PREMESSA. 

Leggo distrattamente i quattro articoli dedicati al sessantotto su quotidiani e riviste, anch’esso ingessato in una visione politically correct, ma che riporta a  manifestazioni, comunismo, scontri, ideali, ed in particolare alla rottura con l’autorità costituita e le sue istituzioni, con la chiesa tradizionale, con un mondo valoriale che non riuscì però ad essere sostituito da un altro altrettanto consolidato. Leggo parallelamente il ricordo dell’uccisione di via Fani e la storia di Aldo Moro, databile 1978, di cui poco si comprese anche allora, tranne che fu rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse, che però non erano figlie del sessantotto, ma semmai riconducibili alla strategia della tensione, spesso dimenticata. Ma un giovane lettore potrebbe confondere una cosa con l’altra in un crescendo di confusione, pure perché ci si dimentica di quei moti americani che iniziarono a dare un nuovo volto alla storia.   

Ero ragazza nel 1968, e non ero ancora maggiorenne, ma percepii allora quel vento di novità che spirava. Tutto era nato da una guerra, quella del Vietnam, di cui si potevano leggere le tragedie date dal Napalm, che deforestava, uccideva, torturava corpi di civili, dalle bombe che si abbattevano sui villaggi, facendo ecatombi di famiglie intere, cose che ora non interessano più se non poche persone, e che paiono sempre più, per molti, giustificabili, mentre le guerre si moltiplicano. La reazione alla guerra del Vietnam si concretizzò nella formazione di gruppi pacifisti, ma il pensiero non violento era stato originato da Gandhi, che aveva avuto come riferimento anche Lev Tolstoj, ed il desiderio di non partecipare più a guerre era già presente dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.

NASCITA MOVIMENTI CONTRO GUERRA DEL VIETNAM.

I giovani non sapevano per chi e per che cosa avrebbero dovuto andare a combattere nel Vietnam. «Ciò che più sconvolse la società statunitense fu il rifiuto massiccio del servizio militare. Una nuova generazione non solo non condivideva l’ideologia della guerra, ma aveva paura di prendervene parte. Le prime manifestazioni contro l’arruolamento si tennero all’Università di Berkley in California il 5 maggio 1965, quando un gruppo di studenti bruciarono la lettera di chiamata militare. All’inizio del conflitto pochi erano i giovani chiamati al servizio di leva, ma il successore di Kennedy, Lyndon Johnson, aumentò il numero di chiamate da 17.000 a 35.000. Il sistema di reclutamento statunitense veniva chiamato ‘Lottery Draft’. In una scatola venivano inserite 366 capsule di plastica contenenti i numeri da uno a 366 (una capsula per ogni giorno dell’anno, compreso il 29 febbraio). I numeri venivano estratti a sorte e ad ogni numero corrispondeva una data di nascita. Chi aveva la sfortuna di nascere in quel giorno tra il 1944 e il 1950 era chiamato a servire gli Stati Uniti nella guerra in Vietnam. Il sistema della lotteria fu abbandonato il 1° dicembre 1969, a seguito di pesanti critiche soprattutto da parte di statisti che calcolarono la scarsa ricorrenza dei numeri più alti (cioè degli ultimi mesi dell’anno)». (“La risposta pacifista alla guerra in Vietnam. La nascita di una nuova generazione che rifiutava la guerra, in: https://geo.tesionline.it/geo/article.jsp?id=13682).

Inoltre si costituirono, in Usa, diverse organizzazioni di solidarietà in seno ai giovani bianchi, tra le quali vi era l’NSM (Movimento Studentesco del Nord) fondato nel 1962, che vide militare nelle sue file studenti come Abbie Hoffman, il quale divenne uno dei leader durante le proteste contro la guerra in Vietnam. (Alessandro Pagani, I movimenti di protesta contro la guerra in Vietnam negli Stati Uniti, in: aganialejo.wordpress.com/2015/05/06/i-movimenti-di-protesta-contro-la-guerra-in-vietnam-negli-stati-uniti/).
Ma le manifestazioni contro la guerra cominciarono nel 1965 con il suicidio del trentunenne quacchero Norman Morrison, che, il 2 novembre, per protesta, si diede fuoco davanti all’ufficio del Segretario per la Difesa, Robert McNamara, al Pentagono. Sette giorni dopo, il ventiduenne Roger Allen LaPorte, appartenente al ‘Catholic Worker Movement’, si incendiò davanti al palazzo delle Nazioni Unite a New York. (“La risposta pacifista, op. cit.).

Nel biennio 1963-64 le rivendicazioni all’interno della stessa comunità afroamericana si elevarono sensibilmente. All’inizio degli anni Sessanta cominciarono a conquistare grande risonanza i discorsi e i proclami rivoluzionari di Malcom X, che fu assassinato nel 1965, mentre emergeva la figura di Martin Luther King, assassinato pure lui. Nell’estate del 1964 ci furono le proteste di Watts, il ghetto nero di Los Angeles. (Alessandro Pagani, op. cit.).

I semi della protesta contro la guerra in Vietnam, che vanno collocati a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, cominciarono a far germogliare i propri fiori. I movimenti studenteschi furono i protagonisti della prima fase di contestazione contro la guerra. (Ivi).

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«L’SDS (Studenti per una Società Democratica) nacque negli anni Sessanta dopo essersi allontanata dalla vecchia organizzazione studentesca, la SLID (Lega Studentesca per una Democrazia Industriale), che dal 1921 aveva raggruppato vari settori di socialisti e progressisti nelle università del paese. Nel 1962, l’SDS si riunì a Port Huron, Michigan, e pubblicò una dichiarazione d’intenti che avrà una profonda ripercussione sul movimento giovanile studentesco di allora. In questa dichiarazione si proclamava la ricerca di una “democrazia partecipativa e diretta”, che avrebbe dovuto ampliare gli elementi democratici a tutti i livelli della società. Ispirata agli scritti di Herbert Marcuse e Wright Mills, la Dichiarazione di Port Huron si convertì in uno dei manifesti più letti e discussi della “Nuova Sinistra”. L’SDS divenne una delle maggiori organizzazioni durante i primi anni di protesta contro la guerra (Harwey, 1966).

Nel 1964, l’amministrazione universitaria di Berkeley proibì una serie di conferenze e sit-in pubblici organizzati dagli studenti in solidarietà con la lotta degli afroamericani, definendoli come politically incorrect per l’immagine dell’università. La decisione dell’amministrazione universitaria fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli studenti cominciarono ad adottare le tattiche già utilizzate dagli afroamericani nel Sud. A causa del susseguirsi di arresti indiscriminati (oltre 800 studenti), sorse il “Free Speech Movement” (Movimento per la Libertà di Espressione), guidato da Mario Savio. I successi ottenuti rafforzarono l’intero movimento studentesco.

Il 17 aprile, l’SDS convocò la prima giornata di protesta contro l’intervento imperialista in Vietnam, con la partecipazione di oltre 20.000 persone a Washington. La manifestazione fu un momento di grande rilevanza politica, dato che per la prima volta un’organizzazione studentesca aveva potuto riunire soggetti politici differenti, sulla base del totale disprezzo nei confronti della guerra e del saccheggio promossi dal governo.
Anche la musica veniva intrinsecamente legata alla protesta. Cantanti come Bob Dylan e Phil Ochs si convertirono in portavoce della sensibilità più profonde della protesta contro la guerra.

Nell’agosto del 1965 si riunì a Washington l’assemblea degli “uomini senza rappresentanza”, in commemorazione del Ventesimo anniversario della catastrofe nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Parteciparono non pochi gruppi formati da nativi americani, indipendentisti portoricani, rappresentanti del Catholic Worker, donne della WSP e leaders dell’SDS. Dalla plenaria nacque il NCCEWV (Comitato Nazionale per porre fine alla guerra in Vietnam), che contava su una trentina di organizzazioni.

Proprio in quei giorni aumentava in maniera drammatica l’aggressione contro il Vietnam: in gennaio il numero di truppe statunitensi su suolo vietnamita era arrivato a 50.000 effettivi; alla fine dell’anno solare era cresciuto a 200.000. Nell’ottobre del 1965 il NCCEWV indisse la sua prima giornata nazionale di protesta contro la “sporca guerra”: 25.000 persone marciarono nella città di New York, 10.000 a Berkeley, mentre in tutto il paese parteciparono all’incirca 100.000 persone. Poco a poco la resistenza comunista vietnamita trovò numerosi simpatizzanti in seno alla gioventù statunitense. La figura di Ho Chi Minh, per i giovani che partecipavano contro la guerra in Vietnam, venne elevata a livello di eroe.

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L’altro importante settore della società nordamericana, che con lo svilupparsi degli eventi ebbe un ruolo di grande rilevanza nella protesta contro la guerra, fu il movimento afroamericano. Nel 1964, mentre da un lato il pacifismo di King raggiungeva il suo culmine con l’ottenimento del premio Nobel per la Pace, si cominciava a sentire all’interno stesso del suo movimento il rumoreggiare di un processo di radicalizzazione. La rivolta popolare di Watts fece riflettere moltissimi giovani bianchi sull’importanza di aprire gli occhi e di prendere posizione contro il proprio governo. (…).

Nel 1966 a Oakland, California, Huey P. Newton e Bobby Seale formarono il Blacks Panthers Party for self-defense (il Partito delle Pantere Nere per l’auto difesa), che cercavano di fomentare un processo rivoluzionario attraverso il lavoro sociale nei ghetti delle grandi metropoli statunitensi ed educando la propria comunità all’autodifesa dal terrorismo di Stato. Il Partito delle Pantere Nere criticò aspramente la strategia politica di altre organizzazioni nere. Nello specifico non condivideva la politica di esclusione di tutti quegli studenti bianchi della classe media nordamericana che da anni si opponevano alla guerra e si esprimevano in solidarietà alla comunità afroamericana. Le Pantere Nere si unirono alle proteste contro la guerra, esplicitando altresì l’alleanza con il movimento studentesco (Seale, 1971). La reale volontà da parte dei settori rivoluzionari del movimento afroamericano di unire le proprie forze con il movimento studentesco bianco si scontrava con le politiche fino allora espresse in numerosi suoi discorsi dallo stesso King. Il reverendo King considerava ancora che gli afroamericani avrebbero dovuto concentrare i propri sforzi nella lotta contro la discriminazione razziale e che la protesta contro la guerra in Vietnam avrebbe sviato le forze del movimento su questioni non fondamentali per la propria lotta. Riteneva assai importante, per gli interessi della comunità nera, mantenere e dove fosse possibile ampliare, l’alleanza con i dirigenti del Partito Democratico, in particolare con i presidenti John F. Kennedy e Lyndon Johnson, Per non rischiare di compromettere le sue relazioni, King trattò in questa fase di mantenersi passivo rispetto alla tematica della guerra. (…).

Il campione del mondo dei pesi massimi Mohamed Ali fu spogliato del suo titolo per essersi negato a prestare il servizio militare, dichiarando: “laggiù inviano musi neri a uccidere musi gialli, affinché dei bianchi possano appropriarsi della terra che vogliono rubare ai rossi” e infine disse: “nessun Vietcong mi ha mai chiamato sporco negro”.

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Non pochi gruppi che si opponevano alla guerra in Vietnam si conformarono in ogni angolo degli Stati Uniti. Los Chicanos, capeggiati da Cesar Chavez, avevano cominciato nel 1965 a organizzare gli operai agrari dell’industria fruttifera californiana. Così come gli afroamericani, inizialmente, anche Los Chicanos iniziarono a lottare per ottenere riforme settoriali, ma col passare del tempo compresero che i risultati delle loro rivendicazioni sarebbero stati effimeri qualora non fossero passati a una lotta politica contro il sistema economico capitalista. Dalle Università ai quartieri popolari, dal profondo Sud fino a Washington D.C., il carattere popolare della protesta, che gli statunitensi chiamavano gross-roots. come se fosse un torrente in piena, rafforzava la protesta. Alla fine del 1967 il movimento di protesta contro la guerra in Vietnam sembrava ormai consolidato. (…)». (Alessandro Pagani, op. cit.).

Anche Noan Chomsky, allora giovane linguista, prostestò contro la guerra in Vietnam, e, nel febbraio 1967 pubblicò un articolo intitolato ‘The Responsibility of Intellectuals’, in cui accusava intellettuali e esperti di aver fornito delle giustificazioni pseudoscientifiche all’attacco americano nel sud est asiatico. (“La risposta pacifista, op. cit.).

«L’anno 1968 fu quello con il più alto grado di conflitto e cominciò con l’intensificarsi della guerra imperialista in Vietnam. In quell’anno la presenza statunitense arrivò a mezzo milione di soldati. Nonostante la stampa embedded statunitense cercasse di nascondere i crimini commessi dalle proprie truppe, una parte dell’opinione pubblica statunitense si rese conto del vero volto della guerra. Il 4 aprile del 1968, durante un comizio a Memphis, anche Martin Luther King fu assassinato da un sicario. La reazione di fronte a questo ulteriore atto di terrorismo di Stato fece esplodere i quartieri popolari delle maggiori città statunitensi. L’omicidio di King non fu il gesto isolato di qualche razzista, ma una fase dell’operazione militare di repressione del dissenso politico sistematicamente condotta in quegli anni.

Il Convegno del Partito Democratico di agosto a Chicago si convertì nel centro di vastissime e imponenti attività di lotta. Tutti i principali gruppi di protesta erano presenti: le Pantere Nere marciarono per le strade, i giovani dell’SDS, occuparono con le loro tende il Lincoln Park. All’imbrunire del giorno il sindaco di Chicago, Richard Daley, ordinò alla polizia di “ripulire l’immondezzaio che occupa abusivamente le strade di Chicago”. (…).

Alle presidenziali dello stesso anno si impose il falco repubblicano Richard Nixon (…). I settori di opposizione alla guerra in Vietnam si resero conto di cosa in realtà significasse per Nixon la cosiddetta “pace con onore”, e come questa comportasse nient’altro che una nuova strategia di guerra, per mezzo dell’intensificarsi dei bombardamenti con armi chimiche sul Vietnam e di operazioni militari sotto false flag (falsa bandiera) nel Laos e in Cambogia; dove gruppi di mercenari assoldati e addestrati dalla CIA, compivano azioni paramilitari contro la popolazione civile trattando di farne ricadere la responsabilità sui Vietcong.

Parallelamente continuarono a crescere le azioni repressive del governo, che attraverso ondate di arresti e omicidi, portarono alla fine del 1969 alla disarticolazione delle principali organizzazioni di opposizione alla guerra, compreso il Partito delle Pantere Nere, considerato all’epoca la maggiore minaccia per la sicurezza nazionale. In quegli stessi mesi si resero pubbliche le foto del terribile massacro perpetrato dai marines ai danni di anziani, donne e bambini nel piccolo villaggio vietnamita di My Lai. Si decise di convocare una grande giornata nazionale di protesta contro la guerra per il 15 ottobre, denominata Vietnam Moratorium Day. La manifestazione ebbe un risultato sorprendente: nonostante l’indebolimento organizzativo oltre 600.000 persone in tutti gli Stati Uniti risposero positivamente scendendo in strada». (Alessandro Pagani, op. cit.).

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Alla fine di aprile del 1970 una serie di manifestazioni contro l’invasione militare della Cambogia si svolsero in moltissime università statunitensi. Nell’università del Kent State, Ohio, quattro studenti furono assassinati per mano della Guardia Nazionale. Non pochi furono gli scontri e le rivolte in quasi tutte le università degli Stati Uniti. Oltre 500 università – per ordine della Casa Bianca – furono chiuse, mentre circa 20 furono occupate militarmente dalla Guardia Nazionale. Il 9 maggio, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti s’incontrarono a Washington, sotto la Casa Bianca, per denunciare la criminalizzazione del movimento studentesco. Nel 1970, di fronte al prolungarsi della guerra, alla diffusione del malcontento interno e alle sempre maggiori capacità militari della Resistenza vietnamita, i senatori contrari al proseguimento della guerra ottennero la revoca dei poteri illimitati di cui aveva goduto il Presidente a partire dalla Risoluzione del Golfo di Tonchino.

Alla fine del 1972, l’aviazione nordamericana realizzò i bombardamenti su Hainoi e Haiphong. Questa volta le manifestazioni di protesta non ebbero la forza del passato. L’obiettivo del movimento non andava ormai oltre l’ottenimento della pace e le attese si concentravano solo sui dialoghi di Parigi. Il 27 gennaio del 1973, Kissinger per gli Stati Uniti e Le Duc Tho, a nome della Repubblica Democratica del Vietnam, firmarono l’accordo che prevedeva il ritiro delle truppe USA e la legittimazione del governo rivoluzionario del Fronte di Liberazione Nazionale del Sud Vietnam. In violazione degli accordi di Parigi gli Stati Uniti non cessarono il proprio coinvolgimento e la guerra proseguì tra l’esercito sudvietnamita sostenuto dagli Stati Uniti e le forze popolari del Sud e del Nord Vietnam.

Il movimento di protesta negli Stati Uniti produsse ancora solo le manifestazioni volte a ottenere l’amnistia per gli oltre cinquecentomila giovani nordamericani che rifiutavano di trasformarsi in carne da cannone per gli imperialisti. Obiettivo che venne conseguito alcuni anni dopo con l’amministrazione Carter.». (Ivi).

MOVIMENTO HIPPIE.

Parallelamente nasceva un movimento più discutibile, quello degli hippies, basato sulla libertà individuale. Esso era un movimento giovanile, nato negli Stati Uniti durante gli anni sessanta, destinato a diffondersi in tutto il mondo. Il termine hippies era stato inizialmente utilizzato per contrassegnare i cosiddetti beatnik che si erano trasferiti nel quartiere di Haight-Ashbury (San Francisco). Costoro erano “seguaci” della Beat generation, e avevano creato proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbandonandosi al sesso libero e all’uso di allucinogeni ed altre droghe.

Gli hippies erano anche detti “figli dei fiori”, perché erano soliti indossare vestiti con impressi sopra dei fiori o confezionati con stoffe di vivaci colori. Inoltre, la moda e i valori hippie hanno avuto un notevole impatto sulla cultura, influenzando la musica popolare, la televisione, il cinema, la letteratura, e l’arte. Il movimento hippie, insieme alla ‘New Left’ e all’’American Civil Rights Movement’ furono i tre fondamentali gruppi di dissenso e di cultura alternativa degli anni sessanta. Il movimento hippie era costituito prevalentemente da adolescenti e giovani adulti bianchi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, fortemente intolleranti nei confronti delle istituzioni, delle armi nucleari e della Guerra del Vietnam. I membri di questa cultura erano spesso vegetariani ed ambientalisti, e appoggiavano con estrema convinzione la pace, l’amore, la fratellanza e la libertà personale. Ma già intorno al 1968, gli hippies erano diventati una significativa minoranza, che rappresentava poco meno dello 0,2 % della popolazione degli Stati Uniti. (https://www.myusa.it/myusa-blog/329-la-cultura-hippie-da-woodstock-alla-guerra-del-vietnam.html). Restano famosi il Festival dell’ Isola di Wight, la cui prima edizione si svolse nel 1968, e il Festival di Woodstock, tenutosi a Bethel una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie, che coinvolsero centinaia di persone.  (https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Woodstock).

Oltre 500.000 persone si recarono a Bethel per ascoltare i musicisti e le band più notevoli del tempo, tra cui Richie Havens, Joan Baez, Janis Joplin, The Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Crosby, Stills, Nash and Young, Carlos Santana, The Who, Jefferson Airplane, e Jimi Hendrix, ma molti gruppi e cantanti parteciparono anche agli incontri nell’isola di Wight. Le condizioni di sicurezza al festival di Woodstock e la logistica furono garantite dalla HWavy Gravy’s Hog Farm, e gli ideali hippy di amore e di fratellanza umana sembrarono acquisire, allora, espressione concreta. (https://it.wikipedia.org/wiki/Hippy).

MA LE PREMESSE DEL MOVIMENTO HIPPIE ERANO NELLA BEAT GENERATION.

La Beat Generation, a cui si riferì il movimento hyppie, era costituita da un piccolo gruppo di scrittori adulti, con sede a New York o nella zona della Baia di San Francisco e strettamente correlati all’industria editoriale. Si può dire che il nome ed il numero di telefono di ogni scrittore beat, fosse nell’agenda di Allen Ginsberg. Spesso si pensa alla Beat Generation come ad un fenomeno degli anni cinquanta, ma il termine fu coniato da Jack Kerouac nel 1948, e successivamente divenne di dominio della pubblica opinione nel 1952 quando un amico di Kerouac, John Clellon Holmes scrisse un articolo sulla nascente Beat generation.

L’atmosfera della West Coast e di San Francisco stemperò i bollenti spiriti degli scrittori beat di New York, e molti di loro si convertirono al Buddismo e furono attratti dalla natura splendida e selvaggia della California. San Francisco allo stesso modo ebbe beneficio dalla loro presenza: la scena musicale beneficiava proprio dell’ispirazione della cultura beat. San Francisco stessa, divenne il centro della beat negli anni 50 e 60, così come la mitica libreria “City Lights bookstore” Più a sud la beat generation rese famosi alcuni luoghi come Monterey, Carmel-by-the-Sea e la costa montuosa nota come Big Sur.

L’enorme campagna pubblicitaria condotta in America contro il fenomeno beat lo danneggiò enormemente, ed il pubblico si accontentò di ripetere i luoghi comuni del battage pubblicitario o i pregiudizi della critica conservatrice, facendo emergere soltanto l’aspetto esteriore della vita beat. (https://www.studenti.it/beat1.html).

NASCITA DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E CENNI SULL’ITALIA.

In Italia, sull’onda statunitense e del maggio francese, ma anche in relazione alla politica italiana, si sviluppò un movimento studentesco ed operaio che si concretizzò politicamente nei partiti detti extraparlamentari, ed in alcuni movimenti sempre di ispirazione comunista come ‘Potere operaio’ e ‘Lotta continua’. In Francia gli studenti e gli operai criticavano il gollismo, in Italia la politica democristiana ed i suoi progetti riformistici, nonché il capitalismo che lasciava poco spazio di crescita alla classe operaia. Ma il sessantotto fu segnato pure da una rivoluzione nella musica, nel gusto, nella letteratura, e rappresentò un vero e proprio cambiamento culturale. Inoltre la ‘Pacem in terris’, il Concilio Vaticano secondo ed pensiero teologico concretizzatosi con la riunione del Consiglio episcopale latino-americano di Medellín (Colombia) del 1968, detto teologia della Liberazione, portarono pure ad una modifica nel pensiero ed agire religioso, con la richiesta di una chiesa più vicina al Vangelo ed al popolo, con la nascita della figura dei preti – operai e la richiesta del matrimonio per i preti, rompendo il ruolo tradizionale del sacerdote. E si iniziò a parlare di preti di sinistra e di preti conservatori della destra. Entrarono in chiesa le chitarre ed i gruppi giovanili, il sacerdote, nella Messa, si rivolse verso il popolo ed incominciò a celebrare nella lingua della gente, nella penisola in italiano ma anche in lingua friulana. E si introdussero pure altre variazioni nel rito della messa, precedentemente celebrata in latino. A scuola vennero create le assemblee studentesche, per favorire la partecipazione attiva degli allievi alla vita scolastica, ed il mondo studentesco si affiancò a quello operaio nella richiesta di un miglioramento nelle condizioni vita e di maggiore partecipazione sociale attiva anche nel mondo produttivo. Un vento nuovo, un nuovo modo di vedere la vita cercò di imporsi, pur con le sue contraddizioni, ma fu per poco.

Per ora mi fermo qui. Continuerò a parlare sull’argomento in un prossimo articolo, ma senza queste premesse sarebbe impossibile farlo.

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L’immagine che accompagna l ‘articolo, è tratta, solo per questo uso, da: http://www.sanremonews.it/2016/05/13/sommario/ventimiglia-vallecrosia-bordighera/leggi-notizia/argomenti/ventimiglia-vallecrosia-bordighera/articolo/lalmanacco-di-sanremo-news-prima-di-valutare-cio-che-ti-dicono-valuta-anche-chi.html, e ritrae la 800.000 persone partecipano la grande manifestazione che ebbe luogo per le strade di Parigi, a cui parteciparono 800.000 persone, da molti considerata l’apice del ‘Maggio francese’ e della contestazione sessantottina in Europa. La manifestazione, indetta a seguito degli scontri fra studenti e polizia avvenuti nella notte fra il 10 e l’11 maggio nel Quartiere Latino, segnò il passaggio del Maggio francese da rivolta studentesca a rivolta sociale. A fianco degli studenti, infatti, scesero in campo forze sindacali e politiche ed iniziò uno sciopero generale che durerà parecchi giorni e che coinvolgerà più di dieci milioni di persone.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

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