INTRODUZIONE.

Il mio gemello mi ha inviato questo prezioso contributo che racconta un fatto sanguinoso accaduto a Venzone mentre il fascismo, dopo la marcia su Roma, cercava di andare al potere, e che contiene pure cenni sulla storia di Domenico Tomat di Venzone, che ne fu invischiato, e che forse fu troppo sbrigativamente condannato in toto dall’opinione pubblica friulana per un fatto accaduto nel maggio 1945, a guerra finita. Ma quello per cui il Tomat fu accusato e giudicato colpevole, non fu il solo caso in Italia di persona ritenuta collaborazionista o fascista uccisa a fine guerra. Vi furono anche altri casi, per esempio in Carnia, secondo Romano Marchetti, quello di un certo Valle, ed alcuni partigiani, anche osovani,  pensavano che la ‘resa dei conti’ fosse legittima, e che si potessero processare coloro che non si era riusciti a processare prima, in un contesto di luogotenenza inglese. Inoltre non ci si ricorda di quello che subirono i partigiani nel dopoguerra, non solo i garibaldini ritenuti comunisti anche a sproposito (per esempio se si vede il numero di comunisti nella Divisione Natisone, come da documento in archivio Gramsci Roma, esso è bassissimo), nel contesto di una politica che penalizzava ogni rinnovamento, e cercava di criminalizzare chi aveva aderito alla resistenza, liberando il paese dai tedeschi e dai fascisti. E ci furono anche, dopo la fine della guerra, azioni criminali verso partigiani: basta vedere quello che accadde a Giovanni Pellizzari, nome di battaglia Bruno e conosciuto come ‘Pronti’, che, nell’autunno 1946, fu oggetto di un attentato da parte di due individui in motocicletta i quali si recarono a Villa Santina, all’albergo Trieste gestito dalla sua famiglia, e posero una bomba sulla finestra della cantina che demolì un angolo dell’edificio, (Gianni Conedera, L’ultima verità, Andrea Moro, 2005, pp. 163- 164); o quanto accadde a Fermo Cacitti, Prospero, osovano. Una sera del settembre 1945, abitando a Lauco, Fermo si era recato, come faceva di solito, all’ osteria ‘Fossal’ e stava osservando delle persone che stavano giocando a bocce. Tra loro c’era anche un giovane di Vinaio, Mario A., forse un Adami,  che improvvisamente lanciò la boccia con grande forza contro la testa di Prospero, che per fortuna si schivò in tempo. (Ivi, p. 165). Inoltre furono istituiti molti processi ai partigiani, mentre i criminali di guerra fascisti italiani non furono sfiorati da processo o da consegna, come da accordi internazionali, allo stato dove avevano compiuto nefandezze, anzi vennero quasi considerati degli eroi. Pagò per tutti probabilmente Nicola Bellomo, ricordato anche dall’Anpi, che forse sapeva troppo sulla fuga del Re e di Badoglio. «C’è troppa trascuratezza, siamo sinceri nei riguardi dei patrioti» – si legge su:“Commento a: “La coscienza giuridica degli ex- partigiani” trasmesso dall’A.N.P.I. di Tolmezzo per la pubblicazione, riportato da “La voce della giustizia” di Torino”, in: Lavoro, 1 settembre 1945. «Tutto va bene. Bisogna impedire un nuovo squadrismo. (…). Ma lo strano è questo: che coloro che hanno avuto il posto perché squadristi sono ancora là, duri come macigni nei loro uffici; che coloro che hanno combattuto idealmente e materialmente i patrioti ed il loro grande movimento insurrezionale ridono dalle finestre dei loro uffici a quei poveri diavoli di partigiani che passano straccioni e affamati per la strada.» (Ivi).  In questo contesto si deve collocare anche il fatto di cui fu accusato il Tomat, nel dopoguerra, un dopoguerra che fu tutt’altro che semplice e che fu caotico, con continui movimenti di persone, con odi e ricordi, ed un tessuto sociale da ricostruire. Per quanto riguarda il fascismo ed i metodi con cui prese il potere, molto è stato già scritto da studiosi seri, ma pare dimenticato. Questo articolo permette di ricostruire un fatto ed uno scenario locale. Laura Matelda Puppini

Marco Puppini. Quel 18 febbraio 1923 … 

«Tra pochi giorni saranno passati novantacinque anni dai fatti accaduti a Venzone il 18 febbraio 1923, fatti che a mio parere hanno avuto una certa importanza nella storia non solo dell’antifascismo friulano, ma addirittura internazionale. Fatti di sangue e violenza, come accadeva in quegli anni, che seguivano di poco una guerra condotta con tutte le armi di distruzione e di propaganda di massa dell’epoca, guerra che aveva “insegnato” che la vita umana valeva poco e che era il momento, per chi voleva affermarsi, di agire in modo violento e spregiudicato. Lezione appresa molto bene dalle squadre fasciste che ormai in Friuli avevano il controllo delle strade e delle piazze grazie alla stretta collaborazione con le cosiddette forze dell’ordine. Dal 1921 al 1923 i fascisti appoggiati dalla “forza pubblica” avevano scatenato in Friuli una lunga serie di violenze causando morti e feriti. Sarebbe qui troppo lungo elencarle. Arriviamo invece subito ai fatti di Venzone.

Il 18 febbraio era il giorno delle elezioni municipali a Venzone. Le leggi speciali metteranno fine in seguito ai consigli comunali liberamente eletti. La vecchia amministrazione si era dimessa per uno scandalo finanziario, ed ora in competizione c’erano la lista del Blocco Nazionale, sostenuta anche dai fascisti, e quella formata da socialisti ed ex combattenti. Fin dal mattino in paese stazionavano forti gruppi di operai socialisti, molti rientrati dalle località di emigrazione, e di ex combattenti di ispirazione antifascista, ed un contingente di carabinieri. Ma ecco che compare anche una squadra fascista, proveniente da Artegna e guidata da Licinio Ermacora, giunta su ordine della coorte di Udine. Pochi giorni prima (il 1 febbraio) le squadre d’azione fasciste erano state trasformate in un nuovo corpo militare, la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, al servizio però di un partito politico; i militi prestavano giuramento al capo del governo (Mussolini)  e si ritenevano i custodi dei valori della rivoluzione fascista. La squadra viene alloggiata in una sala dell’albergo Tomat. Cosa era venuta a fare? Qualcuno dirà che i fascisti erano intervenuti a “mantenere l’ordine”. Da quando in qua si chiama una delle parti in causa (i fascisti, che sostenevano la lista del Blocco Nazionale) a mantenere ordine in una disputa? Fatto è che la squadra nel pomeriggio interverrà con pugni e legnate (non risulta uso di armi da fuoco) contro la parte avversa.

Stando all’inviato del quotidiano borghese e conservatore “La Patria del Friuli” (Le elezioni amministrative a Venzone. Un’imboscata. Un morto  e un ferito. Altri incidenti e altri feriti, in “La Patria del Friuli” 19 febbraio 1923) un primo incidente era avvenuto al mattino, quando un fascista gemonese che vendeva il giornale “Friuli Fascista” era stato malmenato. Un secondo incidente avviene alle 16 e 30 quando il Pretore ordina ai carabinieri di riportare al seggio con la forza un segretario di sezione, Valentino Zamolo, che si intratteneva con amici in piazza Umberto 1°. La folla, vedendo Zamolo accompagnato dai carabinieri e pensando fosse stato arrestato, aveva circondato il gruppetto e ”due o tre fascisti presenti” che erano intervenuti. A questo punto la squadra di sua iniziativa era uscita dall’albergo ed era intervenuta a suon di randellate. “La piazza e le strade furono fatte sgombrare dalla forza pubblica coadiuvata dai fascisti”, racconta l’inviato del quotidiano. Da quel momento forza pubblica e fascisti controllano assieme le operazioni di voto sino a notte con sistemi che possiamo immaginare. Va detto che le elezioni verranno vinte con maggioranza schiacciante dal Blocco Nazionale (ma potevano essere ritenute valide  con quanto era successo? Con una delle due parti che controllava le votazioni con la violenza?). L’intervento della squadra fascista aggrava senza rimedio un incidente che, se gestito diversamente, poteva essere risolto senza ulteriori problemi e senza la coda che invece ha avuto.

Cosa è successo poi? La squadra fascista al termine delle operazioni di voto si era avviata per rientrare ad Artegna ma quando arriva nei pressi del cimitero, qualcuno spara in direzione del camion.

Al “Giornale di Udine” (Vigliacca imboscata a Venzone contro un camion di fascisti in “Il Giornale di Udine” 19 febbraio 1923)  ) Ermacora racconta che il camion aveva lasciato Venzone alle 21. Giunto alle ultime case del paese, era stato accolto da “una scarica di fucileria” da una cinquantina di metri di distanza, scarica proseguita anche nei momenti successivi contro il camion che stava allontanandosi rapidamente. In un primo momento nessuno di coloro che viaggiava sul camion si era reso conto che vi erano dei feriti, gli squadristi se ne erano accorti solo dopo qualche tempo ed il camion si era fermato. Le fucilate avevano ucciso un giovane squadrista di 18 anni, Alfredo Giorgini, colpito all’avambraccio ed anche alla spalla, questa ultima pallottola aveva proseguito la sua traiettoria ed aveva colpito la testa del malcapitato. Si trattava, stando a Ermacora di “pallottole esplosive”. Era stato colpito anche un altro fascista, Canci, alla coscia. Il camion aveva ripreso la corsa e Canci era stato accompagnato all’ospedale di Gemona, mentre il corpo di Giorgini era stato portato ad Artegna e deposto alla sede dal Fascio.

Un poco diverso il resoconto fatto sempre da Ermacora a “La Patria del Friuli” (Come è avvenuta l’imboscata. La mobilitazione della Legione fascista, in “La Patria del Friuli” 19 febbraio 1923) con alcune importanti precisazioni. Il camion si era allontanato dal luogo della sparatoria, ma aveva dovuto fermarsi in località Rivoli Bianchi, tra Ospedaletto e Gemona, perché i fanali si erano improvvisamente spenti. E solo allora i fascisti si erano accorti che Giorgini era stato colpito a morte. Come avevano fatto una quindicina di uomini stretti nel cassonetto di un camion a non accorgersi che un loro camerata era stato colpito da pallottole esplosive al braccio ed alla testa? I fascisti arrivano a Gemona alle 22, un ora per percorrere pochi chilometri tra Venzone e Gemona. Probabilmente il panico, o chissà cosa, fanno loro perdere tempo prezioso.

Si diffonde subito la voce che i sovversivi avevano sparato per uccidere e si mobilitano le coorti fasciste friulane. In realtà c’è da dubitare della volontà di uccidere. Se veramente erano state sparate molte scariche di fucileria con pallottole esplosive contro un camion a cinquanta metri con l’intento di uccidere, sarebbe stata una strage. Stando alla polizia sul posto erano stati rinvenuti una settantina di bossoli di fucile 91, in dotazione alle forze armate (ma sicuramente conservato in casa da molti ex combattenti della “grande guerra”). Il dubbio sulle reali intenzioni degli sparatori viene anche da una fonte insospettabile, il parroco di Venzone, che parlando dell’episodio nel libro parrocchiale scrive che “Mentre i fascisti fanno ritorno ai propri paesi sul camion che li conduce avviene la morte di uno di essi,  certo Giorgini di Artegna. Fu caso? … o delitto?  Mistero“  (Diario storico della parrocchia di Venzone 1900 – 1961, in Archivio dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, fondo Libri storici parrocchiali, busta 5 fascicolo 61). Giorgini in ogni caso era morto e le squadre fasciste, sempre assieme ai carabinieri, invadono la mattina seguente Venzone sequestrando una cinquantina di persone, che qualcuno, una spia che però in paese non poteva passare inosservata, indica come sospetti. Persone che evidentemente non hanno preso precauzioni e si fanno trovare tranne un paio di eccezioni in casa, e che i fascisti trascinano in piazza con scene indicibili di violenza che lasceranno un trauma profondo in paese.

Domenico Tomat al centro in Valtellina.

“Poco dopo l’arrivo (ad Artegna) del camion i fascisti della Coorte di Udine iniziarono l’opera di rastrellamento degli elementi sovversivi (…) Quasi tutti gli arrestati non opposero resistenza” (Come è avvenuta l’imboscata, … cit.) Il gruppone di arrestati viene radunato da fascisti e carabinieri in piazza, iniziano gli interrogatori, poi alcuni sono rilasciati, altri portati in caserma dei carabinieri dove gli interrogatori continuano con bastonate e violenze, lontano dagli occhi di testimoni. Ma percosse e violenze c’erano state anche in strada, sotto gli occhi dei passanti. “L’uccisione di Giorgini avvenuta sulla strada da Venzone a Gemona il 18 febbraio 1922 (in realtà 1923) e le scene selvagge che ne seguirono hanno suscitato l’odio contro il fascismo e la madre patria – scriverà il nuovo parroco quindici anni dopo i fatti, che evidentemente non erano affatto stati dimenticati – Molti individui colle rispettive famiglie esularono dal proprio paese giurando che non sarebbero mai ritornati e con la vendetta nel cuore“ (Diario storico della parrocchia, cit. p.17). Pieri Stefanutti riporta il testo di una canzone di contenuto antifascista che veniva cantata proprio a Venzone clandestinamente e che faceva riferimento a quei fatti (il 18 febbraio 1923 era la prima domenica di quaresima): “Il primo di Quaresima / è un giorno disfortunato / che dai fascisti son stà bastonato / e in  prigione me gà tocato andar / Maledetta sia anche la spia / che non potrà aver più bene / ma se esco da queste pene / anche la spia pagherà” (P. Stefanutti, Venzone in guerra. Bollettino dell’Associazione Amici di Venzone, a. XLI, XLII, 2012 – 2013 p.13).

Le violenze non si limitano a Venzone. Una squadra devasta la sede della Camera del Lavoro di Tolmezzo rubando i documenti che erano all’interno, portandoli in camion a Venzone e bruciandoli, ccon un grande falò che attira molta gente, davanti alla sezione degli ex combattenti. Che relazione c’era tra l’attività della Camera del Lavoro e l’episodio dell’uccisione di Giorgini resta un mistero. In realtà pare che a fascisti e forza pubblica importasse più picchiare e incarcerare il numero maggiore possibile di sovversivi e devastarne le sedi che fare seriamente indagini. Ventitré “sovversivi” finiranno in prigione, ma verranno poi tutti assolti dal tribunale di Venezia per insufficienza di prove dopo due mesi di carcere preventivo. Nei due anni successivi partirà da Venzone per la Francia un gruppo numeroso di socialisti, che giudicavano impossibile continuare a vivere in paese.

La volontà di piegare il gruppo antifascista continuerà negli anni successivi, soprattutto da parte di persone originarie di Venzone stessa. Ne fanno fede alcune lettere che miravano a colpire antifascisti espatriati dopo quei fatti segnalando alle autorità il loro rientro temporaneo in Italia e sollecitando misure repressive. In data 28 gennaio 1933 C.E. scrive da Parigi al podestà di Venzone, Orsi, avvisandolo che Bellina Valentino, comunista militante della sezione di Troyes, era rientrato in paese. Lui ed il “famoso comunista Tomat” (Domenico Tomat) avevano partecipato a scontri con i fascisti italiani a Troyes. Pertanto C.E. si augurava che Bellina ricevesse una “buona lezione”. Bellina Valentino e Domenico Tomat erano due degli arrestati per i fatti del 18 febbraio 1923 (Archivio centrale dello Stato, categoria J5, fascicolo Tomat Domenico). Nel settembre 1938 giunge invece alla stazione dei carabinieri di Carnia una lettera anonima scritta a mano in francese in cui si informava che Michele Tomat, responsabile di propaganda antifascista in Francia e padre di due figli naturalizzati francesi di cui uno in Spagna (Domenico), era rientrato temporaneamente a Venzone, e si invitava i carabinieri ad occuparsi subito di lui. L’anonimo dava ai carabinieri anche l’indirizzo di Michele. Nell’inviare la lettera alla Questura i carabinieri di Tolmezzo (che evidentemente la avevano ricevuta dalla stazione di Carnia) scrivevano che non era possibile identificarne l’autore ma era: “persona nativa di Venzone e che (pare) si sia valsa di questo mezzo per tentare di far fermare in Italia il  Tomat Michele per poter essa occupare il posto che lo stesso occupa presso un’impresa edilizia di Treves” (Archivio di stato di Udine, Questura, fondo A8, fascicolo Tomat Domenico). Questo è quanto emerge dagli archivi, non siamo in grado di documentare la repressione spicciola, quotidiana, che probabilmente i familiari rimasti in Friuli di queste persone hanno dovuto subire.      

Da quanto letto, emerge bene il nome di Domenico Tomat, uno dei tanti giovani che allora non aderivano ad alcun partito politico ma si sentivano ribelli contro un sistema che aveva voluto la guerra e favoriva ricchi e “pescecani” (per usare la terminologia del tempo). Stando alla testimonianza del fratello, raccolta da Pieri Stefanutti, in seguito ai fatti del 18 febbraio era stato arrestato e duramente bastonato perché facesse dei nomi. Era poi finito in carcere al castello di Gemona ma dopo due mesi era stato anche lui assolto per insufficienza di prove. Le persecuzioni però erano continuate ed anche la sua radicalizzazione politica e desiderio di ottenere giustizia per quanto aveva subito. Nel 1924, svolto il servizio militare, viene processato, evidentemente su denuncia di qualcuno, per detenzione di armi da guerra ma è assolto. Alla fine di quell’anno, come racconta lui stesso in un italiano infarcito di friulanismi: “incontrai nello scuro uno di quelli che mi aveva bastonato ed arrestato nel febbraio 1923 (…) e gli resi le sue legnate” (Domenico Tomat, Sunto biografico, 2 dicembre 1971). Finisce così nuovamente in carcere per un mese e mezzo. Nell’aprile 1926 espatria clandestinamente attraverso il Moncenisio stabilendosi in Francia, dapprima a Troyes e poi a Parigi e prendendo la cittadinanza francese.

Da quel momento, Domenico inizierà uno straordinario percorso politico internazionale. Nel 1928 aderirà al PCd’I. Parteciperà al congresso per la pace di Parigi del 1933, a quello di Bruxelles contro la guerra di Abissinia nel 1935, l’anno dopo sarà arruolato nella XII^ Brigata Internazionale, la Garibaldi, in Spagna. Farà una rapida carriera militare, da sergente a capitano a maggiore, nel febbraio 1938 sarà comandante provvisorio dell’intera Brigata, che guiderà con grande efficacia. Ferito gravemente, rientrato in Francia, organizzerà un percorso clandestino attraverso le Alpi e guiderà molti dirigenti comunisti dalla Francia in Italia per dare inizio alla Resistenza sotto il naso della Milizia confinaria. Combatterà lui stesso con le formazioni partigiane in Francia e poi in Italia, in Valtellina, comandante della 40^ brigata Matteotti e brigata Rinaldi, fino ai primi di maggio del 1945. I primi giorni di maggio rientrerà brevemente a Venzone dove ritroverà amici e nemici di un tempo. E qui la vita avrà una nuova svolta, meno positiva.

Verrà infatti accusato di aver ucciso un fascista del paese i primi giorni di maggio, a guerra finita, dopo aver organizzato un processo popolare improvvisato, però in quel momento illegale, cui in ogni modo aveva chiamato ad assistere anche un esponente osovano (P. Stefanutti, Venzone in guerra, cit, p. 218). In realtà rintracciare la documentazione relativa alle vicende giudiziarie di Tomat dopo la guerra è difficile, perché i fondi dei tribunali di Udine e di Tolmezzo degli anni Cinquanta non sono stati versati all’archivio di stato. Sappiamo in ogni caso che verrà condannato all’ergastolo ma la Francia – per la cui liberazione aveva combattuto e rischiato la vita – rifiuterà di estradarlo. Dovrà fermarsi in quella nazione molti anni (a Les Pennes Mirabeau, presso Marsiglia) prima di ottenere la grazia, grazia che aveva rifiutato di chiedere per anni ritenendo evidentemente di aver compiuto un atto di giustizia. Un errore, fatto però da un uomo che aveva conosciuto e subito la violenza fascista fin da giovane, e che aveva passato gli ultimi dieci anni (dal 1936 al 1945) rischiando mille volte  la vita impegnato in una guerra contro fascismo e nazismo, per dare il suo contributo alla liberazione dell’Europa.

Marco Puppini».

L’immagine che correda l’articolo mi è stata fornita da Marco Puppini. Laura M Puppini

 

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