C’ è un libro di cui nessuno vorrebbe leggere la fine, ed è la storia dei fratelli Cervi. C’è un libro che con infinita delicatezza narra di rudi lavoratori della campagna che sposano una idea allora ritenuta folle: quella di allontanare i fascisti, far in modo che il pane basti per tutti, riguadagnare la dignità e la libertà perdute sotto il regime e la guerra. C’è un libro che narra in modo magistrale la vita nella campagna emiliana, senza fronzoli. C’è un libro che è un racconto struggente dell’impegno di sette fratelli per una vita migliore e ove le ingiustizie siano bandite e della loro morte, che molti dovrebbero leggere prima di parlare a sproposito, di pensare a sproposito. Il libro è: “Io che conosco il tuo cuore”, di Adelmo Cervi con la collaborazione di Giovanni Zucca, edito da Piemme nel 2014.

«Questa non è LA STORIA. Questa è una storia. Dove prendo quello che mi hanno raccontato, ci attacco quello che non mi hanno raccontato e lo condisco con quello che ho scoperto ed imparato leggendo libri e parlando con altri- parenti, amici, studiosi» – scrive nel prologo Adelmo Cervi, figlio di Aldo detto Gino, uno dei sette fratelli, torturato ed ucciso quando lui era piccolissimo.

Questa storia dei fratelli Cervi incomincia con due fotografie poste a confronto: una che ritrae sette giovani uomini e due giovani donne con padre e madre, Alcide e Genoeffa, nome venuto chissà da dove, un’altra che è priva dei giovani uomini e cioè anche di braccia per il lavoro ed il sostentamento, ed ha solo donne e bambini oltre il vecchio Alcide.

La famiglia Cervi prima della esecuzione per mano fascista dei sette fratelli.

Non crediate che la famiglia Cervi fosse una di quelle prima del fascismo comunistissime, ed invischiate con leghe rosse. Macché. Era una famiglia tutta casa chiesa lavoro e qualche diversivo, ove i giovani, come altri della campagna, avevano imparato qualche sotterfugio per non passare la visita di leva come abile ed arruolato, perché la terra richiede braccia, e che abitavano in una terra intrisa di sangue socialista e non, sparso durante gli scioperi o le manifestazioni contro la tassa sul macinato. E come tutte le famiglie che si rispettino, si fa per dire, anche la famiglia Cervi aveva un soprannome: si chiamavano “i Rubàn”, forse perché il ceppo originario veniva da Rubiera, un paese a sud est di Reggio Emilia, quasi al confine con Modena. E aveva iniziato la sua attività antifascista non portando il grano all’ammasso, non regalando il frutto del sudato lavoro ai fascisti. Il grano doveva servire per le bocche da sfamare, non per mantenere gerarchi e militi.

Aldo poi, era uno di quelli che, prima di diventare comunista e far conoscere il comunismo e l’antifascismo organizzato ai suoi fratelli, era talmente cattolico da sgridare duramente la sorella che non era andata in chiesa ma con il fidanzato.
E non erano belli, alti biondi, i fratelli Cervi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore erano contadini come tanti altri, con qualche acciacco raccattato qua e là, (Ferdinando aveva un’ernia inguinale, Ovidio era sdentato, e chi aveva mal di piedi chi mal di schiena) ed erano tutti dediti a seminare, mietere, raccogliere, tanto che Antenore, per esempio, non si staccava mai dalla terra con il pensiero, neppure nelle pause dal lavoro. Ed anche in casa di Alcide Cervi nascevano bambini come nella stalla nascevano vitellini.

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Ma papà Cervi non aveva voluto fermarsi a lavorare i poderi aviti, voleva migliorare la produzione familiare, trovare terra fertile, creare quella che ora diremmo una moderna azienda agricola, senza esser più bracciante di nessuno. Così, dopo aver calcolato di non fare il passo più lungo della gamba, Alcide, che nel 1919 aveva preso la tessera del Partito Popolare, decide di fare il grande passo e di spostarsi con la famiglia al nuovo podere a Porta Nuova, ad Olmo.  Ettore è ancora nel grembo materno, quando la grande famiglia patriarcale abbandona la casa di Tagliavino e si muove verso Olmo con un futuro non ancora da fittavolo. Poi dal 1925 al 1934, l’esperienza di lavoro nei possedimenti della contessa Levi, i “Quartieri di Valle Re”, segnata da una profonda incomprensione tra colei che la terra possedeva e chi la conosceva. Infine papà Alcide prende la grande decisione: andare verso le terre rosse.

È il 1934 quando la famiglia si muove ancora una volta. Papà Alcide ha deciso: nessuno può mettere in dubbio la sua scelta, fatta dopo “mille” pipe fumate. Così la famiglia Cervi arriva a quel podere che poi deciderà di lavorare in affitto, che si estenderà via via, anche grazie alle bonifiche di Mussolini che sono una grande occasione. Per la verità sono loro che si rivolgono all’impiegato dell’ufficio preposto per chiedere i vagoncini della bonifica per lavori di livellamento, perché 50 bocche da sfamare, sono 50 bocche, dice papà Alcide, e con più terreno le mucche mangiano meglio e si fa più latte. E poi la terra livellata si irriga meglio.

È qui che i Cervi mettono in atto tutto il loro sapere, acquisendone pure di nuovo grazie a corsi, ed utilizzando tecniche e macchinari, ampliando il loro podere in affitto, migliorando la produzione ed aumentandola. E poi, nel 1939, arriva il trattore, che lì intorno è uno dei primi, mentre 40 vacche riempiono la stalla donando latte, burro e formaggio oltre che vitelli, grazie all’opera del solerte toro Battista. Ma forse proprio allora si fecero qualche nemico, magari qualcuno che era invidioso, e proprio allora decisero che tutta quella fatica non l’avevano fatta per produrre per il Duce, che avrebbe trascinato l’Italia in guerra, in una guerra che sarebbe stata una tragedia come lo sono tutte le guerre. Ma non conferendo il richiesto ai fascisti, o conferendone di meno e nascondendo il resto, anche le campagne incominciarono a diventare zone di lotta antifascista non di poco conto. Infatti, allora, tutto quanto richiesto dal regime fascista per sé, che poi era di tutto, doveva essere portato ai depositi che le autorità tenevano sul territorio, ed a chi evadeva l’obbligo venivano comminate multe e sanzioni non di poco conto. E persino la fede nuziale era stata carpita dal Duce e dai suoi “per la Patria”.

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Ma cosa c’entra questo con il comunismo e la lotta antifascista? Quando i Cervi diventarono antifascisti?
Il primo che fece il salto sulla sponda comunista ed antifascista fu Aldo detto Gino, il padre di Adelmo, che ebbe come scuola la galera dove era finito per uno sparo, forse accidentale forse no. Era finito soldato, Aldo, a differenza di Ferdinando che, due anni dopo, era riuscito a farsi riformare.

Correva l’anno 1930, e la storia di quella pallottola ebbe varie versioni. Aldo detto Gino aveva raccontato ai superiori ed al tribunale che due ombre si erano avvicinate al posto dove faceva la sentinella, ed egli aveva intimato l’alt e chiesto la parola d’ordine una, due, tre volte ed infine, non avendola ottenuta, aveva sparato ferendo uno di striscio. Ma i due che erano due militari in servizio ispezione sentinelle, avevano invece narrato di aver visto Aldo Cervi troppo vicino al suo compagno di guardia, e che egli aveva loro sparato per questo.
I superiori prima credono a Aldo poi no, quindi vi è, dopo la presentazione di un numero inusitato di testimonianze, ricostruzioni ecc. ecc. una condanna a Cervi a 5 anni, che invano un avvocato triestino cercherà di cancellare in secondo grado. Cinque anni in una prigione fascista per poco o nulla sembrano una eternità: cinque anni senza poter lavorare per mantenere la famiglia in periodo di crisi, cinque anni senza vedere i propri cari, cinque anni buttati via lasciando la madre in lacrime, cinque anni al chiuso per un uomo che aveva sempre vissuto all’ aperto. Anche questo poteva accadere sotto il fascismo. Infine gli anni si ridurranno a tre.

Andrà in prigione a Gaeta Aldo detto Gino Cervi. Ed è a Gaeta che Aldo legge il primo testo comunista e poi il secondo, e poi inizia a parlare del mondo, della società futura, del fascismo forse con chi quei libretti glieli ha dati. Sarà stato Umberto Terracini, che si mormora allora fosse là, od un compagno qualsiasi? Non lo sapremo mai. Sappiamo solo che Aldo Cervi uscirà da quel carcere che non è più quello di prima, non è più lo stesso Aldo dei Rubàn, perché «si è voltato» dietro le sbarre, è diventato comunista.  Forse le file dei comunisti in questi periodi si ingrossarono proprio grazie a chi andò ignaro di tutto in carcere, spedito dai fascisti, e ne uscì compagno internazionalista convinto come Aldo. Per carità basta nazionalismo hitleriano e fascista, avevano già fatto troppi guai. Compagni del mondo unitevi contro la guerra e per ottenere pane, pace e libertà, era il nuovo sogno.

Novellini Mario, I fratelli Cervi all’ atto di cadere giustiziati dal fascismo.

Così Aldo, che era andato in galera tra il mormorio dei vicini, torna a casa dopo tre anni per dar adito a ben altri mormorii. E presenta ai fratelli “L’Unità” e “Relazioni Internazionali” vietatissimi e mal stampati, ma che sono sempre meglio di “Il Popolo d’Italia” e “Il solco fascista”, e parla di cosa ha imparato, della nuova visione del mondo che ha lui, verso la quale, per inciso, dimostra lo stesso ardore che aveva avuto quando era cattolico per il verbo della chiesa. E piano piano, discussione dopo discussione, coinvolge i suoi fratelli nell’azione antifascista, iniziando da Gelindo che è già socialista.

Aldo detto Gino ha letto e studiato, anche se i testi marxisti li interpreta un po’ a modo suo, riesce a iniziare un volantinaggio contro il fascismo ed i fascisti non di poco conto, ed organizza incontri dove non manca pure un buon bicchiere di vino. Ma forse i fratelli Cervi si espongono un po’ troppo, prendono poche precauzioni, dimenticando che intorno ai campi Rossi in ogni senso, ci sono molti campi Neri, intorno a casa Cervi vivono molti filo- fascisti ed a quei tempi le spie erano molte, gli informatori pure. Invece di fascisti, anche solo un po’, anche solo per sbaglio, anche sbiaditi, tra i Cervi non c’è traccia. E qualcuno incomincia a prenderne nota, visto che non fanno molto per nascondersi. Perché non tutti volevano bene tra quei campi gialli di grano e quei prati verdi ai Cervi, e vi erano rancori ed invidie che si mescolavano con la politica.

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Siamo nel 1939 e una donna va dalla polizia politica e denuncia Gelindo per aver parlato pubblicamente male del Duce e della Milizia. Gelindo viene fermato, interrogato, schedato ed infine ammonito. Inoltre Aldo è fidanzato con Verina, ma nonostante le preghiere di Virginia, madre di lei, non la vuole sposare, perché lui è un compagno. Poi aspettano un bimbo, che pare desiderino ambedue, ma non succede nulla di nuovo e la situazione va avanti così, mentre muore Adelmo, fratello di Verina, seminarista, troppo tardivamente mandato all’ospedale dai preti. Quando nasce una bimba, Verina si trova in difficoltà perché deve darle il suo cognome e l’evento è accompagnato da un coro di maldicenze di ogni genere, esplicite e sussurrate. Si stava poco a finire sul libro nero, allora, se si era madri non regolarmente sposate.

Quindi vi è l’incontro di Aldo detto Gino con Lucia Sarzi, figlia del burattinaio Francesco, comunista, che è stata cresciuta nell’antifascismo dal padre, e che pare proprio sia stata sua compagna di lotta ma non di letto, anche se ancora una volta molto si mormora pure in seno a casa Cervi. Lucia Evelina Ofelia Sarzi, la cui vita si intreccia con quella dei Cervi, conoscerà poi, nel corso della Resistenza, anche Giorgio Amendola, con cui collaborerà per la stampa clandestina. Anche lei legge molto, come i Cervi, anche lei distribuisce volantini antifascisti, anche lei diventa parte attiva della resistenza. E se ti becca la milizia a fare tutto ciò, per ben che vada ti riempiono di botte, di legnate, che poi non riesci più a restare in piedi neppure per fare pipì, come era accaduto al padre di un giovane comunista.

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Poi ci sono le maldicenze sussurrate, e qualcuno accusa pure i fratelli Cervi, considerati non di certo poveri e con macello clandestino sotto casa, di esser dediti al mercato nero. Certamente qualcuno non avrà dato tutto all’ammasso per praticare lo stesso, molto lucrativo, ma per certo non i Cervi, che invece nascondevano ciò non davano per sé e per il futuro, e che poi manterranno con quanto sottratto al Duce antifascisti e soldati in fuga pure dal campo di concentramento di Fossoli, che aveva ospitato ebrei e soldati alleati prigionieri di guerra.

Infine giunge il 25 luglio, il giorno della grande illusione, e poi l’8 settembre, quando tutto riprecipita nel buio. Ma una cosa è certa, che fra queste due date ed anche poi, una massa caotica di uomini allo sbando, che non sa dove andare, priva di cibo, abiti, di tutto, si muove in Italia. Alcuni di questi disperati raggiungono, anche indirizzati, casa Cervi, nascosti in mucchi di fieno. Sono John Peter De Freitas detto dai bimbi di casa Cervi “Geppi” e Johannes Davis Bastianaase, detto “Basti”, Anatolio, cioè Anatolij Tarasov, dell’Armata rossa sovietica, che era prigioniero in Veneto, e che non è il solo russo ospite dei Cervi perché c’è chi si ricorda anche Michail, Viktor, Nikolaj e Nikolaj il colcosiano, Alekander, … E dopo l’8 settembre, ci sono soldati italiani in fuga. Alcuni si uniranno ad Aldo per formare la banda partigiana ‘Cervi’ , altri se ne andranno dopo una breve sosta. E Aldo Cervi incontra anche degli anarchici, e subito quelli del Partito Comunista iniziano a sospettare di lui, che poi ha con sé quei russi, ed il calabrese ed il mantovano … mah, ci si potrà ancora fidare o vuol fare di testa propria? Il dubbio si insinua, anche se chi lo conosce bene lo difende. In quei periodi nessuno si fidava di alcuno, ed i nervi erano a fior di pelle.

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Quindi Aldo sale in montagna formando una sua banda con altri che aveva aiutato ed erano stati rifocillati e rivestiti grazie all’opera incessante delle donne Cervi. Non posso qui descrivere ogni pagina, ogni vicenda, ma ad un certo punto i fratelli si ritrovano tutti nella loro casa, come all’inizio della storia quando però Ettore era ancora nella pancia di Genoeffa.  È il 25 novembre di quel maledetto 1943. E sono le sei e trenta del mattino. I fascisti circondano la casa, e danno fuoco al fienile, chiedendo ai fratelli Cervi di uscire e consegnarsi altrimenti bruceranno la casa con dentro donne e bambini. Non vi è altra via che la resa. E così possono intervenire i pompieri.
Ives è vicino alla casa. «L’hanno bloccato agli inizi della battaglia […]. Vede il fumo, vede la casa inondata d’acqua, la cenere bagnata, le mucche in giro per i campi».

Il resto della storia dei fratelli Cervi sarà scandita da interrogatori botte, torture, fino alla messa al muro, che nessuno si aspetta sia stata decretata per tutti 7 i fratelli.  E neppure è permesso loro di vedere le loro donne od almeno una di loro prima della fine. Chi si salva è il patriarca Alcide, che aveva voluto unirsi ai suoi figli nella cattura. «Il treno del destino ora è lanciato. Il treno del destino non si ferma più». La morte giunge per i fratelli Cervi il 28 dicembre 1943 come per Quarto Camurri, arruolato volontario nell’esercito dell’R.S.I. e poi disertore. Ma verrà ucciso dai fascisti anche don Pasquino Borghi, un prete sorridente ed antifascista, che aveva dato da mangiare a partigiani e persone in fuga. Sulla lapide in ricordo nemmeno un accenno a questo ma solo al suo essere dedito alla carità.

La famiglia Cervi dopo l’esecuzione dei sette fratelli per mano fascista. Il cerchietto mostra Adelmo.

Genoeffa muore dal dolore alla fine del 1944. Alcide il patriarca ormai vecchio resiste e scriverà un famoso libretto intitolato “I miei sette figli” edito nel 1955 a cura di Renato Nicolai. Un’altra cosa sappiamo però sui fratelli Cervi: che furono dalla parte giusta, «Perché non c’erano due parti giuste. Ce n’era una sola e non era quella di Auschwitz, non era quella delle stragi di Marzabotto, di Sant’Anna di Strazzema e delle fosse Ardeatine».

Ai fratelli Cervi dedica una famosa poesia anche Salvatore Quasimodo: « […] Scrivo ai fratelli Cervi/non alle sette stelle dell’Orsa:/ai sette emiliani dei campi./ Avevano nel cuore pochi libri/ morirono tirando dadi d’amore nel silenzio. [..] Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,/ non per memoria, ma per i giorni che strisciano/ tardi di storia, rapidi di macchine di sangue».

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Ho riportato queste righe dal libro senza appesantirle con note per raccontare di cosa fossero stati capaci i fascisti e di cosa osarono i fratelli Cervi utilizzando un testo narrativo letterario, in cui alcune parti, come i dialoghi, sono stati immaginati ma altri sono dati storici. Ma talvolta è bello anche immergersi nel romanzo storico, se esso rispetta tempo, luoghi, protagonisti, situazioni e non si presta invece a diffondere libere e fantastiche interpretazioni.
In Italia esistono ora la Fondazione Alcide Cervi ed anche la Fondazione famiglia Sarzi, a ricordo del loro impegno per un mondo migliore. La casa dei fratelli Cervi a Gattatico è stata trasformata nel museo Cervi, che permette percorsi sia di vita contadina che di antifascismo.

Laura Matelda Puppini

La prima immagine inserita nell’articolo è tratta da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_famiglia_Cervi.jpg. e proviene da Alcide Cervi, la seconda ritrae l’opera artistica di Novellini Mario, “I fratelli Cervi all’ atto di cadere giustiziati dal fascismo”, su carta e con pittura a tempera, ed è tratta da: http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/pater/loadcard.do?id_card=144268, la terza è la scannerrizzazione di quella presente sul volume di Adelmo Cervi. Il volume è stato presentato anche in Carnia, ma forse molti non ne hanno compreso il contenuto. L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/foto-e-video/2015/12/28/fotogalleria/reggio-emilia-le-immagini-del-72-anniversario-dell-eccidio-dei-fratelli-cervi-e-di-quarto-camurri-1.12686024, e rappresenta i mazzi di fiori posti lungo il muro dove caddero i fratelli Cervi. Laura Matelda Puppini 

http://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/10/image.jpghttp://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/10/image-150x150.jpgLaura Matelda PuppiniSTORIAC’ è un libro di cui nessuno vorrebbe leggere la fine, ed è la storia dei fratelli Cervi. C’è un libro che con infinita delicatezza narra di rudi lavoratori della campagna che sposano una idea allora ritenuta folle: quella di allontanare i fascisti, far in modo che il pane...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI