Riporto qui, a completamento di quanto detto nel corso della serata udinese per i 100 anni di Confcooperative, tenutasi il 18 novembre 2019, due interventi: uno di Luca Grion, professore di filosofia morale all’ Università di Udine, che ha parlato del valore del cooperativismo, ed uno centrato in particolare sul ruolo delle Banche di Credito Cooperativo di Sergio Giatti, direttore generale Federcasse e Vice- Presidente del Comitato Scientifico Organizzatore delle settimane sociali dei cattolici. Ho posto su www.nonsolocarnia.info quanto detto nel corso di quella serata perchè dà più spunti di riflessione e discussione.

I PRINCIPI ISPIRATORI DEL COOPERATIVISMO.

Luca Grion ha iniziato il suo intervento dicendo che, a suo avviso, la questione dei principi ispiratori del cooperativismo appare come la più interessante.
Per esempio, a suo avviso, è importante, a questo fine, analizzare cosa i soci fondatori della Rochdale equitable pioneers society – in italiano “Società dei Probi Pionieri di Rochdale”, avevano messo a fondamento della loro impresa cooperativa, che senza alcun dubbio nasceva dal bisogno di contenere i costi dei prodotti di prima necessità.

Ma è parimenti interessante notare come quello che essi misero insieme non fu solo una serie di strategie utili a risolvere il loro problema pratico, ma anche una serie di aspetti valoriali, quali: la democrazia, con “una testa un voto”, la possibilità di associarsi per le donne ed il diritto di voto alle donne. Ed i pionieri di Rochdale sottolineavano anche l’importanza della fiducia, che oggi tende a venire a mancare, e che è di importanza vitale per un sano ambiente economico. Allora essa si traduceva nel poter mandare i figli piccoli a far la spesa, sapendo che non sarebbero stati ingannati, e in particolare nella creazione di una serie di relazioni affidabili. Veniva proposta, in sintesi, una rete infrastrutturale relazionale su cui il discorso cooperativo poteva reggersi, nel mentre cercava di dare risposta ai problemi pratici della vita.

Non da ultimo, i primi cooperatori mettevano a fuoco l’incompetenza come problema sociale e la mancanza di cultura come limite, dato che le forze dovevano unirsi a risolvere i problemi pratici, ma competenza e cultura avrebbero pure, secondo Grion, permesso di “avere gli anticorpi” per difendersi dall’ ingiustizia e dai soprusi.
Quella dei pionieri di Rochdale – ha sottolineato il docente di filosofia morale – è la storia di un bisogno molto urgente e molto più pungente di quelli che possiamo vivere noi oggi, legato alla sopravvivenza, bisogno che, fin dal suo emergere, pose anche il problema di creare spazi di cultura di livello, allora, primieramente sotto forma di luoghi per conferenze, luoghi dove ascoltare ed imparare via via in modo sempre più strutturato.
Ed anche il modello scuola entrava a far parte della dimensione cooperativa, con la creazione di un fondo, a percentuale fissa, derivante dai proventi della cooperativa da destinarsi alla formazione.

Ma ritornando al Friuli, Grion ha sottolineato l’importanza del fatto che alcuni leader, che magari avevano anche responsabilità di governo, riuscirono allora, a leggere i problemi inderogabili nel loro dover essere affrontati, del proprio territorio, cercando di dare loro una risposta condivisa.
Per quanto riguarda la creazione di Casse Rurali ed Istituti di Credito Cooperativo, poi, essi sorsero come risposta all’usura, presente allora come ora, e vera piaga sociale, ma anche come strumento per poter chiedere un prestito senza vergognarsi di essersi ridotti sul lastrico.

Ma quello che colpisce è il tipo di logica che albergava in questi pionieri e fautori di cooperative, che, davanti a problemi pressanti, si chiedevano cosa potessero fare loro per risolverli.  Invece ora tutti tendono ad assumere la posizione dei “creditori”, e nel dare qualcosa, si chiedono subito cosa potranno avere in cambio. Diversamente allora chi aveva attivato società ed associazioni di mutuo soccorso e cooperative si pose nell’ ottica di chi era disposto a fare personalmente fatica per raggiungere un obiettivo comune. E questo vale sia per i filantropi e pionieri che erano in grado di finanziare e dare il loro apporto tecnico culturale, sia per i cooperatori che ci misero del loro per avviare le istituzioni cooperative, e che si assunsero responsabilità nei consigli di amministrazione e nelle società create.
Luca Grion ritiene che questa sia la grande lezione che il movimento cooperativo è riuscito a dare alla società: quello di essere nato dalla capacità di alcuni di leggere i problemi reali e di chiedersi cosa potevano fare, per risolverli disinteressatamente.

Quindi il docente di filosofia morale ha aggiunto che la cooperazione ha ancora un senso se sarà capace, rispetto ai problemi emergenti, di far in modo che ciascuno possa chiedersi che peso può portare per il bene della collettività. Ma non è una cosa facile, perché non è semplice riprendere e concretizzare l’intuizione di allora in tempi totalmente diversi e che richiedono molta creatività nell’opera di incarnazione attuale dei valori di quella storia.
Ma chi ad essa si richiama ha l’onere di tenerla viva facendola camminare, e se allora i cooperatori riuscirono a trasformare in realtà dei principi ispiratori, la cosa ora non appare semplice.

Però, innanzitutto. la cooperazione cos’è? La cooperazione per Luca Grion è quella logica interna all’idea di mercato o meglio quel modo di avvitare il mercato, non alternativo al mercato stesso, nella persuasione che si possa stare sul mercato con una logica altra, diversa da quella capitalistica, che punta solo alla massimizzazione del profitto, all’efficienza ed all’efficacia, ma che invece sta in esso producendo ricchezza, ma cercando allo stesso tempo di dare risposte anche ai problemi sociali. In questo modo essa guarda, al suo interno, anche ai valori della solidarietà, all’inclusione, alla democrazia ed alle virtù civiche. E si dovrebbe leggere Stefano Zamagni per capire come il mercato possa essere visto come luogo che fa germogliare le virtù civiche, viste come strumento per rendere quel terreno fertile.

Quindi la cooperazione è un mezzo per produrre beni ma al tempo stesso produrre per equità sociale e proficue relazioni. Ma ciò implica di avere la capacità di stare nel mercato con una creatività molto più ampia, riuscendo a generare profitto senza lasciar indietro nessuno.
Per esempio la gestione del lavoro in una impresa capitalistica è semplice: seleziona i più efficienti per la realizzazione di un compito, contratta il giusto compenso in una logica di domanda ed offerta, si accorda con il lavoratore sui mezzi, senza tener conto delle finalità di impresa, e in un’ottica in cui chi lavora è visto come un tramite per raggiungere un certo risultato. Ma è anche vero che il mondo del “for profit” non disdegna talvolta di prendere alcuni suggerimenti dalla cooperazione.
A differenza del “for profit”, il mondo cooperativo si aggrega intorno ad una visione che non è solo economica ma anche sociale, e non unisce solo per produrre. Ma questo implica pure più creatività, perché se io credo nella democrazia, nella condivisione e nella solidarietà, mi faccio carico di tutta una serie di fatiche ulteriori rispetto al già gravoso compito di fare impresa.

Ma ritorniamo all’oggi. Oggi di tutte queste esperienze di cooperazione cosa rimane? Rimangono la storia, la tradizione, l’ispirazione, rimangono molti esempi felici che chiedono in qualche modo di essere rilanciati, rimane una leadership tipicamente cooperativa che però talvolta si sente in una situazione di minorità rispetto alle impostazioni della finanza o molto più efficientiste. Ma è anche vero che davanti a problemi nuovi che paiono senza soluzione, vi è chi prova ad applicare, con successo, modalità cooperative.
Ed in realtà è proprio il modo cooperativo che potrebbe produrre risposte per il nostro tempo, anche relativamente al lavoro. Infatti la cooperativa è un modello che nasce per conciliare capitale e lavoro in un periodo storico in cui essi si trovavano in forte frizione.

Ma quale antropologia del lavoro sta dietro l’idea cooperativa? Quale dimensione di senso è presente nell’esperienza lavorativa in cooperativa? E chi lavora in cooperativa, lavora per chi e per cosa?
Queste domande si presentano, secondo Grion, in modo forte nelle cooperative, che danno lavoro anche agli svantaggiati, ed all’interno delle quali i lavoratori non sempre hanno coscienza di essere tali, come invece accade nelle aziende “for profit”, perché si pongono all’ interno di un modello che desidera essere alternativo. Infatti il lavorare all’interno del mondo cooperativo è diverso dal lavorare in una azienda volta al mero guadagno, e quello che viene chiesto al lavoratore è qualcosa di molto più impegnativo, perché gli viene richiesta non solo l’aderenza ad un contratto ma anche al fine della cooperativa stessa, che è un fine sociale. Ma per raggiungere tale obiettivo, vale la pena chiedersi, pure, quale sia o dovrebbe essere il livello culturale degli operatori nel contesto cooperativo, rispetto agli altri. Perché l’essere cooperatori implica un tasso di consapevolezza di questo aspetto e di quell’ utopia del cambiamento. Inoltre pare importante riflettere su quale dovrebbe essere il coinvolgimento dei lavoratori in cooperative rispetto alla governance, e quanto il loro ruolo possa essere anche propositivo.

Ed ora dobbiamo riflettere anche su quale funzione possa avere la cooperazione in un mondo più complesso, fatto da un numero maggiore di norme e vincoli, essendo capace di non tradire la tradizione ed i suoi valori portanti e riannodando i fili della memoria.
Per inciso, il filmato che è stato prodotto ci racconta di un Friuli poverissimo, nel quale i beni materiali erano scarsi ed intorno ai bisogni primari si cementava la solidarietà. Ma quando è arrivato il benessere, ed i beni primari sono stati garantiti, e si incominciava a godere anche del superfluo, i vincoli solidaristici si sono allentati. Ed ora dobbiamo far fronte a questa realtà.

Ma oggi dobbiamo far fronte anche ad un’altra emergenza meno presente che in passato: se ora, infatti, abbiamo meno problemi sul fronte dei beni materiali, abbiamo invece grossi limiti a livello relazionale. Oggi mancano il tempo e la qualità delle relazioni, e in questo campo la cooperazione può giocare un ruolo anche utilizzando forme nuove che puntino a rinsaldare quei vincoli comunitari che si sono allentati.  Inoltre attualmente vi è un deficit di valori spirituali che nutrono la nostra anima, così come i beni primari nutrono il nostro corpo.

E con quest’ ultima riflessione, Luca Grion ha chiuso il suo intervento.

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Quindi ha preso la parola Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse e vicepresidente del Comitato Scientifico organizzatore delle settimane sociali dei cattolici, che ha approfondito il ruolo delle cooperative come risposta ai problemi della gente e del territorio.

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SERGIO GATTI. FORME DI COOPERAZIONE IN RISPOSTA ALLE SFIDE DEL PRESENTE.

Sergio Gatti, dopo aver ricordato alcune persone che ivi rappresentava e che ricoprono un ruolo in Confcooperative, ha esordito ricordando che è nominando  le persone che ora riusciamo anche a fare memoria ed a dare un senso ad alcuni incontri che riguardano la nostra storia: una storia che diventa il miglior passaporto per una piattaforma non solo valoriale ma anche di realizzazione di qualcosa che è già avvenuto e di cui, proprio per questo motivo,  abbiamo certezza della valenza positiva. In questo contesto si può dire che la formula cooperativa, opportunamente adeguata, è la formula di impresa più moderna, ed è quella che maggiormente si presta, se saprà farlo, a rispondere ai temi ed alle sfide della contemporaneità.

Attualmente, poi, in 630 comuni d’Italia, il 95% dei quali con meno di 5.000 abitanti, l’unica presenza bancaria è garantita da Banche di Credito Cooperativo o Casse Rurali, cioè da banche a mutualità prevalente, che affondano le loro radici nell’articolo 45 della Costituzione.
E questa funzione di garantire il servizio bancario sulla base della competenza e della relazione, è forse uno degli ultimi argini allo spopolamento delle aree interne, che rappresenta per l’Italia non solo una perdita demografica ma anche una perdita culturale e fra quelle aree, vi è la montagna.

E le casse rurali e gli Istituti di credito cooperativo, nonostante la crisi, non solo hanno mantenuto il loro numero, ma sono aumentati del 20%. Quindi paradossalmente, mentre tutti gli altri si ritiravano sia dall’erogazione del credito sia da scelte non immediatamente convenienti e non generanti margini, le banche cooperative e con fini di mutualità hanno resistito nei piccoli comuni senza aprire e subito dopo chiudere, grazie alla rete fra detti istituti, che, in un’ottica mutualistica e di servizio che va oltre l’immediata redditività, ha finanziato e finanzia l’apertura di sportelli in zone disagiate.

E, dato che norme e modelli di vigilanza europei lo permettono, è importante che questo ruolo di servizio alle piccole comunità permanga. Il sistema cooperativo, basato sulla mutualità, ha radici profonde nel territorio italiano e della Regione Friuli Venezia Giulia, ed è importante conoscere la storia anche locale, ed il fatto che uomini di qui hanno messo il loro coraggio e la loro fiducia per realizzare istituzioni cooperative in loco. E, rispetto a quanto già prodotto in questo ambito, troppo spesso ora, ad avviso di Sergio Gatti, ci si pone unicamente in una logica “estrattiva”, non partecipativa o solidaristica, ma di sfruttamento.

Le casse rurali ed artigiane che ora si chiamano Casse di Credito Cooperativo, fino alla fine degli anni ’70 erano società a responsabilità illimitata, il che significava che, come nel caso di coloro che fondarono una delle primissime casse rurali del Friuli Venezia Giulia, quella  di Forni di Sopra, (essendo la più antica forse quella di Pravisdomini), che un manipolo di soci poveri e pure, spesso con un livello bassissimo di istruzione, ebbero una visione avveniristica, il coraggio, la lungimiranza e la generosità di mettere a disposizione, per la creazione di istituzioni cooperative di aiuto anche agli altri, non solo il proprio denaro ma anche tutto il loro patrimonio, che magari era una stalla, un podere, una vigna, una falegnameria.
Insomma vi fu chi si giocò molto o tutto, dal punto di vista economico finanziario, per realizzare un’idea, conscio che era una scommessa per il futuro, pensando che facendo nascere per esempio una cassa rurale, vi sarebbe stata sia una capacità di raccolta del risparmio locale, se era meritevole di fiducia ed iniziativa, sia  una capacità di erogare il credito pure a coloro che non l’avrebbero ottenuto da nessun’ altra parte, sconfiggendo alla radice l’usura.

Quest’ anno sono centodieci anni che Federcasse è stata creata in risposta ad un preventivato intervento di riforma del sistema bancario italiano da parte del terzo governo Giolitti, attraverso l’allora Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio Francesco Cocco Ortu. La riforma pareva proprio voler rendere la vita difficile alle 1700 casse rurali presenti nel 1909 in Italia, quasi tutte di ispirazione cattolica.
Detto provvedimento poteva non nuocere solo se le casse rurali si fossero unite, esprimendo una voce unica, che permettesse di evitare le ricadute di un quadro normativo avverso. Anche questa esperienza ci ha permesso di comprendere che si può fare cooperazione per il territorio, ma anche cooperazione tra cooperative, con il fine di dare alle cooperative servizi comuni ma anche un’unica voce di rappresentanza.

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Quindi alla domanda di Paolo Mosanghini su cosa non funziona nel mondo dell’economia e della cooperazione, Sergio Gatti, che si definisce un giornalista, ha risposto che i due aspetti non sono cumulabili. In economia ci siamo dimenticati della centralità del lavoro, mentre nella cooperazione c’è bisogno di recuperare il lavorare non solo “sul fare come” ma anche “sul fare perché”, che non trova ora risposta nella soddisfazione dei bisogni immediati, ma in esigenze più sofisticate.
Ma per rispondere in modo più esaustivo, Gatti ha citato: “Il terzo pilastro” dell’autore indiano “mainstream” poi convertito al cooperativismo: Raghuram G. Rajan, già capo economista del fondo monetario internazionale e presidente della banca centrale indiana, quando, per inciso, l’India è il secondo paese più popoloso al mondo con 1 miliardo e 200 milioni di abitanti.

Nel suo libro Rajan scrive che “Le comunità contano” in una ottica economica e di mercato, e ciò che conta nelle comunità è la relazione.
E Luca De Biase, l’esperto di innovazione non solo digitale e tecnologica od industriale ma anche di innovazione culturale, ha scritto sul “Sole 24 ore”, che le comunità generano valore e che non servono solo piattaforme che fanno transazioni ma servono piattaforme comunitarie non soltanto digitali, che facciano relazioni. Perché le transazioni la sanno fare in tanti, le relazioni no. E accanto al valore delle transazioni c’è il valore economico sociale generato dalle relazioni. Quindi anche tutto quello che è figlio del mainstream o comunque di una cultura che non è al servizio dello sviluppo integrale delle persone sta scoprendo l’aspetto relazionale. La sfida per la cooperazione è dunque quella di ritrovare questa via già percorsa e di dare risposte adeguate nel tempo, nel suo scorrere. E quello della cooperazione non è un mondo nebuloso ed archiviabile, e può dare risposte anche a domande di senso.

Il ruolo della cooperazione di credito, poi, nel nostro paese ed in regione, è insostituibile. In Fvg ci sono 10 B.C.C., ci sono 250 agenzie alcune delle quali in piccoli paesi che non hanno altro, le cooperative di credito assommano 80.000 soci, 1500 dipendenti e sono datori di lavoro in maniera diretta con 17 miliardi di euro di volumi, derivati da raccolta diretta ed indiretta.
Quindi il panorama economico del Friuli, se le Cooperative di Credito venissero cancellate, (cosa che non accadrà), ne risentirebbe pesantemente. Queste banche vanno custodite e questo è l’intendimento dell’amministrazione regionale e del Parlamento, anche se sarebbe interessante cercare collaborazioni innovative.
E Gatti ha domandato al legislatore regionale di difendere il legame delle Cooperative di Credito con il territorio e la caratteristica identitaria delle stesse, come strutture di competizione ma anche di servizio. Ma se norme europee tendono all’omologazione, alla semplificazione, alla omogeneizzazione dei modelli di impresa, ed anche di quello bancario, si potrebbe ipotizzare di vedere, nel giro di una decina di anni, sfumata questa distintività che fa del credito cooperativo, in Fvg, la banca che ha le maggiori quote di mercato, la maggiore quota di fiducia.

Bisogna inoltre precisare – ha continuato Gatti – che le banche territoriali non sono la causa della crisi del sistema bancario italiano. “Lehman Brothers”, fallita, non era una banca territoriale, non era una banca cooperativa, e non finanziava le cooperative. E le banche che hanno avuto problemi in Italia, e le si potrebbe anche citare, sono due che hanno avuto la loro sede in due città venete, e altre due che hanno avuto la loro sede in due città toscane, ed erano quotate in borsa. Quindi il fatto che non avessero la sede a Milano od a Roma non significava che erano banche territoriali, mentre ha giocato il fatto che fossero s.p.a. o banche popolari che, indipendentemente dalla dimensione e dalla forma giuridica, hanno fallito per incapacità della governance.

Le nostre banche cooperative, invece, secondo la banca d’Italia, hanno aumentato le loro quote di mercato nel credito e nell’economia reale, nei 10 anni più duri, e lo hanno fatto a condizioni più vantaggiose delle altre banche ed imbarcando meno sofferenze del resto dell’indotto.  Quindi non vi è una crisi delle banche territoriali, se non in una certa narrazione sia politica che giornalistica, ed anzi le Banche di Credito Cooperativo hanno reso meno dura la crisi.
Per quanto riguarda le quote di mercato, il credito delle banche cooperative alle imprese agricole, a livello nazionale, è pari al 21 % del totale; quello alle imprese turistiche è pari al 22%; quello alle imprese artigiane ed alla piccola manifattura è pari al 23%.

Questi dati – concludeva Gatti – dimostrano il ruolo indispensabile delle B.C.C., non abbastanza conosciuto ma che deve venir valorizzato soprattutto da chi possiede queste banche, e cioè dai soci, e dagli amministratori locali.
E quanto detto a livello storico, di motivazione, di concretezza dei numeri, ci porta a guardare al futuro che deve passare attraverso tre parole, che sono di Giuseppe Toniolo, fondatore pure di tante casse rurali: la competenza, la missione e la passione.

Ed in questo modo Sergio Gatti concludeva il su intervento il 18 novembre 2019.

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Con questo articolo termino gli articoli dedicati all’ incontro di Udine per i 100 anni di Confcooperative, ricordandovi i pregressi posti sempre su www.nonsolocarnia.info, intitolati:

Udine, 18 novembre 2019. Per i 100 anni di Confcooperative. Cenni storici ed attuali su cooperazione, cooperativismo, cooperative. Parte prima.

Udine, 18 novembre 2019. Per i 100 anni di Confcooperative… Parte seconda. Storia di latterie e cooperazione cattolica.

Inoltre ricordo che il mio volume: “Cooperare per vivere. Vittorio Cella e le cooperative carniche, Gli Ultimi 1988, è leggibile sempre su www.nonsolocarnia.info in:

Cooperare per vivere di Laura Puppini.

e il testo di Tiziano Miccoli, Carnia, problemi di oggi problemi di ieri. L’intervento di Tiziano Miccoli al I° convegno sul tema: “La cooperazione nella nuova Comunità Montana”. Tolmezzo il 26 febbraio 1972.

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Ho inoltre dedicato alla Coop- Ca, fallita, due articoli sempre su www.nonsolocarnia.info:

Il caso dell’azienda CoopCa.

Per quei 400 lavoratori della Coop- ca che andranno per un anno in cassa integrazione e poi….

Per quei lavoratori della CoopCa … E un saluto alla grande cooperativa, simbolo della Carnia e dei suoi ideali socialisti, che muore.

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Il filmato prodotto in occasione dei 100 anni di Confcooperative intitolato anch’ esso “Cooperare per vivere”  è visibile, spero inserito legalmente,  su you tube.

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Cenni sulla cooperazione agricola in meridione sono ritrovabili nei miei, sempre su www.nonsolocarnia.info:

Ieri, oggi e speriamo non domani. Storie di terre, contadini, leghe bianche e rosse, Libera, latifondi e mafie. Prima parte.

Ieri, oggi e speriamo non domani. Storie di terre, contadini, leghe bianche e rosse, Libera, latifondi e mafie. Parte seconda.

Laura Matelda Puppini.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: https://aforisticamente.com/2019/04/30/frasi-citazioni-e-aforismi-su-cooperazione-e-collaborazione/.

 

https://i2.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/01/Cooperazione1a.jpg?fit=480%2C273https://i2.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2020/01/Cooperazione1a.jpg?resize=150%2C150Laura Matelda PuppiniECONOMIA, SERVIZI, SANITÀRiporto qui, a completamento di quanto detto nel corso della serata udinese per i 100 anni di Confcooperative, tenutasi il 18 novembre 2019, due interventi: uno di Luca Grion, professore di filosofia morale all' Università di Udine, che ha parlato del valore del cooperativismo, ed uno centrato in particolare...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI