Maria Domini, compagna di vita e sposa di Riccardo Toffoletti, mi ha permesso di scannerizzare alcuni documenti dall’archivio personale del grande fotografo e uomo di cultura udinese, che riguardano anche il patrimonio intellettuale e la mancata salvaguardia degli archivi friulani, spesso finiti, e questo lo dico io, in un immondezzaio o tra le fiamme o sotto un terremoto, o in qualche cantina privata per esser messi a posto, e poi svaniti nel nulla.

Vi propongo qui una riflessione di Riccardo sugli archivi della Resistenza e del Pci friulano ed udinese. Anch’ io ho cercato di capire dove si trovassero quelli del Partito Comunista Carnico, senza risultato. Non lo sapeva neppure Giulio Magrini.

Carte certamente vennero distrutte e date alle fiamme dai nazifascisti con la casa dell’avvocato Giovanni Cosattini ad Udine (1), presumibilmente alcuni documenti sul socialismo friulano o sul comunismo ed i comunisti andarono perduti così od in modo similare, e magari altri vennero eliminati quando i fascisti locali gettarono in strada, a Tolmezzo, dalla finestra di casa, mobili ed ogni cosa della famiglia di Antonio De Cecco, che era il segretario del PSI locale, o quando bruciò casa Fabian a Prato Carnico (2), o quando fu distrutto lo studio di Mario Agnoli ad Udine (3).

Ed è appurato che anche i fascisti ed i nazisti, che si trovavano pure in Carnia ed in Friuli, quando capirono che la guerra era perduta, bruciarono più carte compromettenti possibili, ma pure donne, per esempio la sorella di un prete saurano, pare abbia bruciato i documenti del campo neozelandese di Sauris (4), perché non si sa. Ma anche l’incendio di municipi nel corso della seconda guerra mondiale ha cancellato archivi di una certa importanza, e per fortuna che Venezia ha portato via i suoi.

E non tutto è semplice come pare: perchè vi furono nazisti, in Trentino Alto Adige, che fecero trascrivere i loro nomi, a guerra quasi finita, tra i deportati nel campo di Bolzano per sfuggire alla cattura, e Sonia Risidori, nel suo: Una Legione in armi, Cierre ed., 2013, a p. 325 dà per certe azioni difensive personali di questo tipo. (5).

La grave perdita di documenti in particolare sulla resistenza, ha permesso a persone che vivono in loco o no, e che si spacciano per storici, di scrivere ogni sorta di stupidaggini ed insulti sulla guerra di liberazione, basandosi su dichiarazioni personali di Bepo e Tonio, sempre senza il loro nome e cognome, sui partigiani, sui comunisti, e ad amministrazioni comunali di fare ogni tipo di variazione urbana, fino a trasformare, a Tolmezzo, la piazzetta dedicata ai “Martiri della Libertà” detta la “piazzetta rossa”, in una grande rotonda anonima, ed a permettere di cancellare pure la ‘casa rossa’. (6).

Così, dopo aver gettato sui più deboli, su coloro che non potevano difendersi spesso perché morti, un mare di fango con una scusa o l’altra, scrivendo romanzi, cioè mero frutto di fantasia personale senza supporto storico alcuno, però con nomi e cognomi reali, la palla è sì balzata politicamente al centro, come desiderato, ma poi è finita per tingersi di grigio/nero.

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Certamente, però, attualmente non sappiamo dove siano andati a finire molti documenti della nostra terra, forse soggetti anche ad incuria o ritenuti ‘roba vecchia’ da cassonetto, nell’avanzare della modernità amerikana e del mondo della pubblicità e dei managers, nuovi padri eterni. Però stranamente sono salvi gli archivi della Dc e parte di quelli del Psi, almeno per quanto riguarda il Friuli. Non solo. Anche archivi già schedati, come per esempio quello storico della Coop-Ca, salvato per mio interessamento dopo il fallimento dell’azienda, sono stati imbucati, che io sappia, negli ex capannoni militari davanti a via Caterina Percoto che fungono da ‘archivio comunale’, e l’archivio Coop- Ca, che io sappia, langue ivi chiuso in scatoloni, per la mania di alcuni di farlo restare a Tolmezzo, senza più catalogazione alcuna. Inoltre mi pare di aver letto che il Sindaco Francesco Brollo ha concesso ad una persona, per studio, di portare alcuni documenti a casa. Non so però se sia vero e chiedo lumi. Perchè a mio avviso sarebbe cosa gravissima.

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E da che ricordo, alcuni usavano, negli anni settanta- ottanta del Novecento,  portare documenti dell’archivio comunale di Tolmezzo a casa loro, ma non si sa se poi siano stati resi, e mi si narra che la figlia di un signore di Ampezzo abbia venduto carte su carte della Resistenza ad un collezionista privato per bei soldoni, ammesso sia vero, mentre un documento notatile di Cavazzo Carnico è stato reperito da Duilia Pippo nella roggia del paese ed io ho visto a ‘Graphica’ di Tolmezzo un signore, anni fa, che aveva originali in latino di provenienza da archivio parrocchiale, per farne un volume.   

L’ archivio della Cgil della Carnia si trovava, da che mi è stato raccontato, in una cantina e, da che so, è sparito perché occupava troppo spazio ed è finito in un cassonetto, ma spero non sia vero, e carte di R. M. sono state portate via su di una carriola e pare siano svanite per liberare uno spazio, grazie alla solerte opera di due signore di casa, ed io per un pelo ho salvato le 4 carte dell’archivio di Guerrino Gabino.

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Ma è anche vero che, come scrive Gian Luigi Bettoli relativamente alla storia della Resistenza, gli archivi, sistemati ed in via di sistemazione grazie allo stimabile lavoro delle associazioni partigiane e degli istituti per lo studio del movimento di liberazione, sono ricchi di testimonianze e documenti ancora da studiare a fondo. (7). Ma chi lo farà? Ed in particolare con quale scientificità? Perché dalla fine della seconda guerra mondiale la storia della resistenza, per motivi politici, è stata bistrattata ed alterata in diverso modo, e privata dei corretti contesti, oltre che venir riempita di falsi e di documenti citati di cui non si trovano gli originali. (8).

Un altro problema è quello dell’uso che alcuni, non storici magari, ma baciati dalla fortuna di vedere pubblicati i loro volumi e venduti, hanno fatto di documenti senza correttamente contestualizzarli e saperli leggere, o leggendoli con basi preconcette, finendo, magari, per, volutamente o meno, buttare fango su di uno o sull’altro. Per esempio guardate quanti libri si dimenticano di sottolineare che in Friuli Venezia Giulia c’era, ai tempi della resistenza, l’Okak, e che i confini a nord non erano con l’Austria ma con il Terzo Reich, e via dicendo.

Ma nel mondo moderno bisogna seguire i dettami del nuovo e proiettarsi verso il futuro dettato solo dall’ hic et nunc e dalla politica del ‘largo alle emozioni’: ed ecco sparire pure l’analisi della storia reale basata sui fatti prima che sui sorrisi e sulle lacrime, per dar adito ad interpretazioni fantasiose degli  stessi, rigorosamente romanzati per lo più, così non si fa neppure fatica a leggere, pernsare, studiare, mentre giornali e giornaloni, oltre che le tv, tediano con programmi spesso logorroici cioè pieni di parole, parole, parole, fino alla rimuginazione mentale, ed i governi, sempre più di destra e sottoposti per scelta propria al neocapitalismo colonialista che riempie molte tasche, prendono tutto il banco. E credetemi, io leggo pochissimo quello che ha detto un politico o l’altro, perché si sa che i politici ormai vivono di proclami, espedienti e immagine, sempre di più. Ed io che ho 71 anni posso dirlo con cognizione di causa. 

Ma ritorniamo a Riccardo.

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Il documento che qui pubblico è una lettera personale che Riccardo Toffoletti ha inviato all’onorevole Mario Lizzero, datata 10 agosto 1981.

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«riccardo toffoletti
fotografia
via mazzini 9.
telefono 292823
33100 Udine.

«Per l’onorevole Mario Lizzero.

Ti restituisco i due volumi della storia fotografica del PCI, che ho letto e guardato abbastanza attentamente: dopo i volumi fotografici dell’enaudiana storia d’Italia (9), questo è forse il miglior lavoro tra quelli realizzati per una lettura storica dell’immagine. C’ è qualche tendenza cronachistica nelle schede che percorrono il libro, ma tutto vien ben ricondotto nella prefazione di Paolo Spriano con una bella lettura, anche se troppo “politica”, ossia sprofondata nella “linea”.

Proviamo a rispondere ad una domanda (che tu hai subito individuato): perché la nostra regione e soprattutto il Friuli sono così trascurati, praticamente assenti, da un’opera così voluminosa?

Io ricordo che, anni fa, apparvero vistose inserzioni, sull’Unità, che chiedevano materiale per costruire quest’opera. Probabilmente dal Friuli è stato mandato poco o niente di importante.

Mi sono chiesto: come e che cosa ha catalogato l’ANPI in tutti questi anni? (10). Non mi risulta che nelle federazioni della regione e nelle sezioni sia mai stata fatta opera seria di catalogazione (anni fa, quando cercavo materiale per la Mostra sul Movimento di Liberazione, ho scoperto che la Federazione di Udine (11) non possedeva nulla, nemmeno l’Unità dei mesi precedenti).

Sono convinto che in Friuli la sinistra in generale è abbastanza sprovveduta sui problemi dell’immagine e della cultura figurativa in generale. Non basta dare la corte a qualche artista progressista, bisogna individuare i problemi affrontabili in collettivo.

Il Friuli intero (in tutti gli ambienti politici) è molto arretrato su quelli che sono i problemi dell’immagine, problemi che nel mondo intero sono scoppiati in questi ultimi anni e presentano grandi difficoltà di lettura.

Noi siamo tagliati fuori da troppe cose. Gli stessi ambienti cosiddetti artistici friulani, oltre ad essere provinciali, rappresentano un’isola autarchica sotto il profilo culturale ed economico (le opere hanno dei costi assurdi) e non hanno alcun collegamento con le esperienze che si fanno altrove.

Quindi il problema è politico in senso profondo. Temo che oggi si stia pagando gli errori di ieri. C’è un recupero enorme da fare e le forze disponibili sono poche. Si tratta di intraprendere una politica culturale che non abbia paura delle novità né di andare controcorrente, perché i frutti si raccolgono sempre quando la linea è buona e frutto di una analisi seria.

Che altro devo dire? Se necessario ne parleremo a voce.

Grazie e tanti saluti.

RToffoletti.

10/8/81».

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Questa lettera propone diversi problemi all’attenzione del lettore, e fa parte direi di un trittico, in cui Toffoletti affronta il discorso della politica culturale in Friuli. Pubblicherò a breve anche gli altri due testi.

Io credo che, in questi tempi di amministrazione destro – leghista, ove si confonde la cultura anche popolare con la polenta e frico, e cioè con la cucina povera che, in vario modo, ha unito tutta Italia (12), sia importante riprendere in mano questi temi, riflettendo pure sul fatto che, se ora gli archivi sono catalogati anche grazie ai mezzi tecnici, si rischia di non avere poi persone che vogliano leggerli con metodo e serietà, e che forse volumi validi di storia sono andati quasi perduti [chi legge ora, per esempio, il Salvatorelli Mira? (13)] mentre altri romanzucci vengono scambiati per i raccoglitori della verità vera. E ricordo che la storia della nostra terra e regione, seriamente studiata ed appresa, anche attraverso le immagini, fa parte del nostro bagaglio culturale di cui dobbiamo andare realmente fieri.  Almeno parliamone.

Laura Matelda Puppini

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(1) Giovanni Cosattini sedeva alla Camera dei Deputati nel 1924, proprio accanto Giacomo Matteotti quando questi fece il suo famoso discorso che lo avrebbe portato ad essere ucciso dai fascisti. In seguito all’Aventino, proseguirono le persecuzioni delle squadracce, con scorribande sotto la casa di Udine, culminate con la sua devastazione e un tentativo di incendio che spinsero la famiglia a lasciare la città friulana e trasferirsi a Venezia fino al 1941. Non bisogna dimenticare che Giovanni Cosattini venne eletto deputato per il Psi una prima volta nel 1919, e subito iniziarono anche le minacce da parte dei fascisti. Due anni dopo, nella notte di vigilia delle nuove elezioni, alcuni squadristi sequestrarono per molte ore a scopo intimidatorio il fratello Augusto, ma Giovanni entrò ancora una volta in Parlamento. Dopo la seconfa guerra mondiale, fu sindaco di Udine nominato dal CLN, deputato all’Assemblea Costituente, e Senatore nella I legislatura. (https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/900-biografia-familiare/). Per la vita di Giovanni Cosattini e della sua famiglia, cfr. Sandro Gerbi, I Cosattini, una famiglia antifascista di Udine, Hoepli ed. e Paolo Alatri, Giovanni Cosattini (1878- 1954) Una vita per il Socialismo e la libertà, edito a cura dell’Ifsml, Aviani ed.

(2) Per questi casi cfr. Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel Novecento italiano, (a cura di Laura Matelda Puppini), Ifsml Kappa Vu ed., 2013, nota 45, p. 25 per Mario Agnoli; nota 17, p. 48 per Antonio De Cecco.

(3) Per l’incendio della casa di Osvaldo Fabian, cfr. in Romano Marchetti, op. cit., scheda di Osvaldo (detto Aldo) Fabian di Laura Matelda Puppini, pp. 392-393.

(4) Nel suo: Neozelandesi nella valle del Lumiei, singolari esperienze di un campo di prigionia italiano, La Nuova Base ed. 1999, Libero Martinis scrive che, da quanto sa, documenti di vario tipo relativi al campo di Sauris e di Plan dal Sach, finiti in mano a don Giacomo Fabris, dopo la sua morte furono bruciati dalla sorella. (Ivi, p. 50).

(5) Il campo di Bolzen fu chiuso dai nazisti stessi, dopo l’incontro sull’ Elba fra russi e americani, avvenuto il 25 aprile 1945. C’ è chi ipotizza che alcuni nazisti presenti in Alto Adige e non appartenenti ai vertici abbiano posto i loro nomi fra quelli degli internati, ed abbiano cancellato documenti con un falò, dopo aver lasciato liberi, ma affidati unicamente a sé stessi, i prigionieri il 29 aprile 1945. Questa ipotesi mi pare venne fatta da un sappadino, da che ricordo, lì internato, ma non trovo la fonte. In Sonia Risidori, Una Legione in armi, Cierre ed., 2013, testo interessantissimo, vi sono poi esempi di Legionari, anche sanguinari, che sapendo, non si sa come, molte informazioni sui campi di concentramento, dopo la fine della guerra si fecero passare per deportati. (pp. 325). Altri fuggirono in Argentina e all’ estero ed al loro ritorno i loro crimini erano stati in qualche modo prescritti. Inoltre è certamente fonte importante l’“Elenco Aned internati campo Bolzano- Venegoni sec.pdf.”, dove si legge che «Distrutti dalle SS nell’aprile 1945 i registri originali, gli elenchi più completi che sono pervenuti fino a noi sono due distinti registri redatti con certezza nel 1945, quando il campo era ancora attivo. Entrambi recano in copertina la dizione “Intendenza – Elenco numerico degli internati” e fanno riferimento alla data del 5 febbraio 1945 (che è con ogni evidenza quella del registro originale utilizzato per la copia) tanto che a lungo si è pensato che si trattasse dello stesso registro». Inoltre Michela Piller Hoffer scrive nel suo: I Piller Hoffer, Storia di una famiglia in guerra, in: campagnadirussia.info/ che alla fine della guerra era fondamentale per coloro che avevano prestato servizio sotto i tedeschi il non farsi riconoscere come militari irrigimentati nell’esercito tedesco, e per questo motivo anche suo nonno buttò via la giacca e la medaglia che aveva vinto al tiro a segno. (Ivi, p.8).

(6) Il 3 novembre 2014 scrissi, sulla ‘piazzetta rossa’ questa lettera al Messaggero Veneto, che la pubblicò, ma non se ne fece nulla. «Ogni tanto passo nella piazza che fu la gloriosa “Piazzetta Rossa” di Tolmezzo, ora annullata da una grande rotonda sparti-traffico, e penso a quel gruppo di socialisti e comunisti che abitarono le case popolari, che ebbero dei sogni in comune, che si aiutarono per quanto possibile. La piazza è quella che si trova fra via Divisione Osoppo e via Divisione Garibaldi, ed è dedicata ai “Martiri della Libertà”, ma ormai solo una minuscola vecchia targa, erosa dal tempo e collocata in alto, nella casa d’angolo fra le due vie, ricorda, a chi si periti di cercarla alzando gli occhi, il suo nome e l’importanza della sua dedicazione. Correva l’anno 1946 quando l’amministrazione comunale retta da Livio Pesce, eletto dal popolo primo sindaco di Tolmezzo dopo la Liberazione, decise, tra l’altro, di attuare un progetto di edilizia popolare. Tra una miriade di problemi venne acquistato il terreno, venne costruita la nuova via, che oltrepassava la ferrovia, vennero costruiti 40 alloggi popolari per la povera gente, in sintesi venne creato quel “borgo Pesce” vanto dell’amministrazione di allora ed oggetto di tante critiche da parte della minoranza di centro -destra. Scrivo ciò per chiedere all’Amministrazione Comunale tolmezzina di far in modo che la dedicazione di detta piazza, magari anche con il suo soprannome popolare, venga valorizzata, onde un luogo di storia e memoria non venga cancellato. Laura Matelda Puppini»

(7) Gigi Bettoli, Quegli studenti cattolici del battaglione “Gramsci”: il diario partigiano di Giovanni Zuliani “Enrico”, in: http://www.storiastoriepn.it/quegli-studenti-cattolici-del-battaglione-gramsci-il-diario-partigiano-di-giovanni-zuliani-enrico/.

(8) Cfr. nel merito: Su quella lettera di Vincenzo Bianco datata 24 settembre 1944 ed alcuni problemi per fonti documentarie.

(9)   Presumo che il riferimento sia ai due volumi: AA. VV, “Storia d’Italia. Annali 2. L’immagine fotografica 1845-1945”, 2 volumi, Einaudi 1979.

(10) Bisogna ricordare che l’Anpi è una associazione che non è mai stata iper finanziata né dallo stato né dagli enti locali, che è stata anche in vario modo malvista e forse boicottata dalla politica democristiana e di destra, e poco compresa talvolta dalla sinistra desiderosa di volgere al centro, e che ha sempre fatto quello che ha potuto, spesso grazie all’impegno personale di singoli.

(11) Sottinteso del Partito Comunista Italiano.

(12) Cfr. Gian Luigi Beccaria, Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo, Garzanti 2011.

(13) Il riferimento è a, volume: Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Einaudi, 1956. 

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L’ immagine che accompagna l’articolo ritrae Riccardo Toffoletti alla presentazione del mio volume su Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, che sta sfogliando mentre parlo io, nel dicembre 2007 presso l’albergo Roma, e credo sia stata scattata da mio marito, il dott. Alido Candido, ma la luce artificiale della stanza era pessima per fotografare, per di più  con un mezzo povero. L.M.P.

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