Ho terminato il secondo capitolo della storia della miniera di Cave del Predil con la crisi della Raibl Società Mineraria del Predil, con buco di 4 miliardi di lire;  l’assemblea dei soci del 25 aprile 1956, e l’arrivo, a Cave, di ‘La Pertusola’, società a prevalente capitale francese, «colosso industriale internazionale, affiliazione della ‘Peñarola- Rothschild» e titolare di importanti miniere di piombo e zinco in Sardegna» (Paola Tessitori, Paola Tessitori, Rabil-Raibl Cave del Predil. Una miniera, un paese, una sfida, Ud, Kappa Vu 1997, pp. 50-51).
Essa rilevava la maggioranza azionaria della Raibl Società Mineraria del Predil, grazie pure ad una convenzione stipulata con il Demanio. L’esborso finanziario non era di poco conto, a causa della forte esposizione debitoria della ‘Raibl’, ed immediatamente La ‘Pertusola’ iniziava un riassetto organizzativo dei servizi e delle lavorazioni, che si potrebbe definire una «profonda rivoluzione di gestione e di mentalità imprenditoriale», (Ivi, pp. 50-51), gli effetti del quale si fecero sentire subito su tutti gli aspetti della vita aziendale, da quelli produttivi a quelli occupazionali.
Ma non si creda che l’entrata di ‘La Pertusola’ avesse scalzato i Nogara, che permanevano con la loro costante presenza nei consigli di amministrazione (Ivi, p.51), mentre direttore della miniera veniva nominato l’ing. Annibale Valdivieso. (anche Valdivieres ndr.).

Dopo l’arrivo di la ‘Pertusola’ a Cave del Predil, Guerrino Gabino, (1) minatore prima, sindacalista poi, decideva di recarsi in Sardegna, ove la Società gestiva altre miniere, per ascoltare dalla voce dei lavoratori come la stessa si comportasse verso di loro.  Al suo rientro, egli convocava una assemblea pubblica per relazionare su quanto gli avevano raccontato i minatori di San Giovanni e Buggerru, a pochi giorni dalla tragedia di Marcinelle. 
«Gabino inizia mostrando alcune buste paga: il trattamento mensile è misero […]. Chi non riesce a reggere il cottimo non riceve la maggiorazione sulla paga a economia, nonostante sia prevista dal contratto nazionale. Tranne poche eccezioni, la qualifica e il salario sono inferiori alle mansioni disimpegnate. Si vive sotto l’incubo del licenziamento, frequentemente minacciato. Chi è sgradito alla direzione, dopo una malattia o un infortunio, anche se non è ancora completamente ristabilito, deve riprendere il lavoro di prima, e se non riesce viene diffidato e poi licenziato per scarso rendimento.
Nei cantieri c’è l’acqua al piede; gli indumenti protettivi sono forniti a pagamento. Il ritmo di lavoro è pesante e molti si ammalano: a cinquant’anni sono relitti. Il sistema Bedaux (2) governa lo sfruttamento degli operai […]. La sicurezza sul luogo di lavoro lascia desiderare, alcune norme di polizia mineraria non vengono rispettate. Non ci sono organizzazioni sindacali. I componenti delle commissioni sindacali sono stati licenziati, e non sono stati sostituiti. (…).
I generi alimentari sono forniti dalla Pertusola attraverso spacci aziendali. I prezzi (olio, pasta, formaggio, lardo) non si discostano da quelli di Cave […]. I salari sono in gran parte trattenuti a copertura delle spese alimentari. C’è una decurtazione mensile per le spese di trasporto dai luoghi di raccolta ai posti di lavoro. Gli operai pagano al cento per cento i pasti della mensa, l’elettricità e il riscaldamento degli alloggi di servizio».  (Giordano Sivini, Il banchiere del Papa e la sua miniera, il Mulino, 2009, pp. 118-119). Ed alla fine di questa esposizione, Gabino diceva che direttore di queste realtà, e quindi colui che le aveva create e volute, altri non era che colui che era stato chiamato a dirigere Cave del Predil, provocando «Un boato di sdegno e di rabbia». (Ivi, p. 119).

Cosa accadde, con la ‘Pertusola’ a Cave del Predil è presto detto.

«Nel mese di giugno scorso comparvero a Cave del Predil i primi rappresentanti della Società Pertusola. Vennero da allora abbandonati i cantieri meno ricchi e più costosi per lo sfruttamento, limitandosi alla coltivazione dei soli cantieri ricchi posti nella miniera alta e nei primi livelli del sottosuolo. Si compie, spremendo gli operai, uno sfruttamento indiscriminato. E nell’ossessione di cavar materiale, aumentano di giorno in giorno la produzione, trascurando le tradizionali ed indispensabili misure di sicurezza imposte dal Codice di polizia minerario.

Vennero tolti i picconieri (gli uomini che meglio conoscono la roccia, avvertono dei pericoli gli altri minatori più inesperti, onde evitare disgrazie; grazie a questi uomini, vecchi topi del sottosuolo, poche, finora, sono state le disgrazie mortali e dovute quasi sempre al puro caso). 

Vennero limitati gli armamenti nelle gallerie a semplici puntellature (…) ma purtuttavia in questo quadrimestre si sono avuti decine di incidenti di cui uno mortale avvenuto il 26 agosto […]. Inoltre si obbligano gli operai a lavorare isolati, violando così, ancora una volta, le disposizioni di Polizia mineraria. Sono stati allontanati dal sottosuolo oltre una cinquantina di minatori sfruttando la massimo quelli rimasti, e la produzione è aumentata di oltre il 30%». (Paola Tessitori, op. cit., p. 53, da lettera datata 14 ottobre 1956, archivio Cisl).  

Bisogna dire, però, che queste scelte venivano avvallate anche dai precedenti dirigenti della miniera, che sedevano nel consiglio di amministrazione, e che erano stati celebrati «come densi di comprensione per gli operai, di sensibilità umana e magnanimità» (Ivi, p. 53), mentre «nella valle e nel resto del Friuli imperversava la credenza del paradiso socio-aziendale cavese, alimentata anche da una serie di entusiastici articoli di stampa, che le associazioni sindacali si sforzavano di denunciare come frutto di un’azione propagandistica sollecitata dalla direzione per disorientare l’opinione pubblica». (Ibid.).

Le condizioni di lavoro, con l’introduzione del metodo Bedaux, andavano via via peggiorando, puntando la ‘Pertusola’ alla produzione prima di tutto. E veniva introdotto il lavoro a cottimo, non solo esteso a tutte le fasi di lavorazione, dall’estrazione ai lavori all’esterno, ma anche rigidamente regolato ed accuratamente seguito da una nuova figura: il sorvegliante delle ore, simbolo e custode della nuova logica industriale. (Ivi, p. 54).

«La produzione è in continuo aumento – segnalavano Cisl e Cgil – gli operai sono sottoposti ad un continuo cronometraggio da parte di gente specializzata richiesta dai nuovi dirigenti per continuare l’aumento di produzione e per ridurre i costi, i minatori non vogliono assoggettarsi ad un sistema che può essere chiamato Bedaux o in altra maniera, e […] non ci si venga a dire che questo non è un sistema di sfruttamento e di maggior logorio fisico dell’uomo». (Ivi, p. 55).

Inoltre ai riordini delle mansioni degli operai seguirono licenziamenti, che nel 1957 raggiungevano già le 130 unità. (Ivi, pp. 54-55). E il nuovo assetto societario travolgeva l’intero abitato e la vita sociale di Raibl. «Il ‘cottimo rigoroso’ creava nuove divisioni sul posto di lavoro, metteva un uomo contro l’altro: era un regime di sfruttamento degli uomini giocato esclusivamente sulla loro resa fisica. Il più forte era il più sano, il capo era colui che poteva permettersi sforzi sempre maggiori per guadagnare sempre di più; il forte dettava legge in termini di minuto dopo minuto […], dando luogo a condizioni lavorative durissime». (Ivi, p. 55). E il ritmo imposto dal cronometro veniva applicato anche in fasi di lavoro che dovevano esser fatte a mano, come il caricare i vagonetti del materiale in galleria, o la loro spinta. (Ibid). La divisione classista propria del periodo: operai, impiegati, direttore, che permetteva a quest’ ultimo di non salutare gli operai, si caricava di un nuovo fattore discriminante: la forza e la resistenza fisica, che portavano a differenziare giovani e vecchi, sani e meno sani, mentre lo stesso salario dipendeva dalla tenuta del fisico. (Ibid).  

Ed a ciò si aggiungeva la paura di non reggere ai ritmi imposti e di perdere il lavoro e di subire incidenti anche mortali a causa sia dello stress che della diminuita sicurezza. Ciò che voleva la ‘Pertusola’ era però raggiunto e cioè la produzione aumentava e il bilancio, nel 1957, nonostante la situazione di mercato non favorevole, chiudeva in pareggio.

 E la crescita produttiva continuava anche negli anni successivi, tanto da far raggiungere, grazie Cave del Predil, il secondo posto fra le miniere italiane produttrici di zinco e piombo, alla provincia di Udine, alle spalle solo di quella di Cagliari. (Ivi, p. 56). Ma già all’ inizio del 1962, il ramo estrattivo del piombo e dello zinco incominciava ad avere problemi a causa della Comunità Europea che isolava il mercato italiano per ben 6 anni, per consentire gli adeguamenti dello stesso alle condizioni del mercato europeo.  Così, i sindacati, con una nota dell’aprile 1962, avvisavano che la ‘Pertusola’ tendeva a concentrare la propria attività estrattiva in Sardegna, abbandonando le miniere ‘continentali’.  Non solo: la Società iniziava a trasferire il minerale grezzo da lavorare da Marghera a Crotone, dove si trovava uno stabilimento di seconda lavorazione da lei controllato, che permetteva pure l’estrazione di germanio, utile per le apparecchiature elettroniche, facendo pesare sui conti della miniera di Cave del Predil anche il costo del trasporto, e facendola apparire come meno economicamente vantaggiosa. (Ivi, p. 57).

 Mentre poi su scala nazionale si parlava già di boom e miracolo economico, a Cave del Predil iniziavano una serie di scioperi, con una altissima partecipazione dei lavoratori ed il sostegno dei comuni di origine degli stessi e della popolazione del paese, e si succedevano azioni decise di picchettaggio, quali il blocco del minerale e l’occupazione delle strade da e per la miniera, per impedire il passaggio ai camion (Ivi, p. 58).  Chi guidava queste lotte era Guerrino Gabino. Ed alla lotta per condizioni più umane di lavoro, si univa la lotta al crumiraggio. Infine da lotta locale, quella dei lavoratori di Cave si trasformava, nel 1961-1962, in lotta per sconfiggere il sistema stesso di sfruttamento degli operai e l’intera logica produttiva della ‘Pertusola’, cercando pure il collegamento ai minatori sardi. ‘Cacciare la Pertusola’ diventava il motto guida della lotta.  (Ivi, pp. 58-59).

Così, fra uno sciopero e l’altro, ci si avvicinava alla data del 30 giugno 1963, giorno in cui sarebbe scaduta la concessione di sfruttamento della miniera di Cave del Predil da parte della ‘Pertusola’, che voleva però rinnovarla, visti gli utili avuti, nonostante tutto. Il problema incominciava ad assumere, in modo deciso, connotati politici, con l’onorevole Mario Toros, democristiano, certamente favorevole ad un rinnovo della concessione a detta società, e sinistra socialista e comunisti contrari, come la CGIL e la UIL, e favorevoli all’entrata di una società a partecipazione statale, mentre la Cisl, comunque, evidenziava problemi e perplessità ad un rinnovo alle stesse condizioni per gli operai della miniera. (Ivi, p. 62). Chi poteva competere con la ‘Pertusola’ era l’AMMI S.p.a. del gruppo EGAM, in mezzo a questa situazione c’erano i lavoratori di Cave, con le loro speranze e perplessità, unità e fratture. (Ivi, p. 63). Ma «mentre Roma oscillava fra la tentazione ‘Pertusola’ e l’ipotesi AMMI, i principali enti territoriali friulani (consiglio provinciale di Udine, Comunità Carnica, ente locale a cui afferiva anche il comprensorio tarvisiano e cavese) si pronunciavano sostanzialmente contro l’ipotesi parastatale ed a favore del rinnovo temporanea alla Società mineraria e metallurgica di Pertusola, subordinato all’ impegno di costruzione in regione dell’impianto di lavorazione della blenda». (Ivi, p. 66). E mentre, in condizioni di mercato difficili e di lavoro ancor di più, i minatori di Cave stilavano, in vista della scadenza della concessione, un documento in cui lamentavano: l’esasperante accentuazione ,dal 1956, dei ritmi di lavoro, con aumento di produzione anche se con riduzione del personale; le mutevoli condizioni di lavoro in una logica tesa solo al massimo profitto; il peggioramento dei servizi sociali e ricreativi oltre che dei rapporti fra dirigenti e dipendenti; l’ instabilità del giacimento, dato dalla tipologia di sfruttamento intensivo; le scarse ricerche svolte dopo l’insediamento della ‘Pertusola’, che compromettevano il futuro di Cave; chiedendo di fatto l’estromissione della ‘Pertusola’ dalla nuova concessione (Ivi, pp. 63-64), vi era anche chi riteneva questo modo di vedere le cose frutto di demagogia socialcomunista, come per esempio Rinaldo Bertoli, poi presidente dell’Associazione degli Industriali di Udine, negando l’evidenza dei fatti. (Ivi, p. 66).

«I lavoratori dipendenti della ‘Raibl’ Società Mineraria del Predil, […] riuniti in assemblea generale il 6.5.1963, con la partecipazione delle Organizzazioni Sindacali Provinciali di categoria CGIL CISL e la Commissione interna […] fanno rilevare alle Autorità di Governo competenti ed in particolare all’ on. Ministero delle Finanze, che i minatori e tutti i lavoratori dipendenti, dal 1956 ad oggi, sono stati sottoposti ad una continua, esasperante accentuazione dei ritmi di lavoro: prove ne è il più che raddoppiato prodotto, con la diminuzione di un terzo delle unità lavorative precedentemente occupate»- si può leggere sul documento sopraccitato. (Ivi, p.63). Inoltre i lavoratori denunciavano che i sistemi di coltivazione, applicati da la ‘Pertusola’ tesi solamente alla sovrapproduzione, avevano determinato uno stato di preoccupante instabilità del giacimento, con la conseguente dubbia possibilità di mantenerlo in condizioni di piena efficienza. (Ivi, p. 64).

“La grande battaglia del 1963”- come la definisce Paola Tessitori, apriva così la porta alla gestione dell’AMMI spa, in un periodo in cui la questione ‘miniere’ ed il settore estrattivo stavano diventando problemi nazionali (Ivi, p. 68), e dopo una bagarre a livello politico, che vedeva la Dc ed i liberali friulani schierarsi per la ‘Pertusola’, così come gli enti territoriali friulani, che facevano ricorso, per sostenere detta scelta «ad un ampio armamentario di buoni sentimenti e di campanilismo ‘friulanico’» (Ivi, p. 66), e disegnando la ‘Pertusola’ come «il vero campione della crociata economica regionale». (Ibid.).

Infatti, dopo «incertezze, contrasti e pressioni di ogni sorta, dopo un’altalenante rincorsa di promesse e ‘sparate’ demagogiche, a fine giugno arrivava la decisione del governo, improvvisa ed inaspettata […]: il ministro delle finanze sceglieva l’AMMI come destinataria provvisoria della concessione della miniera di Cave del Predil». (Ivi, p. 67). Tutto il ‘privato’ regionale, la Dc e i liberali friulani insorgevano contro detta decisione, vista come una scelta condizionata da una «sinistra all‘attacco», (Ibid.) e che faceva «prefigurare apocalittici scenari di una nazione già alla mercé dei comunisti» (Ibid.). E sempre per i democristiani e liberali regionali, la scelta dell’AMMI era uno scandalo, «uno scempio, una inopinata violenza ai ‘veri’ interessi dei lavoratori friulani» (Ivi, p. 67), la friulanità era negata, mentre il Sindaco di Udine scriveva al Capo dello Stato ed ad altre alte cariche dello stesso, che la scelta dell’AMMI aveva provocato l’unanime indignazione della cittadinanza udinese e della popolazione friulana, per le ripercussioni sociali e politiche negative del provvedimento. (Ibid.).  

Ma poi, con il volgere verso il mese di luglio, la querelle abbandonava i giornali, e veniva dimenticata dalla maggioranza del popolo friulano «violato dalle scelte di Roma», (Ibid), come si era scritto, e l’arrabbiatura di alcuni si risolveva in una «messe di prediche e concioni» (Ibid.).

Per quanto riguarda la «grande battaglia del 1963», per cacciare la ‘Pertusola’ Paola Tessitori sottolinea come la lotta dei minatori per essere gestiti da un soggetto pubblico, cioè con l’85% di partecipazione statale ed un 15%: Ina, Inps e Breda, si reggeva pure sul sogno che il capitale pubblico avesse a cuore il benessere dei cittadini-lavoratori, dimenticando che il grande capitalismo privato «viveva già da allora in un rapporto di stretto intreccio con l’intervento pubblico e le sue provvidenze»(Ivi, p. 68), e che già allora, interessi pubblici e di grandi clienti, legati ai ceti dirigenti ed ai partiti, erano uniti da stretti vincoli di cointeresse e reciproco assistenzialismo e si confondevano nella gestione economica nazionale. (Ibid.).

Di fatto, come vedremo nel prossimo capitolo di questa storia intrigante, con l’arrivo dell’AMMI, molte delle grandi questioni emerse nei mesi precedenti al passaggio di mano di Cave del Predil, rimasero senza risposta e «il cottimo, il grande nemico nelle lotte operaie di fine anni ’50, allentava la sua presa ma […] non portava alla scomparsa di questa prassi» (Ivi, p. 71), rimanendo ancora per anni «a scandire i ritmi della differenza in miniera». (Ibid.). «né scomparivano i bracci di ‘ferro’ con la dirigenza su piccole e grandi questioni che avevano segnato la fine degli anni Cinquanta, anzi, per certi versi le relazioni sindacali fra operai e dirigenza si complicavano rispetto al passato» (Ibid.), ma vedremo nella prossima puntata perché.  

Laura Matelda Puppini

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(1). Guerrino Gabino, figlio di Giovanni e Libera Pascoli, era nato a Maiano il primo novembre 1921, risultava inizialmente residente nella frazione di Cleulis di Majano, presumibilmente nella casa paterna, per poi spostarsi a Tarvisio, dal 1954. Risultava lavorare a Cave del Predil dal 1946, come vagonaro. Quindi dal trasporto materiali era passato ad addetto agli argani, e, dopo dieci anni di sottosuolo, si era licenziato perché i polmoni non reggevano più. Suo fratello Silvano, assunto come manovale, aveva retto ben meno, e se ne era andato in Francia. Quindi Guerrino Gabino aveva assunto l’incarico di segretario della sezione del sindacato minatori di Cave della CGIL, dopo esser stato membro della Commissione interna, e nel 1954 aveva partecipato, a Roma, ai negoziati per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro.  Egli così viene descritto da Carlo Bravo della Cisl, in relazione a Cave del Predil: «Sindacalmente predominava la Cgil, guidata da un dirigente sindacale del mandamento di Tolmezzo che si chiamava Gabino, socialista, ma estremista più di un comunista. (…). La vita di miniera allora era molto faticosa e le norme di sicurezza erano carenti; di conseguenza si verificavano incidenti in diversi casi anche mortali. Ad ogni decesso seguivano proteste e assemblee infuocate nella sala del cinema del paese, e di frequente veniva presa di mira la Cisl alla quale il “Gabino” faceva risalire la causa della rottura dell’unità sindacale». (Da: Il sentiero dei piccoli passi, Quarant’anni di esperienza sindacale di Carlo, a cura di Federico Vidic, Bravo pp. 30-31) http://www.fim-cisl.it/wp-content/uploads/2015/09/Friuli-VG-Carlo-Bravo.pdf). Naturalmente questa è la visione che la cattolica Cisl, più portata ad andare in viaggio fino in America che a stare fra i minatori, aveva di Guerrino Gabino, che aveva sperimentato sulla sua pelle cosa significasse lavorare in miniera. Guerrino Gabino morì di cancro nei primi anni ’80.

(2) Il sistema Bedaux, dal nome dell’ingegnere che lo inventò, Charles Bedaux, che può senz’altro considerarsi tra i sistemi industriali a incentivo o a cottimo, basati sulla razionalizzazione del lavoro e si fonda sulla cosiddetta unità Bedaux (“B.”) corrispondente all’ammontare di lavoro che un uomo normale può fare, in condizioni normali, in un minuto, tenendo conto del necessario riposo. Attraverso l’eliminazione dei movimenti inutili, la standardizzazione dei prodotti, ecc., il rendimento del lavoro dovrebbe però tendere a superare la media di 60 B. l’ora, per realizzare una diminuzione dei costi e la possibilità quindi di maggiori profitti e maggiori salarî.

Il sistema, applicato per la prima volta nel 1918 nell’Imperial Forniture Company di Grand Rapids (Michigan) e diffusosi poi rapidamente in tutto il mondo, suscitò però molte discussioni, critiche, vertenze sindacali da parte delle associazioni dei lavoratori, che, fra l’altro, con l’applicazione di questo metodo, non avevano la possibilità di conoscere con chiarezza gli elementi componenti la propria retribuzione e faceva dipendere i valori del rendimento normale unicamente dalla volontà dei datori di lavoro. (http://www.treccani.it/enciclopedia/charles-bedaux_(Enciclopedia-Italiana). Nell’ambito del sistema cronometrico, l’uso di procedure diverse ha portato gli utilizzatori a denominare in modo diverso tecniche sostanzialmente simili. Il sistema Bedaux ed il sistema Taylor; sono due sistemi cronometrici e si basano entrambi sulla soggettiva valutazione della/e velocità d’esecuzione di un lavoro, alla ricerca dell’eliminazione dei cosiddetti ‘tempi morti’. Il Bedaux è il sistema cronometrico classico dove risulta più chiaramente identificabile il soggettivo giudizio dell’analista sulla velocità d’esecuzione del lavoro come elemento centrale. (http://www.mirafiori-accordielotte.org/home2/tecniche-di-contrattazione-della-prestazione-di-lavoro/il-sistema-di-regole-vigente/le-metriche-esistenti-i-sistemi-cronometrici/).

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L’ immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: https://www.inheritage.it/it/scheda/archivio-raibl—societ—mineraria-del-predil.htm. Laura Matelda Puppini

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