Anteriormente alla prima metà dell’ottocento non si segnalavano veri alpinisti in Friuli né si annotavano nelle Alpi Carniche e Giulie ascensioni di qualche rilievo che non fossero fatte da cacciatori o valligiani. E valligiani furono coloro che accompagnarono amatori della montagna anche sui monti della Carnia.
I primordi della pratica alpinistica in Friuli non differiscono, quindi ed in sostanza, da quelli dell’alpinismo classico, anzi, traggono, dallo stesso, origine, scopi, successivi sviluppi. Il movente che inizialmente spinse i primi “esploratori” verso la montagna era di carattere scientifico e quindi di ricerca e di studio.
Ma,a poco a poco, essi divennero sempre più attratti dai monti e dalla grandiosità dell’ambiente, che venne considerato come elemento strutturale e pittorico di irresistibile richiamo.
E nella componente romantica dell’alpinismo, la contemplazione si fondeva, fino a completa integrazione, nel piacere di cimentarsi in difficoltà che richiedevano prestazioni sempre più ardite a cui si aggiungeva il gusto e la curiosità dell’esplorazione stessa.
Né in Friuli poteva accadere alcunché di diverso di quanto era avvenuto in Italia ed all’estero.

E così anche in Friuli si andò consolidando, nelle intenzioni di alcuni studiosi ed appassionati della montagna, l’idea di dar vita ad una Sezione del Club Alpino Italiano.
L’occasione favorevole si presentò allorché fu proposto, alla fine del 1873, di istituire in Tolmezzo un osservatorio meteorologico per la cui inaugurazione giunsero in Carnia, tra gli altri, l’illustre meteorologo padre Francesco Denza, i professori Giovanni Nallino e Giovanni Marinelli, il dottor Bassani.
Questi uomini illustri, con altri, circa una ventina in tutto, gettarono in quell’occasione le prime basi di quella che sarebbe stata la Sezione del C.A.I. di Tolmezzo.

Raccolte le adesioni, compilato uno scheda di statuto, perfezionate le intese con la Sede Centrale di Torino, l’8 febbraio 1874 si aprì la sezione con l’iscrizione di sessanta soci.
A svolgere il ruolo di Presidente fu chiamato il professor Torquato Taramelli, insigne geologo e convinto assertore dell’idea alpinistica, allora insegnante ad Udine. Nel maggio 1874 i soci erano saliti ad 82 e provenivano da tutto il Friuli.
Nei giorni 18, 19, 20 agosto si svolse la prima manifestazione sociale con una riunione collettiva, l’apertura dei locali della sede, un’escursione a Paluzza con salita al Monte Tersadia, ed in chiusura un pranzo a Tolmezzo.

Il periodo “tolmezzino”, però, non può dirsi ricco di salite di grandissimo rilievo. E non va dimenticato che negli intenti dei promotori della sezione tolmezzina non vi era quella di adottare e ricalcare rigidamente le norme del C.A.I. torinese.
I friulani aspiravano ad imprimere al loro alpinismo un carattere che riprendesse la linea che privilegiava l’esplorazione, la conoscenza, l’illustrazione delle loro montagne cioè a maturare un più ampio possesso naturale della zona.
Queste caratteristiche saranno trasfuse anche nella “Società Alpina Friulana”.

Quindi fu creato, sempre con lo scopo di diffondere la conoscenza della montagna nei suoi vari aspetti, un Gabinetto di Lettura, annesso alla sezione C.A.I, agibile pure ai non iscritti.  Ma il risultato di questa iniziativa non fu quello sperato.
E se per la sezione non fu facile l’avvio all’ascesa delle Alpi da parte di molti soci, cosa che era sua principale finalità, più arduo ancora risultò incrementare la sua funzionalità come centro, sia pur modesto, di propulsione anche a livello scientifico e conoscitivo.

Il primo anno di vita della sezione ebbe un numero non alto di adesioni ed i dirigenti risiedevano, per lo più, lontano dalla Carnia. Il recarsi a Tolmezzo, però, rappresentava, in quei tempi, un vero viaggio, specie prima che fosse aperta la ferrovia pontebbana (il tronco Udine-Portis fu inaugurato nel 1876) ed i successivi percorsi, in carrozza o a piedi lungo le valli, per raggiungere le basi di partenza delle escursioni, erano davvero impervi.
A ciò si aggiunse la mancanza di mezzi finanziari e qualsiasi aiuto dall’esterno tanto che, già nel 1874 si chiedeva alla Sede Centrale del C.A.I. una riduzione della quota dovutale per regolamento, ed una maggiore autonomia amministrativa. Inoltre, per superare varie difficoltà fu steso un programma che tenesse conto delle finalità generali del C.A.I. e delle istanze proprie dell’alpinismo friulano.

Gli obiettivi del programma, per sommi capi, erano i seguenti:

  • Incrementare degli studi metereologici per favorire un’approfondita conoscenza della climatologia.
  • Iniziare e portare a termine il rilievo altimetrico dei monti nonché studiare le possibilità minerarie e delle sorgenti termali della zona.
  • Studiare il problema della silvicoltura, del caseificio, della conservazione e miglioramento delle razze bovine lattifere per rendere più efficiente la vita economica della regione alpina.
  • Promuovere la conoscenza geografica e fisica di tutta la zona carnica e giulia e cioè i bacini del Tagliamento, della Livenza, del Torre e del Natisone. Gli studi di questo tipo si dovevano limitare, per i primi anni, alla zona dell’alto Tagliamento.
  • Indire ascensioni, gite, escursioni di uno o più giorni per approfondire la conoscenza dei luoghi montani e dell’ambiente naturale facendo riferimento, pure, a particolari bellezze e memorie di interesse storico.
  • Migliorare, previo accordo con gli albergatori della zona, le possibilità ricettive e fornire agli alpinisti attrezzature e strumenti idonei a facilitare e volgarizzare la pratica della montagna.
  • Pubblicare un manualetto che presentasse, con scritti ed illustrazioni, i vari aspetti delle singole zone studiate.
  • Incrementare, in sede, l’abitudine a letture e conferenze, dando preferenza alla trattazione di argomenti scientifici e, per quanto possibile, attinenti agli studi ed agli interessi delle zone montuose friulane.

Nel giugno 1875 la sezione pubblicava una raccolta di atti, notizie e relazioni riguardanti le Alpi friulane; nello stesso anno, però, i dirigenti della sezione si rammaricavano per la scarsità di escursioni e per la riluttanza di alcuni alpinisti a dare relazione scritta della loro esperienza.
Inoltre non tutti i 99 soci si ricordavano di pagare regolarmente la quota associativa.

Il 1875 si chiudeva con parecchie rinunce, con un bilancio appesantito dalla mancata confluenza di molte quote arretrate, dal disinteresse dimostrato, in generale, dai soci. Ma forse in una piccola cittadina come Tolmezzo, che allora contava poco più di 4000 abitanti, non era ancora radicata l’idea dell’utilità di una istituzione alpinistica come il C.A.I.

All’assemblea del 1876, a Gemona, la partecipazione fu numerosa in confronto alle precedenti. Nella riunione si approvò l’istituzione di una categoria di “soci straordinari” studenti e giovani al di sotto dei 20 anni. Inoltre si fece il primo passo per spostare la sede della sezione C.A.I. da Tolmezzo ad Udine.
Nel 1877 la direzione della stessa si trasferì definitivamente nella città friulana.
Nel 1878-79 la sezione, ormai trasferitasi definitivamente ad Udine, considerò suo impegno preciso potenziare il “Gabinetto di Lettura” a cui si iscrissero ben 110 persone. Copiosi furono inoltre i doni di libri e pubblicazioni da parte di soci, amici e simpatizzanti.

Di fatto la sede del C.A.I. di Tolmezzo era sorta, nel 1874, nel capoluogo carnico per necessità contingenti ma i tempi volgevano a rapida evoluzione e l’idea alpinistica si espandeva con significativa rapidità: la città, più sensibile ed aggiornata all’urgenza dei nuovi temi che gli stessi nuovi tempi proponevano, avvertiva meglio l’impegno morale di certi problemi.
La causa della scarsa funzionalità della sezione tolmezzina non stava, quindi, solo nella “distanza di luoghi, divergenze di vedute, ineguale distribuzione di pesi e vantaggi, difficoltà economiche, ma erano anche altre e ben più profonde.
La nuova sezione friulana del C.A.I., con sede a Udine, iniziò ad operare ufficialmente il 2 gennaio 1880.

I promotori della nuova sezione volevano potenziarla in vario modo, dopo la fase di rallentamento delle attività dato della sezione di Tolmezzo.
La sua apertura dette avvio a un maggiore sviluppo dell’attività ed una alta frequentazione della montagna.
Nonostante le cose non andassero male anche la sezione C.A.I. di Udine, però, ben presto si trovò in difficoltà in particolare per gli oneri imposti dalla sede centrale.A questo punto l’idea, già ventilata in precedenza, di formare una società indipendente prese, via via corpo. L’assemblea dell’8 luglio 1880 risultò molto animata. Dopo vivace discussione venne proposto di trasformare la sezione C.A.I. di Udine in ente autonomo.
Nel corso di detto incontro assembleare, veniva dato mandato a un comitato di stendere una relazione sulla questione. Quest’ultimo, successivamente, proponeva all’assemblea generale un ordine del giorno che richiedeva lo scioglimento della sezione friulana del C.A.I. e la costituzione di una Società Alpina Friulana, basata sulla fede nell’avvenire dell’alpinismo e sulla fratellanza degli alpinisti italiani.

Anche se lo scioglimento della sezione friulana del C.A.I. avvenne solamente alla fine del 1880, la nuova società alpina friulana cominciò, subito dopo detta assemblea, ad articolare i suoi organi direttivi. Di lì a pochi mesi si tenne, a Maniago, il primo convengo della S.A.F. ove prese la parola lo stesso Marinelli. Egli disse che quando si era parlato di distacco dal C.A.I. aveva temuto quella separazione, ma successivamente, vista la volontà della maggioranza, si era adeguato alla scelta.

Il 4 novembre si riuniva il comitato promotore del nuovo ente, presenti diversi soci. Il 26 novembre si teneva l’assemblea per la discussione dello statuto, la nomina alle cariche, e la formulazione del bilancio. Anche nella nuova società risultava eletto presidente Giovanni Marinelli.

La Società Alpina Friulana si occupò di sviluppare l’attività alpinistica, di potenziare il gabinetto di lettura e di creare i primi rifugi. Per quanto riguarda questo problema molti amatori della montagna si dichiaravano apertamente e tenacemente avversi ad aprire ricoveri ed anche a qualsiasi lavoro di sistemazione o modifica che potesse alterare anche in modo insignificante l’ambiente naturale.

Tale concezione “assolutistica”, basata sulla necessità di fornire prestazioni fisiche eccezionali, non poteva essere sostenuta da una società che si basava sulla pratica di soci di diverso tipo e che non accettava un’interpretazione aristocratica dell’alpinismo, centrata sulla straordinaria fortezza d’animo e su di una tempra fisica fuori del comune. Il fatto che “la vittoria alpinistica” fosse premio solo ai gagliardi e agli audaci era compresa e si ammessa, ma non l’affrontare rischi, lotte estenuanti, pericoli insidiosi, dure privazioni, intollerabili ai più.
«Non hanno diritto alla vita ed alla vittoria soltanto gli invitti e gli super uomini, come non hanno il privilegio dell’Alpe solo gli scalatori di tempra eccezionale o induriti a cimenti gravemente faticosi che essi sono in grado di sopportare».

La Società Alpina Friulana condivideva le linee del suo presidente Giovanni Marinelli riguardo all’ alpinismo che contemplavano come finalità:

  • il bisogno e il tentativo di «sostituire ai fittizi e snervanti piaceri della città” quelli dell’accostamento e della contemplazione delle grandi scene naturali da cui derivava la necessità ed il “piacere di esercitare i muscoli ed il coraggio contro le rocce ed i pericoli che le Alpi presentano»;
  • la trasformazione degli alpinisti in vantaggiosi ausiliari e valorosi pionieri della Scienza, volti allo studio ed all’illustrazione della montagna, portando ad un miglioramento dell’accessibilità e degli stessi interessi economici della montagna.

I soci della S.A.F. ottennero risultati di prim’ordine nel campo dell’orografia, geologico, meteorologico e nello studio delle scienze naturali. Ed anche la pastorizia richiamò per lungo tempo l’attenzione dei maggiori preposti della S.A.F.
Marinelli stesso con il suo “Le casere in Friuli” volle indirizzare gli studi alpinistici verso problemi di economia montana.
Ed alla fine dell’800, risultava che la S.A.F. aveva aperto diversi accessi in montagna e tracciato sentieri in alta quota.
Uno dei maggiori meriti della S.A.F. fu quella di promuovere la “La prima guida della Carnia e del Canal del Ferro” opera del Marinelli che venne pubblicata nel 1877.

Uno dei problemi che comunque toccò la società fu quello del disinteresse dei giovani nei confronti dell’idea alpinistica che venne messo in luce in una relazione del 1885/86. Per sopperire a ciò si suggeriva di facilitare l’iscrizione degli studenti richiedendo loro una quota associativa ridotta e la gratuità delle escursioni sociali, con la sola contropartita della stesura di piccoli studi scientifici e pratici. Ma la proposta non ebbe molto successo.
E bisogna riconoscere l’autonomia della S.A.F. non rallentò i rapporti con gli altri enti alpinistici ed anzi creò utili relazioni in Italia e all’estero, particolarmente fruttuose.

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Testo e citazioni da: Giovanni Battista Spezzotti, L’alpinismo in Friuli e la Società Alpina Friulana, Sez. Udine del C.A.I., volume primo, Udine1963, in particolare pp. 17- 25;  pp. 26-33; pp. 41-53; p. 88; p. 99; pp. 101 – 104.

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Ho ripreso questo testo che parzialmente ho riportato anche nel mio: Laura Matelda Puppini, Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi – Cjargne Culture, 2007, per rispondere ad un quesito postomi da Rolando Marini,  già ispettore forestale ed amante della montagna, ma anche per dare rilievo a quanto espresso da Giovanni Marinelli e dai pionieri del C.A.I. e della S.A.F. in Friuli, e cioè che in montagna si va per capire, conoscere, apprezzare la montagna, non per fare palestre tali di ardimento da affaticare il fisico in modo estremo, rischiare la salute e magari la vita e dover subire privazioni e pericoli insidiosi. Ed il mito del superuomo appartiene alla destra estrema.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo è una fotografia di Vittorio Molinari, pubblicata a p. 24 del mio volume su Vittorio Molinari, già citato. L.M.P.

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