Gli eventi alluvionali che hanno causato ingenti danni e sofferenze su parti del territorio regionale devono stimolare alcune riflessioni di carattere strategico per evitare che il ritorno alla normalità ripristini scelte e azioni dettate soprattutto da convenienze contingenti, settoriali e di breve respiro.
Conosciamo già molte cose per iniziare ad agire in tal senso.

La scienza e, per la nostra regione, l’analisi coordinata da ARPA, ci dicono che i cambiamenti climatici sono in atto, che la zona mediterranea è una delle aree sottoposta a maggior riscaldamento del pianeta, che l’aumento delle temperature nel nord est è maggiore che nel resto delle Alpi (+2° a Belluno rispetto alle temperature preindustriali), che la nostra regione, è un territorio vulnerabile.
Sappiamo inoltre che l’aumento di energia nell’atmosfera non fa solo salire le temperature ma impatta sul ciclo idrologico, sulla biodiversità, sulle attività economiche (agricoltura, turismo in primis) e sulla qualità della vita di persone e comunità; porta il mondo in “casa” con i migranti ambientali.  Aumenta inoltre l’imprevedibilità delle risposte dei sistemi ambientali e l’incertezza sul futuro.

Ma una cosa la scienza non riesce a prevedere esattamente: il momento in cui questi processi diverranno irreversibili e procederanno automaticamente verso una “terra calda” ormai insensibili alle nostre azioni. Per ridurre la probabilità che ciò si realizzi, corre l’obbligo, per gli Stati, quanto meno di rispettare gli accordi di Parigi. La conferenza delle Parti prevista a dicembre a Katowice, culla del carbone polacco, è un passaggio simbolico e cruciale in tal senso. Significa immaginare un mondo che a metà secolo smette del tutto di usare combustibili fossili per produrre energia, risparmia risorse, riducendo le drammatiche disuguaglianze presenti. Sfida altissima, che nessuno, singolarmente può risolvere, considerando l’aumento della popolazione, il progressivo degrado degli ecosistemi e il sovranismo che riduce forme cooperative solidali.

Una proposta concreta: sarebbe opportuno che il piano di prevenzione (es. ridurre le emissioni climalteranti) e adattamento (fenomeni alluvionali,  siccità, dissesti …) ai cambiamenti climatici che la Regione deve redigere, diventasse un piano sovraordinato a qualsiasi piano regionale, sia di governo del territorio, sia dei piani settoriali e dovrebbe coinvolgere tutti i livelli amministrativi. E’ la nuova metrica per affrontare il futuro.
Queste priorità non costituiscono nuovi vincoli, ma anzi dovrebbero favorire l’innovazione nei processi produttivi, nella governance, nelle attività di formazione e ricerca, nella creazione di lavoro utile a rendere la nostra regione meno vulnerabile e più sostenibile. In poche parole resiliente.

Uno dei capisaldi sarà la difesa attiva del suolo. La riduzione quantitativa legata alla cementificazione, la perdita di qualità di terreni agricoli privi di sostanza organica, la scarsa manutenzione,  costituiscono un importante presupposto, ad esempio, per un rapido deflusso delle acque. Una proposta di legge, che incrocia questo tema, da poco presentata in Regione (Recupero competitività) non va in questa direzione.
Questo è quello che può e dovrebbero fare le Istituzioni di concerto con tutti i portatori di interesse, considerando anche che molti cittadini hanno già modificando il loro stile di vita non per un obbligo morale ma per vivere una vita più sana e felice.

Sandro Cargnelutti- Legambiente – Fvg.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: https://www.legambientefvg.it/cms/temi/educazione-ambientale/1669-un-escursione-alla-scoperta-del-clima-che-cambia-in-friuli-venezia-giulia.html

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