Forse questo è l’ultimo articolo che scriverò sulla sanità, perché poi per noi della montagna regionale, per la bassa friulana, per il goriziano, per le terre troppo alte e troppo basse, sarà la fine. Forse mi sto sbagliando, ma se si realizzerà il disegno che pare soggiaccia alla sanità regionale ora come allora, post 2014, è inutile che ci soffermiamo a chiedere un francobollo, una inezia quando tutto è perduto. 

Ma prima di scrivere queste due righe criticabilissime, vi devo confessare un mio limite. Per anni ed anni ho ascoltato Romano Marchetti, ho ragionato con Romano Marchetti. E Romano aveva qualche problema con il centrismo udinese, anzi più di uno, e riteneva lo stesso una delle cause dello spopolamento e della crisi della montagna, tanto da inventare la sua teoria, con tanto di dati e schizzo, sui raggi di pendolarità. Ma si sa che “Nemo propheta in Patria”. E a me invece è sempre parso che avesse ragione.
Ma andiamo avanti con i fatti, mentre mi scuso subito con i politici che nominerò, perché non è mia intenzione offenderli ma solo esprimere quello che penso tra un viaggio rigorosamente a piedi per la spesa, un lavaggio di piatti e un’ora ai fornelli.

REGIONE FVG. ASSESSORI ESTERNI PER SANITÁ E SALUTE.

Correva l’anno 2008 ed il mese di aprile, quando Renzo Tondo veniva eletto con un mare di voti dato a “Il popolo della Libertà” poi “Forza Italia”.  Nel formare la giunta egli apportava una novità, quella della nomina esterna di un assessore Vladimir Kosic alla Salute e Protezione Sociale a cui intendeva affidare la riforma del comparto sanità e salute. Ed egli era assessore non eletto, ma con un potere enorme. Ma fra una proposta e l’altra, nessuna riforma del ssr andava in porto, perché, fra l’altro, Vladimir Kosic abbandonava, nel novembre 2011, il campo dimettendosi.  Per inciso in detta giunta Riccardo Riccardi, allora eletto dal popolo, copriva la funzione di assessore alla Pianificazione Territoriale.

Bisogna però riconoscere che la regione, allora, produceva un “Piano sanitario e sociosanitario regionale 2010-2012” leggibile, chiaro, senza segni di rivoluzione epocale, dove già si parlava di ospedali hub e spoke, evidenziando pure alcune criticità e ben lontano dalla rivoluzione che ora vediamo mandare noi montanari e della pedemontana friulana verso il baratro socio- sanitario, assieme a  “bassarui” e bisiacchi.

Improvvisamente, essendo Matteo Renzi di fatto al potere nazionale come Presidente del Consiglio, mai eletto dagli italiani, veniva proposta nel 2013, in alternativa a Renzo Tondo, come Presidente della Regione Debora Serracchiani, che si presentava come una candidata con idee innovative, poi disattese e stranamente limitate in campo sanitario, ove si evidenziava solo il potenziamento dei distretti, e quindi nulla facendo presagire del poi. E anch’ io la votai, perché rappresentava pure la sinistra, per poi pentirmene subito. Inoltre Serracchiani resse molto la sua campagna elettorale sulla sua amicizia e collaborazione con Renzi, e non nego che a livello di sorrisi ed immagine fosse davvero brava.  Ella veniva eletta battendo Renzo Tondo e ci regalava una giunta, sempre più decisionista grazie a leggi anche nazionali, piena di assessori esterni, suoi fedelissimi e mai eletti dal popolo, quali, tanto per fare solo due nomi, Maria Sandra Telesca e Gianni Torrenti.

Ma chi era ed è la dott. Maria Sandra Telesca? La dott. Maria Sandra Telesca, è nata a Napoli nel 1957, ha una Laurea specialistica in Scienze dell’Amministrazione, e un Corso di Perfezionamento in “Management della pubblica Amministrazione”. Dal 7 dicembre 2005 al 31 luglio 2006 ha ricoperto l’incarico di Direttore Amministrativo dell’Azienda Policlinico Universitario di Udine; l’1 agosto 2006 diventava sia Responsabile per le Politiche e la gestione delle risorse umane presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria “Santa Maria della Misericordia “di Udine che Vice Direttore Amministrativo della stessa; il’1 maggio 2009 giungeva all’incarico Direttore SOC Gestione Risorse Umane; il 27 luglio 2009 risultava essere Responsabile ad interim della SOC Gestione di Presidio, il 1° settembre 2009 diventava Direttore Dipartimento Amministrativo presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria “Santa Maria della Misericordia” di Udine. In precedenza, negli anni Ottanta, Maria Sandra Telesca aveva ricoperto incarichi per l’Università di Udine. Infine il 16 gennaio 2013 diventava Direttore Amministrativo ad interim sempre presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria “Santa Maria della Misericordia” di Udine, e, alla fine, nel maggio 2013, veniva  nominata Assessore alla sanità e salute della Regione, con quasi pieni poteri in base alla legge, e proponeva la riforma che iniziava i  tagli estremi in particolare per le periferie, sposando l’accentramento Udinese, mentre volava con il dott. Amato De Monte con elisoccorso a sperimentare Zulu e dotava le ambulanze di tablet poi scartati, oltre che riempirci di parole. E inaugurava il rapporto con i cittadini basato sull’imposizione dall’alto e sul metodo autoritario, senza confronto alcuno, continuando però a riunire e sentire i medici del polo udinese ove era stata dirigente.  Come si può vedere il suo matrimonio, se mi si consente il termine, con l’ospedale di Udine a livello dirigenziale è lungo, praticamente era sempre stata lì, e conosceva benissimo i problemi amministrativi, medici, politici economici del polo udinese e psicologicamente, forse, diede corpo alla Legge Regionale 16 ottobre 2014 n. 17, “Riordino dell’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio sanitario regionale e norme in materia di programmazione sanitaria e sociosanitaria”, basandosi sullo stesso, cosa che può accadere se vivi per anni immerso in una realtà per di più a livello dirigenziale.

Non solo: pareva allora, leggendo il Messaggero Veneto, anch’ esso legato all’ospedale di Udine, su  cui pubblicava e pubblica una pagina un giorno ed una pagina l’altro, quasi ne fosse l’ufficio propaganda od il portavoce, che detta Azienda a causa del nuovo ospedale, che già faceva acqua da tutte le parti e non solo metaforicamente, fosse ampiamente indebitata e che il tanto agognato da alcuni grande laboratorio analisi Udinese fosse in perdita netta e senza personale sufficiente, oltre che, e questo lo dico io , poco rispondente alle esigenze della periferia. Ma comunque già nel 2014 sottolineavo come la legge approvata fosse funzionale ad “Udine caput mundi”. (Cfr. il mio: Note sulla riforma sanitaria in Friuli Venezia Giulia, prima pubblicazione su www.casadelpopolo.org/ 20 luglio 2014. seconda su www.nonsolocarnia.info, 11 dicembre 2014 ed a cui rimando).  

E già nel 2014 sottolineavo come, per quanto riguardava detta riforma, quella che ne usciva era «una sanità fortemente teorica e slegata dal contesto reale, accentrata e burocratizzata» (Ivi) e che essa configurava «un grosso asse centrista e privando di fatto di servizi le periferie» (Ivi). Ma neppure allora pensavo a quello che sta accadendo oggi.  

Correva l’anno 2018, e, scaduto il mandato regionale in Fvg, si andava a nuove elezioni, con una situazione sanitaria al vaglio della corte dei conti e distrutta a colpi di macete mentre lentamente si andava capendo che nulla in sanità sarebbe stato più come prima e qualcuno in Fvg iniziava a prender coscienza che tutti i miglioramenti ed efficientismi promessi erano solo parole, parole,  e che forse si era stati vittime di una grande illusione, mentre Renzi per fortuna, era andato a casa.

 Così montagna e pianura cercavano di voltare pagina, votando massicciamente le destre, ed in particolare Tarvisiano Gemonese e Carnia eleggevano i leghisti Stefano Mazzolini e Barbara Zilli, sperando in un rinnovamento anche dal punto di vista della programmazione socio- sanitaria territoriale, senza sapere che sarebbero caduti dalla padella nelle braci, in un continuum di scelte e volontà politiche. Ma la Lega otteneva molti voti anche ad Udine, facendo eleggere ben quattro consiglieri regionali nella sua circoscrizione: Elia Miani, Alberto Budai, Maddalena Spagnolo, Lorenzo Tosolini, oltre ad altri in altri partiti.

Nel 2018 usciva quindi vincente l’asse di destra, e veniva eletto presidente della regione Fvg Massimiliano Fedriga, della Lega. Veniva poi presentata la nuova giunta composta quasi solo da Assessori esterni, come la precedente, continuando il metodo Serracchiani. E se un assessore è esterno, nulla sa dell’elettorato, a cui nulla ha promesso, e spesso la sua nomina è frutto di accordi di partito e quant’altro. (Per l’elenco degli assessori della nuova giunta Fvg, cfr. http://www.triesteprima.it/politica/nuova-giunta-regionale-i-curriculum-degli-assessori-18-maggio-2018.html). Ma perché mi chiedo, dobbiamo spendere i soldi per le elezioni ed andare a votare per le regionali se il nostro voto ne esce totalmente svuotato, e le giunte elette sono figlie unicamente di scelte di vertice?

Quindi ha ragione Serracchiani a dire che Riccardi l’ha presa come maestra, e continua la sua opera anche in sanità, nessuno ne è più convinta di me. Ma se quanto pubblicato sul Messaggero Veneto, non si sa se a pagamento o meno, era un avviso ai suoi di stare buoni e zitti e non contrastare Riccardi, beh, questo mi sembra un po’ troppo.  Ma mi scuso subito con Serracchiani se non ho compreso bene.

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NUOVA ERA, NUOVA GIUNTA, MA IN SANITÁ DALLA PADELLA NELLA BRACE.

Nuova era, nuova giunta, ma nulla di nuovo, anzi, sempre la stessa minestra che quasi quasi pare che la Regione sia stata creata per martoriare i cittadini Fvg, almeno in sanità, invece che per rispondere ai loro bisogni, finalità per cui fu creata.

Sia come sia, inspiegabilmente, o spiegabilmente in base a accordi precisi tra partiti, viene nominato, quale esterno, senza mai essere eletto, vicepresidente e assessore alla salute, politiche sociali e disabilità, cooperazione sociale e terzo settore, delegato alla protezione civile Riccardo Riccardi di Forza Italia , che pare avere una sua personalissima visione del mondo e di cosa serva pure per proteggere i civili, tanto da precipitarsi ad acquistare una moto di grossa cilindrata per la protezione civile, (Cfr. Protezione civile, Riccardi: con nuova moto più interventi, in: https://www.askanews.it/cronaca/2019/02/16/), nato a Udine, residente ad Udine, laureato in architettura, che ritengo conosca la realtà Udinese e forse, da Assessore, i buchi debitori del polo della città friulana, ove nulla o quasi si taglia, ove nulla di fatto si mette in gioco.

E cosa fa Riccardo Riccardi, alla faccia del Gemonese che aveva sostenuto le destre, e della Carnia leghista? La prima cosa che fa è tagliare ulteriormente le realtà periferiche, abolendo, grazie al voto favorevole dei sindaci carnici, (tranne quello di Francesco Brollo che però non fa null’altro, non una presa di posizione, non una parola sul sistema sanitario regionale) l’Aas3 e l’Aas2, stranamente non in passivo.

Ma chi aveva guidato, per l’Aas3, ai tempi di Serracchiani – Telesca la conferenza dei sindaci, che mi diceva una fonte di destra esser stata ben poco partecipata dai primi cittadini locali? La prima è stata, da esterna non essendo sindaco, Cristiana Gallizia, dirigente medico dipendente dal polo udinese, il secondo il già migliore Gianni Borghi, sindaco di Cavazzo Carnico, ma anche lui dirigente infermieristico in Aas4. Così, allegramente, l’Aas3 viene smantellata e commissariata, Benetollo saluta tutti e se ne va in Trentino, e viene nominato commissario il direttore dell’Ass4 “Friuli Centrale” Giuseppe Tonutti, ignoto a noi poveri cristiani, ma che con Serracchiani e Telesca era  stato Direttore Area Servizi sanitari ospedalieri della Direzione centrale salute, dopo di che, non so in base a quali documenti, il Messaggero Veneto pubblicava che in Aas3, nel 2019 vi è un buco di oltre 3 milioni di euro. Come mai mi chiedo, visti i servizi all’osso? Secondo logica o perché il direttore ha speso troppo o perché la sanità in montagna è stata sotto- finanziata. Se invece qui vi è un mare di emofiliaci e malati di cancro che richiedono costosissime cure, di cui hanno sacrosanto diritto, (mentre invece non ci serviva la spesa sanitaria per il nuovo ospedale udinese, che qualcuno definisce opera “in cartongesso”) allora si chieda all’Assessore all’ambiente perché. Ma può darsi che a me manchino dati e se erro correggetemi.

E così si giunge a quella che non si sa su che basi viene definita dal Messaggero Veneto la “Controriforma della sanità regionale” che altro non pare se non la prosecuzione di quella Teleschiana, nel tagliare, cancellare, distruggere, obbligare, imporre, con l’obiettivo di far cassa, e nel contempo riempire i cittadini di parole, parole, assicurazioni e via dicendo. 

Ma vediamo cosa dice detta controriforma, contenuta nella “Legge regionale 17 dicembre 2018 n. 27, Assetto istituzionale e organizzativo del Servizio sanitario regionale”, di cui alcuni aspetti erano sfuggiti anche a me, in altre faccende affaccendata, e priva di decreti attuativi, quindi lasciata, in sintesi, nella sua attuazione, alla discrezione dei politici e dell’assessore preposto.

Nella parte generale la legge dice che la ridefinizione dell’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio sanitario regionale è finalizzata non più alla cura dell’acuto, udite, udite, ma solo a migliorare l’assistenza e la capacità di presa in carico del cittadino per il suo bisogno di salute; e sul concetto di presa in carico dico anche “no grazie”; a migliorare la continuità dei percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali, ma l’acuzie non ha la caratteristica della continuità;  a perseguire l’integrazione tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale, che ho già criticato; a perseguire l’omogeneità dei servizi offerti ed il miglioramento della qualità dell’assistenza ospedaliera e la sicurezza dei percorsi di cura attraverso standard strutturali e qualitativi e monitoraggio, in sintesi proponendo di fatto il protocol- doctor, con cura per tutti uguale allegramente, ove i medici ed infermieri sono meri funzionari al servizio del distretto, tanto da far dire all’ assessore che saranno i distretti a dire all’ospedale cosa deve fare; a procedere con l’appropriatezza organizzativa senza richiedere di rientrare nel servizio sanitario nazionale e senza precisare che il ssr serve a garantire le cure salvavita; a  valorizzare gli organismi di volontariato e del privato sociale non a scopo di lucro, in sintesi a riconoscere il volontariato, che magari in qualche modo si paga attraverso contributi ecc. ecc. , ed a ritenerlo interlocutore privilegiato, senza sapere che tipologia di preparazione o formazione o capacità di relazionarsi nei contesti possieda, e che potrebbe diventare, se non è già diventato, un altro carrozzone politico senza controllo. Inoltre l’assessore non tiene conto del fatto che il volontariato, da che so, pare sia in ferrea mano cattolica e ciò pone dei problemi non di poco conto.

ACUTI SPARITI E POSSIBLI SPOSTAMENTI DI REPARTI? UN UNICO OSPEDALE FRIULANO E TANTI POLI IPERSPECIALIZZATI SATELLITI? IO DICO NO.

Ma quello che colpisce di più nella legge regionale 17 dicembre 2018 è la sparizione della cura dell’acuto e delle cure anche farmacologiche salvavita, e quindi detta riforma pare tarata, come la precedente su di una utenza virtuale, non reale, quella che sogna la politica, non quella che esiste. Non da ultimo, se uno ha una cronicità senza urgenza, può ricorrere al privato, ma il privato non copre l’acuzie. Così potrebbe succedere, come a mia madre, che hai le pastiglie di routine per il cuore, ma se ti becchi una polmonite a oltre 90 anni non c’è posto per te, come non vi era per Maria incinta negli alberghi.

Quindi la riforma prosegue evidenziando le nuove Aziende Socio – sanitarie che risultano essere: l’ “Azienda regionale di coordinamento per la salute” già istituita e locata ad Udine; l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale; l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina; l’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale. Notate che la montagna è sparita e così il Cividalese e la palla va ora come allora al centro, a quel polo udinese distante fra andata e ritorno cento chilometri da Tolmezzo, ben più dall’alta Carnia.

E i montanari, che forse morivano in troppi anche quando riuscivano a giungere all’ ospedale di Tolmezzo e Gemona, per vari motivi, e gli sciatori ed i turisti? Tranquilli, sposino tutti i sani stili di vita, partecipando però alle feste promosse, dedicate tutte alla polenta e frico ed alla birra ed al vino, e si dotino di rosari! Naturalmente queste frasi sono provocatorie. Ora la sanità si dovrebbe preoccupare, par di capire, di uno che deve prendere un paio di metformine e un po’ di riso rosso fermentato perché, da vecchio, non tutto funziona come una volta, ma queste cosiddette patologie, che sono problemi età dipendenti, non abbisognano, per la loro cura, di tutto un apparato, e se diventano pericolose è perché possono creare problemi acuti. E non tutti siamo uguali, e rispondiamo in modo uguale alle cure. Ma state sereni, a noi penserà il distretto!  

Inoltre la sanità “on the road” pone, a noi poveri cristiani, che non abbiamo scelto il posto giusto per vivere, ma cocciutamente siamo rimasti qui, in Carnia come nel Canal del Ferro – Valcanale, il problema della viabilità, non di poco conto. L’autostrada da Amaro ad Udine risente delle possibili code fino ad Amaro, e del fatto che in realtà funziona, spesso, a tratti, ad una corsia; le strade di montagna hanno dei limiti contingenti, anche per scarsa manutenzione, e sia la Amaro – Udine che queste ultime son piene zeppe di traffico pesante. Non da ultimo, il Pronto Soccorso di Gemona non esiste più neppure come punto di primo soccorso, da che ho capito, perché non esiste più l’ospedale ed a Tolmezzo escono solo i 118, a meno che ultimamente non sia cambiato qualcosa. Ma si è vagliato, almeno, cosa provocherà, anche per il Santa Maria della Misericordia, tutto questo accentramento, che potrebbe paralizzarlo? E la sanità è un diritto di tutti, come avere un’ospedale di riferimento territoriale, non a 50 chilometri o 100. E questo vale per i carnici come per i gemonesi, per fare solo due esempi.

Inoltre, continuando la lettura della nuova legge regionale, si evidenzia ancor di più un sistema di gestione super accentrato ed in mano a quella Azienda Regionale con sede ad Udine, con magari un manager a capo, il che fa non poca paura. Ma tranquilli. Gli obiettivi li definisce l’Assessore, neppure eletto, e detta Azienda regionale dovrà solo realizzarli, il che è ancora peggio. Per cortesia infilateci di nuovo nel sistema sanitario nazionale, che tanto Salvini e le sue manie autonomistiche sono andati a casa. A proposito, fra l’altro, perché io dovrei pagare il ssn, se non c’è nelle regioni a Statuto Speciale? Che casino! E scusatemi la parola.

Non da ultimo tutti i beni della nostra Aas3, immobili, macchinari ecc. ecc.  andranno a finire in proprietà ad Udine, doni compresi. Ma forse chi ha regalato il mammografo all’ospedale di Tolmezzo, sponsorizzato dalla Di Centa di Forza Italia, già sapeva che piega avrebbe potuto prendere la sanità locale? Infatti l’unica proposta vista mi pare sul Messaggero Veneto  è quella di potenziare ginecologia ed ostetricia a Tolmezzo, che in un ospedale sito in un paese di vecchi mi pare improponibile.

Quindi all’ art. 9 comma 4 si legge che «L’assistenza è organizzata secondo il modello “hub and spoke” persisterà e si attuerà secondo il principio delle reti cliniche. L’attività dei presidi ospedalieri hub è integrata e coordinata con l’attività dei presidi ospedalieri spoke. I presidi, sia hub che spoke, sono dotati di autonomia organizzativa, gestionale e contabile, con proprio dirigente amministrativo di presidio e dirigente medico di presidio, ai sensi dell’articolo 4, comma 9, del decreto legislativo 502/1992».

MA ATTENZIONE PERCHÈ POI, ALL’ART. 12 COMMA 4, SI LEGGE CHE IN FUNZIONE DEL NUOVO ASSETTO DEL SERVIZIO SANITARIO REGIONALE, DAL 1° GENNAIO 2019 IL PRESIDIO OSPEDALIERO DI UDINE COSTITUISCE FUNZIONALMENTE HUB DI RIFERIMENTO PER LE SEDI OSPEDALIERE DI LATISANA E DI PALMANOVA. E PER NOI? MISTERO. NON SONO PIÙ SPOKE TOLMEZZO, GEMONA (PERÒ GIÁ DECLASSATO) ED ALTRI? E COSA SONO?

ED INOLTRE, PER L’ISONTINO ED IL TRIESTINO, LA CREAZIONE DELLA NUOVA AZIENDA SANITARIA VIENE PREVISTA AL PRIMO GENNAIO 2020, E FINO AD ALLORA L’ASSESSORE, DA QUANTO SCRIVE PERTOLDI, SI RISERVA DI SPOSTARE REPARTI DA UN NOSOCOMIO CIOÈ MONFALCONE, CHE FARÀ PARTE DI DETTA NUOVA AZIENDA AD UN’ALTRA, SE È VERO CHE TOGLIERÀ A MONFALCONE DIALISI E NEFROLOGIA, METTENDO A MIO AVVISO IN SERIA DIFFICOLTÀ I MALATI NON CERTO LIEVI, ED ANCHE OCULISTICA, CHE È UN DIPARTIMENTO  RITENUTO D’ECCELLENZA, PER SPOSTARLI A PALMANOVA PRIMA DELLA DATA FATIDICA. ( Mattia Petoldi, Tre aziende in Regione e ospedali specializzati, in Messaggero Veneto, 8 ottobre 2019 che invito a leggere). MA COSA SERVONO DETTI REPARTI A PALMANOVA? E POI QUI NON SI TRATTA DI TRE AZIENDE ED OSPEDALI SPECIALIZZATI, MA PAR DI CAPIRE DAL MESSAGGERO VENETO, DI UN ASSE OSPEDALIERO CENTRISTA E UNA SERIE DI POLI SATELLITI SUPER SPECIALIZZATI: IL SAN MICHELE TRASFORMATO IN HOSPICE UDINESE, TOLMEZZO IN GINECOLOGIA E OPERAZIONI DEL SENO PER L’INTERO FRIULI E LA REGIONE, SENZA ALCUN CONTATTO CON IL TERRITORIO, E VIA DICENDO.

INOLTRE LA LEGGE DEL 17 DICEMBRE 2018, DICE ANCHE CHE I COMMISSARI POSSONO PERMANERE, A DISCREZIONE FORSE DELL ‘ASSESSORE, ANCHE DOPO IL 1° GENNAIO 2020. LASCIANDO PERDERE IL RESTO, PER NON FARE UN ARTICOLO CHILOMETRICO, CHIEDO A CHI DI DOVERE DI PRENDERE IN SERIA CONSIDERAZIONE DETTO TESTO DI LEGGE, CHE TUTTO CANCELLA, E DI PRENDERE POSIZIONE. ORA, PERCHÉ POI È FINITA.  

Invitandovi a leggere anche il mio: “Sanità: “speriamo che me la cavo”, mi fermo qui, dicendo di prendere queste mie righe solo come una serie di pensieri personali documentati, senza voler offendere alcuno, e per cercare di sviluppare un dibattito che manca su questi problemi e temi, e se erro correggetemi. E dovete avere pazienza, ma ho a cuore la mia terra e la montagna, da sempre bistrattata. E se non ho capito bene nè la legge regionale del 17 dicembre 2018 nè altri aspetti, mi scuso subito e chiedo di chiarire commentando o inviandomi un testo da pubblicare.

Vi invito pure a leggere: Laura Stabile, Riforma sanitaria al punto di partenza, 14 ottobre 2019, in: http://songiusto.com/?p=1371&fbclid=IwAR1g6ZOWVN4IwyUIGlSifTPuone9AszdFxTSzGpGO0ufbyh5-k1jsMyJBhk, ove si legge: «La Giunta regionale, che si appresta a prendere queste decisioni, rifletta sulle indicazioni che provengono dal mondo scientifico: già qualche anno fa il British Medical Journal avvertiva che non vi sono evidenze che il potenziamento dei servizi territoriali sia in grado di ridurre il ricorso all’ospedale, perché proprio i pazienti anziani e fragili, quando hanno delle riacutizzazioni di malattie croniche, sono troppo complessi e delicati per essere curati fuori dall’ospedale».

Laura Matelda Puppini (in genere firmo in rosso ma questa volta preferisco la tinta fosca). 

L’ immagine che accompagna queste mie considerazioni rappresenta la scannerizzazione dell ‘articolo di Mattia Pertoldi: “Tre aziende in regione e ospedali specializzati”, in cui si parla anche di un ospedale solo per protesi mammarie, pubblicato dal Messaggero Veneto l’8 ottobre 2019. Laura Matelda Puppini 

 

 

 

 

 

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