L’ESPERIENZA DELLA CAROVANA DELLE ALPI.

«Nel 2017 ricorrevano trent’anni dalla presenza di Legambiente tra le nostre montagne. Occasioni di questo genere sono utilizzate di solito per organizzare dei festeggiamenti o delle iniziative di carattere “celebrativo”, ma, inevitabilmente, sono colte anche come opportunità per guardarsi un po’ indietro e fare un bilancio della propria attività. Il circolo Legambiente della Carnia-Val Canale-Canal del Ferro ha così deciso, in accordo con la segreteria regionale, di proporsi per questo anniversario come sede ospitante del 3° Summit nazionale delle Bandiere Verdi, il riconoscimento che l’associazione attribuisce ogni estate nell’ambito della sua campagna Carovana delle Alpi e che ha dato vita ad una rete di associazioni, imprese, enti e singoli che si scambiano informazioni ed esperienze virtuose.

L’incontro, che ha visto la presenza di numerosi ospiti giunti anche da fuori regione, si è svolto, grazie al sostegno del Consorzio BIM Tagliamento e della locale Amministrazione Comunale, nonché alla collaborazione dell’Ente Parco Prealpi Giulie, nella splendida Val Resia, tra il 14 ed il 16 luglio del 2017. Da quella iniziativa – che ha avuto come momenti centrali un convegno sul turismo sostenibile nelle Alpi, alcune relazioni sulle conseguenze dei cambiamenti climatici in montagna, la presentazione in anteprima del documentario di Giampaolo Penco, dedicato all’industriale tolmezzino dello sci Jacopo Linussio e vari momenti di incontro con l’ambiente, la cultura e la musica resiani – nasce questa pubblicazione, che ripercorre e presenta un bilancio sui casi meritevoli di essere presi a modello e su quelli che, invece, si sono segnalati per la loro assurdità e negatività, fino al punto di rappresentare delle autentiche “ferite aperte nel territorio”.

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Carovana delle Alpi nasce come campagna nazionale di Legambiente rivolta specificamente alle “terre alte” non a caso nel 2002, proclamato dall’ONU “Anno Internazionale delle Montagne”. Il nome vuole riassumere le attività che caratterizzano da subito l’iniziativa, fatta di trekking, di incontri con la popolazione, dibattiti, presentazione di studi e ricerche e pratica di un turismo rispettoso e consapevole. Nel nostro intimo vogliamo sperare che i dirigenti nazionali si siano in qualche modo ispirati, per il nome e la formula, a Scarpe e Cervello, un’esperienza che era nata nella prima metà degli anni Novanta nella nostra regione per ideazione e tenace iniziativa di Giorgio Cavallo e che venne riproposta in seguito anche durante la presidenza di Corrado Altran, fino ad essere rielaborata e rilanciata sull’intero territorio regionale da Moreno Baccichet.

Solo due anni più tardi, nel 2004, all’interno di Carovana delle Alpi si inizia una pratica che doveva costituire il momento centrale dell’attenzione prestata dai mass media: l’assegnazione di Bandiere Nere e Bandiere Verdi. Lo scopo evidente è quello di mettere nella giusta luce chi, magari in silenzio e lontano dai riflettori, sta realizzando progetti ed esperienze significative nell’ambito alpino e chi, spesso enti ed istituzioni pubbliche, si distingue invece per politiche ed interventi del tutto deleteri.

I casi proposti, in entrambe le tipologie di bandiere, sono vari e riguardano, ad esempio, il consumo di suolo, la mobilità, gli interventi nella gestione delle foreste, il turismo invernale, la realizzazione di determinate infrastrutture, l’utilizzo responsabile o di impronta “colonialista” delle acque. Ad essere esaminate sono tutte quelle azioni che interagiscono con l’ambiente, il paesaggio e la società.

Dopo alcuni anni di “rodaggio”, nella nostra regione si stabilisce un metodo che prevede, sia nella fase di proposta delle candidature, sia in quella della votazione vera e propria per la scelta da sottoporre al nazionale, il coinvolgimento non solo dei soci dei circoli di montagna, ma anche di alcune “personalità” esterne (alpinisti, operatori culturali, esperti) con le quali collaboriamo da tempo, alle quali si aggiungono, successivamente, gli stessi assegnatari del riconoscimento.

Inevitabilmente, per lungo tempo, al momento della proclamazione dei risultati l’attenzione si è accentrata sui destinatari delle bandiere nere, i quali, da parte loro, non mancano occasione di replicare, innescando una polemica nei nostri confronti e garantendo sulla bontà e la correttezza del loro operato. Fortunatamente, però, da qualche anno a questa parte l’interesse degli organi di informazione si sta trasferendo anche sulle bandiere verdi, che sono contemporaneamente aumentate di numero, a dimostrazione di un modo positivo di vedere le cose e della volontà di uscire dalle semplici e pur necessarie recriminazioni. Molti dei protagonisti che ricevono questo premio simbolico sono cooperative, imprese e singoli, spesso impegnati in iniziative innovative o che ripensano l’allevamento e la coltivazione della terra e che smentiscono chi accusa Legambiente di “preoccuparsi solo delle piante e degli animali selvatici e non delle persone”.

Due casi, poi, ci sembra che possano essere ricordati come esempio di scelta azzeccata e insieme lungimirante: la bandiera verde assegnata nel 2007 al progetto dell’Albergo Diffuso di Comeglians, un’esperienza nata in Carnia grazie al poeta Leonardo Zanier (e su cui si è impegnato molto a Sauris anche l’arch. Pietro Gremese) e diffusasi oggi in tutta Europa e quella del 2008 per la Pista Ciclabile sulla vecchia Ferrovia Pontebbana, un’opportunità turistica di cui molti Amministratori Comunali sembrano essersi improvvisamente accorti solo dieci anni più tardi.

La rilettura delle schede e delle motivazioni delle attribuzioni contenute in questo dossier, consentirà, dunque, a distanza di qualche anno, anche di rendere giustizia a chi effettivamente la merita. Buona lettura!  

Sandro Cargnelutti  Presidente di Legambiente del Friuli Venezia Giulia».


INVITO ALL’ INCONTRO DI PRESENTAZIONE DEL DOSSIER DELLE BANDIERE IL 27 DICEMBRE A PALUZZA ALLE ORE 18.00 PRESSO LA SALA CONVEGNI DEL CESFAM – PIAZZA XXI – XXII LUGLIO, 6.

 

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UN CIGNO VERDE TRA GLI “STRUZZI” ALPINI.

«“Come sta la montagna? Va meglio o peggio rispetto all’anno scorso? Esprima un giudizio sintetico, dando un voto da uno a dieci”. Quante volte ci siamo sentiti rivolgere, restando perplessi, queste domande in occasione delle conferenze stampa che, da almeno quindici anni, teniamo ogni estate per annunciare l’assegnazione delle varie bandiere di Carovana delle Alpi. Tra i molteplici modi e punti di vista con cui si può guardare alla nostra montagna – e, tra essi, quello che, forse, meriterebbe maggiore attenzione – c’è, infatti, inevitabilmente, il paragone con un grande malato, del quale ci si trova da tempo al capezzale e che avrebbe bisogno di una cura drastica e radicale, ad esempio di una nuova normativa specifica, dal momento che sono trascorsi quasi cinquant’anni dall’approvazione della legge 1102 del 1971, l’unico provvedimento organico che sia stato votato dal Parlamento Italiano su questa materia.

La situazione della montagna dipende molto, evidentemente, dalle politiche e dagli interventi che si realizzano nei suoi confronti, politiche che possono assecondare oppure contrastare i processi economici e sociali in atto. Avere chiaro in testa quelle che sono le questioni e quelli che sono gli aspetti critici da risolvere costituisce, quindi, un passo fondamentale nella direzione giusta da prendere, non solo nell’interesse di chi vive in queste aree periferiche, ma di tutto il Paese. A questo obiettivo ci auguriamo di contribuire anche con questa modesta pubblicazione. Se dovessimo riassumere in poche parole, da un punto di vista non esclusivamente “ambientalista”, quali siano i problemi ed i rischi recenti che assillano e che corre la nostra montagna si potrebbe fare riferimento a due movimenti, entrambi apparentemente inesorabili, ma sviluppantisi in direzioni diametralmente opposte: uno è una sorta di “slittamento” verso valle che coinvolge la popolazione e, conseguentemente, i servizi (attività commerciali, esercizi pubblici, uffici postali, scuole, etc. che vengono chiusi o trasferiti), rendendo ancora più attrattivo emigrare in città o verso la pianura e quindi impoverendo la montagna e, gioco forza, la sua stessa rappresentanza e peso politico; l’altro è costituito dalla “risalita” dal basso verso le quote via via più alte di tutto quello che di peggio la città produce: inquinamento, rumore, cementificazione, invasione di mezzi a motore (che giungono fino sulle vette oltre i 2000 metri), rapina delle ultime acque per la produzione di energia, banalizzazione dei luoghi e perdita di identità, che producono, a loro volta, altro impoverimento.

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In questo quadro, il destino di un’associazione come la nostra è importante sotto un duplice aspetto: da un lato, perché – non da soli, ma crediamo più di altri – siamo impegnati su più fronti nel contrastare quello che abbiamo appena descritto e che si presenta come un vero e proprio “assalto” agli aspetti più autentici delle Alpi; dall’altro, perché il nostro circolo, originatosi in montagna, fa parte di quella “rete” di associazioni che costituisce il tessuto civile fondamentale anche di queste comunità.

Giustamente si dice che ogni posto di lavoro perso, ogni osteria che chiude, ogni serranda che si abbassa definitivamente su un negozio, ogni anziano che se ne va senza più essere da tempo rimpiazzato da un nuovo nato, segna la “morte” della montagna e dei suoi paesi. Credo però che altrettanto si dovrebbe dire per ogni singola associazione, in particolare quelle che operano in campo culturale, che scompare o cessa la sua attività in questi territori.

Noi non abbiamo nessuna intenzione di chiudere – sia ben chiaro – abbiamo fatto “trenta” e anche “trentuno” (anni di attività), però è anche vero che in questo arco di tempo siamo stati costretti a vivere spesso in condizioni di “semi-clandestinità”, utilizzando i bar ed i caffè come luogo di riunione e incontro con i cittadini e le abitazioni private come deposito per attrezzature e documenti. Nel 2006 l’Amministrazione Comunale di Tolmezzo – il baricentro del territorio in cui operiamo – decise, infatti, per “ritorsione” dopo l’attribuzione di una bandiera nera, di non rinnovare più la convenzione che ci assegnava, dietro versamento di un canone di affitto, l’utilizzo di una stanza. Da allora non abbiamo più avuto una sede degna di questo nome, né l’avvicendarsi nel corso degli anni dei Sindaci e delle diverse maggioranze alla guida del capoluogo carnico hanno cambiato in qualche modo lo scenario. Oggi l’unico spazio temporaneo che ci è stato concesso nella località che ha ottenuto il titolo di “Città Alpina” per il suo dichiarato impegno lungo l’Asse “Popolazione-Cultura” della Convenzione delle Alpi, è uno scantinato fatiscente con accesso limitato e condizionato.

Noi crediamo che, indipendentemente dalla “simpatia” che essa possa suscitare, ogni singola associazione rappresenti una forma importante di espressione e di partecipazione dei cittadini ed in quanto tale una ricchezza per l’intera comunità. Più sono le associazioni attive e più una società gode buona salute. Un amministratore locale, ricordando anche quante istituzioni, oggi pubbliche, sono nate grazie all’impegno di circoli culturali (che a Tolmezzo, ad esempio, hanno fondato prima la biblioteca civica, poi la stagione di prosa e quindi anche la fototeca) dovrebbe essere consapevole di questo ed orgoglioso di adoperarsi perché le associazioni siano tutte messe nelle condizioni di operare nel migliore dei modi. Questo, del resto, è l’obiettivo dichiarato di quello Statuto Comunale che ha fatto da “guida” anche agli altri Comuni della Carnia. La distanza tra quelle che sono spesso solo “belle parole” e la realtà dei fatti ci fa però pensare di vivere in una delle situazioni surreali de Il Fantasma della Libertà, uno degli ultimi capolavori di Luis Bunuel, che si conclude beffardamente con l’immagine di uno struzzo in primo piano mentre in sottofondo echeggiano i suoni di una rivolta.

Con scarsi mezzi finanziari – abbiamo deliberatamente rinunciato a qualsiasi contributo pubblico che non fosse inserito in uno specifico progetto che ci vedeva concretamente impegnati, con la piena disponibilità a rendicontare le spese – ed un numero insufficiente di iscritti, dobbiamo presidiare un territorio decisamente esteso, che va dal Lago di Cavazzo a Forni di Sopra e da Tarvisio a Sappada, dallo scorso anno entrata a far parte del Friuli Venezia Giulia. Ci siamo, così, spesso sentiti inadeguati rispetto alla vastità e alla complessità dei temi da affrontare; guardando però indietro alla nostra esperienza non possiamo non ricordare alcune iniziative e battaglie fondamentali: dall’aver bloccato nel 1996 la realizzazione di una mega discarica di rifiuti prevista sul Col Budae, tra Lauco, Raveo e Ovaro, all’assemblea pubblica sui cambiamenti climatici con Luca Mercalli, organizzata a Tolmezzo nel 2007, in una delle prime apparizioni del noto meteorologo in regione; dalle “osservazioni” al progetto di elettrodotto aereo Wurmlach-Somplago, che sono state utilizzate dal movimento popolare di protesta contro questa opera e anche prese come base per il ricorso presentato da alcuni Comuni al Presidente della Repubblica, alla pubblicazione del presente dossier, testimonianza di un impegno contro i troppi che preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia.

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L’essere indipendenti e lavorare in modo autonomo, giudicando l’operato della Regione o di un Comune senza badare al colore politico di chi li governa, è quello che cerchiamo di fare, anche se questo comporta inevitabilmente di non essere visti da molti con particolare simpatia. Un cigno verde tra le Alpi non è però “fuori luogo” o, peggio, inutile, soprattutto se confrontato con i tanti “struzzi” che preferiscono non guardare la realtà o negare l’evidenza, come nel caso del riscaldamento globale. Ci sono coloro che ritengono, ad esempio, che ecologia e rispetto per l’ambiente vadano subordinati alle esigenze dell’economia e negano che siano compatibili con il progresso. A questi amministratori locali e regionali basterebbe suggerire di sovrapporre la carta dello spopolamento dei Comuni montani negli ultimi venti anni con quella della distribuzione dei non certo trascurabili investimenti regionali nel turismo invernale, per capire che nuove piste da sci, impianti di risalita rinnovati e cementificazione del territorio, con la loro apparente modernità ed opulenza, non hanno risolto affatto i problemi della montagna.

Oppure convincerli che – come ci hanno insegnato proprio alcuni dei vincitori delle bandiere verdi – rinunciare al paesaggio, alla sua unicità ed autenticità, in nome di chissà quali logiche economiche, priva i montanari di ciò che è spesso l’ultimo motivo che li lega ancora alla terra in cui sono nati e permette loro di resistere alla tentazione di andarsene, nonostante le difficoltà: quel paesaggio che, con una espressione molto felice, John Ruskin, nato esattamente 200 anni fa, aveva definito “il volto amato della patria”.

Quanto questo tema sia fondamentale e quanto la montagna sappia dimostrarsi ancora viva e capace di reagire, lo confermano le migliaia di persone scese in piazza a Paluzza e a Tolmezzo nelle manifestazioni contro il progetto di elettrodotto aereo Wurmlach-Somplago e per rivendicare una diversa gestione delle acque. Proprio per questo la montagna e una associazione come la nostra hanno estremo bisogno di giovani impegnati e innamorati del proprio territorio. E’ fondamentalmente a loro che questo lavoro è dedicato, nella speranza che passando per le loro mani si trasformi in un testimone, non solo ideale.

Tolmezzo, giugno/ottobre 2019.

Marco Lepre presidente del circolo Legambiente della Carnia- Val Canale – Canal del Ferro».

 

 

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