrid-nel-2017-celebra-con-una-grande-mostra-i-suoi-80-anni.

Ma cosa temeva in concreto la Chiesa Cattolica, oltre la perdita di privilegi non di poco conto?

Secondo Baisotti una perdita nella religiosità nel popolo e una virata verso il laicismo sociale (Ivi, p. 34), tanto criticato da Papa Pio XI nella sua: «“Lettera enciclica ‘Quas Primas’. Ai Venerabili Fratelli Patriarchi Primati Arcivescovi Vescovi e agli altri ordinari aventi con l’apostolica sede pace e comunione: sulla Regalità di Cristo. 11 Dicembre dell’Anno Santo, quarto del Nostro Pontificato» (1925), che istitutiva la festa di Cristo Re.  In essa infatti si legge che: «La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. (…). Noi lamentammo nella Enciclica “Ubi arcano Dei” e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina».

Ed in un articolo si giunse fino a definire la Spagna come il braccio di Dio, ritenendo quello spagnolo «il primo popolo al mondo deciso ad annientare il materialismo russo, ateo e selvaggio». (Pablo Alberto Baisotti, op. cit., p.265). Non da ultimo, l’instaurarsi della dittatura del Caudillo portò pure a configurare la Stato spagnolo come “cooperatore nell’opera di Redenzione del mondo” (Ivi, p. 274), e Francisco Franco parlò della Spagna, dopo la sua vittoria, come la Nazione preferita da Dio (Ivi, p. 275), mentre l’avvento al potere dei nazionalisti portava pure a parlare di “guerra civile come riaffermazione dell’Hispanidad” (Ivi, p. 276), mentre, d’altro canto, «sia la Falange, sia la Chiesa cattolica tentarono di approfittarsi dell’Hispanidad, visto che questo termine fu interpretato in un modo molto libero». (Ivi, p. 284).

Ed una volta instaurato il regime, come accade, fu instaurato anche in Spagna un culto dei caduti per la causa vincente (Ivi, p. 295), mentre nel corso del conflitto la morte veniva esaltata in questo modo: «Viva la muerte!” prima di subire la schiavitù marxista». (Citazione ivi, p. 306).

A sinistra guardando in toni di grigio il vero don Martin Martinez Pascual, a destra il democratico repubblicano sulla cui immagine si è costruito il mito di don Martin Martinez Pascual. (https://www.elmundo.es/cronica/2016/10/21/57f8ea4b468aebbc628b4649.html). Esiste anche un articolo nel New York Times che sottolinea l’errore nell’attribuzione della seconda immagine. (https://www.nytimes.com/es/2018/02/04/opinion-martin-caparros-martir-martinez-pascual-guerra-civil/). Gli articoli sono in spagnolo e ringrazio Marco Puppini per avermi fatto una sintesi del contenuto. Ma le agiografie si costruivano e si costruiscono anche sulle immagini. 

Credo quindi che, umanamente, nessuno possa dire che la Chiesa restò estranea al conflitto o che ne fu unicamente una vittima sacrificale. E chiudo questo mio, con queste parole di Alfonso Botti: «Certa storiografia recente, indubbiamente frutto di una coscienza pacificata, tende ora a distribuire equamente nei due campi ragioni e torti, eroismi e brutalità, il peso degli aiuti internazionali e persino il numero dei caduti. Più utile sarebbe invece verificare, da una parte il grado di integrazione della Chiesa spagnola nella struttura economica del paese e la profondità del suo scollamento dal mondo operaio e popolare, seguendo la notevolissima varietà delle situazioni socio- economiche regionali. Indagare in profondità, dall’altra, la base materiale di quel meccanismo simbolico che porta grandi masse popolari ad identificare spontaneamente la Chiesa con un potere ingiusto; la morfologia sociale ed ideologica dell’anticlericalismo spagnolo ancora insufficientemente studiato; infine i motivi della mancata elaborazione di una realistica politica religiosa da parte della sinistra spagnola […]».   (Alfonso Botti, op. cit., pp. 82-83). Non da ultimo il discorso religioso della gerarchia spagnola durante la guerra detta civile ‘36-’39 cela, secondo Frances Lannon, ma credo non solo per lei, la difesa da parte della chiesa di un particolare modello di società, come del resto accadde nel corso della rivoluzione francese, e di rapporti economici di proprietà consolidati, facendo in sintesi gli interessi di aristocratici, grandi proprietari terrieri, e della ricca borghesia. (ivi, p. 82).

Prego i lettori di scusarmi se vi è qualche errore nelle mie traduzioni dallo spagnolo, di cui vi prego di avvisarmi per correggere, e mi scuso, se vi è qualche imprecisione, con chi meglio di me conosce la guerra di Spagna, sperando intervenga con commenti onde approfondire l’argomento o precisare.

L’immagine che correda l’articolo è tratta da: https://www.imgpress.it/culture/87242/.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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