Introduzione.

Scrivo questo articolo per chiarire come in Spagna la chiesa rappresentasse, nel 1900, da secoli il potere politico, essendone un asse portante, e come essa, dopo la “reconquista”, riuscì a formare una mentalità popolare che in certi periodi si oppose a qualsiasi rinnovamento, pure grazie all’utilizzo dell’Inquisizione che si serviva anche di spioni prezzolati.
E furono i cattolicissimi re spagnoli a espellere “moriscos” e “conversos” ed ad appiattire la società, mantenendo il potere grazie all’unione fra chiesa e regno, e vennero utilizzate, anche ai tempi della guerra civile, metodologie provate nel tempo atte ad incidere sulla mentalità popolare e veicolate in gran parte da monaci e preti, da sempre parte improduttiva ma educatrice della società.

La ricerca del consenso di massa attraverso la chiesa cattolica, e lo sterminio sistematico del considerato avversario risultarono metodi utilizzati più volte nella storia della Spagna. (Cfr. anche: Gabriele Ranzato, Rivoluzione e guerra civile in Spagna, Loecher ed., 1975, pp. 135-137). E Ranzato sottolinea come il consenso fu conquistato pure dai nazionalisti golpisti, nel corso della cosiddetta guerra civile 1936-1939, grazie all’apporto della chiesa che da un lato benedì le armi franchiste che avrebbero difeso la nazione da una possibile (ma mai né ipotizzata né realizzata) rivoluzione comunista, dall’altro contribuì a diffondere racconti orripilanti sulla “Spagna comunista” presso le masse di spagnoli più sprovvedute.  (Ivi, p. 136). Come non vedere poi, alcune similitudini con quanto avvenne o si voleva far avvenire in Italia nel secondo dopoguerra?

Ma i fatti eclatanti che caratterizzarono la guerra civile spagnola dal 1936 al 1939, descritti da Alfonso Botti nel suo: “Prologo: La guerra civile spagnola, settantacinque anni dopo”, in: Diacronie, n. 7, 3- 2011, restano, per l’autore, due: il fatto che se la violenza dei repubblicani fu prevalentemente spontanea, quella dei golpisti franchisti fu  freddamente pianificata e riprendeva, secondo Paul Preston, nei suoi presupposti ideologici e nelle sue applicazioni, metodi già collaudati nelle guerre coloniali in Marocco, e che tale pianificazione causò una marea di morti, cioè circa 200 mila tra uomini e donne uccisi nelle retrovie. (Ivi, p. 3). Quindi anche per Preston e Botti che lo cita, le caratteristiche della guerra civile spagnola, per quando riguarda alcuni aspetti relativi ai golpisti, vennero riprese da schemi già noti e reputati efficaci.
Ed anche ai tempi della guerra civile di Spagna , si accentuò, da parte dei franchisti, il senso confessionale degli atti del regime, come ai tempi della “reconquista”; si puntò all’educazione meramente cattolica; si accordò “larga udienza” alle gerarchie ecclesiastiche. (Gabriele Ranzato, op. cit., p. 136).

Spagna. Generali ed alti ufficiali golpisti inginocchiati. Da: https://www.sitocomunista.it/movimentooperaio/spagna/santifascisti.html

Scrive Vitaliano Mattioli che non si può dimenticare il ruolo rivestito dalla chiesa in Spagna per diversi secoli, in modo particolare dalla “reconquista” in poi. E nel corso dei tempi la Chiesa aveva sempre inciso profondamente sulla sua storia. (Mattioli, Vitaliano, a cura di don Gabriele Mangiarotti, Comportamento e responsabilità della Chiesa e dei Vescovi spagnoli, in: https://www.culturacattolica.it/cultura/storia/problemi-la-chiesa-spagnola-nella-persecuzione/comportamento-e-responsabilit%C3%A0-della-chiesa-e-dei-vescovi-spagnoli).

E così sempre Mattioli : «La Spagna, dalla seconda metà dell’Ottocento piuttosto appartata rispetto alla politica europea, e solo marginalmente investita dalle grandi correnti ideali e culturali anche nel primo dopoguerra, a differenza di altri paesi cattolici, non aveva subito sconvolgimenti politici e sociali tali da generare apprensioni nella Santa Sede che con la robusta organizzazione della Chiesa spagnola, le sue grandi proprietà immobiliari, le multiformi istituzioni educative e assistenziali, e soprattutto l’esclusiva situazione di privilegio garantita dal Concordato del 1851, continuava a costituire il cemento dello Stato spagnolo e coltivava l’illusione di conservare intatta una presa totale sulla società civile». (Vitaliano Mattioli, La situazione della Chiesa e del cattolicesimo nella Spagna, a cura di don Gabriele Mangiarotti, in: https://www.culturacattolica.it/cultura/storia/problemi-la-chiesa-spagnola-nella-persecuzione/la-situazione-della-chiesa-e-del-cattolicesimo-nella-spagna).
Non solo: sempre in Spagna «[…] la Chiesa […] si lasciò più di una volta tentare affinché la religione cattolica occupasse la centralità della vita sociale e non trovò sconveniente per questo stringere alleanze con il potere politico. Purtroppo questo le costò molto caro». (Mattioli, Vitaliano, a cura di don Gabriele Mangiarotti, Comportamento e responsabilità della Chiesa e dei Vescovi spagnoli, op. cit.). E si deve pure riflettere su un errore, starei per dire di ‘prospettiva’, compiuto da alcuni cattolici conservatori, che giunsero quasi ad identificare la Chiesa con la Monarchia, come se fossero due realtà storicamente indivisibili, simili a due facce di una stessa medaglia. (Ivi).

E così riporta Botti: «La Chiesa spagnola non fu solo vittima, fu anche collusa e complice dei carnefici degli “altri”. Non ebbe tra le proprie fila solo martiri, ma anche delatori e militanti fanatici della causa franchista. Si schierò con gli insorti prima che Pio XI prendesse posizione nel discorso di Castel Gandolfo del 14 settembre 1936 e fornì loro le motivazioni ideologiche di cui mancavano per far fronte a una guerra civile imprevista, dopo il fallito golpe. Il cardinale primate, Isidro Gomá, di cui disponiamo ora di tutta la corrispondenza per il periodo della guerra10, utilizzò spregiudicatamente i falsi documenti del complotto comunista per giustificare la guerra come “male minore”, assecondò Franco redigendo la Lettera collettiva del luglio del ’37 per orientare il cattolicesimo internazionale che non si era lasciato abbagliare dall’idea di “crociata”, minimizzò e giustificò sempre le violenze perpetrate dai franchisti. Operò costantemente, insomma, per portare la S. Sede a un più completo sostegno agli insorti, riuscendovi in parte».  (Alfredo Botti, Prologo: La guerra civile spagnola, op. cit., p.5).

Ma la chiesa riuscì a giocare un ruolo primario nella guerra civile 1936- 1939, perché: «La Chiesa cattolica esisteva in Spagna da prima dello Stato. Aveva dato solidità alla nazione non soltanto mediante la fede cattolica, ma anche e soprattutto per mezzo della lingua e della cultura… Per molti secoli in Spagna l’idea di nazione coincise con l’idea cattolica in quanto tale. Con la Repubblica si ruppe questa armonia plurisecolare…»  (Mattioli, Vitaliano, a cura di don Gabriele Mangiarotti, Comportamento e responsabilità della Chiesa e dei Vescovi spagnoli, op. cit.).

Preti o seminaristi armati. Da: https://www.sitocomunista.it/movimentooperaio/spagna/santifascisti.html

L’arrivo del cristianesimo in Spagna e il periodo dei Visigoti.

La storia della Spagna, come quella di altre nazioni europee, ha delle sue peculiarità. Pare che sul territorio della penisola iberica la predicazione cristiana sia iniziata con da Paolo di Tarso, ma quello che è certo è che «il vescovo Ireneo alla fine del II secolo testimoniò nei suoi scritti […] dell’ormai avvenuto radicamento del cristianesimo in Spagna. Ma il primo evento storicamente accertato relativo alla chiesa spagnola fu però il cosiddetto sinodo di Elvira, odierna Alarife, vicino a Granada, che si tenne nel 305 o 306 d.C., i cui atti canonici furono conservati e tramandati e che diede conto anche di una sua strutturazione in circa 19 diocesi». (Spagna. La colonizzazione romana e la prima cristianizzazione, in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/). Gli esiti di questo concilio ci permettono non solo di conoscere l’estensione del cristianesimo in Spagna ma anche la severità dei canoni disciplinari dallo stesso emanati. (Cfr. http://www.smseurope.org/SCIENZEFEDI/SeF_ALFREDO/elvira305.htm).

Quindi la penisola fu invasa da vari popoli, fra cui i visigoti che la unificarono sotto il loro potere anche espellendo i bizantini, e «la “Spagna visigota”, […]  continuò a esistere […], nel primo secolo, come giustapposizione di due popoli, gli invasori e le vecchie popolazioni locali e romane cattoliche, nettamente separati per usi, costumi e religione». (Ivi). Ma con il visigota Recaredo la situazione mutò, ed egli aderì al cristianesimo, unificando il regno sotto un’unica religione “di stato”, e sgominando l’arianesimo che aveva messo solide radici sul territorio iberico. (Spagna. Invasioni barbariche e regno visigoto in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/).

Recaredo al Concilio di Tolosa. Da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Concil_Toled.jpg

La “Spagna visigota” vide però anche il progredire della tendenza alla ruralizzazione, ed al latifondo ed il deperimento della ricca vita economica delle città dell’epoca romana e delle attività industriali, tranne quelle estrattive. Dopo alcuni decenni di lotte di fazione, l’ultimo re visigoto Roderico (o Rodrigo) fu attaccato e sconfitto nel 711 dall’esercito musulmano, sottoposto alla dinastia araba degli Omayyadi, guidato dal capo berbero convertito all’islam Tariq. Con l’occupazione delle province meridionali e di Toledo (712 d.c.) furono poste le premesse per la nascita della Spagna musulmana, destinata a ben maggiore durata di quella visigota. (Ivi).

Il periodo arabo che interessò parte della penisola iberica.

Questa nuova situazione politica portò nuovamente ad una contrapposizione religiosa fra i nuovi occupanti musulmani ed i vecchi abitanti e visigoti cattolici. Ma gli arabi non obbligarono mai i cattolici a convertirsi alla loro religione, ed i non convertiti, chiamati “mozarabi”, poterono continuare a osservare la loro fede e proseguire nelle loro occupazioni, anche se nella scala sociale essi godettero di minori diritti dei convertiti, detti “muladies”. (Spagna. La conquista araba. L’emirato, il califfato e i “regni di Taifas”, in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale).

E gli arabi in Spagna migliorarono l’opera dei romani importando pure dall’Africa e dalla Persia frutti nuovi, e le città si riempirono di artigiani che lavoravano il cuoio, i metalli, i mobili, le porcellane, i tessuti di lana e di seta, sotto il controllo municipale. (Pierre Vilar, Storia della Spagna, Garzanti ed., 1977, p. 13).
«Nelle campagne, spesso rimaste in piccola proprietà ai contadini, furono introdotte nuove tecniche di irrigazione e nuove colture (per es. il riso, gli agrumi). Anche le città rifiorirono, sia sul piano dei mestieri artigiani sia sul piano culturale e artistico e furono costruiti monumenti importanti come la moschea di Córdoba. L’apogeo fu raggiunto sotto l’emiro Abd ar-Rahman III (912-61), allorché Córdoba superò i 100.000 abitanti. (…). Raggiunto così l’apice della sua grandezza, il califfato prese a disgregarsi nell’XI secolo attraverso una sanguinosa guerra civile (1008-1028), finendo nel 1031 e frazionandosi in emirati di fatto indipendenti, i piccoli “Regni di Taifas”». (Spagna. La conquista araba, op. cit.). In tale situazione riprese vigore la “reconquista” cristiana, al punto che l’emiro di Siviglia fu costretto, nel 1085, a invocare il soccorso della dinastia berbera degli Almovidi, vincitrice in Marocco, al fine di contenere l’avanzata cristiana. Ma essa, nel contempo, pose fine alla fase dei “regni di Taifas” imponendo il suo dominio unitario sulla metà meridionale della penisola. (Ivi).

La “Reconquista” cattolica.

La riconquista cattolica, che implicava anche restaurazione e nuova arretratezza culturale e politica, ebbe come perno gli staterelli del nord-ovest della penisola: dal regno delle Asturie, che a partire dal 924 assunse il nome della sua capitale, León, alla Navarra e, più tardi, alle originariamente franche Aragona e Barcellona. «Tuttavia, il periodo in cui storicamente si situò l’avvio effettivo della “reconquista”, coincise da una parte con la decadenza e la disgregazione interna del califfato, dall’altra con la crescita nel mondo medievale cattolico di una coscienza identitaria più forte, a sua volta espressione dell’opera di rinascita condotta dagli ordini monastici, e con l’ascesa ed il riconoscimento del potere supremo della chiesa e del papato nella sfera spirituale e in quella temporale». (Ivi).
«Questi sviluppi – emblematizzati nell’elevazione della penisola iberica a terra di crociata da parte della chiesa e nell’introduzione degli ordini cavallereschi che combatterono a fianco degli ispanici contro i mori – diedero alla “reconquista” la spinta decisiva» fino a giungere alla battaglia di Las Navas de Tolosa (1212) contro il regno berbero. (Ivi).

Pochi anni dopo, la “reconquista” cattolica poté considerarsi sostanzialmente conclusa ed ai musulmani non restò che arroccarsi nel minuscolo emirato di Granada, che resistette fino al 1492, dando vita a una rinnovata fioritura di civiltà artistica rispecchiata nell’Alhambra. Il processo di riconquista si giovò anche del rafforzamento interno, sociale e politico, dei principali regni cristiani della penisola. Inoltre «nella seconda metà dell’XI secolo andò gradatamente affermandosi la tendenza all’unificazione dinastica intorno ai due maggiori poli cristiani: a occidente il regno di León si fuse con la Castiglia già sotto Alfonso VI il Valoroso (1042 circa – 1109), mentre a oriente Navarra, Aragona e Catalogna oscillarono più volte tra unità e divisione, riuscendo però nel complesso a mantenere un fronte unito contro il nemico musulmano». (Spagna. La reconquista e l’epica del “Cid Campeador, in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/).

Fasi della “reconquista” spagnola fra l’anno 1000 ed il 1212. Da: http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/el-cid-campeador-eroe-della-reconquista/.

In un primo tempo alla “reconquista” parteciparono soprattutto i piccoli reami con i loro re, ma successivamente, ai tempi della conquista dell’Andalusia da parte dei Castigliani, i re stessi assicurarono l’ascesa alla grande nobiltà, dotandola di immensi possedimenti, villaggi interi e beni mobili notevoli. Ed i nobili divennero così sia grandi proprietari sia uomini di corte, legati alla tradizione (Pierre Vilar, op. cit., pp. 17-18), ed a chi aveva dato loro potere, anche nella guerra. Ma anche la piccola nobiltà svolse un suo ruolo pure se minore, in questa fase della storia della Spagna, e piccoli eserciti di “infanzones” e “caballeors” si mossero al seguito dei grandi signori.

Con la “reconquista”, si ebbe una rinascita della vita economica e civile dei regni cattolici, e «le tradizionali e antiquate attività agricolo-pastorizie dei montanari del León, della Castiglia o della Navarra furono rivivificate per mezzo del ripopolamento delle campagne e della ripresa dei mestieri artigiani e commerciali urbani» (Spagna. La reconquista, op. cit.).
Le fertili e produttive terre arabe furono ben presto trasformate in immensi latifondi a favore delle poche centinaia di grandi famiglie aristocratiche o della piccola e media nobiltà degli “hidalgos”. Sul piano dell’organizzazione civile e politica, nell’XI secolo fecero la loro comparsa i primi statuti municipali, che concedevano particolari autonomie alle città, specie a quelle di frontiera. E tra il XII e il XIII secolo si costituirono le prime “Cortes” ossia assemblee dei ceti sociali (nobiltà, clero, rappresentanti delle città), che fecero ben presto sentire il loro peso in materia di finanze e sulla politica dei sovrani. (Ivi).

Ma a livello politico, se il regno di Aragona riusciva anche ad annettere la Sicilia, il regno di Castiglia usciva sì vincitore in questa guerra politico religiosa, ma «La società castigliana, già frazionata dal potere arrogante dei nobili e dalle aspirazioni delle città e dei borghi all’autonomia, fu ulteriormente indebolita nella base economica (rimasta sostanzialmente agricolo-pastorale) dalle persecuzioni contro i mori e gli ebrei, dei quali a partire dal 1391 la chiesa iniziò a imporre la conversione forzata» (Pierre Vilar, op. cit., p. 19).

La persecuzione dei non cattolici: mori, ebrei e eretici.

Nel 1391 a Siviglia si verificò un episodio gravissimo: l’arcidiacono Hernan Martinez d’Ecija iniziò ad aizzare il popolo contro i giudei prendendo spunto da delitti attribuiti ad alcuni di loro. (https://library.weschool.com/lezione/marrani-e-moriscos-20059.html).
Non solo: con la ‘reconquista’ il clero iniziò a formare il «substrato ideologico» della società, anche se esso si presentò composto da preti molto ricchi e preti poveri. E si instaurava pian piano una forte tradizione che faceva del clero spagnolo «un clero militante ed anche militare, per niente atterrito (anzi il contrario) dall’idea della lotta armata per la fede ed i suoi rappresentanti», e che rivendicava «la direzione spirituale (e in parte materiale) della società». (Pierre Vilar, op. cit., p. 19). Ma sempre secondo Vilar, nel Medioevo non si era giunti ancora ad una situazione dove il clero potesse soffocare altre classi sociali. (Ibid.).

Però così la Spagna si preparava a diventare una nazione grazie proprio all’unione tra Chiesa e potere politico che dette origine ad una monarchia assoluta, quella che incominciò con il matrimonio fra Ferdinando di Aragona ed  Isabella di Castiglia, detta “La Cattolica” (1451- 1504), la regina che, sposando il cattolicesimo come leva per avere il potere assoluto, impose l’obbligo alla conversione a tutti i musulmani rimasti sul territorio, detti “moriscos”, (http://www.treccani.it/enciclopedia/moriscos/) fino alla loro espulsione definitiva dalla Spagna nel 1609, e iniziò la caccia sistematica agli ebrei anche convertiti detti “conversos”, che vennero accusati di esser passati al cattolicesimo solo per obbligo, ma segretamente di coltivare l’ebraismo. Ma la persecuzione degli ebrei fu data anche da motivi economici: infatti vista la loro capacità di gestire le finanze, le casse del regno, alemno in Aragona, e l’amministrazione erano state poste nelle loro mani in particolare in quelle delle famiglie Sanchez, Santangel, Caballeria. (https://library.weschool.com/lezione/marrani-e-moriscos-20059.html).

Una battaglia tra cristiani e mori in un manoscritto del XIII° secolo. Da: http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/el-cid-campeador-eroe-della-reconquista/.

Così nel 1449 a Toledo il bersaglio di una rivolta popolare sollecitata da una ribellione fiscale furono proprio gli ebrei, che fra l’altro erano i collettori delle imposte. E si faceva strada, piano piano, il principio che solo chi poteva dimostrare di avere “limpieza de sangre” poteva accedere alle cariche pubbliche, come poi sancito da Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona. Ma si dimenticava che la stessa alta nobiltà non aveva disdegnato matrimoni con ebrei convertiti. Lo stesso Ferdinando d’Aragona detto il Cattolico (1452-1516), in un’accezione larga del termine “converso”, poteva essere definito tale per ascendenza materna, e così pure Teresa d’Avila (1515-1582) o Tomás de Torquemada, il primo grande inquisitore spagnolo. (Ivi). E l’attacco ai marrani o conversos che dir si voglia, si diffuse da una città all’altra, e molti di loro vennero uccisi, le loro case saccheggiate. (https://it.wikipedia.org/wiki/Marrano).
Dopo l’ episodio di Toledo le rivolte antiebraiche continuarono fino al 1474, coniugando il malcontento per le avverse congiunture economiche con l’ostilità verso gli ebrei ancora forti sul piano finanziario, malvisti anche dalla vecchia aristocrazia e accusati pure di omicidi rituali. (Ivi).

In sintesi le lotte per la cosiddetta “Reconquista” ruppero l’equilibrio che si era instaurato fra cristiani, ebrei e arabi, spostando il baricentro del potere politico in favore dei cristiani. (Ivi). Il processo di conversione fu sostenuto dalle autorità ecclesiastiche e, in special modo, dall’arcivescovo di Toledo Francisco Jiménez de Cisneros, reggente di Spagna che, a partire dal 1498, iniziò una forzosa conversione degli arabi, dei berberi e degli ispanici in genere di fede islamica della Penisola iberica, presenti nel corpo peninsulare da oltre 800 anni. (https://it.wikipedia.org/wiki/Moriscos_(gruppo_religioso).

Isabella e Ferdinando: i re cattolici.

Correva l’anno 1468, quando, essendo morto improvvisamente, per cause sconosciute suo fratello Alfonso, Isabella venne designata erede al trono di Castiglia da Enrico IV, sulla base di un trattato che implicava che si unisse in matrimonio al re del Portogallo Alfonso V. Ma una volta avuta la promessa del trono di Castiglia, Isabella iniziò a volgere il suo interesse verso Ferdinando, suo cugino, che sposò segretamente, incorrendo nelle ire di Enrico IV, suo fratellastro,  e dando origine ad una serie di conflitti.
Infine, morto Enrico IV, Isabella fu proclamata regina di Castiglia il 13 dicembre 1474 e Ferdinando divenne re consorte con il nome di Ferdinando V, divenendo poi anche re di Sicilia e di Aragona. (https://it.wikipedia.org/wiki/Isabella_di_Castiglia).

Essi iniziarono ad unificare la Spagna territorialmente, ma in particolare attraverso «l’unità di fede, lo spirito di crociata, il senso dell’unità cristiana contro i Mori» (Pierre Vilar, op. cit., p.22). Ed in questo contesto Isabella rappresentava agli occhi di molti l’ordine monarchico contro i torbidi nobiliari, la moralità contro i cattivi costumi, la razza riconquistatrice contro gli Ebrei ed i Mori, gli interessi della corporazione dei grandi allevatori, denominata “Mesta”, molto forte in Castiglia, su altri gruppi sociali, e sanciva la predominanza di una classe allevatrice e guerriera sulle altre. (Spagna. La reconquista, op. cit.).
E come ho già ricordato, nel regno di Castiglia e non solo, verso la metà del ‘400 si sviluppò, la teoria de “La limpieza de sangre”, cioè della purezza del sangue come fattore discriminatorio. Su questa base si andarono moltiplicando le distinzioni sociali, che si fecero sempre più rigide e sottili.  (Cfr. Mondher Kilani, Parentela (purezza) di sangue, in: AA. VV., L’imbroglio etnico in quattordici parole chiave, Dedalo – ed., 2001, pp. 311-312).

Monumento a Pelagio, poi primo re delle Asturie riconquistate. Da: https://www.lanuovabq.it/it/quando-il-regno-delle-asturie-salvo-la-spagna-cristiana.

«Posto quale veicolo di trasmissione degli aspetti ereditari, il sangue, con la sua purezza od impurità fu alla base dell’intolleranza religiosa medioevale, ma fa utilizzato come mezzo di discriminazione, anche nel XV° secolo e più tardi.». (Citazione da Annalisa Candido, Dalla xenofobia alla discriminazione religiosa e razziale alla schiavitù, all’olocausto, in: www.nonsolocarnia.info).
Ed Isabella «Era cattolica e sanguinaria, armata di spada e armata di rosario. Convertì il Nuovo mondo, rese forte la Spagna, ma sterminò ebrei e musulmani. Fu caritatevole e generosa, impegnò i suoi gioielli per finanziare la spedizione di Cristoforo Colombo, fu sposa devota di Ferdinando D’ Aragona. Eppure portò il terrore in Castiglia, Aragona e Andalusia, protesse, si servì e si fece consigliare dal grande inquisitore Tomas de Torquemada, torturatore di infedeli al servizio della coppia più cattolica del vecchio mondo. E obbligò nella famosa estate del 1492, in nome della “limpieza de sangre” e dell’unità della fede, 15.000 ebrei all’ esilio, e migliaia di mori infedeli alla fuga. Per chi rimase ci furono conversioni forzate, torture e roghi». (Maria Novella De Luca, Non fate santa Isabella regina sanguinaria che sterminò gli infedeli, in: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/04/03/non-fate-santa-isabella-regina-sanguinaria-che.html).

E lo stesso franchismo fece di Isabella una sua bandiera, fece un uso propagandistico della sua figura ed azione, (Ivi), perché anch’esso voleva uno stato spagnolo basato su cattolicesimo e nazionalismo uniti in modo inscindibile. E ad una unione inscindibile fra Castiglia in posizione preminente ed Aragona, puntavano pure Isabella e Ferdinando con il loro matrimonio. Nel 1492 cadeva Granada e Ferdinando riusciva, un anno prima di morire, a portare sotto la sua sfera anche l’alta Navarra, che nel 1515 veniva annessa al regno di Castiglia. Ed ormai Ferdinando veniva ovunque chiamato il re di Spagna.

Ma un timore avevano Isabella e Ferdinando: la possibilità di avere problemi interni a causa della varietà di religioni, usi, costumi, culture presenti nel loro nascente regno. Per questo cacciarono e sterminarono mori ed ebrei, fecero della ‘limpieza de sangre’ la base per poter avere un posto come funzionari regi. A detta varietà, che aveva caratterizzato la Spagna del XIII secolo, i re cattolici volevano sostituire una unitarietà con il sostegno della Chiesa Cattolica. E per far questo utilizzarono pure l’Inquisizione, di cui noto esponente fu, come già scritto, Tomas de Torquemada, confessore della Regina Isabella e del re Ferdinando, mentre i monaci, vicini al popolo, forzavano conversioni in massa.

L’Inquisizione spagnola.

Il regno dei re cattolici fu caratterizzato, quindi da pogrom, violenze, predicazioni come quelle di Vincenzo Ferrier, arresti, uccisioni, fino alla cacciata degli ebrei nel 1492 ed alla espulsione dei non convertiti dal regno nel 1502. (Pierre Vilar, op. cit., pp. 30-31). Così sarà sotto Carlo V, così sotto Filippo II, fino all’espulsione totale dei Mori dalla Spagna, da lui voluta. (Ivi, p. 31). E trionfò presso i sovrani di Castiglia e poi di Spagna l’idea «che vi fosse identità tra ortodossia cattolica e solidità spagnola». (Ivi, p. 32). Ma questo non aiutò la Spagna ad aprirsi all’era moderna, portando la mentalità del “vecchio cristiano” come base dell’omologazione nel vero spagnolo (Ivi, p. 33), mentre le terre conquistate aumentavano e si veniva a creare un vero e proprio Impero. Inoltre Carlo V giunse fino a schiacciare le “Comunidades” delle città castigliane che si ribellavano al suo assolutismo, (Ivi, p. 34), irrigidendo la Spagna e cristalizzandola anche nella gerarchia nobiliare.

Per quanto riguarda il tribunale dell’Inquisizione, esso si instaurò nel 1478, in particolare per processare i “conversos” accusati di aver aderito alla religione cattolica solo formalmente, ed anche i moriscos, nonché per eliminare ogni possibilità di adesione all’erasmismo e poi al protestantesimo, ma anche per lottare contro illuministi e riformisti. E l’Inquisizione spagnola fu uno dei più crudeli tribunali in Europa, che portò avanti per anni la sua azione, inizialmente sotto la guida di Torquemada discendente da una famiglia di ebrei convertiti, domenicano. (Ivi, p. 32).
Essa si reggeva sia sui tribunali che sui “Familiares” persone senza salario fisso che «incoraggiavano le delazioni, raccoglievano le testimonianze e catturavano gli accusati. Nonostante fossero […] odiati dalla popolazione, il loro numero crebbe notevolmente perché venivano esentati dai contributi fiscali e potevano girare armati. Inoltre la familiarità con l’Inquisizione era considerata prestigiosa e prova di “purezza di sangue”». (https://it.wikipedia.org/wiki/Inquisizione_spagnola).

Secondo Vilar, poi, la guerra ai Moriscos, per esempio, ma non solo a loro, veniva combattuta con armi ben note: lotte scolastiche e linguistiche, con l’adozione di una lingua sola ufficiale nel regno: il castigliano; la separazione tra bambini e genitori, repressione poliziesca confisca dei beni. (Pierre Viar, op. cit., p. 31). E la “reconquista” si presentò in Spagna, con i caratteri di una «impresa di colonizzazione continuata sotto le parvenze di una guerra santa» (Ivi, p.17), e di una “guerra evangelizzatrice”. (Ivi, p. 36).

Tomàs de Torquemada, primo capo dell’Inquisizione spagnola. Da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Torquemada.jpg

Ed in questo contesto il clero, sempre più in aumento ed improduttivo, si presentava come un clero «militante ed anche militare, niente atterrito (ben al contrario) dall’idea della lotta armata per la fede» (Ivi, p. 19), e che rivendica la direzione spirituale ed in parte anche materiale, della società. (Ivi). Inoltre il popolo continuava a utilizzare la violenza per dirimere le questioni di potere e la cancellazione di che non era allineato ai voleri dei Re e di Santa Madre Chiesa.

Quanti subirono l’Inquisizione anche fino alla condanna a morte, per mano dei tribunali civili a cui i condannati venivano consegnati? «Will Durant che, nel suo “The Reformation” (1957), cita Juan Antonio Llorente, Segretario Generale dell’Inquisizione dal 1789 al 1801, il quale stima l’esecuzione di 31.912 persone nel periodo 1480-1808; egli cita inoltre Hernando de Pulgar, segretario della regina Isabella, il quale stima che 2.000 persone siano state arse prima del 1490. Philip Schaff, nella sua “Storia della Chiesa Cattolica”, diede il numero di 8.000 persone arse nei 18 anni di azione di Torquemada. Matthew White, esaminando questi dati, dà un’approssimazione di 32.000 morti, di cui 9.000 sotto Torquemada. R.J. Rummel giudica queste “stime realistiche”, nonostante altri studiosi attribuiscano a Torquemada la responsabilità di 135.000 decessi, includendo 125.000 avvenuti in prigione a causa degli stenti». (https://it.wikipedia.org/wiki/Inquisizione_spagnola).

E fu di fatto la Spagna a dirigere la Controriforma religiosa e ad evangelizzare le colonie, ma mentre raggiungeva il suo splendore, ma d’altro canto, proprio l’unità religiosa fu una delle cause del mancato adattamento della Spagna al mondo intorno a sé che stava mutando, condannandola all’arretratezza sociale. Ed alla lunga il modello del “vecchio cristiano”, tendente verso uno spirito di casta e che disprezzava, formalmente, il lucro, ma anche la produzione, non aiutò la nazione, come pure l’aumentare di preti ed addetti alla beneficienza, che non facevano altro che far crescere il numero degli improduttivi. (Pierre Vilar, op. cit., p. 33).
Anche questi aspetti giocarono poi un ruolo nell’anticlericalismo spagnolo, che aveva origini lontane e molti motivi per svilupparsi ben prima del governo democratico travolto da Francisco Franco e da altri generali, con il sostegno dell’Italia di Mussolini.

Lo sfruttamento di colonie ed indios e Bartolomeo de Las Casas.

La scoperta dell’America, i viaggi di Alonso de Ojeda e di Amerigo Vespucci, le imprese di Fernando Cortés e Francisco Pizarro portarono alla creazione dell’Impero spagnolo, che però ben poco seppe gestire positivamente il potenziale delle sue colonie, sfruttando oltre ogni limite gli antichi abitanti del luogo, come ci ha ricordato Bartolomé de Las Casas.
E grazie a lui ed alla sua attività di denuncia del sistema di sfruttamento degli indios vennero compilate le “Leggi nuove” ratificate da Carlo V, con le quali venivano abolite le “encomiendas”, strutture organizzative agricole fondate su un sistema schiavistico-feudale, principale causa degli abusi sistematici nell’utilizzazione lavorativa dei nativi. (https://it.wikipedia.org/wiki/Bartolomè_de_Las_Casas).

Bartolomé de Las Casas. (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bartolomedelascasas.jpg).

E lottò contro i proprietari dei latifondi agricoli fino al punto di imporre, quale vescovo, ai sacerdoti di negare l’assoluzione ai proprietari che non avessero trattato gli Indios secondo le nuove norme emanate da Carlo V, a cui era ricorso. (http://www.treccani.it/enciclopedia/las-casas-fra-bartolome-de_%28Enciclopedia-Italiana%29/). Per questo fu persino rappresentato come traditore, come partigiano degli eretici e venduto agl’Inglesi ma, richiamato in Spagna, fu abilissimo nel difendersi. (Ivi).

Quindi per la Spagna giunse il periodo d’oro per l’espressione della spiritualità, le arti e la letteratura, (Cfr. Pierre Vidal, op. cit., pp. 44 – 48), caratterizzato dal misticismo, dal pensiero teologico, dalle opere di Cevantes, Lope de Vega e del grande pittore Velasquez.
Poi la decadenza dell’impero spagnolo.  Ad essa concorsero sia la grossa perdita demografica in particolare di popolazione giovane e maschile, anche per emigrazione di soggetti intraprendenti o non allineati religiosamente, come la rovina della Castiglia dal punto di vista produttivo, di allevamento e commerciale, l’intrigo e la corruzione di corte, e pure l’etichetta ed il protocollo troppo rigidi, l’apparire sulla scena di Madrid come catalizzatore nazionale (Pierre Vilar pp. 44-45), la ribellione, domata, della Catalogna.

La Spagna voleva essere totalmente unita ma di fatto non lo fu mai del tutto, e fuochi covavano sotto la cenere di un impero che si reggeva sull’alleanza tra regno e chiesa cattolica dominata dal Papa. «All’inizio del XVII secolo la Spagna […] costituiva un immenso impero, composto da un centro alquanto coeso – salvo le persistenti tensioni etniche e amministrative tra le maggiori stirpi iberiche, dall’aragonese alla catalana, dalla castigliana alla basca e senza contare che la corona portoghese continuava a esser unita a quella spagnola solo nella “persona” del sovrano […]», (Spagna. La decadenza, in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/). E l’impero era caratterizzato «da una miriade di domini sparsi che andavano dalle Fiandre meridionali alla maggior parte dell’Italia, e da uno sconfinato impero coloniale esteso dalle Americhe all’Africa fino all’Asia, dove una nuova classe di possidenti aristocratici “creoli” e di alti funzionari incominciava a sviluppare un senso di identità e di autonomia diverso dal lealismo verso la madrepatria ed a porre in tal modo le basi per le future lotte indipendentiste». (Ivi).

 

Impero spagnolo nel 1640 ai tempi dell’Unione Iberica. Da: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Unione_Iberica_1640.png

Il 1700, secolo di qualche minima apertura a livello politico nella storia della Spagna.  

Quindi si giungeva al XVIII secolo ed al dispotismo illuminato. Dal 1700 al 1800 la popolazione spagnola riprendeva a crescere, metalli preziosi affluivano in Europa, in Spagna fervevano commerci intensi e produttivi, pur restando l’allevamento una delle attività economiche prioritarie, mentre il cacao entrava, a pieno titolo, fra le mercanzie più richieste.
A questa ripresa economica e demografica corrispondeva, pure, un tentativo di rinnovamento politico, che portava alla sparizione di alcuni privilegi locali, alla protezione degli Indios, alla soppressione dei diritti sulla produzione, alla ricerca, seppur sotto i Borboni accentratori, di una parte minoritaria della società spagnola di adeguarsi alle nuove tendenze europee. (Pierre Vilar, op. cit. pp. 49-51). Ma questo tentativo fu frenato in particolare da quella maggioranza sociale che era formata da “hildagos”, basso clero e contadini, impermeabile alle idee nuove. (Ivi, p. 52).

Per quanto riguarda la chiesa, non solo essa mantenne il suo potere temporale, tanto che nel 1787 nel regno di Spagna risultavano esistere: 17 città, 2358 cittadine, 8818 villaggi sottoposti alla giurisdizione di signorotti e 3 città, 402 cittadine e 1280 villaggi sottoposti al patronato ecclesiastico, mentre i mendicanti, noti come tali, erano ancora 150.000. (Ivi, pp. 53-54).
L’Inquisizione andava verso la sua fine, anche se le fu concesso, ancora, di fare alcuni processi ideologici «a personaggi collocati molto in alto» (Ivi, p. 52), I gesuiti sarebbero stati cacciati dalla Spagna, e si pensava ad una “dis – ammortizzamento” dei beni ecclesiastici poi fallita insieme ad una ventilata possibilità di rinuncia del maggiorasco contro rendita da parte dei possidenti. Troppe modifiche a livello sociale e materiale richiedevano tali innovazioni. (Ivi, p. 53).
Così mentre la penisola iberica, scissa dal Portogallo, muoveva tra arretratezza e progresso, la Spagna perdeva a Trafalgar, e si preparava alla guerra di Indipendenza dal giogo francese, ricompattando gran parte del suo popolo intorno alla figura del principe Ferdinando di Borbone, figlio di Carlo IV, vissuto, non si perché, come un eroe martire, garante del mantenimento della tradizione e dei ‘fueros’ e dell’unione fra religione e politica, contro qualsiasi innovazione in senso moderno. (Ivi, pp. 55-56).

Insomma fu la mentalità consolidata nei secoli dalla “reconquista” in poi, che limitò il rinnovamento in Spagna, e che si trascinerà sino a Fracisco Franco, facendo leva in particolare sulla popolazione, istruita dai sacerdoti, di borghi e villaggi, in una visione sociale guerresca di opposizione continuativa ad un nemico, mentre si andavano formando diverse componenti ideologiche: quella liberale, quella carlista, quella rossa e quella nera nel senso di clericale in lotta tra loro ma pronte ad unirsi contro un nemico comune. (Ivi, p. 57). E proprio allora si avvertì l’importanza ed il peso politico di «quella combattività popolare al servizio della religione, di quel soffio religioso- nazionale impregnato di conformismo passivo che dilagava in Spagna». (Ivi, p. 57).

Ma anche i liberali non attaccarono direttamente la religione ma solo il potere materiale della Chiesa: insomma risentirono della rivoluzione francese, ma non furono contro Dio. In risposta a questa situazione, gruppi di persone conducevano contro i francesi una guerra dai toni personalistici e atta a ritornare ai miti e riti della vecchia Spagna, finché le masse che sostenevano la Spagna cattolica e tradizionalista non ebbero la meglio sulle altre componenti sociali. (Ivi, p. 59).

Francisco de Goya y Lucientes – Los fusilamientos del tres de mayo – 1814. Da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_Los_fusilamientos_del_tres_de_mayo_-_1814.jpg.

Il 1800 e le guerre carliste.

Ma il 1800 fu caratterizzato, in Spagna, anche da complotti e rivolte mentre sul trono si trovava Ferdinando VII, propenso ad una reggenza assolutista ed intransigente, e non per caso dal 1823 al 1833 si ebbe quello che fu chiamato “l’ignominioso decennio” (Ivi, p. 61), che diede anche origine alle guerre carliste, cioè promosse dai sostenitori di don Carlos di Borbone, fratello di re Ferdinando, quale successore sul trono, che erano fanatici “apostolici” uniti in bande (Ibid.), che non volevano alcuna apertura e donna sul trono, mentre Ferdinando VII rimase un povero intrigante, «strumento di consiglieri mai scelti, facile preda della paura, crudele nel vendicarsi», diventando insopportabile al popolo spagnolo.  (Ivi, p. 66).

Dopo la morte di Ferdinando VII, salì al trono la figlia Isabella II, detta la “regina infanta”, sotto la reggenza della madre Maria Cristina di Borbone, e questo fatto inasprì ancor di più gli animi tanto da dar luogo ad un lungo periodo di guerre civili tra i monarchici conservatori e tradizionalisti “carlisti” e i “cristini”, che appoggiavano la reggente, orientata in senso più favorevole ai liberali. La prima guerra carlista si protrasse dal 1834 la 1839; la seconda guerra dal 1847 al 1849, e furono accompagnate, pure, da sommosse liberali e repubblicane. Ma cos’era accaduto nel 1834, di tanto importante da far iniziare un conflitto? La reggente Maria Cristina aveva emanato una costituzione liberaleggiante ed erano state introdotte misure riformatrici fondiarie e laicizzanti. Le guerre carliste furono vinte da chi sosteneva la regina, e Don Carlos fu condannato all’esilio, ma il paese restò estremamente instabile per le continue rivolte militari, in qualche modo giustificate dalla divisione del potere nelle mani di camarille di corte e dalla dilagante corruzione. (Spagna. Perdita dell’impero e disgregazione monarchica, in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/).
Comunque la costituzione del 1834 non fu la sola: essa era stata anticipata da quella del 1812 e ad essa seguirono quelle del 1837, 1845, 1856, 1869., 1876, che fu la più durevole e rimase in vigore sino al 1923. (Pierre Vilar, op. cit., p. 67). Ma, scrive Vilar, il parlamentarismo non fu «espressione del paese», e la gran parte della popolazione stava a guardare mentre scandali e corruzione infestavano la nazione. (Ibid.).

Sia come sia, in un alternarsi di soluzioni politiche, fra un generale al potere, una regina ed un re, tutti ben poco pare edificanti, si giunse alla salita al trono di Alfonso XIII, che, secondo Vilar, «preferì il potere al mestiere, ed i “segreti” alle responsabilità». (Pierre Vilar, op. cit., p. 66), mentre l’impero si era dissolto.
E fu in questo periodo che iniziò ad emergere il ruolo attivo, nei conflitti interni, dell’esercito spagnolo, formatosi proprio nelle guerre carliste e nelle repressioni coloniali, pure come rappresentante di «una forza capace di impersonare una politica». (Ivi, p. 68). Però se da questo secolo in poi, in zone diverse, comandanti militari si alternarono in “pronunciamenti diversi”, solo quello del 1936 scatenerà la guerra civile. Infine non bisogna dimenticare che, inizialmente, i giovani ufficiali si riconoscevano maggiormente nel pensiero liberale, massone, innovatore. (Ibid.).

Ma, dal canto suo, anche il popolo spagnolo dava luogo a tumulti ed agitazioni, e tra essi si possono annoverare, a pieno titolo, pure le guerre carliste, e il popolo, sempre secondo Vilar, fu certamente influenzato, anche in questo caso, dalla predicazione cattolica e assolutista dei religiosi e dei capi locali che si adoperarono sempre per la difesa dei “fueri” regionali di origine medievale e delle abitudini comunarde agrarie (Ivi, p. 70), che però guardavano al passato più che al presente.
Di altro tipo, invece, furono le rivolte contadine che ebbero luogo, nello stesso periodo in Andalusia, causate dalla miseria e dalla carenza di terre da coltivare, e che furono caratterizzate da tagli illegali di boschi, massacri di guardie e “cacicchi”, incendi di cascine (Ivi p. 70), mentre la gente iniziava ad organizzarsi in sindacati e partiti. (Ibid.).

E Gabriele Ranzato sottolinea come la Spagna del 1931 fosse ancora caratterizzata dalla generale arretratezza dell’agricoltura; da pochi latifondisti e numerosi piccoli e medi proprietari assenteisti; da campagne trasformate in polveriere da un esercito di contadini senza terra ed alla fame; da prezzi elevati per i prodotti agricoli ed alimentari; da un proletariato urbano costretto a lavorare per salari bassissimi. (Gabriele Ranzato, op. cit., pp.18-19).
Non solo: sempre nel 1800, la collera urbana, secondo Vilar, raggiunse anche le città spagnole, mentre i lavoratori iniziavano ad organizzarsi, e dal 1835 al 1909, «si perpetrarono attacchi continui contro conventi e religiosi, accusati dallo spirito popolare di responsabilità talvolta mitiche (il colera di Madrid) ma talvolta reali (quando erano accusati di favorire repressioni e contro – rivoluzione)». (Ibid.).

Saragozza. Virgen del Pilar. Da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Virgen_del_Pilar.JPG.

Ma vi erano altri motivi perché avvenissero attacchi a conventi, preti e monaci. Scrive Vitaliano Mattioli su “La situazione della Chiesa e del cattolicesimo nella Spagna”, in: https://www.culturacattolica.it/cultura/storia/problemi-la-chiesa-spagnola-nella-persecuzione/la-situazione-della-chiesa-e-del-cattolicesimo-nella-spagna, che «La Chiesa non era stata capace di liberarsi dal marchio che le imposero diversi secoli di lotta per la unità della fede», il che aveva contribuito a mantenere aperta una profonda scissione tra la gerarchia ed il popolo, e che «La tragedia consisteva nel fatto che l’idea della religione s’era da secoli confusa in Spagna con quella del potere clericale. L’apparato esteriore dell’autorità spirituale emergeva in materia religiosa sopra ogni altra cosa, mente il clero, per trovare un appoggio presso classi privilegiate, appariva troppo spesso come il pastore di queste ultime piuttosto che della massa… Un popolo duro e terribile… aveva così l’impressione d’essere abbandonato alla sua dannazione terrena». (Ivi).

Il Concordato tra Regno e chiesa del 1851.

Non da ultimo, forse qualcuno non vide di buon occhio il Concordato tra lo Stato, rappresentato dalla Regina, e la chiesa, siglato nel 1851, grazie anche all’azione del capo del governo, Juan Bravo Murillo. Cosa era accaduto in precedenza? Grazie alle Cortes di Cadice a Mendizábal si era verificato un processo accelerato di confisca dei beni ecclesiastici, che non era piaciuto alla Chiesa.
E già nel 1845 era stata approvata la “Legge di donazione di culto e clero” che ripristinava la Chiesa cattolica nei beni confiscati e invenduti. Per quelli già venduti, con il concordato la Chiesa li lasciava a chi li aveva acquistati, revocando le condanne che aveva inflitto alla Stato e a chi aveva causato confische e vendite. (https://es.wikipedia.org/wiki/Concordato_entre_el_Estado_espa%C3%B1ol_y_la_Santa_Sede_de_1851. All’interno di questa fonte, è possibile accedere la link per leggere il testo completo del concordato del 1851).

Il concordato del 1851 sanciva che quanto acquistato dalla chiesa non le poteva essere sottratto. Esso, in particolare, confermava, all’art. 1, la religione cattolica, apostolica, romana, come l’unica nella nazione spagnola,  con l’esclusione di qualsiasi altro culto; con l’art. 2 riconosceva il diritto della Chiesa cattolica ad ispezionare l’insegnamento non solo delle scuole religiose ma anche delle scuole pubbliche, e così recitava: «Di conseguenza, l’istruzione nelle università, nei college, nei seminari e nelle scuole pubbliche o private di qualsiasi tipo, sarà in ogni cosa secondo la dottrina della stessa religione cattolica; e a tal fine non vi saranno impedimenti ai vescovi e agli altri prelati diocesani incaricati del loro ministero di assicurare la purezza della dottrina della fede e dei costumi e l’educazione religiosa dei giovani nell’esercizio di questo ufficio, ancora nelle scuole pubbliche», il che era concessione non di poco conto. (Ivi). Inoltre fu data pure potestà alla chiesa ed agli ordini religiosi, previo parere favorevole del governo, di creare centri educativi e scolastici. (Ivi).
Ed infine, analizzando solo gli articoli più importanti, obbligava Sua Maestà ed il suo governo reale ad erogare sostegno ai vescovi nei casi richiesti, specialmente quando essi si trovavano ad opporsi alla malignità di uomini che cercavano di pervertire gli spiriti dei fedeli e corromperne i costumi, o quando si dovevano vietare la pubblicazione, l’introduzione o la diffusione di libri cattivi e dannosi. (Ivi).
Con la firma di detto concordato, la Spagna ritornava indietro, mentre la chiesa cattolica recuperò gran parte del potere sociale ed ideologico che aveva perduto con la rivoluzione liberale Così, grazie al rinnovato potere ecclesiastico, nel 1859 in Spagna vi erano ben 41 conventi di religiosi con ben 719 frati professi, e 866 conventi di religiose, con ben 12.990 monache professe, cioè non novizie, (Ivi), e la via religiosa poteva essere scelta anche in alternativa al lavoro manuale e per raggiungere un qualche tipo di potere sociale.

Ed anche questo concordato ci riporta a quanto accadde in Spagna negli anni trenta del Novecento, perché nel 1931 lo Stato spagnolo tentò di cancellare nuovamente i privilegi della Chiesa Cattolica sia in campo educativo sociale che di potere, pur rendendosi conto che «la questione religiosa era grave», e passare da una chiesa cattolica basata sull’antico regime, al sistema laico alla francese non era cosa semplice. (Pierre Vilar, op. cit., p. 101).  Nel governo spagnolo, allora, vi erano anche dei cattolici liberali, che avrebbero voluto una chiesa libera da vincoli temporali, ma senza toglierle nulla, mentre i repubblicani vedevano nel grande potere della chiesa un grosso pericolo per lo Stato, e di questo avviso era anche l’estrema sinistra anarchica, che ostentava un anticlericalismo popolare tipicamente spagnolo, che riteneva che il mondo si muovesse o con i frati e sacerdoti o contro di essi. Detto anticlericalismo popolare era stato, come già scritto, persino capace di attribuire, ben prima del 1931, ai religiosi la causa del colera a Madrid, come prima aveva accusato gli ebrei di “mille” nefandezze.

Immagine che rappresenta le parti che si affrontarono nella tremenda guerra causata dai golpisti 1936-1939. (http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/Thumb_GCE_SN_Anon_justicia.jpg).

E presumibilmente, ai tempi della guerra di Spagna iniziata nel 1936, la chiesa veniva vista come una nemica della giustizia sociale, un’istituzione che tendeva a mantenere privilegi di casta e divisioni, e la chiesa stessa aveva impostato, nel corso dei secoli, una visione della vita da “O con me o contro di me”.

Ma ritorniamo alla storia del potere politico in Spagna. Qualche anno dopo la guerra vittoriosa contro il Marocco (1859-60), un ennesimo “pronunciamiento” rovesciò il regno di Isabella (1868), aprendo una fase convulsa sotto il governo provvisorio del generale Francisco Serrano. (Spagna. Dalla prima alla seconda Repubblica. in: https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/).

A questo punto si ripropose un nuovo conflitto per la successione al trono. I generali Serrano e J. Prim appoggiarono la candidatura di Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen, ma prevalse, invece, quella di Amedeo di Savoia, che portò alla terza guerra carlista, che si protrasse dal 1872 al 1876. Infine, dopo l’abdicazione di Amedeo di Savoia e la concomitante morte del generale Prim, fu proclamata nel 1873, la prima repubblica, che fu travolta, l’anno seguente, dal colpo di stato militare del generale Martinez de Campos, il quale riconsegnò il trono al figlio di Isabella II, Alfonso XII. Sotto il regno di questo sovrano e del suo successore Alfonso XIII, la Spagna poté fruire, almeno fino al 1923, di una relativa stabilità politica interna che permise lo sviluppo di alcune tendenze positive presenti in modo intermittente già nei decenni centrali del diciannovesimo secolo. (Ivi).
Nel contempo si formavano ed affermavano diverse idee politiche all’interno della Spagna: il 2 maggio 1873 un piccolo gruppo di 25 intellettuali, guidati da Pablo Iglesias Posse, fondava, segretamente, nel corso di un incontro nella taverna madrilena “Casa Labra” il Partito Socialista Operaio Spagnolo, da una costola del quale si sarebbe formato, nel 1921, il Partito comunista operaio spagnolo. (https://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Socialista_Operaio_Spagnolo, https://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Comunista_Operaio_Spagnolo).
Ma ben prima di detti partiti, In Spagna l’anarchismo aveva posto le sue radici sia fra le masse rurali della Andalusia, sia tra quelle urbane della Catalogna, in particolare a Barcellona, sia in altre città anche con varianti locali come nel caso di Saragozza.  Lentamente, a partire dal ‘900, cominciarono a svilupparsi gruppi anarchici organizzati come la “Confederacion Nacional del Trabajo”, fondata nel 1910, impegnata in ambito sindacalista e la Federazione Anarchica Iberica, sorta nel 1927. (https://www.anarcopedia.org/index.php/Storia_del_movimento_anarchico_in_Spagna).

Fermenti nuovi percorrevano quindi la Spagna, e la chiesa guardava ad essi non certo benevolmente perché erano forieri di novità e di anticlericalismo.  Inoltre dal 1890 al 1910 il movimento anarchico aveva organizzato attentati e scioperi, anche di fatto contro l’autoritarismo poliziesco costante che contraddistingueva la Spagna, e la sua attività si era radicata nelle campagne, mentre l’industria era caratterizzata da unità piccole che portavano ad una lotta individuale fra operai e padroni. (Pierre Vilar, op. cit., p. 85).

Dalla crisi del 1917 alla dittatura di Miguel Primo de Rivera.

Infine si giungeva alla crisi del 1917, causata dall’elevato costo della vita, da arricchimenti scandalosi da parte di alcuni, da divisioni fra filoalleati e germanofili. Ed appariva, nella storia della Spagna, anche un movimento filo-militare che reclamava la lotta ad ogni favoritismo, mentre «regionalisti, riformisti radicali e socialisti reclamavano la convocazione delle cortes» (Ivi, p. 92). Nel luglio 1917 si formò un vero e proprio movimento sociale di rivolta, ed alla fine di agosto lo sciopero divenne generale. «A Cuatro Caminos (Madrid) spararono le mitragliatrici, in Catalogna si giunse a vere e proprie battaglie.
E dal 1917 al 1923, in sei anni vi furono 13 crisi politiche totali e trenta parziali, mentre la Catalogna rispondeva con una intransigenza autonomistica senza precedenti. «Monarchia? Repubblica? Catalogna!» – sosteneva Maura Romanones Cambò, dopo un tentativo di creare un grande ministero sotto la sua guida. (Ivi, p. 93).

Manifesto creato da Carles Fontsere, dopo la guerra civile fuggito in Messico e quindi a New York. (http://latradizionelibertaria.over-blog.it/article-spagna-libertaria-les-affichistes-de-la-revolution-espagnole-1936-1939-49258071.html).

E venne chiamato il triennio bolscevico, in Andalusia, il periodo dal 1918 al 1921, quando i contadini incominciarono a scrivere sui muri “Viva Lenin”, mentre ormai il Confederation National de Trabajo aveva raggiunto ormai i 300.000 aderenti. Ma se i lavoratori raggiunsero allora qualche risultato con gli scioperi, il padronato rispose loro con le serrate. Inoltre iniziò un periodo di terrore e repressione, a Madrid incarnata dal generale Martinez Anido, che utilizzava pure la “ley de fugas” cioè il far organizzare finte fughe dei prigionieri politici per poi farli ammazzare. (Ivi, pp. 93-94).
«E dal 1919 al 1923, durante gli anni più duri del ‘pistolerismo’, quando la ‘ley de fuga’e le ‘pistole’ di Koenig e della ‘Patronal’ decimarono i sindacalisti dell’‘Unico’, era frequente che tra i tavolini delle ‘Traqnquilidad’ cautamente, ma neanche poi troppo, circolasse la richiesta di una ‘pipa’, che poi era una ‘Star’, la pistola per difendersi dagli assassini della ‘Libre’ e dai ‘killers’ di Martinez Anido». (narchicieanarchia.blogspot.com/2011/04/un-caffe-tranquillo.html).

Quindi Primo de Rivera, marchese di Estella salì al potere con un colpo di Stato nel 13 settembre 1923, con l’appoggio di tutto l’esercito, dei latifondisti, e degli imprenditori catalani, in un periodo ancora caratterizzato da rivolte sociali e tumulti conseguenti alla precaria situazione economica spagnola successiva alla perdita delle ultime colonie, e fu accettato e riconosciuto dallo stesso Alfonso XIII, che lo nominò Primo Ministro.
Primo de Rivera creò un gruppo di otto militari che avevano il compito di governare con lui, sospese la costituzione, istituì la legge marziale, impose una rigida censura e bandì tutti i partiti politici, ed alcuni sopravvissero solo in clandestinità. Fondò quindi l’Union Patriotica Espansola, creando un sistema monopartitico. Decretò quindi la legge marziale e licenziò i politici civili nelle province, sostituendoli con ufficiali di medio rango, sciolse il corpo legislativo e raggiunse anche le province basche e la Catalogna per reprimere i separatisti. (https://en.m.wikipedia.org/wiki/Miguel_Primo_de_Rivera).

Queste alcune delle frasi contenute nel suo Manifesto all’atto di prendere il potere: «Al paese ed all’esercito. Spagnoli: Il momento più temuto e atteso è arrivato per noi […] per raccogliere le ansie, per soddisfare la richiesta di coloro che amano la Patria che non vedono per lei un’altra salvezza per liberarla dai professionisti della politica, dagli uomini che, per un motivo o per l’altro, ci offrono il quadro di disgrazie e immoralità iniziate nel ‘98 e che minacciano la Spagna di un tragico e disonorevole prossimo fine. La rete della politica della concupiscenza ha catturato nelle sue maglie la volontà reale, sequestrandola. (…). Ora raccoglieremo tutte le responsabilità e governeremo noi stessi o gli uomini civili che rappresentano la nostra morale e dottrina. Abbastanza di mite ribellione, che, senza rimediare a nulla, danneggia così tanto e di più la disciplina forte e virile che ci lanciamo attraverso la Spagna e il Re.
Questo movimento è di uomini: colui che non sente la mascolinità pienamente caratterizzata che aspetta in un angolo, senza disturbare i bei giorni che prepariamo per il paese. Spagnoli, lunga vita alla Spagna e lunga vita al re!» (Manifesto de Primo de Rivera. https://es.m.wikipedia.org/wiki/Dictadura_de_Primo_de_Rivera).

Ritratto di Miguel Primo de Rivera (https://www.voyagesphotosmanu.com/dittatura_spagna.html).

E quando Miguel Primo De Rivera attuò il golpe, pure la chiesa temeva, ancora una volta, una svolta laica dello stato spagnolo, avendo il parlamento chiesto con insistenza proprio allora una maggiore autonomia dello Stato dalla Chiesa. Ed ecco allora il generale catalano giustificare il suo golpe e la sua dittatura anche con gli omicidi di prelati, oltre che ex governatori, agenti di autorità, datori di lavoro, caposquadra e lavoratori» (Ivi).
Inoltre lo stesso Miguel Primo de Rivera affermò che l’obiettivo del golpe era quello di aprire una breve parentesi nella vita costituzionale della Spagna e di ristabilirla non appena il paese avesse offerto uomini incontaminati con i vizi dell’organizzazione politica. (https://en.m.wikipedia.org/wiki/Miguel_Primo_de_Rivera). E si recò anche in Italia incontrando il Papa e Mussolini.
Quindi egli fece qualche timido tentativo di apertura, modificando il direttorio militare in civile e dando alla Spagna una blanda costituzione, ma questi aspetti non modificarono la sostanza della sua dittatura. Inoltre uno dei suoi figli, José Antonio Primo de Rivera, divenne famoso per aver creato la “falange Española”, il 29 ottobre 1933, traendo dall’insuccesso del padre «trarre da questo insuccesso lezioni per la costituzione di un nuovo fascismo». (Pierre Vilar, p. 98).

Il simbolo della Falange Spagnola. (Di Az88 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15487359).

 

Dalla dittatura di Primo de Rivera alla repubblica, al golpe, alla guerra civile spagnola.

Quindi vi fu una semi-dittatura assunta dal generale Berenguer, mentre gli antichi partiti rispuntavano con i loro capi, fra cui Manuel Azaña Díaz. Il novembre 1930 fu anche un mese di grande agitazione sociale, ma vi erano fatti politici che colpivano più di questo aspetto: rientrava in Spagna Miguel de Unamuno y Jugo, basco, liberale e socialista, poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo; rientrava  dalla Francia Francesc Macià i Llussà detto L’Avi, il nonno, che era stato il fondatore di “Estat Català”, mentre si susseguivano le dimostrazioni studentesche. (Ivi, p. 98). Infine il 12 dicembre 1930 la guarnigione di Jaca, in Aragona, rinforzata da alcuni giovani entusiasti proclamò la Repubblica, ma il comitato repubblicano finì subito incarcerato. (Ivi, pp. 98-99).
Ma alle elezioni urbane del 12 aprile 1931, le sinistre superavano ogni aspettativa, ed il 14 dello stesso mese Eibar, Barcellona e San Sebastiano proclamavano la repubblica. Il Re se ne doveva andare, e vecchi repubblicani ed intellettuali credettero che la Spagna avesse raggiunto, infine una maturità politica. (Ivi, p. 99). E se la dittatura «aveva governato e non trasformato» (Ibid), la repubblica «volle trasformare e governò con difficoltà» (Ibid), anche se le Cortes costituenti, elette nel maggio 1931, erano a maggioranza repubblicana e socialista. (Ivi, p. 99).

Infine si giungeva al biennio riformatore, per farla breve, ed a riforme epocali, che ebbero sostenitori ma anche nemici ben organizzati, ed anche la questione religiosa tanto che Manuel Azaña Díaz, presidente della Repubblica dal 10 maggio 1936, disse che «la Spagna aveva cessato di essere cattolica» (Ivi, p. 101), considerandolo un aspetto positivo. Ma chi era Azaña? Manuel Azaña Díaz, fu capo del governo due volte: dal 14 ottobre 1931 al 12 settembre 1933 e dal 19 febbraio al 10 maggio 1936 e fu due volte Presidente della Seconda Repubblica spagnola: dal 14 ottobre al 10 dicembre 1931 e dall’11 maggio 1936 all’aprile 1939. Laureato in giurisprudenza, notaio di professione, nel 1914 iniziò a dedicarsi alla politica, iscrivendosi al Partito Repubblicano Riformista di Melquíades Álvarez. E collaborò ad alcuni giornali, come “El imparcial” e “El Sol”. Durante la Prima guerra mondiale fu inviato al fronte occidentale per diversi giornali. Nel 1920 fondò, insieme al futuro cognato Cipriano Rivas Cherif, la rivista “Pluma”; dal 1922 fu inoltre direttore del settimanale “España. Fu segretario dell’Università di Madrid dal 1913 al 1920, diventandone rettore nel 1930. Si candidò a deputato nella circoscrizione di Toledo nel 1918 e nel 1923, entrambe le volte senza successo.  Fu membro della Massoneria. Molto critico verso la dittatura di Miguel Primo de Rivera, Azaña pubblicò nel 1924 un duro manifesto contro il dittatore e il re Alfonso XIII. L’anno successivo fondò il partito Acción Republicana insieme a José Giral. In seguito partecipò al Patto di San Sebastián del 1930, che costituì il nucleo del futuro governo repubblicano insediatosi dopo le elezioni municipali del 12 aprile 1931, nelle quali le liste repubblicane ottennero un successo così consistente da spingere il re Alfonso XIII a lasciare la Spagna. (https://it.wikipedia.org/wiki/Manuel_Azaña_Dìaz).

Bandiera della seconda Repubblica spagnola. (https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_Repubblica_Spagnola).

Scrittore e uomo di lettere più che di armi, cercò di ricomporre il fronte delle sinistre ai tempi del golpe di Francisco Franco, ed infine, nel 1939 dovette fuggire in Francia, dove però, dopo l’avvento della Repubblica di Vichy, fu arrestato dalla Gestapo, e fu liberato solo grazie all’intervento dell’ambasciatore del Messico. In Francia visse sempre controllato e pedinato da agenti franchisti, che lo volevano istradare in Spagna, e morì provato nel fisico e nella mente, nel 1940. Come ultima offesa, la sua bara fu avvolta nel vessillo della Spagna franchista, e fu proibito che gli venissero tributati gli onori dovuti ai capi di Stato.

Non mi soffermerò qui sulla guerra civile di Spagna, che indubbiamente fece molti morti anche fra i cattolici, preti, suore, frati, ma soprattutto fra i civili, vecchi, donne, bambini, grazie anche ai fascisti accorsi in aiuto dei golpisti.  Per quanto riguarda la chiesa, mi preme ricordare che non fu vittima innocente di un rosso carnefice, ma che partecipò attivamente alla lotta contro il a Repubblica spagnola che scardinava il suo potere temporale e spirituale, utilizzando sistemi spionistici simili a quelli dell’Inquisizione.  E questo ho trovato su internet relativamente al ruolo della chiesa anche verso i condannati. «Quando li vedevano apparire i prigionieri sapevano che le esecuzioni erano imminenti. Padre Cid, che dopo il golpe fascista celebrava messa nella tenebrosa carcere “Nuova” di Valladolid (inaugurata nel 1935 dal governo Repubblicano) ripeteva sempre che il prigioniero, prima di essere fucilato, doveva ricevere l’ostia consacrata, così “il suo rammarico sarebbe stato minore”. Nel caso poi che eventuali figli del fucilato restassero soli, padre Cid si incaricava di “rieducarli” nell’associazione che aveva fondato». (Pete black Thunder, Predicatori armati: i preti che uccisero i rossi e resero così grazie a Dio. In: http://www.agenteprovocador.es/publicaciones/curas-que-mataron-rojos?fbclid=IwAR07Z7P_uaWSN6vOTySESAYxaqrrAAn-PJsIwvF0DcFao3MjGSIMfNn-GD8).

«Molti accorrevano ad accompagnare gruppi falangisti. A volte marciavano in uniforme e pistola alla cintura, imitando il personaggio del furibondo “Predicatore”. Benedicevano le armi, e alleviavano “la pena” dei più compassionevoli. Ci furono anche preti decorati». (Ivi).
Alcuni repubblicani sopravvissuti, e pure alcuni falangisti, che videro in azione i preti armati, ancora li ricordano, gli uni con terrore e gli altri con orgoglio. Giravano armati, e all’arrivo delle truppe denunciavano i parrocchiani, che poi venivano fucilati, come toccò alla famiglia di Heraclio Conde. Uno dei familiari così descrive il Parroco: “E’ un “chierico allegro”, me lo immagino sparando con l’archibugio, sì, l’immagine gli si adatta bene…Quando tornò a Valladolid, nuovamente a carico della parrocchia, denunciò tutti quei parrocchiani che, a suo parere, erano “indesiderabili”. In passato era stato molto combattivo contro la Sinistra, quando avvenne il golpe collaborò efficacemente: denunciò personalmente la famiglia di Conde, che fu fucilato assieme ai due figli maschi”. E ancora: José de Rojas Martín, un altro parroco che dirigeva la parrocchia di Castillo Tejeriego, revisionava personalmente le liste di prigionieri, approvando i nominativi di quanti dovevano essere fucilati». (Ivi).

Pablo Picasso. Guernica.

«Quantunque la Chiesa Spagnola non incoraggiasse (almeno ufficialmente) i preti alla lotta armata, molti si posero il fucile in spalla per annientare il comunismo, e far salire più rapidamente al Cielo (o possibilmente far discendere all’ Averno) i peccatori. Andavano di pattuglia, presenziavano alle fucilazioni e, a volte, uccidevano personalmente». (Ivi).
«Furono molti nell’Alto Leon, anche se quasi mai indossavano la tonaca, vestivano in tuta da lavoro, furono presto in prima linea al fronte, combattevano gomito a gomito con le truppe, alcuni caddero in combattimento. Molti si recavano in visita, accompagnando gruppi di falangisti, con una missione “profetica […]». (Ivi).

E così scrisse Papa Pio XII benedicendo i franchisti vincitori: «Con immenso gaudio ci dirigiamo a voi, figli dilettissimi della cattolica Spagna, provati da tante e così generose sofferenze, per esprimervi le nostre paterne felicitazioni per il dono della pace e della vittoria con cui Dio si è degnato di coronare l’eroismo cristiano nella nostra fede e carità.  (…). […] il sano popolo spagnolo, con le due note caratteristiche del suo nobilissimo spirito, che sono la generosità e la franchezza, si sollevò risoluto in difesa degli ideali della fede e della civiltà cristiane, profondamente radicati nel suolo fecondo della Spagna, e aiutato da Dio, che non abbandona coloro che sperano in Lui, seppe resistere all’ impeto di coloro che, ingannati da quello che credevano un ideale umanitario di esaltazione dell’umile, in realtà lottavano soltanto a vantaggio dell’ ateismo.  Questo profondo significato della nostra vittoria ci fa concepire le più lusinghiere speranze che Dio, nella sua misericordia, si degnerà di condurre la Spagna per il sicuro cammino della sua tradizionale cattolica grandezza, che ha da essere la guida di tutti gli spagnoli amanti della loro religione e della loro patria, nello sforzo di organizzare la vita della nazione con la sua nobilissima storia di fede, pietà e civiltà cattoliche.  …. E ora, nel ricordo delle rovine accumulatesi nel corso della guerra più sanguinosa che ricorda la storia dei tempi moderni, Noi, con pietoso impulso, innanzi tutto pieghiamo la nostra fronte alla santa memoria dei Vescovi, sacerdoti, religiosi di ambo i sessi e fedeli di ogni età e condizione che in così elevato numero hanno sigillato con sangue la loro fede in Gesù Cristo e i loro amore per la religione cattolica. […]. Riconosciamo anche il nostro dovere di gratitudine verso tutti coloro che hanno saputo sacrificarsi fino all’eroismo in difesa dei diritti inalienabili di Dio e della religione, sia sui campi di battaglia, sia consacrati ai sublimi compiti di carità cristiana nelle carceri e negli ospedali. (…). La nostra sollecitudine, anche questa paterna, non può dimenticare tanti ingannati che riuscì a sedurre con lusinghe e promesse una propaganda menzognera e perversa. A costoro in particolar modo si deve rivolgere con pazienza e mansuetudine la vostra sollecitudine pastorale: pregate per loro, cercateli, conduceteli nuovamente al seno rigeneratore della Chiesa e nel tenero grembo della patria, portateli al Padre misericordioso che li aspetta con le braccia aperte».  Pio XII benedice i vincitori, in Gabriele Ranzato, op. cit., pp. 211 – 214).

Quello che mi ha colpito particolarmente in questo testo è l’invito del Papa a scovare chi avesse sostenuto la repubblica, per farlo ravvedere, ma se non si fosse ravvaduto … Sappiamo cosa accadde sotto il franchismo a chi non era per Franco e quindi cattolicissimo.

Così stato e chiesa ritornavano a suggellare, in Spagna un patto d’acciaio, obbligando il popolo alla dittatura, ad una religione di Stato, alla sottomissione. Ho scritto questo articolo anche per precisare come vi fossero da secoli motivi, per la popolazione spagnola, di odio verso il clero, che massicciamente aveva inciso ed incideva sulla vita delle persone, e come l’anticlericalismo nel popolo non fu causato dal diffondersi di idee comuniste.

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Termino così queste righe sulla storia della Spagna, con i suoi corsi e ricorsi storici, che ho scritto con obiettivo quello di capire che in Spagna in particolar modo, potere politico e religioso si unirono nel governo, durante e dopo la “reconquista”, cancellando ogni forma di modernità e di rinnovamento sociale. Inoltre vi sono aspetti che unirono storia d’Italia e di Spagna, pur nelle loro specifiche peculiarità, ma a questo, se ne avrò il tempo e la voglia, dedicherò un altro articolo.

Ricordo che ho già pubblicato su www.nonsolocarnia.info i seguenti articoli di cui vi consiglio caldamente la lettura:

Marco Puppini. “Matanza de los Frailes” (uccisione dei monaci) e Guerra di Spagna. Due precisazioni”. Versione rivista dall’ autore.

Laura M. Puppini. Cenni sul ruolo della chiesa nella guerra civile spagnola. (1936-1939).

L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta il Monumento a Pelagio, poi primo re delle Asturie riconquistate, ed è tratta da: https://www.lanuovabq.it/it/quando-il-regno-delle-asturie-salvo-la-spagna-cristiana.

Laura Matelda Puppini.

 

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/01/don-pelayo-large.jpg?fit=690%2C504https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/01/don-pelayo-large.jpg?resize=150%2C150Laura Matelda PuppiniSTORIAIntroduzione. Scrivo questo articolo per chiarire come in Spagna la chiesa rappresentasse, nel 1900, da secoli il potere politico, essendone un asse portante, e come essa, dopo la “reconquista”, riuscì a formare una mentalità popolare che in certi periodi si oppose a qualsiasi rinnovamento, pure grazie all’utilizzo dell’Inquisizione che...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI