SANITÀ FRA STATALIZZAZIONE E PROVE DI TOTALE REGIONALIZZAZIONE.

La riforma del ssn e la creazione di tanti servizi sanitari regionali dovrebbe impensierire tutti, perché si ritorna da dove siamo partiti, dalle voragini di spesa causate dalle Regioni ed all’improvvisazione in sanità e dintorni, vedi acquisto di moto enduro per protezione civile, e non si hanno i soldi per ambulanze! (“GrigliaRiccardi…Exxx…Polzive!!! L’assessore di ForzaTragica predilige l’enduro: dal 2019 meno ambulanze più motociclette. Presentate ieri le potenti moto della protezione civile da 3 quintali. Chi le guida? Chiamate Orioli”, in: http://www.leonarduzzi.eu/grigliariccardi-exxx-polzive-lassessore-di-forzatragica-predilige-lenduro-dal-2019-meno-ambulanze-piu-motociclette-presentate-ieri-le-potenti-moto-della-protezione-civile-da-3-quintali-c/.). Il problema di chi le guiderà non è di poco conto, perché il personale volontario della Protezione civile inizia, fra l’altro, ad avere una età non giovanile ed ad esser utilizzato per tutto un po’ dal trasporto provette ad altro.

Correva l’anno 2015 quando scrivevo il mio “State allegri arrivano i tagli di Renzi/ Gutgeld/ Lorenzin /Boschi/. Addio a sanità e salute?”, pubblicato su www.nonsolocarnia.info, dopo aver letto, il giorno del mio 64esimo compleanno, il Corriere della Sera. E così mi esprimevo allora:

«La prima notizia che mi colpisce è il buco fatto al bilancio dello Stato dalle Regioni, che hanno usato i fondi per ripianare il debito della pubblica amministrazione, 26 miliardi in tutto, per finanziare, anche, nuova spesa corrente, in barba alle regole contabili. (Mario Sensini, nuovi rischi per i conti pubblici. La Consulta apre il caso Regioni, in: Il Corriere della Sera, 23 agosto 2015). Tanto che vuoi che sia, tanto in qualche modo si combinerà, tanto … così per incominciare la Corte dei Conti ha dichiarato incostituzionale il bilancio della regione Piemonte, e poi si vedrà… Ed allo Stato mancano, secondo il Corriere della Sera, 20 miliardi da cercare subito, 30 miliardi per il Messaggero Veneto (“Manovra da 30 miliardi. Il Governo cerca risorse. Pronti i tagli per la sanità”, in Messaggero Veneto, 23 agosto 2015). Certo potevano accorgersi anche prima, dico io …
«Il pane è cotto? Sì è anche bruciato. Di chi è la colpa?» – recita una vecchia filastrocca per bambini. Di chi è la colpa di questo sfacelo, e di questo tentativo di recupero tagliando, guarda caso, lo stato sociale? Colpa dello Stato? Certamente, il debito è suo. Colpa delle regioni? Se hanno fatto voragini di bilancio certamente. Colpa del “sistema Italia”, che non sa far pagare in qualche modo chi sbaglia e mandar via i cattivi amministratori? Certamente, come, certamente, la colpa di questo disastro, previsto ed annunciato, non è dei cittadini meno abbienti, ma saranno loro a pagare. (…). Per il Messaggero Veneto, che si fida delle parole pronunciate da Carlo Cottarelli al meeting di Comunione e Liberazione, in sanità: «sono possibili risparmi ulteriori “tra i 3 e i 5 miliardi” senza stravolgere il sistema, senza contare i risparmi sull’acquisto di beni e servizi» (“Manovra da 30 miliardi”, op. cit.). Su che base Cottarelli dica questo, non si sa.

Leggendo poi La Repubblica del 16 settembre 2017, sono ancora le regioni ad essere indebitate per la spesa sanitaria: «I dati elaborati dall’associazione veneta (Cgia di Mestre ndr) dicono che la sanità regionale più indebitata è quella del Lazio, con 3,8 miliardi di euro. A seguire la Campania con 3 miliardi, la Lombardia con 2,3 miliardi, la Sicilia e il Piemonte entrambe con 1,8 miliardi di euro ancora da onorare. Se, invece, rapportiamo il debito alla popolazione residente, il primato spetta al Molise, con 1.735 euro pro capite. Seguono il Lazio con 644 euro per abitante, la Calabria con 562 euro pro capite e la Campania con 518 euro per ogni residente. C’è da segnalare comunque che dal 2011 il debito complessivo è in costante calo ed è sceso di 15 miliardi di euro (-39,7 per cento). A livello regionale le contrazioni più importanti si sono verificate nelle Marche (-69,5 per cento), in Campania (-55,4 per cento) e in Veneto (-51 per cento). Solo nel Molise e in Umbria la situazione è peggiorata: nel primo caso la crescita è stata del 39,7 per cento, mentre nel secondo caso del 57,7 per cento».(https://www.repubblica.it/economia/2017/09/16/news/sanita_i_debiti_con_i_fornitori_sfiorano_23_miliardi-175640489/).

Pertanto regionalizzare, tra l’altro in fretta e furia, la sanità creando tanti sistemi sanitari regionali ognuno uscito dalla mente di un dirigente superpagato ed un paio di politici mi pare pura follia, ed apre la possibilità a aggregazioni fra regioni, non si sa su che base, moltiplicando il caos in sanità. E pare impensabile che si voglia acquistare farmaci di ultima generazione in trattativa fra le case farmaceutiche e singole regioni, senza ricorrere ad un acquisto su scala nazionale che permette di abbattere i costi. Insomma talvolta mi pare che, per rivoluzionare tutto all’egida del risparmio, si rischi di spendere di più, muovendosi senza idee chiare, programmazione seria, progettazione e calcolo delle ricadute.

 

E se è forse vero che «Togliere la sanità alle Regioni non salverà la sanità. Cattiva gestione, clientelismo, riforme a metà. I mali sanitari della Penisola sono gli stessi del Belpaese e affossano i bilanci delle Regioni che si rifanno sulle tasche dei cittadini in una spirale sempre più negativa» (F. Capozzi e G. Scacciavillani, Sanità, il buco nero di Asl e Regioni. “Ma riaccentrare tutto non ci salverà: Roma non è in grado”, in: Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2017), è anche vero che la totale regionalizzazione della sanità non è la via da perseguire. Infatti proprio quando esistevano sia il ssn che il ssr si è speso molto, e la sanità ha affossato «i conti di metà Regioni italiane. Da anni ormai Campania, Piemonte, Liguria, Lazio, Calabria, Puglia, Molise, Sicilia e Sardegna sono in deficit in un settore che rappresenta fra il 60 e l’80% delle uscite dell’ente». (Ivi). Come potrebbero fare senza alcun aiuto del ssn? Infatti il sistema sanitario «ha a disposizione enormi risorse trasferite dallo Stato (113 miliardi per il 2017) o incassate via ticket (2,8 miliardi nel 2015) e un esercito di 626mila dipendenti». (Ivi).

Ma come si è giunti a questa situazione? Secondo Fiorina Capozzi e Gaia Scacciavillani, «Dall’inizio del decentramento negli anni ‘90, la politica nazionale e quella locale hanno trasformato la sanità in un feudo inespugnabile simile a quello delle partecipate degli enti locali. Un sistema di potere che non solo ha a disposizione enormi risorse trasferite dallo Stato (113 miliardi per il 2017) o incassate via ticket (2,8 miliardi nel 2015), ma gestisce in prima persona la sanità. Innanzitutto attraverso le nomine dei vertici di Asl e Aziende ospedaliere che non sfuggono comunque anche ai giochi di potere nazionali, come dimostra l’interesse dell’ex ministro Nunzia Di Girolamo per le nomine dell’Asl di Benevento, sua città d’origine. E poi anche quelle di medici, infermieri e amministrativi in un sistema estremamente lottizzato e scarsamente aperto al merito». (Ivi).
Ora mi pare che nulla sia cambiato, che la cosa più importante sia sempre la nomina dei vertici, non l’obiettivo del o dei sistemi sanitari, che dovrebbe essere lo star bene dei cittadini e non può essere, come in Fvg, l’abbassamento di 1 punto percentuale nella spesa, senza curarsi del resto.

«Stando così le cose, non resta che chiedersi se questo modello potrà ancora a lungo funzionare. “Oggi siamo arrivati al paradosso che il direttore generale è chiamato a garantire il pareggio di bilancio e talvolta ostacola le scelte del medico perché costose”, ha spiegato al Festival dell’Economia di Trento il direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva del Gemelli di Roma, Walter Ricciardi, che si sta battendo per sfilare la sanità dalle mani delle Regioni. Per quale motivo? “Di fronte alle sfide epocali che attendono il sistema sanitario nazionale, le Regioni non ce la fanno”». (F. Capozzi e G. Scacciavillani, Sanità, il buco nero di Asl e Regioni. “Ma riaccentrare tutto non ci salverà: Roma non è in grado”, – seconda parte, in: Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2017). Così in attesa di Godot, si improvvisa senza programmazione alcuna ora come allora, portando la sanità a livello del baratro.

Una possibilità, secondo alcuni, potrebbe essere quella di un decentramento differenziato. Cioè «È importante che il livello centrale decida nello specifico cosa fa e cosa non fa, non portando avanti una specie di strategia generalizzata di riacquisizione trasversale dei poteri sulla sanità. Deve essere fatta una cosa molto più intelligente nel capire quali competenze specifiche possono essere riportate o gestite al centro, quali devono rimanere in periferia e quali sostanzialmente devono essere cogestite». (F. Capozzi e G. Scacciavillani, Sanità, il buco nero di Asl e Regioni. “Ma riaccentrare tutto non ci salverà: Roma non è in grado”, quarta parte, in: Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2017).

OSPEDALI SENZA SUFFICIENTI POSTI LETTO. COSÍ SI STA CONFIGURANDO LA NUOVA SANITÀ.

Intanto, mentre il vile denaro ha preso il posto di una ben più onorevole e corretta finalità per il ssn e per i vari ssr retti in modo aziendale, (ma guardate cosa è successo in certe aziende per aver seguito certi discutibili modelli, e problemi di questo tipo ora potrebbero coinvolgere anche la sanità), Quotidiano sanità ci avvisa che gli ospedali, oltre che altri problemi, non hanno sufficienti posti letto. Infatti «gli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Salute riportano un’ulteriore diminuzione dei Posti Letto/2017 rispetto al 2016, sia per quanto riguarda gli “acuti” sia i “post acuti” cioè persone che necessitano di Lungodegenza e Riabilitazione. (Flavio Florianello, Rossana Caron di Anaoo Assomed, Sempre meno letti negli ospedali. Sia per acuti che per lungodegenze. E il sistema è in sofferenza, in Quotidiano Sanità, 15 febbraio 2019).

Il D.M. 70/2015 aveva stabilito gli “standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera” ed in particolare  che le Regioni avrebbero dovuto provvedere “entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto”, ad adottare il provvedimento generale di programmazione di riduzione della dotazione dei posti letto ospedalieri accreditati, ed effettivamente a carico del Servizio sanitario regionale, ad un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie.
Il dato del 3,0 posti letto per acuti /acuti e lo 0,7 posti letto per Post Acuti  ogni 1000abitanti, aveva già allora fatto discutere perché, concretamente, faceva precipitare l’Italia tra gli ultimi per dotazione Posti Letto in ambito europeo e non solo. (Ivi).

Ma rispetto a quanto definito dal DM 70/2015, la situazione è ulteriormente peggiorata, i grandi proclami sulla necessità di definire gli “standard” sono stati totalmente dimenticati e le indicazioni stabilite dalla Legge inapplicate. E, mentre continuano, purtroppo giustamente, le lamentele dei cittadini per il protrarsi delle lunghe attese sulle barelle dei Pronto Soccorso non essendoci posti letto liberi nei reparti, mancano all’appello oltre 5.600 posti letto per acuti e lo 0,7 per mille dei posti letto per i Post Acuti, cioè in tutto, quasi 9.000 posti letto. (Ivi). Non da ultimo manca persino l’alternativa del privato, in molti casi.

SITUAZIONE IN ALTO FRIULI.

La montagna friulana sinora ha visto solo tagli, disorganizzazione, depauperamento vertiginoso del servizio sanitario, prestazioni on the road, spesso ad Udine (il che comporta di percorrere, in un modo o nell’altro, circa 100 chilometri con spese aggiuntive a carico del cittadino), totale mancanza di visione di cosa accadrà nel futuro, rassegnazione, mancanza di fiducia e di speranza. Ora ci si è accorti che mancano medici, quando l’Anaoo Assomed lo va dicendo da tempo, e che quelli bravi vengono intercettati da persone che propongono loro interessanti contratti all’estero, ma nessuno ha fatto uno straccio di ipotesi su come risolvere detti problemi, mentre i tagli sono sempre in prima fila. Insomma la mia impressione è che la sanità qui sia allo sbando.

IL SAN MICHELE, UN OSPEDALE NEL LIMBO.

Per l’ospedale di Gemona so solo che hanno cambiato ancora una volta, l’ennesima, la dislocazione interna di reparti e servizi; che sarebbe auspicabile che finalmente facessero un po’ di manutenzione agli ascensori; che durate l’estate mancavano ai medici persino un numero adeguato di computer, e un medico che parlava con un paziente ed una infermiera di pre- ricoveri convivevano nella stessa stanza piccola, per questo problema; che manca una medicina interna, che chi deve sottoporsi a cistoscopie od a manovre urologiche ha ancora un iter complicato per raggiungere la sala operatoria a causa di lavori che dovevano esser terminati da un bel po’, e non so se si sia almeno messo mano al tetto in modo che non piova dentro, come è accaduto per anni ed anni. Inoltre con il passaggio all’ Ass4, di fatto avvenuto con la nomina del commissario, non si sa che fine farà detto ospedale e se esso verrà diretto, ancora una volta, da Maria Sandra Telesca, che attualmente, se non passata ad incarico superiore, risulta dirigere la “Gestione Amministrativa dei Presidi Ospedalieri”, per l’Ass4. (https://asuiud.sanita.fvg.it/distretti/dipartimenti-tecnico-amministrativi/amministrativo/gestione-amministrativa-dei-presidi-ospedalieri). Pertanto ci potremmo trovare con una gestione al San Michele ed una diversa all’ospedale di Tolmezzo.

OSPEDALE DI TOLMEZZO, CRITICITA’ PER QUANTO SO.

L’ospedale di Tolmezzo, che i carnici vorrebbero restasse di riferimento per il territorio, ha sicuramente qualche problema, ma guardate cosa è accaduto a Trieste- Cattinara, quando si è deciso di ampliare il pronto soccorso. Ora i lavori sono fermi forse come all’ospedale di Gemona per la sale operatorie, ma ritengo per motivi diversi ed il pronto soccorso è collassato. (https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2018/12/02/news/il-progetto-esecutivo-non-supera-l-esame-stop-ai-lavori-a-cattinara-1.17521621).

Ed io credo anche che sia stata pura follia Pd depotenziare quello di Gemona che deve essere ripristinato con la sua area di emergenza. Sostenere politiche accentratrici in sanità per me è demenziale, e scusatemi la definizione, ma non ne trovo altre che indichino il mio pensiero. In Normandia avevano tanti punti di primo soccorso sparsi sul territorio, non un super pronto soccorso, qui uno là. Ma per far funzionare i pronto soccorso, a maggior ragione nel caso si tratti di uno solo su amplissimo territorio, ci vogliono le ambulanze ed adeguatamente dotate, e a Tolmezzo da che so, e se erro correggetemi, le ambulanze non sono mai uscite con medico a bordo, ma solo con personale 118 ed autista.

Ed in aggiunta, il servizio di pronto soccorso è poco appetibile per i medici, che spesso dopo un po’ se ne vanno verso lidi migliori. Inoltre bisogna ripristinare la sanità in montagna, mantenere i poli ambulatoriali anche specialistici che funzionano, e la rete territoriale deve essere potenziata, e non si sa come la proposta del sindaco Francesco Brollo di un enorme pronto soccorso tolmezzino con 8 o 9 letti in più in medicina (una miseria) possa supplire ad una annunciata disfatta di Caporetto relativamente al ssr ed in particolare montano e anche carnico. (Tanja Ariis, Mancano spazi, letti e medici: emergenza al Pronto soccorso, in Messaggero Veneto, 12 febbraio 2019).

Gemona aveva quarantacinque posti letto, e a gran voce i comitati ma anche io ed il dott. Pietro De Antoni abbiamo detto di mantenerli, ed ora si sa che la medicina interna dell’ospedale di Tolmezzo è in affanno per posti letto, mentre i medici si devono pure preoccupare di dimettere un paziente appena sta meglio per liberare un posto. Bisogna ritornare, preferibilmente ed in un’ottica di medicina vicina al territorio, ad aprire medicina interna di Gemona, od almeno bisogna dotare di un numero maggiore di letti quella di Tolmezzo, utilizzando, per esempio, un’ala del quinto piano ora adibita ad altro uso. Perché non è giusto che, per mille tagli, anziani e non anziani, con polmoniti, broncopolmoniti e patologie acute, debbano stazionare d’inverno qui e là, senza adeguato intervento sanitario o vengano rispediti al mittente, come nel caso di mia madre. Anche l’anziano ed anzianissimo hanno il diritto alla vita finché possibile. Però ora, senza Aas3, ottenere qualcosa sarà sempre più difficile. E bisogna chiedere con forza tutto quello che si può chiedere, insieme a Gemona, ed alle periferie, non quattro briciole, e non in competizione. Inoltre durante le giornate festive e non solo, il pronto soccorso di Tolmezzo si riempie di sciatori ecc. ecc. che limitano il servizio ai residenti. Ma sono problemi che ho trattato già anni ed anni fa. E senza una efficiente sanità di base in montagna, giocoforza il pronto soccorso, giustamente vissuto come l’ultima spiaggia, si intaserà.

CI SERVE, IN ALTO FRIULI, UN LABORATORIO ANALISI PER TUTTI., NON UN PUNTO PRELIEVI.

Infine si è mai visto un ospedale senza un laboratorio analisi efficiente e che funzioni per tutti, ma invece con provette vaganti verso un laboratorio posto a circa 50 chilometri di distanza, privo di biologi di riferimento e contatto per i medici curanti, indipendentemente dal fatto che siano di base o specialisti, e con risposte che possono giungere anche quattro giorni dopo il prelievo? Una volta i medici di base facevano le analisi da soli, e con prodotto fresco. Ed i problemi del trasporto dei campioni biologici ci sono, eccome. (Cfr. Laura Matelda Puppini, Se perdo te … ancora due considerazioni sul laboratorio analisi dell’ospedale tolmezzino …, in : www.nonsolocarnia.info).

COSA SI LEGGE, INVECE, SIA STATO PROGETTATO PER NOI.

Attualmente l’Aas3 è commissariata, ed il commissario è il direttore generale dell’Aas4, Giuseppe Tonutti, che, da solo, dovrebbe regolamentare e decidere per un territorio più che mai variegato e con diverse realtà, ed esteso da Lignano a Sappada, sul quale il commissario intende intervenire «con regole e servizi omogenei, organici ridimensionati, e “qualche ramo secco “tagliato». (Alessandra Ceschia, Tagli a doppioni e lavoratori. Così si cambia la sanità friulana, in Messaggero Veneto, 30 gennaio 2019).

A parte che non si sa come il dott. Giuseppe Tonutti possa anche solo pensare che si possa trovare un identico modello attualmente per Udine, Palmanova, Sappada, Forni Avoltri, Lignano d’estate e d’inverno, Tolmezzo, Bagni di Lusnizza, Nimis, Prato di Resia senza, fra l’altro, affrontare in primo luogo il problema dei medici di base, del numero di ambulanze e via dicendo, questo signore ha anche deciso di creare, nel suo piccolo, nuove regole e regolamenti, (Ivi), quando noi pazienti, dal monte al mare, siamo tutti in difficoltà con quelle vecchie nazionali e regionali. Infine vuole tagliare il personale, e non si sa cosa ancora. Altro che macete, qui siamo alla ghigliottina! Quindi desidera eliminare i poliambulatori, per esempio l’utilissimo poliambulatorio udinese in borgo San Valentino, con il risultato di intasare il Santa Maria della Misericordia, ed i centri diurni retti dai C.S.M. operativi 24 h su 24, troppi a suo avviso, e che possono, a suo dire, esser sostituiti dall’assistenza nei reparti ospedalieri, vecchia idea, se non erro, di Maria Sandra Telesca, non proprio in linea con la legge Basaglia. Ma purtroppo si è dimenticato di contare i posti letto in medicina interna, qui come là, per esempio a Tolmezzo, che sono insufficienti anche per gli acuti anziani, che risultano, d’inverno, variabilmente parcheggiati, senza cura finché un letto non si libera o vengono rispediti a domicilio. E spero che il nostro nuovo dg non pensi che un centro diurno, anche di incontro, cura e dialogo con i pazienti è la stessa cosa di una degenza ospedaliera per persone sofferenti di disagio e malattia mentale, con il solo risultato di dare nuovi problemi a tutti e minor qualità nell’intervento curativo.

Inoltre per la terza volta in poco tempo, spenderemo per modificare intestazioni e via dicendo. Ed amaramente penso a quei sindaci che hanno scelto l’aggregazione alla Ass4, e l’eliminazione dell’Aas3, per far guadagnare a noi un mare ulteriore di tagli e difficoltà, ed alla regione, da che si legge, il mero stipendio di Benetollo, quando si poteva diminuire qualche dirigente amministrativo ospedaliero.

Interessante, poi, che il nuovo dg non abbia fornito dati, (Ivi), e quindi mi chiedo su quali basi abbia fatto la sua proposta ai sindacati, mentre punta ad una «corretta riorganizzazione per far bastare le risorse umane». Quale non si sa, e con che risultati sul personale neppure. Comunque ha parlato lungamente solo di sforbiciate, che non rimodellano, ma distruggono il poco che è sopravvissuto, mentre parenti ed amici sempre più sono costretti a sopperire. E tristemente mi viene in mente la battuta del compianto Mauro Saro sul parente che, dal venerdì pomeriggio fino al lunedì mattina, deve vestire il camice bianco.

Ma quanto di europeo ha una sanità del genere? Ma siamo in Europa o “alle falde del Kilimangiaro?”

In più credo proprio che abbia ragione Giuseppe Pennino della Cisl, che ha dichiarato: «È difficile comprendere come […] l’idea di procedere al taglio degli organici possa non tradursi anche in un taglio dei servizi». Beh secondo me è impossibile. E come non essere d’accordo con chi, della Cgil, dice che non si sa come si possa pensare di ridurre le risorse, garantire senza incentivi la turnazione, spronare ad ulteriore lavoro persone stanche e provate, diminuire le liste di attesa ed al tempo stesso aumentare i servizi?

Il commissario pensa, il commissario taglia … ma Dio mio, siamo mica sotto Mussolini! Riuscirà a far cassa, secondo me, ma anche a distruggere ulteriormente il servizio, rendendolo meno appetibile, e così non sarà approdato a nulla. Credetemi, poteva restare tutto come prima della riforma Serracchiani – Telesca, eliminando gli sprechi, e ci avremmo guadagnato tutti, pazienti, personale, regione fvg. Infine,come ultima chicca, si apprende che, per l’Ass1 triestino – isontina, si sono deliberate le visite a cronometro, di 20 minuti l’una. Ma non si è pensato che non vi è sempre lo stesso medico. Ma un medico che non sa chi è il paziente, deve salutarlo, attendere che si metta a suo agio, leggere la documentazione, non solo l’ultimo referto scritto da un collega che magari può aver preso una cantonata (vi giuro che può accadere, e poi tutti dietro) e che potrebbe essere di questo tipo: “per ora tutto bene, non problemi urgenti” e vi garantisco che ne ho io così, ascoltare il paziente, visitarlo, dopo che si è spogliato, scrivere il referto, e magari andare a prendere qualcosa che gli manca, in 20 minuti? Ma per cortesia … Chi può pagare 29 euro cioè non è esente, a questo punto vada in privato, per carità, che forse con una visita fatta bene risolve quasi tutti i suoi problemi ed è seguito dalla stessa persona, anche se qui il privato non è esente da avere, in alcuni casi, dei limiti …

Senza offesa per alcuno, scusandomi subito con chi si possa sentire offeso,  perché è mio desiderio solo porre problemi sul tappeto, esprimendoli come riesco, e se erro correggetemi.

L’immagine che accompagna queste considerazioni rappresenta la pubblicità di una serie di incontri promosso dalla defunta Aas3, che dovevano esser realizzati nel gennaio 2019, è tratta da: http://www.ilfriuli.it/articolo/salute-e-benessere/salute-in-montagna-points–al-via-un-ciclo-di-incontri-per-turisti-e-residenti/12/189933, ed è stata pubblicata il 4 dicembre 2018. 

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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