SOTTO L’AMMI.

Ci siamo lasciati con il passaggio della miniera di Raibl all’AMMI. E chiudevo il terzo capitolo di questa storia scrivendo: «Di fatto, come vedremo nel prossimo capitolo di questa storia intrigante, con l’arrivo dell’AMMI, molte delle grandi questioni emerse nei mesi precedenti al passaggio di mano di Cave del Predil, rimasero senza risposta e “il cottimo, il grande nemico nelle lotte operaie di fine anni ’50, allentava la sua presa ma […] non portava alla scomparsa di questa prassi” (Paola Tessitori, Rabil-Raibl Cave del Predil. Una miniera, un paese, una sfida, Ud, Kappa Vu 1997, p. 71), rimanendo ancora per anni “a scandire i ritmi della differenza in miniera”. (Ibid.). ” […] né scomparivano i bracci di ‘ferro’ con la dirigenza su piccole e grandi questioni che avevano segnato la fine degli anni Cinquanta, anzi, per certi versi le relazioni sindacali fra operai e dirigenza si complicavano rispetto al passato” (Ibid.), ma vedremo nella prossima puntata perché.  (Ibid)». (Laura Matelda Puppini, Storia di Cave del Predil – Raibl. Parte terza. Arriva la ‘Pertusola’, in: nonsolocarnia.info).

Non occorse molto tempo ai lavoratori di Cave per capire che, con l’AMMI, erano ricomparsi privilegi, simpatie, favori e meritocrazia. (Paola Tessitori, op.cit., p. 72). Inoltre per l’AMMI, Cave del Predil, a causa delle scelte fatte negli anni ’60, acquistava una posizione secondaria rispetto alle miniere sarde ed ad altre realtà, portando i minatori alla coscienza della propria marginalità nel sistema produttivo nazionale. (Ibid.). E parallelamente, con il trascorrere del tempo, i bilanci delle miniere di Raibl diventavano sempre più illeggibili, fino a giungere, negli anni ’80, a documenti contabili che costituivano «una sorta di rebus di ardua decifrazione». (Ibid.), mentre il sistema politico-economico nazionale mostrava, come del resto prima quello privato, l’incapacità di dare risposte concrete ai problemi del settore minerario, ed il sogno di costruire in Friuli un impianto di seconda lavorazione andava svanendo. (Ibid.).

UNA MINIERA REGIONALE.

Nel 1965 le miniere di Raibl I, II, III divenivano ‘de iure e de facto’, patrimonio della Regione Fvg, che prorogava la concessione temporanea all’AMMI, scaduta il 21 dicembre 1964. La Regione stilava con l’AMMI una convenzione, che però, sempre secondo Paola Tessitori, nei successivi 20 anni sarebbe stata spesso elusa e non applicata. E non ci si può nascondere che legalmente, era il primo caso di una società che gestiva una miniera sulla base di una convenzione con un Ente Regione, che, fra l’altro, a posteriori, si rivelò vantaggiosa per l’AMMI piuttosto che per la Regione Fvg.  (Ivi, pp. 77-78).

Nei primi anni di gestione AMMI, la miniera continuò ad andar bene, ma poi, verso la fine degli anni ’60 ed inizio degli anni ’70, l’arretratezza dei processi produttivi, l’esaurirsi di vecchi giacimenti, i problemi della manodopera che andava rarefacendosi, si fecero sentire in modo deciso. E nel giugno 1970 i sindacati segnalavano la tendenza dei lavoratori ad abbandonare le miniere ed a volgere verso fabbriche ove il lavoro era meno pesante e pericoloso. Inoltre il rapporto di lavoro, invece che su tre livelli operativi e salariali, si distribuiva, con il nuovo contratto di lavoro siglato 1973, su sette livelli, ed alla strategia dura del ‘muro contro muro’ i sindacati iniziarono a preferire quella della concertazione. (Ivi, pp. 78-79).
Non da ultimo, il minatore non appariva più come un uomo che combatteva contro fame, miseria, rischi, ma un salariato a cui venivano riconosciute esperienze e capacità professionale. Terminava così lo stereotipo del cavatore come lavoratore duro, rozzo, analfabeta, tanto che bisognava saper leggere e scrivere per entrare in miniera. (Ivi, p. 79). Ma nel contempo, a livello nazionale, la programmazione mineraria proponeva, davanti al problema dell’economicità delle estrazioni, una continua riorganizzazione, foriera di un futuro incerto.

Inoltre anche nel settore estrattivo facevano capolino nuove tecnologie ma che, paradossalmente, lo rendevano più pericoloso per chi vi operava. A Raibl, il sistema di estrazione a ‘gradino rovescio con ripiena cementata’ poneva il problema del cemento con cromo esavalente ed i macchinari disel accentuavano l’insalubrità dell’ambiente di lavoro. (Ivi, p. 80). Negli anni ’70 si incominciò a estrarre anche calamina, mentre il settore ‘ricerche minerarie’ andava a rilento, costringendo la Regione Fvg ad accollarsi la partecipazione agli oneri finanziari per ricerca e miglioramenti. (Ivi, pp. 80- 81).   
E le condizioni di lavoro andavano via via deteriorandosi, con i lavoratori sempre meno attenti alle stesse. «Problemi in passato vitali come la sicurezza nei cantieri e la salubrità dell’ambiente lavorativo sembravano quasi passare in secondo piano […] mentre l’aria della miniera si faceva vieppiù irrespirabile, […] e la sua luminosità s’ increspava di polveri varie lasciando il posto ad un’atmosfera pesante, densa di detriti e di gas, aggravata dalla condensa e dall’ umidità favorite dall’uso del cemento […]». (Ivi, p. 89).
Il consumismo travolgeva tutti, e poco i minatori si interessavano ormai delle condizioni di lavoro che stavano portando ad un degrado personale e sociale.  (Ibid).

E mentre tutti avevano sperato in una tranquillità aziendale, nel 1973 entrava in crisi l’EGAM, Ente Autonomo di Gestione per le Aziende Minerarie e Metallurgiche, di cui faceva parte anche l’AMMI. Di fronte a disavanzi paurosi, l’EGAM veniva invitata pressantemente a riorganizzarsi, e lo faceva privilegiando il settore meccanico a scapito di quello estrattivo. Ma fu tutto inutile: l’EGAM veniva travolto e veniva sciolto definitivamente nel 1977. Per Cave si profilava all’orizzonte la minaccia di chiusura definitiva e la perdita di 450 posti di lavoro, pure a causa dell’indebitamento dell’AMMI che ormai raggiungeva, nel 1976, i 59 miliardi. (Ivi, p. 82).

Per fronteggiare l’emergenza, i rappresentanti dei lavoratori e gli enti locali territoriali fra cui la Regione Fvg, sponsorizzavano una commissione di studi che redigeva, sotto la guida del Presidente della Provincia di Udine, un documento che sottolineava le grandi potenzialità di Cave sollecitando la salvezza di quella realtà produttiva ed inserendola nel progetto di riorganizzazione del comparto minerario. (Ivi, p. 83).
Il salvataggio delle miniere di Raibl avveniva grazie al ‘piano SAMIM’ un piano triennale di investimenti e sviluppo del settore minerario, che contemplava il riordino totale del settore a livello nazionale, privilegiando il polo sardo, come già ipotizzato negli anni ’60 e come indicato dalla CEE. E Cave trovava una sua collocazione in detto piano solo perché le analisi effettuate la davano ancora come una realtà atta a soddisfare le esigenze dei pianificatori nazionali. (Ivi, p. 85).

DA AMMI, A SAMIM A SAI.

Quindi all’AMMI subentrava la SAMIM, ma i limiti propri del piano di riorganizzazione e la nuova gestione non mancarono, ben presto, di farsi sentire, ad iniziare dal 1979- 1982. Infatti la progettazione nazionale non teneva conto delle diversità geomorfologiche dei siti minerari. Davanti a radicali e discutibili innovazioni, i minatori restarono perplessi, ma, nonostante tutto, in un primo tempo riuscirono a raggiungere risultati produttivi ed economici soddisfacenti. Ma nell’arco di pochi anni, appariva chiaro che il piano SAMIM non poteva funzionare dovunque a scatola chiusa.  I lavoratori incominciarono a segnalare incongruenze, modifiche al piano iniziale che rendevano il lavoro meno affidabile, sperperi di gestione, alla Regione Autonoma Fvg, che però seguiva nel settore le linee nazionali più che il sostegno al locale. (Ivi, pp. 87-88).

Comunque incongruenze di gestione, adattamenti, revisioni, portavano ad uno stato di tensione fra lo staff tecnico della SAMIM ed i lavoratori, in particolare dal 1982, anno a cui seguirono tempi duri e difficili, con blocco del turnover. Inoltre per ragioni di bilancio, i servizi erogati alla popolazione esclusivamente da parte dell’azienda andarono scemando, mentre il patrimonio edilizio, di cui la Regione Fvg non intendeva farsi carico, finiva in una specie di limbo, in attesa di esser rilevato dal Comune di Tarvisio o dallo Iacp di Tolmezzo, e, nel contempo, Regione e gestore investivano nelle centraline idroelettriche, che però presupponevano personale diverso da quello già assunto. (Ivi, pp. 88-89).
In ogni caso i nodi della disastrosa gestione precedente venivano tutti al pettine sotto la SAMIM, creando una situazione stranissima per cui più materiale si estraeva più aumentavano le perdite societarie. (Ivi, p. 91).

Nel 1990 Erberto Rosenwirth del PSDI, diventato sindaco di Tarvisio, chiedeva che la miniera restasse aperta per almeno 5 anni, lasso di tempo per studiare prospettive future per detta realtà produttiva.
«Nonostante le infinite complicanze, qualcosa induceva a credere che anche questa volta Raibl avrebbe vinto su decisioni esterne e su interessi ‘altri’» (Ivi, p. 95), mentre altre realtà minerarie si avviavano verso la chiusura definitiva, e i cavesi scoprivano, un giorno del gennaio 1991, che l’irreversibile fine della miniera era stata collocata dalla Regione Fvg, il 30 giugno di quell’anno. Infatti alla SAMIM subentrava, nella gestione di Cave del Predil, la SIM spa, che, per l’appunto, dichiarava di non essere interessata a proseguire con la miniera.  (Ivi, pp. 95-97).

VERSO LA CRISI DEFINITIVA.

Così a fine anni ’80 ci si trovò in una situazione per cui «un proprietario conducente (la Regione Fvg. ndr) […] accettava di partecipare finanziariamente ai bilanci di una società concessionaria (SIM ndr) riluttante, coprendone il disavanzo a patto che quest’ultima non abbandonasse la coltivazione ma proseguisse il suo impegno anche al minimo possibile». (Ivi, p. 99).
Il clima creatosi era tale però che la minaccia di disimpegno della SIM appariva sì preoccupante, ma governabile, mentre la Regione prorogava la concessione dello sfruttamento di Cave alla SIM fino al 1990, per scongiurare licenziamenti immediati e pensare al futuro.  (Ivi, p. 98).  «Cessate le emozioni della primavera 1986 – scrive Paola Tessitori – […] tutto sembrava essersi incanalato in un’apparente, sbiancante attesa di qualcosa, di tanto in tanto interrotta da voci e ‘si dice’». (Ivi, p. 100).

Varie proposte per la salvezza della miniera vennero esplicitate dal 1986 in poi, mentre prendeva sempre più piede l’ipotesi della chiusura dell’attività produttiva, tanto che la Tessitori parla di una «giostra delle alternative», mentre emergeva, in tutta la sua drammaticità, il dato del rosso in bilancio: le perdite societarie annoveravano a 9 miliardi di lire, esclusi i tre stanziati dalla Regione a sostegno dell’attività estrattiva. (Ibid.).
Davanti ad una situazione caratterizzata più da interessamenti di cortesia che altro, la popolazione ed i cittadini di Cave parevano immobili, mentre proposte fra le più disparate e di dubbia possibilità di realizzazione, come quella di creare in loco una grande centrale a carbone, si succedevano.

Infine gli stessi lavoratori cavesi, «sui quali la lunga attesa stava già agendo come fattore di disgregazione» (Ivi, p. 102) approdarono ad una proposta, sostenuta anche dai sindacati ed amministratori locali e regionali, di riconversione dell’attività estrattiva in una diversa centrata sulla creazione di diverse piccole realtà artigianali, che avrebbero dovuto prender piede sul territorio cavese «con progressione tale da permettere di giungere alla chiusura della miniera senza gravi traumi». (Ibid.).
Ma l’unica ipotesi che superò, allora, la soglia dei ‘pare’ e dei ‘ si dice’, fu quella di continuare l’attività estrattiva da parte della società mineraria austriaca B.B.U., mentre le altre finirono nel limbo del silenzio, delle difficoltà improvvise di realizzazione, della vaghezza per i nomi degli interessati a portarle a termine, creando un clima di «alternanze fra speranze e delusioni». (Ivi, pp. 102-103).
Ma neppure l’ipotesi B.B.U. andò in porto, non solo per la mancanza di impianto di stoccaggio, ma pure perché, sempre secondo Paola Tessitori pur in assenza di documenti, pareva che l’Eni, già nel 1988-1989, avesse iniziato ad accordarsi con il ‘Gruppo Cividale’ facente parte di quello siderurgico friulano, a fini di riconversione dell’attività di Raibl. (Ivi, pp. 107 e segg.).
Intanto, fra una ipotesi e l’altra, si giungeva la 31 gennaio 1991, alla notizia, inattesa dai minatori, che la Regione Fvg aveva prorogato la concessione di sfruttamento della miniera solo fino al giugno di quell’anno, senza possibilità di proroga alcuna.

Quindi la Regione buttava sul tappeto il piano ‘Saro’ (dal nome del proponente Ferruccio Saro), un progetto di riconversione del sito minerario collegato all’intervento diretto del ‘gruppo Cividale’, che comportava una drastica riduzione della manodopera.
La reazione dei lavoratori dopo momenti di «Rabbia, turbamento, confusione, disappunto», (Ivi, pp. 112) non tardò a farsi sentire. Quello che era sotto gli occhi di tutti era che la Regione Fvg aveva siglato la fine della miniera, che aveva alle spalle una storia di vita comunitaria e di lotte. E neppure le interviste della stampa a politici locali aiutavano a capire quale fosse il futuro (Ivi, pp. 112-113), mentre Bruno Lepre, allora consigliere regionale per il P.S.I., interpellava d’urgenza la giunta regionale per ottenere precisazioni su «una decisione che aveva sorpreso un po’ tutti» (Ivi, p. 113), ed «una pioggia di notizie frammentarie, tutte poco confortanti», inondavano Cave ed i lavoratori, che capivano sempre meno su quanto stava accadendo. (Ibid.).

Infine i lavoratori producevano un documento in cui stigmatizzavano la posizione della Regione (Ivi, p. 114) rifiutando la cassa integrazione proposta dal ‘piano Saro’, che avrebbe comportato, nel lungo termine, una riduzione drastica del salario che non avrebbe permesso alle famiglie di restare a Raibl, paese periferico e dall’alto costo della vita.  (Ibid.).

1991: L’OCCUPAZIONE DELLA MINIERA, DETTA DEI SEPOLTI VIVI: UNA AZIONE SENZA UGUALI.

Il 5 febbraio 1991, nel corso di una assemblea con presenti i rappresentanti di Cisl e Cgil, i minatori decidevano di occupare la miniera di Raibl, per forzare la Regione a fare chiarezza sui suoi programmi e sul loro futuro ed ad aprire un tavolo di consultazione che comprendesse pure minatori e sindacati. (p. 117-118).
Così 55 uomini, di turno il 6 febbraio 1991, scesero in miniera alle 6 del mattino, per non uscirne più per giorni e giorni. Essi si asserragliarono al 17° livello, a quasi cinquecento metri di profondità, in un ambiente che aveva il 98% di umidità, aria quasi irrespirabile ed una temperatura spesso inferiore ai 7°. Alla fine, dopo 17 giorni di occupazione, gli ultimi 27 risalirono in superfice. Che quella sarebbe stata l’ultima battaglia lo avevano capito tutti, e l’occupazione creò una grossa solidarietà verso i minatori. (Ivi, p, 123).

L’occupazione della miniera fu qualcosa di umanamente grandioso, di umanamente terribile, (Ivi, p. 125) a cui parteciparono anche le donne, fornendo coperte, abiti, cibo, informazione. Famosi restano la presenza delle donne di Cave, con cartelli esplicativi della lotta, lungo le piste di sci di Tarvisio, e i lumicini che ogni notte venivano accesi sulle finestre di Raibl per mantenere una luce per il futuro, in segno di speranza. (Ivi, pp. 126-127).
Fu l’occupazione dei ‘sepolti vivi’, mentre in superfice l’umanità partecipava al dramma di Cave del Predil e trattative si succedevano, accompagnate da politici spesso insensibili alle giuste richieste dei lavoratori ormai stanchi. (Ivi, p. 126).

Vivere in galleria, per il gruppo che non ne era più uscito e aveva occupato la miniera, fu un’esperienza estrema, faticosissima, perchè laggiù non vi erano né giorno né notte a scandire il tempo, non vi erano sole, neve, pioggia o vento, e l’umidità infradiciava abiti e coperte, mentre tutto scorreva lentamente tra il gioco delle carte e qualche litigio sempre più frequente, in uno spazio ridotto, privo di servizi igienici, con ben poca acqua. (Ibid.).
A Cave, con il passare dei giorni, la tensione diventava sempre più alta, mentre si segnalavano, sulla stampa, anche interventi ben poco opportuni come quello di Adriano Biasutti, democristiano ed allora presidente della Regione, che davanti alla disperazione dei minatori, rispondeva con un calcolo dei costi per la Regione di ognuno di loro, dalle pagine del Messaggero Veneto. (Ivi, p. 128). Più vicino ai lavoratori appariva, invece, il sindaco di Tarvisio, Erberto Rosenwirth, anche se alcuni dicevano fosse solo apparenza. (Ivi, pp. 128-131). Infine la proposta, giunta da Roma, di prorogare di sei mesi la concessione alla SIM, fino a giungere al 31 dicembre 1991. Ma il no dei lavoratori, asserragliati in miniera, fu secco.

«Le trattative sono fallite. Restiamo sotto. Facce scure alla miniera di Raibl, in Friuli. I minatori sepolti vivi da 16 giorni, che lottano contro la chiusura della miniera, hanno respinto, in un’assemblea durata tutta la mattina al pozzo Clara, la proposta del governo di prorogare di sei mesi, dal 30 giugno al 31 dicembre, la morte del giacimento»- scrive Roberto Bianchin su Repubblica (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/02/22/minatori-non-accettano-restiamo-qui.html) – riportando anche i motivi del no: «Anche ammettendo che le promesse di una nuova fabbrica siano vere, abbiamo davanti a noi tre anni di disoccupazione dice Giovanni Tribuch del consiglio di miniera. I minatori si oppongono, soprattutto, alla cassa integrazione. Con 900mila lire al mese come facciamo a vivere, quando ne paghiamo 300 solo di riscaldamento? dice Lorenzo Zangrandi» (Ivi), mentre i sindacati chiedevano «di utilizzare i minatori – tra i quali ci sono una trentina di sloveni – per i lavori necessari alla messa in sicurezza della miniera, al ripristino ambientale del monte Re, e alla creazione di alcuni percorsi turistico-didattici». (Ivi).

E che il mantenimento del lavoro o meglio averne uno, fosse il motivo della lotta di Cave, è chiaro anche dall’articolo, sempre a firma di Roberto Bianchin, pubblicato su Repubblica del 21 febbraio 1991, intitolato: “Il grido dei minatori in sciopero ‘dateci lavoro o moriremo tutti’. «Papà, papà, quando torni? Ilaria ha cinque anni, due grandi occhi neri, un cappottino a fiori. Singhiozza nel telefono che porta la sua voce giù nel pozzo. È la figlia di Sergio Monego, uno dei minatori che da 15 giorni sono sepolti vivi a 540 metri sotto terra, nell’inferno della miniera di Raibl, sul monte Re, in Friuli, a due passi dal confine slavo e da quello austriaco. Protestano contro la chiusura della miniera.
Il medico del paese, Mario Quai, ha tirato fuori due volte il papà di Ilaria dal ventre della terra. La pressione gli era salita alle stelle. Ma lui, poco dopo, ha voluto tornar giù. Per non tradire i compagni ha detto. (…). Dopo un’iniezione all’ospedale ha voluto tornar sotto. Anche lui. Il medico, negli ultimi giorni, è riuscito a strapparne 22 dalle viscere della terra. Stavano rischiando la vita, malati di cuore, di broncopolmonite, di stress. Adesso, laggiù, da 54 che erano, sono rimasti in 32. Ma non molleremo dicono. E tutto il paese, con le donne, i bambini, il sindaco e la giunta, minaccia di scendere in miniera. Con loro». (Ivi). «La proroga non piace a nessuno, perchè non risolve il problema, […].  Ferruccio Saro, assessore regionale all’industria, sostiene che la miniera perde un miliardo al mese (quasi tutto sulle spalle della Regione) e che non ci sono alternative alla chiusura. Promette, in cambio, la nascita, tra due anni, di un’acciaieria. Parole. In realtà non c’ è alcuna garanzia concreta, né sui tempi né sull’ occupazione dice Gianfranco Pontarini.». (Ivi).

Ma, purtroppo, sarà così. Il 22 febbraio 19991 si profilava un accordo tra Regione Fvg, SIM, Gruppo Cividale ponendo fine all’occupazione. «Si aprono cigolando le vecchie porte di ferro e il paese si butta dentro la miniera. I sepolti vivi, la lampadina illuminata sul casco, salgono dal ventre della terra». (Paola Tessitori, op. cit., p. 136). Detto accordo veniva visto, però, da alcuni, come una sconfitta sindacale, da altri come un accordo a metà. (Ivi, pp. 133-134 e 137). Alla Regione sarebbero spettati: la messa in sicurezza del sito, il ripristino ambientale, il patrimonio abitativo ed edilizio anche per destinarlo a fini produttivi, la creazione di un museo minerario, alla SIM la gestione e ricollocazione del personale, al Gruppo Cividale la creazione di una fabbrica che potesse occupare 90 dipendenti. (Ivi, p. 134). Ma la realtà sarà ben diversa.

LA MINIERA E L’ABITATO DI RAIBL VERSO LA FINE.

Gli accordi per la riconversione si mossero, da che si legge, tra problematiche legate ai finanziamenti, al lievitare delle spese, a quelle geomorfologiche relative al sito ove doveva sorgere la nuova realtà industriale promessa, che nessuno sapeva perché non fossero note in precedenza.
Così i tempi per realizzare almeno parzialmente quanto promesso il 20 febbraio 1991 andarono dilatandosi.

«Di fatto i politici ed amministratori regionali e locali – scrive Paola Tessitori – non hanno saputo […] gestire nei modi e nei tempi pattuiti quanto promesso, risolvendo l’attuazione di un accordo assai importante (l’intesa del 20 febbraio 1991) in un susseguirsi di provvedimenti […]» mentre uomini e famiglie venivano vissuti come ‘carne da voto’ più che altro. (Ivi, p. 162). E di fatto si giunse ad una riconversione monca, raggiunta fra mille fatiche, in un clima politico connotato pure da ‘Tangentopoli’, mentre i sindacati cavesi denunciavano «interessi non limpidi» intorno ai miliardi stanziati per la riconversione del sito minerario. (Ivi, p. 162 e p. 164). E la Cisl, un anno dopo l’accordi, denunciava come la promessa di quaranta miliardi di lire fosse stata di fatto vanificata, e neppure una lira fosse stata spesa, mentre l’antica combattività dei minatori pareva essersi dissolta ed a Cave regnavano disincanto e rancore. (Ivi, p. 166).

 Venivano venduti i beni mobili facenti parte del patrimonio della miniera facendo gridare «all’esproprio» e discutere sulla gara di aggiudicazione ed i concorrenti (Ivi, p. 168), mentre le recriminazioni andavano aumentando ed a notizia seguiva notizia, (Ivi, pp. 168-169) in una grande confusione informativa. Non da ultimo, quando si andò a sondare l’area ove doveva sorgere il capannone per la nuova attività produttiva, ci si accorse della presenza di uno sperone roccioso, non si sa come mai non segnalato prima, e così si scelse di costruirlo nel sito dell’ex laboratorio chimico, abbandonando la promessa di realizzare a Cave un laboratorio di ricerca per le Università di Udine e Trieste. (Ivi, pp. 174-175). Nel frattempo i soldi previsti per la sistemazione del Rio del Lago venivano dirottati per la messa in sicurezza della miniera, non si sa se per pagare la SIM che rivendicava lavori già svolti o altri, (Ivi, p. 176), mentre la riconversione di ‘Cave’ e dei suoi lavoratori appariva sempre più scandita da negligenze e carenze. (Ivi, p. 177). E lo stesso Commissario Straordinario per la gestione di Cave del Predil e dei suoi beni, invano scriveva una relazione che evidenziava le problematiche ambientali e geologiche presenti, che gli permettevano di applicare a Cave l’attributo di zona degradata. (Ivi, pp. 178-179).

Con due anni di ritardo, che per i lavoratori erano equivalsi a «centinaia di giorni trascorsi nell’ incertezza del lavoro e del salario» (Ivi, p. 179), iniziava, poi, la ‘riconversione’ dei lavoratori, mentre la somma elargita pro capite dalla cassa integrazione era calata, e gli esiti del ‘tira e molla’ istituzionale e degli enti preposti andava facendosi sentire anche sui bambini, attraverso l’impoverimento delle famiglie. Ma una parte dei minatori, forse 250, aveva già abbandonato Cave ed un futuro incerto, modificando pure la struttura sociale dell’abitato di Raibl, per collocarsi presso ditte che eseguivano grandi opere. (Ivi, p. 182). Altri operai, una cinquantina, avrebbero dovuto esser occupati dal ‘Gruppo Cividale’ nel ripristino ambientale, ma tale promessa, secondo Paola Tessitori, fu lungamente disattesa. (Ivi). Nel frattempo SIM e ‘Gruppo Cividale’, in accordo con la Regione Fvg, creavano, per Cave, una nuova Società, la Società Metallurgica Cave, (Ivi, p. 184), mentre il paese lentamente si univa agli altri montani, segnati dallo spopolamento e dall’abbandono. Venivano eseguiti lavori costosissimi sul sito minerario, mentre le case dell’abitato venivano messe in forse per le famiglie, ed infine cedute all’Iacp. Veniva portato a termine, nel 1995, il capannone per la nuova attività produttiva, ma il tessuto sociale era ormai degradato. (Ivi, p. 195 e p. 197).
Infine veniva allestito i promessi: museo e parco geominerario, visitabili, sui quali si possono trovare informazioni sul sito: “http://www.polomusealecave.coop/?lang=it/.

Questo resta ora di Raibl- scrive Giordano Sivini: «un museo minerario, gestito con competenza e passione da un gruppo di ex-minatori, e un tratto di gallerie che si possono visitare. A cinquant’ anni dal mio primo soggiorno- continua- […] ho ritrovato Cave del Predil lentamente proiettato verso il turismo. La miniera, che un tempo era condizione della sua vitalità, ora potrebbe contribuire a questo diverso futuro, se da Tarvisio e da Udine si prestasse maggiore attenzione alle risorse da valorizzare». (Giordano Sivini, Il banchiere del Papa e la sua miniera, il Mulino, 2009, pp. 191-192).

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Per la storia della miniera, rimando ai miei articoli precedenti:

Storia di Cave del Predil – Raibl. Prima parte in attesa di presentare l’archivio Gabino.

Storia di Cave del Predil – Raibl. Parte seconda.

Storia di Cave del Predil – Raibl. Parte terza. Arriva la ‘Pertusola’.

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Ricordo che le fonti principali per i capitoli da me stesi sulla storia della miniera di Cave del Predil/Raibl sono: Paola Tessitori, Rabil-Raibl Cave del Predil. Una miniera, un paese, una sfida, Ud, Kappa Vu 1997, introvabile che io sappia in commercio, seguita da: Giordano Sivini, Il banchiere del Papa e la sua miniera, il Mulino, 2009, che però rimanda a Paola Tessitori per la parte seguente alla concessione alla ‘Pertusola’.

E ritorniamo a Guerrino Gabino, seduto ad una scrivania di legno nella ‘Casa rossa’ che mi consegna un pacco di fogli: si tratta del suo archivio privato su Cave del Predil, che gli sta tanto a cuore, e che mi parla di ‘cottimo’ e ‘cronometraggio’ con il cuore volto ai minatori di Cave, mentre io gli chiedo della Cartiera di Tolmezzo.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: http://www.albergoallecrosere.it/2011/11/cave-del-predil/. Se vi sono diritti d’autore, prego avvisare che la tolgo. Laura Matelda Puppini

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