Riporto qui alcune mie considerazioni, riallacciandomi a quelle di Marco Lepre in: “Tolmezzo, identità perduta” in: L’arco in cielo, n. 1 maggio 2003, ancora, a mio avviso, attuali.

Qualcuno, guardando la “nuovissima” piazza XX settembre diceva che è vuota, spoglia, e lo penso anch’io. Via le panchine e quell’embrione di verde che c’era a ridosso, una insulsa aquila in metallo che non si sa cosa significhi davanti al Municipio, dei lampioni che stridono con quelli a palla bianca e rotonda del Palazzo di Ettore Gilberti, essa si è trasformata nel luogo culto del nulla dell’attuale Tolmezzo, segnata nelle ore del giorno e nei giorni della settimana dal rumore assordante di pista guida sicura e del poligono di tiro, a cui se ne aggiungerà un secondo per volere della giunta Zearo. Brum – brum, pam – pam, questa è la Tolmezzo di oggi, senza più anima, idee, vita sociale, priva di qualsiasi dialogo tra amministrazione e cittadino, abbruttita, anche se mai fu bella, svilita, senza dibattito, senza cultura, appiattita, ectoplasma. La sensazione di decadimento riempie l’anima.

Scriveva Marco Lepre buon osservatore, nel lontano 2003: «Da qualche anno Tolmezzo, in forza di un decreto del Presidente della Repubblica, può fregiarsi del titolo di città. Da molto tempo è il riconosciuto “capoluogo” della Carnia», per la sua posizione geografica, e per la presenza dell’ospedale, degli uffici pubblici, del tribunale, delle scuole superiori. (Marco Lepre, Sempre più anonima, sempre più brutta: è davvero ancora un capoluogo?, in: “Tolmezzo, identità perduta” in: L’ Arco in Cielo, n. 1 maggio 2003). Fin qui Lepre allora. Ma ora che resta di questa cittadina, dopo che abbiamo imboccato la via per diventare la periferia della periferia di Udine? Resterà forse solo l’autostazione con le corriere che portano altrove?

Inoltre Marco Lepre analizza alcuni aspetti, ancora attualissimi punto per punto.
«Dal punto di vista dell’immagine urbana e di quello che offre, Tolmezzo è da tempo segnata negativamente. – scriveva allora Lepre. – Chi arriva in città e si dirige verso il centro è colpito dalla confusione edilizia e dalla mancanza di una gerarchia nella rete viaria. I principali uffici pubblici sono sparsi disordinatamente, manca un sistema di verde, il centro storico, per quanto interessante, ha perso molte delle sue attrattive: la piazza principale è stata colonizzata da banche e istituti finanziari e dopo l’orario di chiusura degli uffici finisce inevitabilmente per svuotarsi».  (Ivi).

Che dire oggi, quando neppure all’albergo Roma risuonano più quelle discussioni animate che caratterizzarono tante fasi della vita tolmezzina, il tribunale e la polizia stradale se ne sono andati via, e tutto appare ovattato? Vuoto è il centro, vuoto e svuotato, pieno di auto e privo di persone; e voci e richiami risuonano solo il lunedì al mercato, quando esso si anima un po’ grazie alle bancarelle, per poi ritornare nel suo aspetto addormentato.
Lepre imputa la “mancanza di vita ed attività» (Ivi) già allora presente in Tolmezzo, ma ora visibilmente peggiorata, anche all’aver portato il teatro in periferia, ma questo è solo un aspetto. E così continua: «L’impressione è che si soffra dei problemi di una città senza averne i vantaggi». (Ivi).

Quali i problemi? Per esempio quello dei parcheggi, di cui si è riempito il paese, (io non mi sento di definire Tolmezzo città), trasformato, per molti carnici, in una tappa per un viaggio verso Udine.

Ed ancora: «Per quanto riguarda la vita culturale, essa registra preoccupanti segni di regresso: è abbastanza deprimente la partecipazione del pubblico anche ad iniziative di un certo interesse, il che testimonia un certo provincialismo» – scriveva Marco Lepre. (Ivi).

A mio avviso, però, se il teatro  “tira” anche in mancanza di altro, ed andarci fa sentire molto “vip e top”, peraltro con un cartellone definito dall’Ente Teatrale Regionale, cioè imposto e codificato allora come ora, poco altro si vede in giro, tolti i sempiterni ‘Leggimontagna’ e qualche film, peraltro non sempre seguito da dibattito. Ma se anche esso fosse previsto, ormai qui si tace.
E chissà perché mi viene alla mente quanto diceva Ciro Nigris sul silenzio che caratterizzò il ventennio: «Si taceva. C’era la consapevolezza di vivere sotto un regime, senza però che ci fosse alcuna esplicitazione di ciò: semplicemente nessuno ne parlava». (Dove non si parla di libertà, la libertà muore”, Intervista a Ciro Nigris, in: “Voci della memoria”, a cura del Liceo Classico “San Bernardino” , Tolmezzo, 2004, p. 86).
Ora non viviamo sotto un regime, per carità, ma il silenzio partecipativo è realtà, quasi qui, di fatto, si fosse passati dalla democrazia partecipata a quella delegata, ma forse a Tolmezzo, per paura di una sinistra ora ben poco presente sullo scenario, la politica ha sempre scarsamente raccolto le istanze della gran parte degli abitanti, indipendentemente da chi fosse sindaco, di quale colore avesse la giunta municipale.
Ormai nessuno ascolta più i consigli comunali, ridotti al vuoto, e la maggioranza dei cittadini si è abituata a subire passivamente qualsiasi scelta giuntale e comunale e la cultura pare ingessata in 3 o 4 persone che formano la Pro Carnia 2020, e pochi altri. E se vi è una novità, magari un incontro importante al di là della logica degli anni 50, tutta alpini e montagna, è solo perché qualcuno fuori dal coro l’ha proposta.

Non è cambiato nulla a Tolmezzo da quando ero bambina, penso sconsolata, e ormai non si vedono neppure in lontananza espressioni di novità come “La settimana carnica di cultura”, che il gruppo Gli Ultimi propose ed attuò negli anni ’70, interessanti dibattiti e cineforum, il periodico autogestito, della montagna  ‘Nort’.
Inoltre non esistono più luoghi di incontro, ma si è ritornati al solitario davanti al bicchiere, od a due o tre che discutono davanti al tajùt, anche se da enoteca e non da fiasco. Le sale per proposte culturali esistono, ma sono enormi spazi vuoti perché richiedono tutte un pagamento orario, che ormai pochi si possono permettere. Non da ultimo mancano persino le panchine, tanto che, per ora, i bordi della vasca della nuova piazza, quando il clima è mite, (non troppo freddo, non troppo caldo), fungono da sedile.

«Tra le strutture che caratterizzano e qualificano Tolmezzo- scriveva allora Lepre – qualcuno ritiene che vada annoverato il poligono di tiro da trecento metri […], ma, alla luce dei miliardi spesi per la sua costruzione, dell’inquinamento acustico provocato e del poco visibile “ritorno “turistico”, ne è valsa veramente la pena?». (Marco Lepre, Sempre più anonima, sempre più brutta, op.cit.). Secondo me il poligono di tiro, mai insonorizzato, e “la palestra addestrativa” detta volgarmente “pista guida sicura” e “autodromo di Tolmezzo” sono stati forse fra le opere che nessun’altro voleva in Italia, essendo fra l’altro per pochi e foresti. Esse disturbano oltre misura noi cittadini di Tolmezzo, ma pare che le dovremo subire vita natural durante, in cambio di 16.000 euro annuali, un possibile danno alla salute, un mare di oneri.

Nel 2003, per quanto riguarda il poligono di tiro, che delizia anche chi va a mangiare in mensa, il liceo a ridosso, le domeniche tolmezzine al mezzodì, la casa di riposo, le passeggiate sino a Caneva, così scriveva Lepre: «Non ancora risolto il problema del rumoroso impatto di questa struttura, e forse, nella speranza di coprirlo in qualche modo, qualcuno nell’Amministrazione Comunale, ha pensato bene di affiancargli un kartodromo, (leggasi pista per go- kart), buono anche per esercitarsi nella “guida sicura” e quindi finanziato con denaro pubblico», (Ivi), poi trasformatosi nel cosiddetto “autodromo di Tolmezzo”, per l’uso del quale chi lo gestisce ha mille vantaggi e quasi “carta bianca”, mentre i cittadini invano da tempo segnalano il loro disagio. Ed anche per la ‘palestra addestrativa’, o ‘pista guida sicura’ o ‘autodromo della Carnia’, costruito però senza le regole per un autodromo, ecc. ecc., non si sono costruite barriere antirumore.  Fra l’altro, indipendentemente dal fatto che non so perché dovremmo pagarle noi cittadini, esse non sono di un solo tipo, e bisogna specificare la tipologia del manufatto. Ma le ‘palestre addestrative’ per auto di molti tipi non so neppure se esistano. Non da ultimo, forse con il permesso di un impiegato comunale delegato, detto spazio va riempiendosi di manufatti vari.

Ed ancora: i commercianti del Borgat hanno dovuto darsi da fare, in proprio, per far ridiscendere dalle vette di Pra Castello la festa della Madonna del Carmine e riportarla alla processione tradizionale, ai giochi per i bimbi, all’ incontro tra “i pors” ed “i sciors”, limitando concerti e bevute ai margini dei due sassi del castello riportati alla luce grazie all’impegno di Toni Martini, che sono però vuoti e freddi, come la cittadina di cui dovrebbero essere emblema.

E come non dar ragione a Marco Lepre, quando dice che: «Al di là di questi aspetti, la carenza principale è data dallo scadimento del dibattito e dell’elaborazione politica» (Ivi)? Ed ancora: «Sarà anche vero che dopo decenni in cui il territorio è stato sottorappresentato, ci siamo trovati per un certo periodo con dei tolmezzini a ricoprire le massime cariche regionali, ma è anche vero che il Consiglio Comunale, per anni “palestra” in cui si cimentavano personaggi di spicco, si esprime decisamente in tono minore. In molti campi Tolmezzo non è un riferimento, in termini di soluzioni e di capacità di iniziativa, per gli altri Comuni. I suoi rappresentanti più che esprimere autonomia ed indipendenza, spesso sembrano essere taciturni esecutori di ordini e decisioni prese altrove». (Ivi). Allora come ora, penso.  E intanto un’altra Amministrazione comunale e regionale stanno terminando.

Già allora, poi, Marco Lepre toccava il problema di Palazzo Linussio, non certo prerogativa di questa o della precedente amministrazione comunale. Finalmente la caserma se ne è andata, ma rispetto alle scelte di Francesco Brollo qualcuno palesava le sue perplessità.
Primo problema. Si è stati invitati ad un incontro per studiare come recuperare il Palazzo, per dire la propria, ma giunti ivi si è appreso che aveva già fatto tutto il Sindaco. Secondo problema: la manutenzione del Palazzo e la gestione della sua fruibilità per tutti. Proposte? Nessuna. Questo almeno sentivo dire.

Ma anche per quanto riguarda l’edificio per il teatro, si poteva comunque cercare di acquistare il ‘De Marchi’ dalla proprietaria, che fu costretta a metterlo in vendita per motivi familiari. Forse sarebbe costato meno di quell’orrido Luigi Candoni in zona mensa.

Inoltre Marco Lepre intitola un altro articolo del numero citato di “ L’ Arco in Cielo”, “pianificazione&partecipazione, una cattiva abitudine” che tratta del Piano Particolareggiato del Centro Storico tolmezzino, dopo aver precisato, nel suo “Sempre più anonima, op. cit.”, che le scelte di pianificazione del territorio dovrebbero esser compartecipate dai cittadini.
«La vicenda del Piano Particolareggiato del Centro Storico, adottato dal Consiglio Comunale nella seduta del 16 maggio 2002, – scrive Marco Lepre – […] si presta ad alcune amare considerazioni». (Marco Lepre, pianificazione&partecipazione, una cattiva abitudine, in: L’ Arco in Cielo, op. cit.).
La predisposizione e approvazione degli strumenti urbanistici rappresentano, per Lepre,  «uno dei momenti più importanti della vita amministrativa di un comune» dai quali dipendono «lo sviluppo ordinato dell’attività edilizia; la sicurezza dal rischio di alluvioni, frane, terremoti; l’organizzazione e la razionalizzazione della rete viaria; la disponibilità di spazio adeguato per servizi pubblici; l’insediamento delle attività produttive; le aree destinate a verde, etc. […]»(Ivi), e quindi richiederebbero partecipazione da parte dei cittadini.

Ma invece a Tolmezzo, dopo una fase di elaborazione del Piano Particolareggiato del Centro Storico, (steso dall’architetto Petris), esageratamente lunga, e durata circa cinque anni «durante la quale non c’è stato spazio, però per un coinvolgimento dei cittadini e dei vari enti ed associazioni nel dibattito e nell’esplicitazione degli obiettivi», si è passati ad una frettolosa presentazione pubblica dello stesso nella sala della Comunità Montana. Quindi il Piano è passato alla deliberazione del Consiglio Comunale «senza che ai Consiglieri fosse nemmeno dato il tempo per un esame dei documenti». (Ivi). Ed a chi si era lamentato per il poco tempo concesso e per la metodologia utilizzata, è stato risposto che si era già perso troppo tempo e che bisognava dare una risposta in tempi rapidi alle richieste dei cittadini, oppure che stavano per scadere i termini fissati dalla Regione, ma che comunque il piano era flessibile e ci sarebbe stato tempo e modo di apportare eventuali correzioni e modifiche. (Ivi). E così, tra l’appoggio indiscriminato della maggioranza alla giunta e l’incapacità della minoranza a giudicare analiticamente il piano per mancanza di elementi conoscitivi, esso è passato in consiglio comunale. (Ivi). Quindi le osservazioni dei cittadini, numerosissime, e la loro analisi in Commissione Consiliare, ed infine la sua approvazione definitiva in Consiglio Comunale, dopo una serie di lunghe sedute. (Ivi).

Ma un modo di procedere analogo era avvenuto per l’approvazione della variante generale del Piano Regolatore, nel 1999, che non so perché sia stato da noi cittadini pagato, per poi esser modificato a tale punto da non trovarne quasi traccia nel tessuto urbano. E nel 2013 avevo anch’io inviato una lettera al Messaggero Veneto sulle numerose varianti al piano regolatore tolmezzino approvate, in cui scrivevo che le stesse pareva fossero oltre un centinaio, senza contare quelle al piano particolareggiato, tanto da stravolgere, pare, variante dopo variante, il disegno originario del P.R.G.C. e privando la cittadina di spazi verdi. E palesavo il problema della cementificazione di Tolmezzo.

E scrivevo pure: «Mi pare proprio che, tra via Val di Gorto e la strada statale, fosse prevista la creazione di un “Parco Fluviale”, mentre, invece, ora, ci si trova davanti ad un poligono di tiro ed alla pista di guida sicura, quest’ultima realizzata senza neppure variazione nel P. R.G.C, che sono fonti di non poco rumore ed altri disagi, come le emissioni gassose dei veicoli. E, a Tolmezzo, ci si potrebbe porre, concretamente, ora, il problema della possibile perdita di valore degli immobili di proprietà a causa delle realizzazioni causate da variazioni del tessuto urbano». (Laura Matelda Puppini, Piani originari e cementificazione, in: Messaggero Veneto, 16 ottobre 2013). E sottolineavo come il comune di Tolmezzo proponesse una nuova variante al piano particolareggiato di via val di Gorto, la sesta, per venire incontro alle esigenze di un privato cittadino, almeno così pareva.

Ma questo modo di procedere, secondo Marco Lepre ed anche secondo me, non fa che accrescere la sfiducia dei tolmezzini, che credo abbia ormai toccato un minimo storico, e fa passare l’idea che la pianificazione urbanistica sia «qualcosa che “purtroppo” si deve fare perché è prevista dalla legge, ma che, comunque, non deve essere intesa in modo né chiaro, né preciso, né trasparente, bensì come qualcosa che, al momento opportuno, si può sempre “aggiustare”». (Marco Lepre, pianificazione&partecipazione, op. cit.).

Infine Marco Lepre termina la disamina su Tolmezzo facendo alcune ulteriori osservazioni relative al Piano Particolareggiato del Centro Storico, approvato il 16 maggio 2002. (Marco Lepre, Tre o quattro cose che non mi piacciono di lui, in: Arco in cielo, n.1 maggio 2003).

In primo luogo egli dice che alcuni edifici storici dovevano esser salvati con i loro arredi, e fa riferimento in particolare alla casa degli ebanisti Pillinini e del liutaio Valentino Pillinini, tutelata dal Piano Particolareggiato ma che ha subito forti rimaneggiamenti, alla palazzina liberty ove aveva il suo studio il dott. Bonanni, demolita senza se e ma, all’edificio dell’ex Consorzio Agrario, in via della Vittoria, opera dell’ing. Orlando, come credo l’arco dello stadio, per fortuna ancora salvo.

E io mi chiedo pure dove siano andati a finire i reperti geologici che Michele Gortani aveva disposto, ben classificati e posti con ordine, a piano terra nella sua casa, dove siano finiti gli arredi di casa Gortani, di cui  resta forse poco o quasi nulla, e dove sia finita la bellissima opera in bronzo “Gazzelle in sospettoso riposo” di Sirio Tofanari, che si trovava nella sala soggiorno di Michele e Maria Gentile Gortani, e chi abbia progettato il pessimo recupero dell’ex- palazzo comunale e del tribunale detto anche ex- Garzolini, trasformato in una specie di replica delle scuole elementari fasciste di via Cesare Battisti, e chi abbia progettato pure il recupero degli interni di casa Gortani, di cui ben poco riconosco, io che per anni l’ho frequentata, bambina e ragazza. «Sai se hanno messo all’asta i beni dei Gortani?» – mi chiedeva un giorno dei primi anni Novanta, Lisute Candoni, la figlia di Albino, abituale frequentatrice del professore e della Signora. «Non lo so, ma non mi pare proprio» – rispondevo, memore di un camion coperto da un telo che se ne andava via, nella primavera dell’ ’81, e che mi era stato detto contenesse la mobilia Gortani, tolta per la ristrutturazione dell’edificio. Ma poi? La scrivania e la libreria a giorno pare siano al Museo, nell’entrata, ma il resto?

In secondo luogo anche Marco Lepre tocca il tasto dolente della cementificazione di Tolmezzo. Così egli scrive nel merito del Piano Particolareggiato del Centro Storico: «A preoccupare è l’eccessiva possibilità edificatoria contenuta nel Piano e il numero delle sottozone di ristrutturazione urbanistica. Praticamente in quasi ogni spazio libero o fatiscente è consentito costruire. Le previsioni di cubatura sono le massime previste in ambito comunale: una possibilità che ci sembra vada ben al di là del necessario incentivo ai privati per intervenire su aree degradate o da riqualificare». (Ivi). E già allora Marco Lepre si soffermava sul futuro scempio ambientale dato dalla costruzione dell’orrido palazzo della Regione, che distrugge la vista e la prospettiva, massacrando la carissima (allora se non erro 280 milioni di lire) “roggia” progettata dall ‘architetto Claudio Puppini, e si soffermava pure sul verde che non c’è, neppure secondo gli allora parametri regionali.

E relativamente all’utilizzo per spazio verde dell’ex sedime ferroviario, a ridosso del quale ora si è creato uno spazio parcheggio, e del frutteto poi utilizzato dalla polizia con cubature di cemento, così scrive Marco Lepre: «Appare evidente […] come l’Amministrazione Comunale voglia rinunciare ad uno spazio di verde facilmente fruibile dai cittadini» (Ivi). E di fatto vi ha rinunciato, come pure alle panchine per riposarsi. Due sono poste in via Cesare Battisti ma vengono utilizzate pure per porre le spazzature da parte della scuola media ora Istituto Comprensivo, due si trovano in via John Lennon, ma sono buie la sera, per mancanza di lampadine nei lampioni, e comunque in tutto il numero di panchine a Tolmezzo si conta sulle dita.

E per ora mi fermo qui, perché lo scempio di Tolmezzo è a tutti visibile, in particolare a quelli che, come me e Marco Lepre, ci vivevano anche da bambini. Nessun ricordo, nella nuova pavimentazione di piazza XX settembre dal costo totale di 2 milioni di euro e forse più, di Leonardo ed Emilia De Giudici, che ivi abitavano, e che tanto fecero con i loro lasciti per Tolmezzo;  via panchine e spazi verdi dal centro, che va modificandosi. Abbiamo sempre sperato di avere un  giardino per noi, uno spazio dove incontrarci in un po’ d’ombra. Ma ahimè dopo aver letto che ciò ci sarebbe stato concesso, tutto poi è svanito, e ci siamo ritrovati solo con lo spazio davanti alla scuola di via Dante che di fatto è stato trasformato in una pietraia.

Che dire?

Così chiude Lepre il suo “Sempre più anonima, sempre più brutta: è davvero ancora un capoluogo?”. «Verso cosa ci stiamo muovendo? Tolmezzo diventerà un paesotto un po’ più grande tra tanti paesi anonimi, o un capoluogo capace di contribuire a risollevare le sorti della nostra montagna?». Beh, credo che la risposta sia sotto gli occhi di tutti.

Ho scritto questo testo non con l’intenzione di offendere qualcuno, lungi da me, ma per porre dei problemi sul tappeto, sperando suscitino un dibattito.

Laura Matelda Puppini.

L’immagine che correda l’articolo è di Vittorio Molinari e rappresenta la piazza di Tolmezzo nei primi Novecento. Allora Tolmezzo era piccola, non tanto ben tenuta, se si vedono altre fotografie, ma forse più vivibile. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

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