«Anche a Rigolato c’erano possidenti, che avevano prati da cui si ricavava il fieno per le vacche che poi davano il latte. E solo con la prima guerra mondiale anche i boschi hanno rappresentato un valore, una ricchezza. E così hanno iniziato a guadagnare parecchio anche gli industriali del legno, fra cui c’era Umberto De Antoni. (2).Ed i possidenti erano ricchi, ed avevano prati da cui ricavavano il fieno per le vacche che poi davano latte con cui si faceva anche il formaggio. Invece solo dai primi del Novecento, forse dal 1913 o 1914, i boschi hanno incominciato a rappresentare un valore, una ricchezza.

E così hanno iniziato a guadagnare parecchio anche gli industriali del legno, come appunto Umberto De Antoni, che ha avviato la sua attività mi pare nel 1914. Prima, per la verità, c’era una segheria a Rigolato, ma il bosco non valeva nulla. Poi è stato messo all’asta dai proprietari il bosco ‘Talm’ ed i De Antoni lo hanno acquistato tutto. E l’avevano pagato anche molto, se pensiamo a quanto avevano dato altri industriali del legno per parti di bosco. Ma poi cos’è successo? È scoppiata la prima guerra mondiale ed improvvisamente il valore del bosco è aumentato di tre, quattro, cinque volte: e se una pianta prima veniva pagata cinque lire, dopo l’inizio della guerra veniva pagata anche cento lire. Questo è accaduto perché, in periodo bellico, c’era bisogno di legname e l’acquisto era garantito dal governo. E credetemi: molti hanno fatto i soldi così durante la guerra ’15-’18, ma anche poi, durante la seconda guerra mondiale. In periodo di pace, invece, il legname veniva venduto a ditte di costruzione anche dell’Italia centrale.

E dopo che le piante erano state segate e ridotte in tavole, queste venivano messe ad asciugare in cataste, e quindi il legname veniva messo in vendita ad un prezzo che era il doppio di quello di acquisto.  Ma questo avveniva perché il prezzo di produzione era alto, e la ditta doveva pagare il trasporto del legname e gli operai.

Laura Matelda Puppini. Paesaggio montano. Foto scattata durante una gita per raggiungere una stavolo sotto le Pesarine. 1987.

Però le aste del patrimonio boschivo comunale non erano truccate. Io ero addetto a preparare queste aste, nel secondo dopoguerra, per il Comune di Rigolato. Noi avvisavamo la Forestale che andavamo a martellare le piante. E con un “martellatore” comunale facevamo i segni rossi sulle piante mature da tagliare. Quindi facevamo il calcolo approssimativo dei metri cubi ricavabili dal taglio, perché è difficile fare un calcolo con le piante ancora in piedi, e poi la Forestale indicava il prezzo base che noi del comune aumentavamo un po’, come si usava fare. Perché noi del comune avevamo al nostro servizio anche boscaioli esperti, e la stima del legname veniva fatta, come si dovrebbe fare, tenendo conto anche della quantità del legname, della sua qualità, della distanza del bosco dalle strade. Sulla base di questi parametri aumentavamo quindi il valore fissato dalla Forestale e poi si riuniva la Giunta comunale, che era formata da quattro o cinque persone che, secondo il parere dei vari membri, tenuto conto pure di suggerimenti avuti da terzi, fissava il prezzo di vendita del legname, che non veniva però comunicato. Quindi il Comune convocava una ventina di industriali della zona e di fuori (ne venivano anche da Belluno) e avvertiva dove si sarebbe tenuta l’asta, quale particella veniva messa in vendita, e quanto legname veniva offerto. Gli acquirenti, quindi, facevano la loro offerta.
Quindi alla data fissata, arrivavano gli industriali del legno, pagavano al segretario comunale la cauzione e il segretario dava lettura pubblica delle offerte: “Ditta De Antoni tot; ditta Candido tot; ditta Zanier tot; ditta Raber tot; ecc. ecc.”. E chi si avvicinava di più al prezzo deciso dal comune poteva tagliare. E il denaro così ricavato serviva al comune per pagare gli impiegati e fare lavori di pertinenza, come la manutenzione o la costruzione di strade, piazze, sentieri.

Insomma vi dico e ripeto che non si può truccare un’asta comunale, perché ci sono 7 o 8 persone a misurare, e poi c’è la Forestale. Però le aste vengono fatte in relazione al “colletto di caduta”. Quindi la ditta che ha vinto l’asta taglia le piante e le lascia sul posto a terra, per la misurazione della metratura effettiva. Quindi due della Forestale, uno dei quali certe volte può essere addirittura un Ispettore forestale, si recano sul posto assieme a due del Comune e ad un arbitro della ditta. In genere chi misura è la Forestale, ma può accadere che il Comune voglia misurare dicendo: “Io vendo, io voglio misurare con la mia strumentazione”.  Quindi, fatta la misurazione, i convenuti si portano in una stanza del comune o di un’osteria o altro locale e si fanno i conti.

Laura Matelda Puppini. Paesaggio montano. Foto scattata durante una gita sullo Zermula. Anni ’80.

Ma una volta è successo questo. Il Prefetto di Udine ha firmato un’ordinanza di non fare le aste come si facevano allora, ma di attenersi alla stima forestale, e mandare gli avvisi agli industriali solo sulla base di detta stima, mentre a noi la stima forestale serviva solo come riferimento, ma, poi, noi del comune maggioravamo il prezzo, a seconda della qualità e quantità del legname e del posto dove si trovava, come vi ho già detto.

Ed allora cosa è accaduto? Secondo me detta ordinanza non era corretta, ed allora ho riunito il consiglio comunale, e ho detto che a me pareva che questo modo di procedere non fosse giusto, che così si faceva solo l’interesse degli industriali, perché se quando si manda l’offerta si manda anche la stima dei forestali, gli industriali possono parlare tra di loro ed offrire anche di meno in combutta.
E così il Consiglio Comunale ha delegato me il sindaco ed il segretario comunale per andare in Prefettura a spiegare perché a noi questo non andava bene, perché per noi era controproducente. E così ci siamo portati ad Udine con un elenco di tutti i problemi che la scelta prefettizia avrebbe comportato per la nostra comunità.

Il Prefetto ci ha ricevuto, e siamo entrati nel suo ufficio, ed io ho esposto le nostre ragioni. Ma egli mi ha detto che non era al corrente di questi aspetti, e che egli aveva delegato, per la materia, il vice- prefetto. Aveva firmato lui, ma non si era interessato in prima persona di questi aspetti.
Così il Prefetto ha mandato a chiamare il vice- prefetto, che, per inciso, stava per uscire ed aveva già la sua borsa in mano, e lo ha informato del motivo per cui ci trovavamo lì. E sapete cosa ha risposto il vice- prefetto? Che aveva avuto anche il suggerimento degli industriali del legno su come stendere l’ordinanza! E io non so come ha fatto a dire una cosa simile!
E dovete sapere che io sono un po’ impulsivo, e non mi lascio impressionare da un prefetto, e così ho detto subito: “Mi meraviglio di questo! Semmai noi dovevano dare suggerimenti, non gli industriali!”
Allora il Prefetto si è adirato, e mi ha detto se pensavo che loro fossero di parte e che facessero gli interessi degli industriali.
“Lei pensi quello che vuole – ho risposto – ma io sono venuto qui solo a dire che il decreto firmato da Lei è contro gli interessi del Comune, e io sono intenzionato a disubbidire al suo decreto perché devo fare gli interessi del mio comune, che ha posto fiducia nella mia persona! E se non volete ascoltare mi rivolgerò altrove”. – Poi ho salutato Sua Eccellenza, e me ne sono andato.

Ma il Sindaco ed il Segretario Comunale, che erano persone più timorose di me e meno impulsive, si sono fermati a confabulare un po’, e poi mi hanno raggiunto fuori, e mi hanno detto che forse non era il caso di parlare così al Prefetto. Ed io ho risposto loro che tutti possiamo sbagliare, per carità, ma io non vedevo perché non avrei dovuto dire quello che pensavo.
E così, su mia proposta, noi di Rigolato siamo andati a Paluzza, ad Arta ed a Ravascletto, ed abbiamo prima chiesto se fosse giunto loro il decreto, e quindi proposto di agire insieme, non aderendo al provvedimento prefettizio. E ciò è accaduto nel 1959 o 1960.
Ma cosa è accaduto? Due o tre giorni dopo il Prefetto ci ha comunicato di fare le aste del legname come si facevano prima del decreto. Si vede che avevano pensato, riflettuto, e dovete sapere che io ero già determinato a scrivere al Consiglio di Stato su questa faccenda. E quello che voglio dirvi è che ha giovato esser franchi, andare a parlare con le autorità e non bisogna mia intimorirsi. E se uno sbaglia gli si può dire: “Guarda che quanto fai è per noi sbagliato” ed uno può riconoscerlo e correggersi.

Laura Matelda Puppini. Particolare della segheria “dm diemme legno” in località Dobje di San Leopoldo. 2017. (Prima pubblicazione in: http://www.nonsolocarnia.info/ancora-su-laglesieleopoldskirchen-dopo-aver-letto-don-gariup-precisazioni-conferme-correzioni-ulteriori-informazioni/).

La manodopera delle segherie non era trattata bene. Allora però c’era una situazione generale di miseria ed ignoranza. Si andava a piedi a cercare lavoro e ci si rivolgeva anche al sindaco, e ti chiedevano cosa eri capace di fare e si lavorava, si doveva produrre, altrimenti si era licenziati. E facevano tutti così. E tutti emigravano e chi restava qui erano solo quei quattro possidenti che abitavano in paese e quelli che facevano i “menaus” cioè conducevano il legname per via d’acqua, in sintesi facevano la fluitazione del legname. E qui prima il legname veniva trasportato lungo il Degano, e poi, via via, fino a San Vito attraverso il Tagliamento. La tecnica consisteva nello sbarrare il fiume, farvi affluire il legname e quindi aprire la chiusa e la corrente trasportava giù i pezzi. Aspettavano il momento della piena per mandar giù i tronchi e i “menaus” erano sempre tutti bagnati. E i “menuas” seguivano il legname ed utilizzavano uno strumento particolare, una specie di arpione, il “linghêr” per spostare qualche tronco messo di traverso che ostacolava il flusso, e per indirizzare il legname. E così il legname veniva trasportato da Rigolato fino ad Ovaro o Villa Santina. E si usavano, allora, le zattere. E c’erano gli zattari, che erano preposti al trasporto del legname. Qualcuno poteva anche lavorare in qualche cava o miniera  di privati, ma allora industrie non ce n’erano. (3).

Ma voglio anche dirvi che, quando il bosco valeva abbastanza, vi è stato chi ha venduto boschi e terreni a prezzi esorbitanti, per esempio, nel 1923 o 1924, mi pare un certo Gortana di Givigliana, frazione che ora è quasi vuota, e che ha comprato a Rignano con i soldi ricavati dalla vendita. Ma le piante, quelle che valgono, sono ancora lì. E sapete, quasi tutti quelli di Givigliana sono finiti in Friuli. Alcuni hanno comperato terreni lì e li hanno lavorati, altri, i più, avevano un mestiere: chi era muratore, (la maggior parte), chi era carpentiere, chi era falegname e sono andati laggiù a lavorare. Ed a me non consta che persone di qui abbiano comperato in Friuli e poi siano fallite».

Laura Matelda Puppini. Paesaggio scendendo da Valdajer verso Ligosullo. 2018. Samsung Camera.

Noè D’ Agaro è stato anche delegato al Consorzio Boschi Carnici. E su detto Consorzio sa molte cose, ma non può raccontarle perché ci vorrebbe troppo tempo.

«Ed io ero anche del Consorzio Boschi Carnici. E abbiamo dovuto anche fare una causa. E per cercare dei dati sono andato fino all’ Archivio di Stato di Venezia. E lì c’era uno che si chiamava Petrucci Consalvo, che era il Commissario per gli usi civici, a cui ho esposto il problema che mi aveva portato lì, e sono stato anche a Trieste, al Palazzo di Giustizia, a parlare con un altro Commissario, un certo dott. Palermo.   

Il problema era il seguente: finito il fascismo, ci avevano mandato una missiva che si potevano riscattare tutti i boschi comunali, ma i comuni di Rigolato e Forni Avoltri non erano interessati a farlo. Perché, inizialmente, tutti i boschi erano delle frazioni e dei comuni, fin dai tempi del Patriarcato di Aquileia. Ma poi era venuta, nel 1420, la Repubblica Veneta, che ha mantenuto gli antichi usi civici, ma tagliava i boschi per le sue galere. Ed era un patrimonio di centinaia e centinaia di milioni. E quindi si sono costituiti i Consorzi, ed anche Rigolato era consorziato, come del resto Pesariis. Ma c’erano dei problemi perché erano entrati a far parte di questo consorzio anche coloro che non avevano proprietà. Ma qui ci vorrebbero anni per narrare questi problemi. Questi boschi furono dati alla Repubblica Veneta, e confermati nel 1580, con proclama del Doge, di cui possiedo copia. Ed è a quel tempo che noi abbiamo dato a Venezia questi boschi, che erano di faggi ed in costa mezzana, e c’erano forse 30.000 piante, e per questo ci hanno definito “Carnia fidelis”. (4).

Ma per ritornare all’oggi, chi ha confinato nuovamente, dopo il fascismo, in Val Degano è stato un certo Morassi.

Laura chiede chi tagliava a Rigolato, se fosse Umberto De Antoni.

«De Antoni era un grande industriale, che si era però arricchito anche nel corso delle guerre. Egli ha incominciato a lavorare con il legname nel 1910- 1912, ma prima c’era già, a Rigolato, come già detto, una segheria di tipo veneziano, e che lavorava però solo per quelli del luogo. Ma in val Degano c’era invece una grande segheria che era dei Micoli-Toscano (quella in Aplis), che erano dei possidenti». (5).
Quindi Noè ricorda altri illustri personaggi di Ovaro, come il medico Giovanni Battista Lupieri, (6) che aveva un solo figlio, Giulio Cesare, che aveva perso la vita andando, come irredentista a combattere contro gli austriaci, nella difesa di Venezia ed i Magrini.  

Poi, continuando a parlare dei boschi e del loro sfruttamento, ritorna a parlare di Umberto De Antoni, che era riuscito a dare lavoro a molti, quando qui non c’era nulla. Ed aggiunge: «sarà stato un po’ tirchio, o così e colà, come dicevano, ma è stato uno che si è sempre dato da fare, e ha lasciato tutto ai nipoti perché non ha avuto figli naturali».

Laura Matelda Puppini.

Da: interviste di Alido Candido e Laura Matelda Puppini a Noè D’ Agaro di Ludaria di Rigolato, 1978- 1980. Per inciso Noè D’ Agaro è il nonno del famosissimo sassofonista e musicista, originario di Rigolato, Daniele D’Agaro.

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Note.

(1) Il cognome D’ Agaro potrebbe derivare dal monte Agaro nel Bellunese, e significare: quelli che provengono dalla zona del monte Agaro. Ma esisteva anche, in alta Val d’ Ossola, un paese di nome Agaro, e forse qualche montanaro si era spostato da lì in Carnia, dando origine al cognome. Infine ho letto un documento del 1400 che parla di un prete notaio, Giovanni quondam Anzutto da Agaro di San Daniele, ed in effetti anche ora esiste una zona di San Daniele che si chiama sotto – Agaro. Pertanto i D’Agaro potrebbero provenire anche da San Daniele.

(2) Umberto De Antoni, industriale, a cui si devono anche iniziative nel settore dell’elettricità ed in quello dell’agricoltura. Nato a Rigolato l’11 giugno 1881, egli si trasformò, ben presto, da modesto commerciante in imprenditore, allargando la propria attività fino ad impegnarsi nella costruzione di importanti impianti per le utilizzazioni boschive, per la lavorazione del legno, poi nell’industria ed infine in campo agricolo attuando un vasto miglioramento di un complesso di malghe, con la lavorazione del latte e produzione del noto “formaggio Montasio”. La sua attività imprenditoriale iniziò con la realizzazione della segheria di Comeglians che, durante la prima guerra mondiale venne completamente distrutta. Venne poi da lui ricostruita ebbe maggior impulso dando vita ad una seconda sul torrente Degano ed una ancora nel Tarvisiano. Alle segherie unì, poi la creazione di stabilimenti per la lavorazione del legno, di cui il primo sorse a Villa Santina nel 1931, seguito da un secondo a Longarone nel 1935 e da un terzo a Valdaora in provincia di Bolzano, realizzato nel 1940. Inoltre, sempre dopo la prima guerra mondiale, Umberto De Antoni costruì decine di chilometri di teleferiche per il trasporto a valle del legname, destinato ad alimentare le segherie, dalle zone più impervie, e costruì pure innumerevoli ricoveri in alta montagna per l’alpeggio estivo, consentendo di occupare stabilmente un centinaio di lavoratori nelle malghe. A questo si deve aggiungere il fatto che operò pure nel settore caseario, sviluppando la produzione del formaggio, burro e ricotta. Fece diverse opere di bonifica e di rinsaldo dei terreni scoscesi e franosi e molti corsi d’acqua furono disciplinati con idonei manufatti; molte strade e mulattiere furono costruite a servizio dei prati e dei boschi. Realizzò due impianti idroelettrici: il primo nel 1931, il secondo nel 1951, capaci di produrre 32 milioni di Kwh. annui. L’energia prodotta dalle due centrali venne convogliata per le esigenze dell’azienda ed utilizzata pure per alcune industrie artigiane. (Nota tratta dal testo per l’intitolazione della piazza di Comeglians al Cavaliere del Lavoro Umberto De Antoni, gentilmente fornito dal Comune di Comeglians, che ringrazio, per il volume di Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, Ifsml, Kappa Vu, 2013).

(3) Per il taglio delle piante, il trasporto ed altre informazioni sullo sfruttamento della risorsa ‘legno’ prima del 1900, cfr. Giorgio Ferigo, Boscadôrs, menàus, segàts, çatârs. La filiera del legno nella Carnia del Settecento, in: https://www.sitocomunista.it/cultura/articoli/libri/Aplis/ferigo.pdf.

(4) Non ho trovato riscontri per questa ipotesi, e vi è chi, senza fonti, afferma invece che il detto si riferisce alla fedeltà verso il Patriarcato di Aquileia. Ma a questo punto potrebbe anche significare fedele al papato, e Tolmezzo fu guelfa, o che ne so.

(5) Lorenzo Toschiani, un toscano giunto in Carnia chissà perché, forse per commerci, come altri, è il primo Toscjan di cui si hanno notizie certe: nato intorno al 1530, abitava a Luint e nella seconda metà del ‘500 aveva sposato Margherita di Pontello Bacinelli, di Mione, trasferendosi nel paese della moglie. (Alberto Burgos Toscjan, La famiglia Micoli Toscano e Aplis, testo online, p.172). Essi, arricchitisi, come altre famiglie agiate, si dedicarono ad investimenti fondiari, che, peraltro, «rivelano anche un sicuro interesse per l’allevamento: lo testimoniano vari instrumenti (atti notarili) relativi all’acquisto di terreni nelle pertinenze di Mione e in quota». (Ivi, p. 178). Con la prematura scomparsa, a venticinque anni, di Lorenzo Toscano si estingue il ramo dei Toscano di Mione: sopravvivranno a Lorenzo sol-tanto il padre Francesco e alcune donne della famiglia, figlie o sorelle. Verso il 1680 donna Elena Toscano – figlia di ser Lorenzo – sposa Giovanni (Zuane) Crosilla, di Luincis, appartenente ad un’impor-tante famiglia di gismani della Carnia. (Ivi, p. 181). Nell’estate 1686, i fratelli Giovanni e Bartolomeo Crosilla venivano uccisi, e d in casa Toscano rimase solo Elena vedova Crosilla, con tre figli in età minore, Lorenzo poi frate nel romitorio di Raveo, Francesco poi notaio e Caterina, che portavano il cognome Crosilla Toscano. (Ivi, p. 183). Caterina sposava quindi un Micoli, iniziando la stirpe del Micoli Toscano, (Ivi, p. 184), che renderanno moderna la segheria di Aplis, che venne completamente ristrutturata nel 1754-1755: l’acquisto e l’approntamento di materiali per i lavori, nonché le retribuzioni per gli operai sono la conferma indiretta dell’impegno con cui si diede avvio alla nuova Sega, grazie anche agli impianti realizzati con mulino, stalle, fucina, magazzini, che furono aggiunti alle strutture più propriamente adibite al trasporto e alla lavorazione del legname. (Ivi, p. 193. Per l’organizzazione della segheria cfr. pp. 193- 194). Chi portò avanti la segheria e l’attività di sfruttamento dei boschi e delle malghe fu Luigi Micoli Toscano a cui subentrò il figlio Gianni, che, non avendo avuto figli, affiliò il nipote Candido dandogli il cognome Micoli Toscano, ma anche Candido moriva senza figli, e con lui il ramo dei Micoli Toscano si estingueva. (Ivi, p. 238). Una sorella di Candido, Maria Maddalena, sposava il Capitano di Fregata Gianroberto Burgos, ed essi sono i genitori di Alberto Burgos, autore del testo da cui ho tratto queste note.

(6) Bianca Agarinis Magrini ha curato la biografia di Giovanni Battista Lupieri, scritte da lui stesso, pubblicata in due diverse edizioni, di cui l’ultima è la seguente: Giovanni Battista Lupieri, Memorie storiche e biografiche, Forum edizioni. La prima edizione è stata donata, su richiesta, dalla Comunità Montana della Carnia, a diversi interessati all’argomento.

Precedenti articoli pubblicati sempre da interviste a Noè D’ Agaro: 

Noè D’ Agaro. Tradizioni, contrabbando ed altre storie e leggende di Ludaria e dintorni.

Noè D’Agaro. Carnia. Vita di uomini e donne, tra lavoro, socialismo, esperienze personali e tradizioni.

L’immagine che accompagna l’articolo è mia, ed ha come soggetto una malga fotografata sempre nel mio giro a mezza costa delle Pesarine. 1987.

Modificato, dopo aver sentito la registrazione originale in cassetta, non il versamento in cd, l’11/6/2020 nella seguente riga: “E quindi si sono costituiti i Consorzi, ed anche Rigolato era consorziato, come del resto Pesariis. Ma c’erano dei problemi perché erano entrati a far parte di questo consorzio anche coloro che non avevano proprietà”.

Laura Matelda Puppini.

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/anni-80-pesarine-malga041.jpg?fit=1024%2C696https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/anni-80-pesarine-malga041.jpg?resize=150%2C150Laura Matelda PuppiniSTORIA«Anche a Rigolato c’erano possidenti, che avevano prati da cui si ricavava il fieno per le vacche che poi davano il latte. E solo con la prima guerra mondiale anche i boschi hanno rappresentato un valore, una ricchezza. E così hanno iniziato a guadagnare parecchio anche gli industriali del...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI