Questo intervento è stato tenuto dal prof. Paolo Pezzino ad Udine il 4 ottobre 2018, per la presentazione del libro da lui scritto insieme a Marco De Paolis, intitolato: “La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013”, Viella ed., organizzata dall’A.P.O. e dall’ Ifsml.

Introduzione. Bisogna incominciare a ragionare al di fuori di parametri ideologici.

«Buonasera a tutti. Grazie dell’opportunità che ci è stata data di presentare questo volume qui ad Udine. È una presentazione alla quale io personalmente ci tenevo particolarmente perché, come ha ricordato l’amico Roberto Volpetti, è ormai qualche anno che frequento questa città, avendo cominciato a collaborare con l’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli dal 2010, mi pare, e poi facendo parte del Premio “Friuli Storia”.
E mi fa particolarmente piacere, poi, essere qui nella veste di autore e di presidente (sono stato eletto a giugno) dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, rete dei 64 Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Sono dunque qui sia come studioso e storico che ha collaborato con gli Istituti della Resistenza, per esempio per la stesura dell’Atlante delle Stragi Nazifasciste (che è stato un progetto di rete che ha coinvolto circa 115 ricercatori), sia di amico e collaboratore dell’Associazione Partigiani Osoppo- Friuli.

Questo dimostra che quando si comincia a ragionare al di fuori di parametri ideologici, e si comincia a ragionare cercando la verità o le verità, (fermo restando che poi le interpretazioni possono dissentire e possono non essere concordanti), si giunge alla constatazione che esiste una verità storica, che è quella che i documenti ci consentono di affermare.
E anche la presentazione di oggi vede l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione e l’Associazione Partigiani Osoppo-Friuli collaborare, cosa che spero continui. È passato il tempo delle contrapposizioni ideologiche, ed è arrivato il tempo della riflessione storica e di una memoria che tenga conto della complessità della storia, in particolare della complessità di quella di questi territori di confine, sulla quale non mi devo soffermare io, perché voi la conoscete molto meglio di me.

Ci tenevo molto a questa premessa, perché è anche la ragione per cui ho insistito per fare questa presentazione, che avrebbe dovuto tenersi prima dell’estate, ma poi, per motivi familiari, era allora saltata.

La difficile giustizia.

Il libro che presentiamo qui è il primo di una collana che è stata ed è finanziata dalla Regione Toscana non a caso, perché la Regione Toscana è, assieme all’ Emilia, quella che ha avuto il maggior numero di morti civili in stragi naziste e fasciste, ed è quella che ha visto, probabilmente, il maggior numero di processi celebrati in merito ad episodi avvenuti sul suo territorio.

Questo è il primo volume di una serie pensata per presentare, valorizzare, ed anche diffondere i processi che Marco De Paolis ha portato avanti dal 2000 in poi prima come Procuratore capo presso il tribunale militare di La Spezia, poi, per un breve periodo, come Sostituto a Verona, ed infine come Procuratore capo presso il Tribunale militare di Roma. Sono processi in cui si trattano crimini molto gravi commessi nel nostro paese dal ’43 al ’45, che si sono celebrati però a partire dall’inizio di questo secolo, cioè con un ritardo che effettivamente è insolito. Ed è proprio detto ritardo che ci ha spinto ad intitolare questo primo volume, che è il volume generale e che affronta la tematica generale (gli altri nove volumi poi, sono relativi a singoli episodi ed è uscito il secondo relativo a Sant’Anna di Stazzema e il terzo relativo a Cefalonia che sarà l’unico volume dedicato ad un eccidio di italiani fuori dall’Italia) “La difficile giustizia”. Io sarei stato forse per un titolo ancora più forte: “L’impossibile” o “La negata” giustizia, però poi, riflettendoci, ci è sembrato che, comunque, quello che ha fatto Marco De Paolis è un gesto di giustizia, è un atto di giustizia. Perché celebrare i processi a distanza di tutto questo tempo, ha rappresentato, comunque, un risveglio del senso di diritto dello stato italiano nei confronti di vittime di crimini orribili, (che noi oggi definiremmo crimini contro l’umanità), che questa giustizia non avevano avuto. Certo una giustizia così ritardata è in parte una giustizia negata.

Ma avendo avuto modo anche di toccare con mano il vero e proprio affetto che le comunità colpite dalle stragi hanno nei confronti di Marco De Paolis per i processi che Marco ha istruito su quegli episodi, mi sono reso conto che per i parenti delle vittime o per i sopravvissuti, e ce ne sono ancora, questi processi hanno avuto un’importanza fondamentale. Hanno avuto l’importanza di accertare definitivamente, seppure a distanza di tutto questo tempo, quello che era avvenuto, il grave crimine che era stato commesso, e che lo stato italiano, fino a poco tempo fa, aveva negato. Perché, appunto, negare di fare le indagini, non portare avanti le indagini, insabbiare addirittura la documentazione che avrebbe consentito di portare avanti questi processi ben prima, come è stato fatto, è stata una negazione di giustizia.

E quindi io credo che, effettivamente, sia stato doveroso, non solo da un punto di vista morale, ma anche da un punto di vista giudiziario, (perché come Marco De Paolis ricorda sempre, l’azione penale è obbligatoria secondo la Costituzione), per il Magistrato militare, indagare su quegli episodi, quando è stato possibile, quando questa documentazione è venuta fuori, e cercare di trovare pure i responsabili ancora in vita di crimini che non cadono mai in prescrizione.

E casomai c’è da chiedersi se tutti i magistrati militari abbiano sentito lo stesso obbligo giuridico che il Procuratore De Paolis ed altri suoi colleghi hanno provato.

I volumi sono concepiti tutti con una parte storica ed una parte giuridica non a caso, perché, essendo episodi tutti avvenuti dal 1943 al 1945, la parte storica è indubbiamente importante. E poi c’è un’appendice documentaria relativa soprattutto all’aspetto giuridico e processuale.

Il primo volume ci è sembrato necessario per inquadrare il tema generale, perché noi ovviamente abbiamo come riferimento l’Italia. Ed in Italia un intero archivio, in cui erano stati depositati gli atti di circa settecento indagini compiute da carabinieri, polizia, dalla stessa magistratura, era sparito alla vista ed alla conoscenza. Quando detto archivio fu ritrovato, si parlò impropriamente di un “armadio della vergogna”, ma in realtà l’archivio non era finito in un armadio ma era in un mezzanino a Palazzo Cesi a Roma, ma il risultato, comunque, era sempre lo stesso. Si trattava di fascicoli che, nel 1960, erano stati illegittimamente archiviati dall’allora procuratore generale preso il tribunale supremo militare, Santacroce, con la dicitura: “Archiviazione provvisoria”, che è una figura giuridica inesistente nel codice di procedura penale.

Noi siamo convinti che in Italia vi sia stata una vicenda storica particolare, ma all’inizio del mio saggio, io ho voluto inquadrare il tema della punizione dei crimini di guerra all’interno del tema più generale della giustizia di transizione, cioè di quella giustizia che punisce coloro che si sono resi colpevoli di crimini, nella transizione da dittature a democrazie, transizione che spesso avviene a seguito di eventi traumatici, come appunto una guerra persa.  Ed è questo, esattamente, il caso della Germania e il caso dell’Italia.

Il caso Italia a fine guerra.

Ricordiamoci che l’Italia, con l’armistizio, aveva firmato una resa incondizionata, anche se poi sia la dichiarazione di cobelligeranza del governo Badoglio nei confronti della Germania, sia la partecipazione dei patrioti partigiani italiani alle operazioni militari per la liberazione del paese dalle truppe tedesche, avevano fatto acquisire all’Italia un qualche credito morale nei confronti degli Alleati. E questo credito era stato rafforzato dalle decine di migliaia di morti che la guerra di liberazione ci era costata, non solo in termini di partigiani combattenti, ma di civili inermi uccisi per rappresaglia o per puro terrorismo, per fare terra bruciata attorno ai partigiani. Queste uccisioni, queste stragi, erano state commesse dalle truppe tedesche, spesso con la collaborazione degli alleati della Repubblica Sociale Italiana, aspetto che non bisogna mai dimenticare, perché non furono solo i tedeschi a compiere questi atti.

Così anche se questi crediti c’erano, è indubbio che poi, nel dopoguerra, gli Alleati consideravano l’Italia un paese sconfitto. E la consideravano non solo questo, ma anche un paese che aveva una responsabilità particolare in quello che era successo, sia per l’affinità ideologica tra il nazismo ed il fascismo, (anzi il fascismo era stato il primo ad elaborare questa nuova classe politica, questa nuova famiglia politica che noi chiamiamo con il nome di “fascismi”), sia per la collaborazione militare che i due paesi avevano avuto dal momento in cui l’Italia era entrata in guerra fino al momento dell‘armistizio.
E quindi se da un lato l’Italia era sì, dopo l’8 settembre, un paese occupato, e un paese che, come ho detto, scontava una occupazione durissima da parte dell’esercito tedesco, nello stesso tempo era un paese che veniva considerato, dagli Alleati, un paese responsabile della guerra, aggressore di altri paesi nel contesto europeo, che negli altri paesi aveva portato avanti una guerra con modalità non sempre corrispondenti a quello che il diritto internazionale prevedeva. Pertanto essa avrebbe dovuto essere chiamata a rispondere dei crimini commessi nei loro confronti prima dell’8 settembre 1943, di cui veniva accusata da altri paesi.

Questa duplice posizione dell’Italia, paese al tempo stesso vittima e responsabile del conflitto, segna chiaramente le incertezze ed i dubbi degli Alleati. Perché gli Alleati avevano incoraggiato molto la resistenza italiana, finché questa era considerata utile per la collaborazione militare nella campagna d’Italia. E qui ricordo i vari proclami del generale Alexander, soprattutto, nell’estate del ’44, con l’invito ai patrioti italiani a combattere ed insorgere, nel momento in cui, dopo la liberazione di Roma e la disfatta tedesca, sembrava possibile un’accelerazione nella fine della guerra in Italia. E quindi in particolare gli Inglesi sentivano in qualche misura l’obbligo di fare giustizia per le vittime che questa partecipazione degli italiani, come partigiani e patrioti alla guerra, sotto forma di guerra di Liberazione, aveva provocato.

Ma, dall’altro lato, l’Italia era sotto inchiesta in un organismo che era stato creato nel ’43: lo “United Nations Word Crime Commission, la Commissione Crimini di Guerra delle Nazioni Unite (Nazioni Unite qui si intende contro la Germania), che aveva il compito di stilare le liste di criminali di guerra da poter poi consegnare, dopo la fine del conflitto mondiale, a quei paesi dove quei crimini erano stati commessi, perché detti criminali venissero ricercati, individuati ed estradati in questi paesi, che avrebbero dovuto processarli.
Nei verbali dei lavori di questa Commissione, che io ho esaminato e dai quali prende spunto il mio saggio, l’Italia è ben presente con migliaia di suoi uomini, accusati soprattutto dalla Grecia, dalla Jugoslavia, dall’Etiopia, anche se relativamente a quest’ ultimo caso si aprì un contenzioso, perché in realtà i crimini commessi in Etiopia erano precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale, mentre la Commissione doveva analizzare solo i crimini commessi nel corso del secondo conflitto mondiale.

Poi, alla fine dei lavori, la Commissione comunque consentì all’Etiopia di presentare la documentazione relativa ai crimini commessi dagli italiani, e molti paesi, soprattutto Jugoslavia e Grecia, ma anche, per esempio, la Francia, chiesero all’Italia la consegna di membri dell’esercito e di membri della milizia che venivano accusati di crimini simili a quelli che i tedeschi avevano commesso in Italia contro i civili italiani.

Nel contesto di questa duplice veste di paese corresponsabile del conflitto e sconfitto e di paese occupato, si svolge la vicenda del governo italiano, il quale, se da un lato non viene autorizzato a processare direttamente i tedeschi responsabili di crimini, (questo almeno fino alla fine del ’46), dall’altro viene autorizzato a raccogliere documentazione da girare agli Alleati, perché possano essere gli Alleati ad indagare ed eventualmente a portare avanti i processi necessari. E proprio per questo viene decisa la creazione di una particolare Commissione presso la Procura Generale del Tribunale Militare Supremo, cioè presso quello stesso ufficio che poi, nel sessanta, archivierà tutta quella documentazione.
Questi documenti, che ovviamente il governo italiano raccoglieva tra le strutture periferiche dello Stato, in particolare dall’Arma dei Carabinieri che aveva registrato tutto quello che era successo nel corso dell’occupazione tedesca, venivano man mano concentrati presso detta Procura Generale, per essere poi messi a disposizione delle autorità alleate. Nacque così, in questo modo, quell’archivio che poi noi ritroveremo spostato, nel 1960, a Palazzo Cesi.
Quindi l’archivio nasce non con la volontà di nascondere, ma con la volontà di favorire le indagini degli Alleati.

Gli Alleati, nello specifico gli Inglesi, iniziano a processare i nazisti per i crimini commessi ma poi …

È anche vero, però, che gli stessi Alleati avevano cambiato più volte opinione su di noi, e non sapevano bene cosa fare degli italiani. Dico Alleati: ma in realtà il vero protagonista della politica giudiziaria in Italia fu la Gran Bretagna, che in un primo momento aveva deciso di celebrare un processo a tutti i generali che avevano operato in Italia, a partire dal maresciallo Kesselring, e giù giù, fino al grado di generale. Questo perché gli Alleati, nelle loro indagini, avevano scoperto che le violenze contro i civili non rappresentavano degli eccessi di reazione delle singole unità militari, ma erano violenze che, a partire perlomeno dalla primavera del 1944, erano state programmate ed in qualche misura autorizzate dal Comando Supremo della Wehrmacht, dal Feldmaresciallo Kesselring. Ed avevano trovato tutta una serie di misure che furono, poi, esattamente quelle applicate: raccolta di ostaggi, incendi di paesi, requisizioni. Ovviamente esse non parlavano esplicitamente di uccisioni di donne e bambini, però contenevano delle frasi che spingevano agli eccessi. Per esempio in quello che è considerato l’ordine principale del Feldmaresciallo Kesselring, datato 30 giugno 1944, c’è una clausola che dice: «Coprirò tutti quei comandanti che, nell’applicazione di queste misure, eccedano la moderazione che è propria dell’esercito tedesco».

Ora a parte che a noi oggi può far sorridere l’accenno alla moderazione dell’esercito tedesco, ma Kesselring poi la rivendicherà una volta liberato, e scriverà un libro nel quale rivendicherà di aver condotto la campagna con un’attenzione, una umanità nei confronti della popolazione che non era facile trovare nelle guerre, e concluderà dicendo che gli italiani avrebbero dovuto ringraziarlo, fargli un monumento; al che gli rispose Calamandrei con la famosa lapide, che conoscete tutti: «Lo avrai, camerata Kesselring, il monumento che pretendi da noi italiani, ma con che pietra si costruirà, a deciderlo tocca a noi… ecc. ecc.».

Gli Alleati si erano resi conto che in Italia si era svolta una campagna bellica organizzata dai massimi comandi tedeschi ed avevano, fino all’ estate del ’46, preventivato un grande processo a tutti i generali tedeschi che avevano operato in Italia, che era previsto così imponente per il numero degli imputati, per i difensori, per tutto l’apparato di traduzione, che aspettavano per iniziarlo solo che si concludesse il processo di Norimberga, per poter portare in Italia il sistema per la traduzione simultanea.
Per quanto riguarda, poi, i reati commessi dagli ufficiali con il grado da colonnello ingiù, gli Alleati erano propensi a concedere agli italiani, una volta che gli italiani avessero firmato il trattato di pace e quindi avessero raggiunto di nuovo una piena sovranità territoriale, la possibilità di poter processare gli ufficiali tedeschi per gli stessi episodi. Quindi ci doveva essere un grande processo rivolto ai generali, e vari processi che gli italiani avrebbero potuto portare avanti nei confronti dei responsabili sul campo di quegli episodi.

Ma poi nel ’47 la guerra fredda blocca tutto… Non si può più processare tedeschi. 

Ma la situazione cambiò ben presto. Gli Alleati fecero alcuni processi importanti, in particolare una Corte Militare Britannica processò effettivamente il Feldmaresciallo Kesselring, a Venezia, nel maggio del ’47, ed egli fu condannato a morte. Ma il processo a Kesselring rappresentò anche il momento di svolta. Già si era messa in disparte la volontà di fare un processo a tutti i generali: ma anche Kesselring, condannato a morte, venne immediatamente graziato per una presa di posizione molto forte di ambienti politici e militari britannici.

A favore di Kesselring intervenne Churchill, che però non era più primo ministro perché aveva perso le elezioni, ma che comunque era ancora una persona che contava. Egli scrisse una serie di telegrammi alle autorità inglesi implorandole di non portare avanti l’esecuzione di Kesselring, ed intervenne a suo favore anche  Alexander, che era stato il principale competitore militare di Kesselring nella campagna d’Italia, e che, nel giugno del ’44, quando Kesselring aveva emanato le sue misure terroristiche per combattere i partigiani, lo aveva ammonito che avrebbe pagato pesantemente la responsabilità dei suoi atti.
Ebbene: nel maggio del ’47 Alexander, che è governatore in Canada, scrive alle autorità britanniche che Kesselring era stato un competitore duro ma leale, aveva combattuto in maniera dura ma leale, e che, quindi, si augurava che non venisse condannato.
Così Kesselring fu graziato e condannato all’ergastolo, ed a metà degli anni cinquanta fu liberato.

Ma cos’era successo per giungere a tanto? Era successo che, nel frattempo, era scoppiata la ‘guerra fredda’, e quella parte della Germania occupata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, rappresentava una pedina importantissima nello scacchiere internazionale, era, diciamo, la terra di confine con il mondo dell’est, con il mondo al di là della Cortina di Ferro, che Churchill aveva denunciato esser calata in Europa. E non era più il caso, a quel punto, di ricordare il recentissimo passato della Germania di potenza totalitaria, che aveva elaborato un progetto di occupazione e di controllo di tutto lo spazio europeo su basi razziali, e che aveva provocato la tragedia della seconda guerra mondiale, nel corso della quale aveva condotto le operazioni belliche con una brutalità che non si era mai stata vista prima nelle guerre moderne. Ma a quel punto il passato andava messo subito in disparte, ed i tedeschi diventavano alleati fondamentali.

E c’è anche da dire che l’opinione pubblica tedesca reagiva molto male ai processi nei confronti dei presunti, per loro, criminali di guerra, perché era stato elaborato in Germania un quadro storico per cui la colpa di quello che era avvenuto era solo di Hitler, di qualche gerarca nazista, e di alcuni corpi speciali come le ‘SS’, mentre il mito della Wehrmacht, l’Esercito tedesco, che aveva combattuto in maniera patriottica, onorevole, era talmente forte in Germania, che spingeva i tedeschi ad autoassolversi nella maggior parte dei casi. Del resto bisogna tener presenti i milioni di morti che i tedeschi avevano avuto nel corso del secondo conflitto mondiale, per cui era importante, per il popolo tedesco, potersi raccontare che questi non erano morti per difendere o portare avanti un progetto criminale, ma che erano morti in difesa della propria Patria. Pertanto questi processi erano visti malissimo dai tedeschi.

 Quindi con il ’47, i processi cessarono, ed i generali che erano stati condannati, fra cui il generale Max Simon, il comandante della XVI Divisione Panzergrenadier, quella che si era resa responsabile, tra l’altro anche degli eccidi di Sant’Anna di Stazzema e di Montesole, che era stato condannato a Padova contemporaneamente a Kesselring, vennero graziati e poi liberati dopo qualche anno, ponendo fine alla stagione della punizione. Perché si trattava allora di ricompattare il mondo occidentale nella nuova guerra, la ‘guerra fredda’.

Gli Italiani avrebbero potuto, però, istituire i processi ai tedeschi per le stragi italiche, ma …

E gli italiani? Gli italiani avrebbero potuto, a quel punto, portare avanti autonomamente i processi nei confronti degli ufficiali dal grado di colonnello ingiù, e avevano raccolto per questo motivo l’abbondante documentazione che era stata poi concentrata nell’Ufficio del Procuratore Generale presso il Tribunale Supremo. Ma non lo fecero. E non lo fecero, fondamentalmente, per due motivi: il primo motivo fu che il governo italiano si sentì in dovere, (anche se in realtà si trattava di un governo che non aveva più nessun rapporto con il governo dell’epoca fascista, cioè con quello responsabile della guerra), di difendere fino in fondo l’onorabilità della Forze Armate Italiane, che avevano operato nei vari contesti europei, in particolare in Jugoslavia ed in Grecia. E quindi rifiutarono in continuazione di consegnare a questi governi, in particolare alla Jugoslavia, (perché la Grecia smise ben presto di domandarli), i nominativi richiesti degli uomini, degli ufficiali ma anche del personale civile relativi a persone accusate di aver commesso crimini sul suo territorio. I governi italiani opposero un netto rifiuto, ed ad un certo punto elaborarono anche una strategia, per cui dissero: «Indagheremo noi su questi crimini presunti, e se ci sono stati effettivamente, faremo noi il processo ai responsabili».
Fu anche costituita una apposita commissione, la quale, poi, trovò che in una ventina di casi, secondo lei, effettivamente c’erano dei materiali, delle prove per poter portare avanti i processi, ma nessuno fu mai processato.

Quindi questo tema divenne meno importante, anche perché dopo la rottura tra Tito e Stalin, Tito smise di continuare a chiedere la consegna degli italiani considerati responsabili di crimini in territorio jugoslavo, e quindi il discorso decadde.
Ma nel momento in cui gli italiani si rifiutavano di consegnare propri uomini alla Jugoslavia ed alla Grecia, non potevano insistere per la consegna degli ufficiali tedeschi all’Italia perché venissero processati in Italia per i crimini che avevano commesso in Italia. Molti di questi uomini erano ancora prigionieri degli Alleati, e quindi si sarebbe potuto ottenerli da loro, tanto più che, ripeto, era stato concesso all’Italia il diritto di processarli, ma l’Italia, praticamente, non li richiese mai.

Così, dal momento in cui l’Italia avrebbe potuto portare avanti detti procedimenti giudiziari, (diciamo pressappoco dalla metà del 1947 al momento in cui tutta la documentazione che era stata raccolta fu archiviata illegalmente in Palazzo Cesi), i processi che furono portati avanti furono pochissimi, qualche decina, e per di più alcuni non giunsero neppure a dibattimento. Quelli più noti che tutti conosciamo sono quelli a Kappler ed altre SS per le Fosse Ardeatine, ed a Walter Reder per una serie di eccidi, compreso quello di Marzabotto.

Tra l’altro questi processi che furono condotti dalla Magistratura Militare Italiana, dimostrarono pure la presenza di una cultura giuridica dell’epoca molto diversa da quella di oggi, ma ne parlerà più diffusamente Marco.

Sul processo a Kappler e c. e sulla possibile liceità di una rappresaglia secondo alcuni.

Prendiamo come esempio il processo a Kappler.  Kappler venne accusato della rappresaglia delle Fosse Ardeatine insieme a 5 o 6 ufficiali e sottoufficiali: ma non mi ricordo il numero esatto. Fra questi c’era, originariamente, anche Pribke, che però non era reperibile e quindi fu stralciato. Ebbene: Kappler fu condannato non per la rappresaglia in sé, perché, pur riconoscendo il tribunale che la rappresaglia (secondo alcune interpretazioni il diritto internazionale consentiva, comunque, di compiere rappresaglie) ma perché aveva ecceduto i limiti di moderazione imposti. Infatti la maggior parte delle interpretazioni del diritto internazionale non prevedeva che la rappresaglia comportasse l’uccisione fisica di persone.

Ma se per alcune correnti interpretative del diritto internazionale, questo era previsto, la rappresaglia doveva comunque avere alcune caratteristiche: per esempio poteva avvenire solo dopo aver ricercato i responsabili degli atti commessi e non averli reperiti, e ci doveva essere, soprattutto una proporzionalità tra rappresaglia e atto che si voleva punire con la stessa. Ma il tribunale militare di Roma ritenne che questa proporzionalità non c’era stata nel caso delle fosse Ardeatine, ma ritenne pure che, dato che Kappler era un SS (e ricordo che a Norimberga le SS erano state dichiarate un corpo criminale, e quindi la sola appartenenza alle SS doveva rappresentare un crimine) questo rappresentava una attenuante. Infatti il ragionamento che detto tribunale fece, fu che, essendo le SS state addestrate nel mito dell’obbedienza assoluta, Kappler, soggettivamente, non era in grado di rendersi conto che quello che gli veniva chiesto era un ordine chiaramente illegittimo e criminale.

Kappler quindi fu condannato per avere, di sua iniziativa, essendo nel frattempo morto durante la notte un altro tedesco, colpito nell’azione di guerra di via Rasella, aumentato di dieci il numero delle persone da uccidere alle fosse Ardeatine, cosa che, egli disse in tribunale, non gli era stata ordinata, e quindi fu una sua iniziativa individuale. E poi fu condannato per aver sbagliato i conti, perché, comunque, risultarono presenti cinque persone in più rispetto al rapporto 1 a 10, e Kappler fece uccidere anche loro.

Ciò dimostra che allora l’obbedienza veniva ancora considerata una virtù, e così tutti gli altri indagati, che erano sottoposti a Kappler, furono assolti per aver obbedito ad un ordine dato da chi li comandava. Paradossalmente se Pribke fosse stato anche lui catturato e processato allora, non avrebbe potuto, poi, essere processato nel 1994, quando fu ritrovato.

Quindi i processi furono pochi e furono condotti con un diritto che, a quei tempi, non era molto attento al tema della sicurezza dei civili e dei crimini su civili. Ed un motivo per cui gli italiani non fecero questi processi non fu solo quello di difendere i propri soldati ma perché l’Italia, poi, trovandosi all’interno del blocco occidentale, cominciò anch’essa a difendere la Germania, tant’ è che, quando, nel 1956, un magistrato chiese alle autorità italiane l’aiuto per una rogatoria relativa all’eccidio di Cefalonia, i due ministri competenti, e cioè il Ministro degli Esteri, Martino, ed il Ministro della Difesa, Taviani, si trovarono d’accordo nel dire di non procedere, perché era passato tanto tempo e quei processi non avevano più alcun senso: e lo dissero a 13 anni da quei fatti. E c’è tutto lo scambio di corrispondenza a dimostrarlo. Così bloccarono la richiesta della Magistratura e la rogatoria non andò avanti.

Nel 1960, tutto l’enorme materiale composto da 695 fascicoli con delle prove importanti, più altri 1400 in cui c’era soltanto l’indicazione del fatto, non su chi potesse averlo compiuto, furono archiviati illegalmente in palazzo Cesi e sembrava che il tema della punizione dei crimini di guerra fosse ormai diventato obsoleto nella generale dimenticanza ed oblio di quello che era successo in Europa nel corso della seconda guerra mondiale. Del resto eravamo in pieno miracolo economico, non solo in Italia ma anche in Germania, la gente aveva veramente voglia di voltare definitivamente pagina, rispetto a quello che era successo, e questo avvenne non solo per i crimini ma anche, per esempio, per le leggi razziali, di cui abbiamo appena ricordato l’ottantesimo dell’emanazione. Anch’esse furono assolutamente messe nel dimenticatoio e sembrava che questi documenti potessero avere un’importanza solo per un futuro studioso di storia che, dopo qualche decennio, fosse giunto a metterci le mani sopra.

Ma qui io finisco perché la seconda parte della storia è quella che invece vi racconterà Marco De Paolis».

Paolo Pezzino.

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Paolo Pezzino è stato docente di storia contemporanea all’Università di Pisa, è uno dei soci fondatori della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea nonché attuale presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, ex Insmli.  Registrazione e trascrizione dell’incontro di Laura Matelda Puppini. A questo intervento seguirà la trascrizione di quello di Marco De Paolis, fatto per la stessa occasione. 

Vi invito ad acquistare e leggere sull’ argomento sia il volume presentato, intitolato: “La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013”, Viella ed., sia i due volumi successivi della collana e cioè: Marco De Paolis, Paolo Pezzino, Sant’Anna di Stazzema. Il processo, la storia, i documenti, Viella ed., e Marco De Paolis, Isabella Insolvibile, Cefalonia il processo, la storia, i documenti, Viella ed.. Laura Matelda Puppini

 

 

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