Ho letto il volume di Marco Pirina “Udine 1943-1945. La Lunga Notte” nella provincia. Caduti- Storie- testimonianze- Documenti, Silentes Loquimur, ed., 1998, volume finanziato dalla Regione Fvg, a differenza di ‘La Carnia di Antonelli’ di ben altro spessore, o di ‘Cooperare per vivere’, il che ci fa riflettere sulla politica culturale che fa la Regione da decenni nel distribuire fondi, e che ha sempre permesso all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sezione Fvg, di averne moltissimi. Ho letto Marco Pirina non perché lo desiderassi ardentemente o non avessi altro da fare, ma perché l’impianto del volume di Pirina si ritrova pari pari in Giulio Del Bon, “1943-1945 vicende di guerra La Carnia durante l’occupazione nazista”, edito dall’Associazione Elio cav. Cortolezzis nel 2018, con qualche significativa differenza.

Per esempio nell’introduzione alla lettura del  volume di Marco Pirina, fatto principalmente di elenchi di caduti, il Dipartimento Ricerche del Centro Studi “Silentes Loquimur”, composto allora dal Pirina stesso, da sua moglie Annamaria D’ Antonio e credo ben pochi altri, tra cui il generale Giorgio Pirrone, Sergio Vasi e Pietro Dini, scrive che: «Le ricerche storiche per la stesura degli elenchi dei Caduti hanno tenuto conto delle pubblicazioni dell’Istituto Friulano Storia del Movimento di Liberazione, per cui, se non vi sono altri dati negli elenchi delle singole località, aggiunti da noi, con il confronto di altre fonti o testimonianze, le date, i nomi, le cause della morte, sono gli stessi attribuiti dall’ I.F.S.M.L. […]. ». (Marco Pirina, op. cit., p.III).

Il riferimento è ai volumi AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili dei Comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, IFSML, 1987-1992. Vol. 1° (2 tomi) Provincia di Udine, 1987-1988. Esistono però anche i volumi per le province di Pordenone, Gorizia, Trieste.

Bisogna riconoscere che Marco Pirina ed i suoi, nello specifico, risultano essere più chiari di Giulio Del Bon che cita i nomi di persone uccise dai partigiani nei paesi della Carnia come fossero farina del suo sacco, mentre si trovano tutti tranne qualche raro caso per motivi che poi scriverò, (e credetemi li ho controllati uno per uno), in detti volumi dell’Ifsml per la provincia di Udine come persone uccise da forze partigiane o, nel caso di mancanza di fonti utili a dirimere la causa o l’attribuzione della morte o di processo terminato senza colpevoli, come “deceduto per cause belliche” o “ucciso da sconosciuti”, o “deceduto per fatto di guerra”. E quando gli autori di AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., seppero che la persona era stata uccisa da partigiani, lo scrissero.

Così è stato per esempio, per Tomat, Lucia, di Luigi e Candoni Pasqua, nata l’8 settembre 1894, coniugata, civile, fucilata ad Imponzo da forze partigiane il 25 luglio 1944, (AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, tomo 2, p. 1020) o per Serini Tranquilla, forse sua figlia, di Destino e Tomat Lucia, nata il 22 gennaio 1920 ad Imponzo di Tolmezzo ed ivi residente, fucilata da forze partigiane ad Imponzo il 24 luglio 1944 e tumulata nel cimitero del suo paese. (Ivi, Udine, tomo 2, p. 1019).

Cosa dice di più e di meno su di loro il Del Bon? Che erano state giustiziate perché ritenute delle spie, (Giulio Del Bon, op. cit., p. 55). Ma vedremo che in questo caso come in tutti gli altri, egli non cita mai i volumi dell’Ifsml, che però sono stati editi un bel po’ di anni prima della sua pubblicazione e che sono la pietra miliare in questo tipo di ricerca, e neppure i dati anagrafici dei soggetti sugli stessi riportati.

E continuo facendo solo qualche altro esempio di come si sia mosso il Del Bon, comparando quanto scritto dallo stesso per alcuni uccisi da partigiani con quanto già pubblicato nel loro merito dall’ Ifsml ed altre fonti.

Per esempio Lirussi Giuseppe, sposato a Zuglio, sergente dell’R.S.I., prestava servizio alla caserma di Arta Terme era nato a Trelli di Paularo, e fu ucciso dai partigiani nella zona di Oltrevis, in territorio di Arta il 5 agosto 1944, dopo esser stato prelevato dall’abitazione del suocero. (Giulio Del Bon, op. cit., a p. 181).

Ma cosa scrivevano sul Lirussi gli autori di Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit, Provincia di Udine, a p. 1247 del secondo tomo, ben prima di Del Bon? Che Lirussi Giuseppe era nato a Paularo il 10 luglio 1889 da Giuseppe e Vuerli Anna, che era residente a Zuglio e coniugato e che era un cementista. Era milite della Milizia Difesa Territoriale dei reparti R.s.i., e fu ucciso da forze partigiane il 5 agosto 1944 e fu tumulato a Zuglio. (AA.VV. – Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., provincia di Udine, tomo 2, p. 1247). 

Cosa ha aggiunto il Del Bon alle notizie dell’Ifsml? Solo due chiacchere di paese, che dicevano che il Lirussi era stato ucciso ad Oltrevis, (Giulio Del Bon, op. cit., p. 181) mentre si dimentica di dire dove fu tumulato. Che fonti cita il Del Bon per Lirussi Giuseppe? Esse sono riportate alla nota 101 di p. 196 del volume citato, e sono le seguenti: Marco Pirina, “Udine 1943-1945. La Lunga Notte”, op, cit., Gianni Conedera, L’ultima verità, Tolmezzo 2005, dove il Conedera riprende qualche nome degli uccisi dai partigiani forse dal Pirina, che li ricava, a sua volta, dai volumi dell’ Ifsml, utilizzando poi come contorno chiacchiere di paese o racconti di familiari dei morti che, da che mondo è mondo, danno una versione di parte; una testimonianza rilasciata da tale Andrea Della Schiava di Brazzacco, che non si sa chi sia, né perché venga considerato fonte attendibile nel merito. Perché non tutte le persone che narrano qualcosa di un fatto che fu anche politico come la seconda guerra mondiale avvenuta nel contesto del fascismo, possono esser ritenute attendibili. Ed il lavoro preminente dello storico è appunto quello di vagliare le fonti e di incrociarle conoscendo i limiti di quelle orali. (Cfr. L. M. Puppini. Lu ha dit lui, lu ha dit iei. L’uso delle fonti orali nella ricerca storica. La storia di pochi la storia di tanti, in: www.nonsolocarnia.info).

In alcuni casi il Del Bon pone come uccisi dai partigiani persone che gli autori dell’opera dell’Ifsml non sapevano da chi fossero stati uccisi, come Scrocco Teresa o Santellani Teresina (nell’ immagine della lapide in cimitero, pubblicata da Gianni Conedera, Santellani Teresina, sperando sia la stessa persona) e Bellina Guido, che il Conedera dice esser stati giustiziati dagli osovani per spionaggio ma senza citare la fonte, (Gianni Conedera, L’Ultima verità, Andrea Moro ed., pp. 15-19). Che fonti dichiara il Del Bon per Santellani e Bellina?

Su Teresa Scrocco il Del Bon scrive alle pp. 52-53 riportando come fonte una relazione del Comune senza intestazione, data od altro, dall’Archivio di Stato di Udine,  (nota 101 a p. 88) con una indicazione con un asterisco spesso posto nelle note che non ho mai trovato, e su cui chiedo lumi, come chiedo lumi su cosa significhi la sigla DVD, quando Del Bon cita diari parrocchiali, perché se significa ‘disco versatile digitale’ non so proprio chi li abbia caricati in DVD, non l’Ifsml, non il Seminario di Udine.  Inoltre non si sa perché il Del Bon non citi nello specifico il Conedera, dopo aver detto che è una delle sue fonti. Per Bellina Guido, (Giulio Del Bon, op. cit., p. 103) Giulio Del Bon cita come fonti un documento presente in Archivio di Stato di Udine, ma anche l’Albo dei Caduti dell’R.S.I., che temo sia stato compilato prendendo nomi anche dai volumi dell’Ifsml, solo ponendo magari anche coloro di cui gli autori dell’Ifsml non sapevano da chi fossero stati ammazzati come uccisi dai partigiani in Carnia, facendoli poi passare per repubblichini. Ma non è detto che le spie, per esempio, facessero le loro soffiate perché aderenti all’Rsi, perchè potevano farlo per soldi, per amore, per vendetta, per ingraziarsi i potenti e per altri motivi.  E vi erano anche i filo tedeschi, che non è detto fossero filo repubblichini.

E che gli autori degli elenchi Rsi possano aver attinto dai volumi dell’Ifsml, “Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit.” è dimostrato da questo fatto. Forse un paio di anni fa, per dare informazioni su Bonfini Carlo ed Umberto ad un loro parente, ho visionato sia l’elenco caduti R. s. i. in rete, sia il volume dell’Ifsml, precedentemente pubblicato, trovando l’identico testo. (Cfr. http://liberapresenza.forumattivo.eu/t1p1-onore-ai-caduti-della-repubblica-sociale-italiana e http://www.inilossum.eu/ Caduti e dispersi della Repubblica Sociale Italiana, e AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit, Provincia di Udine, 1987-1988, tomo 1, p. 26). E gli autori del volume dell’Ifsml non esitano a scrivere che i fratelli Bonfini, Carlo più vecchio e nato nel 1904, Umberto più giovane e nato nel 1910, erano stati giustiziati dai partigiani in comune di Socchieve, e quindi tumulati al loro paese che era Ampezzo, a dimostrazione che quando vi erano fonti certe non ebbero problemi a riportare ciò che sapevano in scienza e coscienza. Forse, invece, vi fu chi nascose che anche gli osovani, in Carnia, giustiziarono spie. Ma questo è pensiero mio. Infatti la mistica della Osoppo, santificata, percorse tutti gli anni dalla fine della guerra giungendo quasi fino ad oggi, facendo perdere lo spessore di detta formazione come combattente e partigiana.

Cosa scrivono per Scrocco Teresa di Pietro e Santellani Luigia, nata a Genova il 9 aprile 1928 gli autori di “Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit”, Provincia di Udine, tomo 2 a p. 1239? Riportano, dopo i dati anagrafici dimenticati dal Del Bon, che poteva benissimo copiarli da chi li aveva ricercati prima di lui, che fu uccisa il 29 giugno 1944 da forze sconosciute sotto il ponte della Vinadia.
Per Bellina Guido, di Antonio e Miccoli Lucia, nato a Venzone il 2 giugno 1912 e residente in comune di Villa Santina, scrivono a p. 1236 che era deceduto a Lauco per cause belliche e che fu tumulato a Villa Santina. Ora è possibile che i due siano stati giustiziati per spionaggio dagli osovani del btg. Carnia, comandato da Livio, ma nel caso questi dati fossero stati riportati sui documenti citati dovevano esser evidenziati. Vi è poi chi ha detto e scritto che a sparare, nel caso della Santellani o Scrocco fu Prospero, Fermo Cacitti, che comunque sarebbe stato estratto a sorte, come narrava Romano Marchetti facessero i partigiani nel caso di esecuzioni dopo processo partigiano, perché i partigiani non potevano avere un vero e proprio plotone di esecuzione, avendo poche pallottole e non potendo sprecarle, e pertanto dovevano affidare ad un singolo ogni esecuzione.

Ma nel suo voler esser precisino sul sangue che le guerre mondiali prima e seconda fecero scorrere in Carnia, fascisti e nazisti in testa per la seconda, Giulio Del Bon pone, a p. 56 del suo volume, fra gli uccisi dai partigiani anche Maria Valentinotti di Sappada allora veneta e per questo non presente sui volumi dell’Ifsml, su cui nulla è certo, prendendo spunto dalla testimonianza di un sacerdote del paese. Ora che Maria Kratter nata Valentinotti, a cui io ho dedicato un intero articolo su www.nonsolocarnia.info, sia morta il 26 luglio 1944 è dichiarato sul ricordino scritto per lei, ma poi si sono sviluppate storie e leggende nel merito. (cfr. Laura Matelda Puppini, Su Maria Kratter nata Valentinotti, e sull’azione garibaldina a Sappada. Aggiornato il 7 novembre 2015, in: www.nonsolocarnia.info). Ella era la cuoca della caserma nazista oggetto di attacco da parte dei partigiani, e potrebbe esser rimasta uccisa perché si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato. E per la verità non si sa che voglia dire il Del Bon quando scrive solo che la Valentinotti «fu uccisa il giorno stesso dell’assalto partigiano al presidio di Sappada». (Giulio Del Bon, op. cit., p. 56). 

Inoltre il Del Bon pone fra gli uccisi dai partigiani Martinis Arrigo, (Giulio Del Bon, op. cit., p.49), che il fratello Libero, notissimo uomo politico, mi disse esser morto per un colpo accidentalmente partito dalla sua arma da fuoco. Ed era cosa facilissima che inesperti facessero partire un colpo da fucile mitragliatore senza sicura, ed anche il vice di ‘Livio’, Oreste Meroi, nome di battaglia ‘Claudio’ era rimasto gravemente ferito, agli albori della creazione del btg. Carnia osovano, per un colpo esploso accidentalmente da un altro partigiano del suo battaglione. (Cfr. Gian Carlo Chiussi, Con la Osoppo in Carnia, memorie del periodo partigiano, ottobre 1982, copia completa in versione inedita con allegati poi non editi).  Ma mica per questo viene posto fra i feriti dai partigiani! Ed a parte il fatto che non si sa come il Martinis, moribondo in ospedale, abbia potuto descrivere ai Carabinieri con una dovizia tale di particolari la causa della sua ferita da arma da fuoco, (Cfr Giulio Del Bon, op. cit., p. 49, avendo come fonte una relazione dei Carabinieri), era possibile che uno che si era sparato da solo per sbaglio non volesse passare per un incapace e quindi desse altra versione dei fatti, o che un altro partigiano lo avesse colpito per errore, come accadde al Meroi. Martinis Arrigo è citato anche in: AA. VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., tomo 1, p. 29 come deceduto a Tolmezzo per ferite riportate in combattimento.

Inoltre non si sa da chi il Del Bon abbia ricavato che Eugenio De Luca, comunista, avesse aderito alla resistenza «pur non partecipando alla lotta armata per le sue precarie condizioni di salute». (Giulio Del Bon, op. cit., p. 56).

Secondo Marco Puppini, Eugenio De Luca era nato ad Ampezzo (Ud) il 10 dicembre 1896 da Vittorio e Maria Passudetti. Era emigrato in Belgio nel 1922 ed era muratore e cementista ma lavorò anche nelle miniere.  Nel 1930 venne espulso dal Belgio e si stabilì in Lussemburgo, ad Esch-sur-Alzette e Dudelange, per poi rientrare temporaneamente e clandestinamente in Belgio e quindi stabilirsi infine in Francia, a Forchies-les-Marches. Comunista ed antifascista, nel 1936 fu segnalato dalla polizia fascista come partecipante a riunioni della Frazione bordighista del Partito Comunista, nel corso delle quali Enrico Russo, Ottorino Perrone, Virgilio Verdaro ed altri militanti mettevano in guardia contro i pericoli della politica del Fronte Popolare che contraddiceva le teorie di Lenin e contro l’imborghesimento dell’Unione Sovietica. Sottoscrisse pure somme di denaro in favore dei detenuti politici.  Nel 1941 fu arrestato a Charleroi in Belgio dai nazisti che lo avevano occupato nel 1940, e fu estradato in Italia ove fu imprigionato nel carcere di Vipiteno. Nel corso dell’interrogatorio presso la Questura di Udine, Eugenio De Luca dichiarò di aver maturato convinzioni anarchiche. Confinato, fu liberato nel settembre 1943 e rientrò ad Ampezzo. Il 28 luglio 1944 venne ucciso per ragioni non precisate in comune di Socchieve da formazioni partigiane della btg. Garibaldi-Friuli. (Note su Eugenio De Luca di Marco Puppini, parzialmente inedite. Archivio centrale dello stato. casellario politico centrale, busta 1709. estremi cronologici 1928-1943. Marco Puppini, Eugenio De Luca, in: Dizionario biografico degli anarchici italiani).

Il De Luca non risulta negli elenchi dei partigiani garibaldini e non consta fosse mai stato partigiano. Durante un processo contro i partigiani per la sua morte, intentato da un suo parente nel 1952, emerse che Eugenio De Luca era stato ucciso perché disapprovava apertamente l’operato dei partigiani seminando discordie tra di essi, almeno secondo quanto riportava il Messaggero Veneto di allora. Ma anche Elio Bullian sostiene tale tesi. Infatti dice così: «[…]  qui vicino abitava anche Eugenio De Luca, che era zoppo. Era un fuoriuscito, uno di quelli che erano andati all’estero senza passaporto, di quelli che erano scappati o perché non si erano presentati alla leva o perché non avevano voluto la tessera del Partito Fascista. Rientrato in paese dopo il 25 luglio, usava criticare aspramente Zagolin e l’attività dei partigiani, sentendosi forte del suo essere di sinistra. Fu prelevato dai partigiani una sera del luglio 1944, nel cortile, e venne fucilato sul tornante di Cjamesàn». (Elio Bullian. La storia dei fratelli Lucchini, comunisti e partigiani, ed altre storie ampezzane, in www.nonsolocarnia.info).

E pure sui volumi dell’Ifsml si trova che De Luca Eugenio di Ampezzo fu ucciso da forze partigiane in territorio di Socchieve e fu tumulato ad Ampezzo. (AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, tomo 1, p.28). E il sostenere, senza fonte alcuna, come fa il Del Bon che il De Luca era un partigiano è solo un voler avvallare senza prove che i partigiani si uccidevano fra di loro senza motivo.

Ci sono poi nel Del Bon altri casi, oltre quello di Arrigo Martinis, di attribuzione di morte per mano partigiana davvero discutibili, e spesso fondate solo su fonti orali, su racconti di persone che al massimo potevano esser bambini allora o non erano ancora venuti al mondo e quindi narrano il sentito dire, o che avevano una visione nazifascista della resistenza.  Ed anche le fonti fasciste o le relazioni in tempo di Ozak, dovrebbero esser ben valutate, perché nessuno voleva far una brutta fine, allora, e così era facile che le autorità e non solo attribuissero qualsiasi morte per arma da fuoco non chiara ai partigiani, dimenticando quanto fatto da repubblichini e nazisti, che sparavano pure loro, e vi era allora la possibilità che uno si trovasse al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Ma per ritornare al Del Bon, egli, dopo aver sentito o letto coloro che cita come fonti paularine: Nazario Screm, Gianni Oberto, Veneranda Buzzi e Maria Sollero, sostiene che Buzzi Pietro di Pontebba potrebbe esser morto per mano partigiana, perché lo dicono quelli di Paularo, anche se detta versione diverge da altra, da lui definita ‘garibaldina’. E pare che affronti argomenti storici come si trattasse di opinioni nel contesto di un agone politico. Ma i fatti sono fatti, non opinioni. Per l’Ifsml Buzzi Pietro di Pontebba, e non di Paularo, nato il 16 marzo 1926 a Cloptiva, in Romania, figlio di Eugenio e Modi Anna, partigiano garibaldino, nome di battaglia ‘Cesco’, cadeva il 3 settembre 1944 in una imboscata a Paularo. (AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, p. 652). Ma anche Del Bon dice che ‘Fonti garibaldine’ non precisate sostengono che il giovane fu ucciso da una trappola nemica posta vicino alla casera di Ludin di mezzo. (Giulio Del Bon, op. cit. 183). Ma chi sono i paularini che sostengono che il Buzzi fu ucciso da mano amica?   

Gianni Oberto, paularino residente a Tolmezzo, e credo più giovane di me che sono nata nel 1951,  operaio se non erro, noto per esser stato il marito di Albina Sbrizzai, maestra e brava persona che si prodigava per gli altri, deceduta, a cui è dedicata una sala presso i Salesiani di Tolmezzo, e per essere autore di libretti credo anche validi in ambito locale, di vario contenuto, che vanno da: “Liendis di pais” a “Sui trois da me Cjargne” (http://www.cjargne.it/libri/ScansiaOberto.htm), fino ad una raccolta di interessanti testimonianze di donne finite in campo di concentramento, intitolata: “11 ottobre 1944. Rastrellamento a Paularo”, e come persona che ama esprimere la sua opinione su molti temi. Nazario Screm di Paularo, che è considerato da Alfio Englaro, che certamente non è comunista, un “self made man”, è uno di quelli che scrive sul nulla ipotesi fantasiose rileggendo la storia da un punto di vista personal/nazista, attribuendo le stragi di malga Cordin e Lanza, collegate a quella di Promosio, ai partigiani garibaldini senza fonte alcuna. Il volume da lui scritto sull’eccidio di Malga Cordin e Lanza, e di riflesso di malga Promosio, essendo le tre stragi compiute dallo stesso gruppo armato, si intitola: “L’eccidio che oscurò la Resistenza nella Valle d’Incaroio”. E così scrive nel merito di questa pubblicazione Alfio Englaro, nel recensirla: «L’autore […] non fornisce nessuna prova documentata ed accessibile agli storici di quanto ha scritto e pertanto, nell’invitarlo ad esibire i documenti in suo possesso (sempre che li abbia), ribadiamo che la recensione di questo libro è stata fatta unicamente a scopo conoscitivo, anche se questo libro […] forse sarebbe stato opportuno non stamparlo». (http://www.cjargne.it/libri/EccidioScrem.htm). E nel 2012, quando lo Screm scrisse il volume, aveva già 80 anni, e stava parlando di fatti accaduti quando ne aveva 12, ed era un ragazzino. Ma riuscì a pubblicarlo, mentre chi cerca di scrivere articoli più documentati con un minimo di scienza spesso non trova in Carnia denaro ed editore.

Tullio Baritussio, paluzzano, ma dal Del Bon considerato tolmezzino, è presumibilmente il partigiano garibaldino Faulo, ed è stato intervistato anche da Pieri Stefanutti e Dino Ariis, per il loro “Le colpe degli Innocenti”, perché era persona che conosceva bene le malghe paularine, e vi andò a recuperare formaggio per il paese. E potrebbe essere la persona che dà la versione garibaldina della morte di Buzzi Pietro, ma dato che Giulio Del Bon non lo specifica, non lo sapremo mai.

Veneranda Buzzi e Maria Sollero non sono a me note, e non si sa perché, con Oberto, dovrebbero ribaltare l’altra versione della morte del Buzzi, confermata anche dall’Ifsml. Se però il Del Bon ha chiesto loro un parere sull’argomento, magari lo hanno dato, come farebbero molti, ma sta a chi raccoglie testimonianze saperle valutare e primieramente saper a chi domandare che cosa ed a chi scrive sapere che volumi visionare e citare. (Cfr. L. M. Puppini. Lu ha dit lui, lu ha dit iei. L’uso delle fonti orali nella ricerca storica. La storia di pochi la storia di tanti, in: nonsolocarnia.info).

Giulio Del Bon opera allo stesso modo per Pivotti Mario di Enemonzo, dicendo che è stato ucciso da mano amica. (Giulio Del Bon, op. cit., p. 53). Ma il cronista citato come fonte altri non è che il solito prete di paese. (Ivi, nota 107 p. 88).  E si sa che i preti avevano una loro visione personale di fatti ed individui. Dovete sapere che i sacerdoti scrivevano, anche quando io ero ragazza, raccomandazioni per i datori di lavoro, se ritenevano il soggetto e la sua famiglia sufficientemente cattolici, dimenticando peccatucci e peccatacci, erano capaci anche di esaltare qualcuno che non era stato magari proprio un buon uomo, se apparteneva ad una famiglia facoltosa e di chiesa, o di dir bene di un morto in ogni caso, sperando in una lauta largizione per la parrocchia, mentre abborrivano i comunisti anche se erano brave persone, e li ritenevano la causa di ogni male. Questo per dire che un foglio scritto da un prete è fonte da prendersi con le pinze, mentre alcuni autori di ricostruzioni e narrazioni storiche resistenziali prendono gli scritti dei sacerdoti relativi a persone come quasi unica fonte veritiera. In alcuni casi potrebbe esser però accaduto che qualche anziano fascista rimasto in paese fosse andato dal prete a raccontare una propria versione di fatti resistenziali o di morti avvenute, presa poi per buona dal sacerdote. Ma per ritornare al dunque, cosa si legge, invece, sulla morte di Pivotti Mario, sui volumi dell’Ifsml? Che Pivotti Mario, partigiano garibaldino, nome di battaglia Boita, di Ernesto e Zilli Maria, nato a Parigi l’11 gennaio 1925, residente ad Enemonzo, celibe, era caduto in combattimento contro forze armate tedesche ad Esemon di sotto il 28 luglio 1944, ed era stato tumulato a Fresis. (AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, tomo 1, p. 285). Quindi il Del Bon cita pure un documento Anpi, ritenuto fonte della Garibaldi, che sostiene che il Pivotti era deceduto ad Esemon di Sotto in combattimento. (Ivi, p. 53). Ma occorreva perdere tempo per scrivere che un prete non considerava valido quello che dicevano i garibaldini, vissuti tutti dal clero come i ‘comunistaz’ e gli infedeli?

Ma per capire che tipo di voci potessero circolare nei paesi della Carnia, ripieni anche di filo nazisti e repubblichini, quando nulla più si sapeva di un partigiano, mi pare interessante quanto scritto da Erminio Polo per Cesare Marioni, ‘Ceci’ (Cfr. Erminio Polo, Forni di Sotto, un paese segnato dal fuoco, editori Grillo e Centro Cultura, 1984, p. 131) sulle voci circolanti rivelatesi poi mere ‘ voci da osteria’. Cesare Marioni presumibilmente comunista, fu uno dei primi a salire in montagna con Augusto Nassivera. Quando in paese si seppe che nessuno lo aveva più visto e non si sentì più parlare di lui, iniziarono a circolare voci prima che fosse fuggito in Jugoslavia con la cassa dei partigiani, poi che fosse stato ucciso da fuoco amico. Queste voci, ovviamente, tendevano a screditare il movimento partigiano, e potrebbero esser state messe in circolazione anche dai fascisti locali. Infine il corpo di Marioni fu trovato, mesi dopo, dalle capre, crivellato di colpi di mitragliatrice tedesca. (Ibid.).

Opera squisitamente politica questa di Del Bon, che sarebbe stato opportuno, secondo me, che si fosse fermato al suo studio sulla chiesa di Paluzza, atta non a cercare di fornire informazioni corrette, ma ad insinuare il dubbio, pescando qua e là e dimenticando la fonte principale per questo tipo di elenchi e contestualizzando in modo ideologico. Ed anche le relazioni dei carabinieri nel periodo della seconda guerra mondiale sul rinvenimento del cadavere di uno ucciso da arma da fuoco potevano riproporre quanto narrato loro da persone dei paesi, che potevano dare la colpa di ogni morto ai partigiani magari per non avere problemi con le autorità, ed in nome del quieto vivere. Eppure, come scrive Erminio Polo, le mitraglie tedesche spararono a casaccio nei boschi della Carnia ben più di un colpo, ai tempi della guerra di Liberazione! (Ibid).

Alcuni nomi citati dal Del Bon mancano nei volumi dell’Ifsml come per esempio quelli di Del Zolt Emilio di San Pietro di Cadore, Osvaldo Tabacchi di Calalzo di Cadore, e Franceschini Pietro, tutti militi dell’Rsi, che il Del Bon, spostandosi dalla Carnia al Veneto, considera, avendo come fonte don Cappellari parroco di Maiaso, uccisi da forze partigiane, cioè dal nemico, senza specificare se in battaglia, se in un agguato, se catturati e giustiziati, perché il testo che cita recita solo ‘vengono uccisi’. (Giulio Del Bon, op. cit., p. 181). E manca pure su AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit.,   il non identificato ‘pastore di Cuc’, citato da Del Bon, (Ivi, pp. 181-182), mentre Lucia Cella parla di un pastore ucciso ma in zona Illegio perché intendeva denunciare i partigiani ai tedeschi perché gli rubavano il bestiame; manca Santoro Michele, napoletano, medico a Paluzza ed ex segretario del fascio, che da Paluzza era andato ad Azzano Decimo e lì fu ucciso secondo suo figlio, intervistato dal Del Bon, su mandato dei paluzzani, ma è versione di familiare, e manca Virginio Bortoletto, maresciallo GNR a Forni di Sotto, che fu ucciso in servizio, e quindi potrebbe trovarsi fra i morti militari fascisti per cause di guerra. Ma per quest’ ultimo e per Poli Marco e Tonello Ruggero, citati nei volumi dell ‘Ifsml come civili uccisi da forze partigiane, (AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, tomo 1, p.p. 351 e 352, e Giulio Del Bon, op. cit., p. 48) manca a Del Bon un riferimento bibliografico fondamentale e cioè il documentato volume di Erminio Polo, “Forni di sotto un paese segnato dal fuoco”, op. cit., che racconta la cattura e la morte dei tre alle pp. 100- 103. Egli precisa che Virgilio Bortoletto era maresciallo della GNR, mentre Polo Marco era il segretario del Fascio di Forni di Sotto, ed era padre di Vincenzino che, giovane fascista repubblichino, aveva buttato contro tale Brusin, che stava parlando con lui, una bomba, ferendo persone ignare che si trovavano nei paraggi.  (Erminio Polo, op. cit., p. 100 e pp. 88- 89). Ruggero Tonello, invece, era il gerente della Cooperativa di Consumo di Forni di Sotto. (Ivi, p. 101). Bortoletto e Polo furono fatti scendere dalla corriera, mentre il Tonello fu prelavato dalla sede della Cooperativa.  I tre furono condotti in località Trentesin, e qui vennero sottoposti a processo partigiano e ritenuti colpevoli di collaborazione con il fascismo e con  i tedeschi in quanto andavano ad Udine alla Federazione dei Fasci per parlare ed operare e «dalle carte risultava che avrebbero dovuto appoggiare i tedeschi contro i partigiani». (Ivi, p. 103). Furono pertanto giustiziati sul greto del fiume. (Ibid.).

Manca su AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., Udine, Santin Beniamino, forse maestro a Paluzza, che secondo il Del Bon faceva il doppio gioco, e non fu ucciso, sempre secondo lui dai partigiani ma da un milite dell’Rsi, essendo ricercato dai tedeschi. (Giulio Del Bon, op. cit., p. 49). E mancano fra i civili uccisi da forze partigiane Mastropietro Cosimo e Cappello Arturo Giovanni, carabinieri a Paluzza, originari di Badia Polesine, morti in azione di guerra forse, o per cause legate alla guerra, ma non civili.  Ma sul volume curato ed edito dall’ Ifsml, ci sono un paio di altri nomi di uccisi da forze partigiane sfuggiti al Del Bon. E il volume dell ‘Ifsml non cita fra i morti uccisi dai partigiani Polentarutti Umberto di Sauris, citato invece dal Del Bon avendo come fonte solo don Giuseppe Rossi. Inoltre il Del Bon scrive anche che «sembra che la sua colpa fu di avere in tasca una innocua lettera della figlia scritta in tedesco, che i partigiani si preoccuparono di far tradurre solo dopo averlo ucciso», ma non precisa se questa frase sia stata scritta da don Giuseppe Rossi o dal Pirina, posto, nello specifico come sua fonte. Ma il Pirina, nel suo già citato a p. 337 riporta solo il nome di Polentarutti Umberto come fosse presente nel volume dell’Ifsml, mentre non lo è. Inoltre pubblicare affermazioni come quelle che il Polentarutti fu ucciso innocente solo per aver avuto in tasca una lettera in tedesco della figlia, (tra l’altro era di Sauris e lì si parla e scrive in un dialetto austriaco, ma questo lo sapevano anche i partigiani che erano tutti o quasi carnici), senza neppure dire da dove provenga la citazione, perché le fonti sono inglobate in unica nota, tende solo a screditare i partigiani senza certezza alcuna. Treichl Rosenwald Maria Teresa, moglie del pittore Pio Solero, citata come uccisa dai partigiani prima da Conedera poi da Del Bon a p 56 del suo volume, non è presente in: AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., semplicemente perché era residente nella veneta Sappada, e si trovano citazioni che sostengono che dicesse male dei partigiani, e non si sa quando e perché suo marito fosse stato imprigionato a Belluno, nella  prigione di Baldenich. (Cfr. Laura Matelda Puppini, Su Maria Kratter nata Valentinotti, e sull’azione garibaldina a Sappada. Aggiornato il 7 novembre 2015, in: www.nonsolocarnia.info). Comunque e per inciso, ricordo ai lettori che spie e collaborazionisti, e quindi nemici, venivano pure segnalati per essere eliminati, dai Bollettini del Cinpro, in mano agli Alleati. E di Sappada era anche Cecconi Luigi, podestà del paese, Segretario del Pnf, e fondatore, dopo l’8 settembre 1943, della sezione R.s.i. di Sappada, che il Conedera dice esser stato ucciso dai partigiani. (Gianni Conedera, op. cit., pp. 51-52). Ma questi sappadini cadorini, perché vengono citati da Del Bon in un libro sulla Carnia? Per far numero?

Non da ultimo il Del Bon cita, come uccisa dai partigiani, seguendo quanto afferma il marito della stessa, Primus Margherita di Paluzza, ma nel dopoguerra vi fu un processo sulla sua morte che mandò tutti assolti, e sui volumi dell’ Ifsml, si legge che morì per fatto di guerra. (Giulio Del Bon, pp. 183-184; AA.VV., Caduti, Dispersi e Vittime civili, op. cit., p. 600).

Quindi per AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili dei Comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, IFSML, 1987-1992, risultavano, fra quelli citati da Del Bon, uccisi da partigiani: Polentarutti Emilio ed i suoi figli Polentarutti Elvira ed Alfredo, saurani, per Del Bon convinti filo fascisti e filonazisti ma di cui non coglie il legame di parentela (Giulio Del Bon, op. cit., p.181); Callegher Mario, figlio di Callegher Lucia, forse perpetua di don Piller, perché mia madre, la dott. Maria Adriana Plozzer, narrava di aver sentito a Sauris che suo figlio era stato ucciso dai partigiani ma aveva sentito anche che don Giuseppe Rossi era molto adirato da quei morti perché non era stato neppure chiamato a dar loro i conforti religiosi; Lirussi Giuseppe di Paularo, sergente Rsi; Cella Riccardo, di Verzegnis, sergente GNR- Reparti Rsi; Bonfini Carlo di Ampezzo e suo fratello Bonfini Umberto; Della Pietra Ugo di Comeglians; Cleva Albina con il figlio Puntel Lorenzo ed il fratello Cleva Albino, di Prato Carnico; Polo Marco e Tonello Ruggero di Forni di sotto; Grassi Luigia di Zuglio: Macuglia Faustino e Coidessa Virginio di Cavazzo Carnico; Cimenti Igino di Ligosullo, milite Rsi; Burba Alberto di Ampezzo; Ferigo Edoardo di Forni di Sopra; Barazzutti Nicolò di Mena di Cavazzo Carnico; Clama Giacomo di Paularo, milite Rsi; Tomat Lucia e, presumibilmente sua figlia, Serini Tranquilla di Imponzo di Tolmezzo; De Luca Eugenio di Ampezzo; Grosso Giovanni di Villa Santina. Infine vi è Pieli Guerrino di Forni di Sopra, militare aviere R.s.i. in servizio a Campoformido, presumibilmente ucciso da forze partigiane in zona Pura, ma ufficialmente disperso in zona monte Pura dopo cattura da parte di forze partigiane.

Insomma l’elenco di morti civili (ed alcuni non civili ma militari, il che fa una differenza), ipotizzando che tutti fossero stati uccisi per mano partigiana, pubblicati dal Del Bon conditi da qualche informazione da fonte orale o dai soliti Pirina o Conedera e diari dei parroci non si sa quando scritti, che caratterizzano e riempiono il volume di Del Bon, pubblicati non suddivisi per comune (come in AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili op. cit., od in Pirina, che dall’opera dell’Ifsml prende informazioni) ma per nominativi e periodi, sono a mio avviso superflui, come superfluo è il volume, e pongono qualche interrogativo sulla capacità di scrivere un libro di storia da parte dell’ autore che non cita neppure la pietra miliare degli elenchi di caduti, dispersi, e civili del Fvg e cioè AA.VV. Caduti, Dispersi e Vittime civili dei Comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, IFSML, 1987-1992.

Insomma, per quanto riguarda gli elenchi, quasi tutto già letto, quasi tutto già pubblicato.

Senza offesa per Del Bon, che è brava persona, ma solo nel merito di questo suo libro.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

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