TREPPO CARNICO.

SE SEMINERAI MERCOLEDÌ SANTO TUTTO CRESCERÀ NEL MODO MIGLIORE…

Manuela Quaglia ci ha dato, nel suo “Il balcon da memorie”, un’ interessante carrellata degli usi e consuetudini in Settimana Santa nei comuni di Paluzza e Treppo Carnico.
La settimana Santa era sicuramente la più vissuta di tutto il periodo quaresimale. Le donne si davano daffare a pulire la casa (le cosiddette pulizie pasquali), e tutto doveva esser lustro “come uno specchio”, e chi poteva cercava anche di tinteggiare le pareti. Gli anziani dicevano della Settimana Santa: «Setemane di preâ e di freâ (Settimana fatta per pregare e fregare [pavimenti, pentole di rame ecc.])».

Antiche credenze legate alla primavera ed alla terra, riaffioravano negli usi: dicevano i vecchi che «si poteva piantare, nella Settimana Santa, al di fuori del periodo fra un Gloria e l’altro, qualsiasi pianta e chicco», che sarebbe cresciuto bene. Ma era fatto divieto di toccare la terra fra i due Gloria, quello che ne segnava la morte e quello che ne indicava la Resurrezione, perché si credeva che neppure la terra avrebbe prodotto alcunché in “segno di lutto” per la morte del Cristo.

Inoltre dicevano che era bene potare la salvia il venerdì santo.

Infine, la sera del venerdì santo, si andava a ritirare le focacce cotte dal fornaio, in cima a Paluzza, per chi abitava in quel paese, da Florio, e poi il sabato santo si andava in chiesa a farle benedire.

GLI UFIZIS DAS TENEBRAS CON IL CANDELABRO TRIANGOLARE DALLE 15 CANDELE.

Il mercoledì Santo, in Carnia come altrove, si iniziava a cantare l’’Ufficio delle tenebre (lat. Officium Tenebrarum o Tenebrae). Esso era costituito dalla celebrazione solenne del Mattutino e delle Lodi del giovedì santo, venerdì santo e sabato santo prima delle riforme del ventesimo secolo, ma dato che si doveva cantare la sera precedente, di fatto l’ inizio di detto Ufficio era il mercoledì.
Prevedeva il canto dei salmi, delle lamentazioni, dei responsori, del Benedictus e del Miserere. (it.wikipedia.org/wiki/Settimana_santa).
Un rito particolare era lo spegnimento graduale di quattordici candele, poste su un candeliere triangolare con quindici candele, al canto di ciascun salmo. Al termine del Benedictus l’ultima candela non veniva spenta ma celata dietro l’altare, ad indicare l’arresto di Gesù, la cui luce però non si è mai spenta, lasciando alla fine la chiesa nell’oscurità totale. A questo punto il celebrante batteva un bastone sulla predella e tutti nella chiesa lo seguivano con raganelle o con bastoni o addirittura con gli zoccoli facendo rumore, come segno dello strepito fatto dai Giudei nell’arresto di Gesù.

Anche in Carnia venivano eseguiti i 14 canti previsti. E come altrove, nel mezzo del coro veniva posto un candelabro a forma di triangolo con 15 candele accese. 12 candele rappresentavano i 12 apostoli e le altre due Maria di Magdala e Maria di Cleofe, che avevano abbandonato il Signore nella Passione. (Si noti come la tradizione ricordi le due donne ma non gli apostoli che fecero la stessa cosa. N. d.r.).

Ogni volta che il prete ed i cantori terminavano un salmo, il sagrestano spegneva una candela, una volta dal lato sinistro, la seguente dal lato destro rispetto a quella centrale. La candela centrale, che rappresentava il Signore, non veniva mai spenta, e quando venivano spente tutte, anche quelle degli altari, il sagrestano la poneva dietro l’altare, ad indicare che Gesù non era mai morto.

Secondo la Quaglia, quando si finiva di cantare, e la chiesa era al buio completo, alle parole “Subire tormentum” i bambini e non solo, fattisi attentissimi, iniziavano a far girare le raganelle ed a battere i piedi facendo un rumore tremendo, a rappresentare le grida dei Giudei contro il Signore. Ad un gesto del sacerdote officiante il rumore aveva termine, anche se vi era sempre qualche indisciplinato.
Quindi il sagrestano andava a riprendere la candela del Signore e la riportava al suo posto, cosicché la sua luce restasse ad illuminare il mondo.

L’ALTARE DETTO IL SEPOLCRO.

Alla fine della Messa del Giovedì Santo, un’altare, a Treppo Carnico quello della Madonna Addolorata, veniva addobbato con rose e lumini, e chiamato il Santo Sepolcro, ed ivi veniva posta la pisside, con l’ostia consacrata. L’altare maggiore, quindi, restava vuoto e il tabernacolo aperto.

In ogni paese ove veniva fatto il Santo Sepolcro, in un modo o nell’altro, i fedeli portavano ad esso delle offerte per la chiesa. A Treppo Carnico, per esempio, portavano l’olio per tenere accese le lampade ad illuminare l’altare detto Santo Sepolcro.
Inoltre portavano, per abbellirlo, le piantine di frumento fatte crescere per l’occasione, seminandole una settimana prima.

ANCHE A TOLMEZZO in tempi non lontani…era in uso fare l’altare del Santo Sepolcro.

Secondo la dott. Maria Adriana Plozzer in Puppini, anche a Tolmezzo, negli anni 80, si addobbava un altare a Santo Sepolcro, ed era quello di Sant’Anna.

I bambini venivano invitati, giorni prima, a seminare il frumento ed a portarlo in chiesa per abbellire l’altare. In detto altare veniva posta la pisside.

VENERDI’ SANTO E QUELLE CHIESE MAI CHIUSE.

In alcuni paesi, il Venerdì Santo, la chiesa non veniva chiusa per la notte, perché era in uso fare la grande veglia del Venerdì Santo, ed uno di questi paesi era Treppo Carnico, un altro Sutrio. Gente si recava a vegliare il Signore morto ad ogni ora, ed era in uso, in quell’occasione, pregare per i morti.
Si cantavano i 100 requie e per tener conto del numero già pregato, si utilizzava la corona del rosario che poi veniva voltata e ripresa, da 50 a 100. Ogni 10 requie si diceva: «Anime sante, anime purganti, pregate per noi e noi pregheremo il buon Dio che vi dia presto la Gloria del Paradiso a voi». A queste litanie dette requie, seguivano preghiere ed altre litanie tradizionali, che ora parebbero quasi delle nenie senza grosso significato, ma che lo avevano certamente per il Signore.
La veglia durava fino all’alba del Sabato Santo.

Pregare nelle “ore piccole” dava, da quello che allora veniva detto, grande merito agli occhi di Dio.
Ma il Venerdì Santo si pregava anche per se stessi, per esser preservati dalla malamorte, per non morire di un colpo e di colpo, e si pregava per avere la Grazia, per avere la salute, e per le anime del Purgatorio.
Racconta una signora di Treppo Carnico che suo padre la faceva alzare, il venerdì santo, alle tre e mezza, quattro del mattino. «Quella volta si faceva la veglia al Signore e andavamo in chiesa a pregare e contavamo sulle dita, perché eravamo bambine, 33 volte, e poi si chiedeva la grazia, prima per la salute e poi anche per liberare l’anima dalle pene. Non si menzionava mai il cibo,per domandare la grazia, perché ci si accontentava di ciò che si aveva».

CANTI DEL VENERDI’ SANTO.

Manuela Quaglia riporta poi tre canti tradizionali di Treppo Carnico, per il Venerdì Santo.

«Madone Santissime.

Madone Santissime,/ mari di grancj torments, vouch’i seis partide il dì di vinars sant/ cun grant coragjio,/flôr di ardiment e alte vous,/ e veis compagnât Vostri Fi/ fint sul Calvari, fin a jodilu inclaudât/ su di une crous e i ves det:/ “O fi’, demostrimi las plaes/ e las ferides che tu tu âs/ tai pîts e tas mans e tal to/ Santissim costât che dal to sanc/ tu tu cji seis scolât!”.
Cui ch’al disarà cheste orasion/ il dì di vinar sant/ 56 voltes,/ giun prime di mangjâ e di bevi,/ cun dos candeles impiades, la gracie ch’al domandarà/ a i sarà concedude e/ un’anime di pene al gjavarà vie/ e così sia!»

«Madonna Santissima.
Madonna Santissima/madre di grandi tormenti, voi che siete partita il giorno di venerdì santo/ con grande coraggio,/fiore di ardimento e alta voce/e avete accompagnato Vostro Figlio/ fino sul Calvario/ fino a vederlo inchiodato/su una croce e gli avete detto:/”Oh figlio, mostrami le piaghe/e le ferite che hai/ai piedi e nelle mani e sul tuo/Santissimo costato che del tuo sangue/tu ti sei dissanguato!/
Chi reciterà questa orazione/il giorno del venerdì santo/56 volte,/ digiuno prima di mangiare e bere,/ con due candele accese,/ la grazia che domanderà/ gli sarà concessa e/ un’anima dalle pene toglierà via/ e così sia!/».

«Oh Credo Verbum Dei.

Oh Credo Verbum Dei,/chê crous a è ben biele/ ch’e tocie in cîl e in cjere./Pax vobis, misere nobis./
Marie Madone Sante benedete,/ e lave vie par un biel prât florit e rosât/ cui siei apuestui ch’ei la lavin a compagnâ. Con ch’a ebi fat un grandissim strop,/ e dè un tavanissim grît/ che il Fi l’udì al cîl./”Oh mari, oh dolce mari,/par cui lu veiso dât?” “Oh Fi, dal gno cjâr Fi, jo nu lu hai dât/ ne par te ne par nessun./ I lu hai dat par chel/ miserabil pecjadôr/ cal’vignarà il dì dal judizi/cence savei il Credo Verbum Dei./
O dîlu o fâsal dî/40 voltes/ giun il dí di vinars sant/ e da une malemuart/ no podareis mai murî».

Oh Credo Verbum Dei.

Oh Credo Verbum Dei,/ quella croce è molto bella/ che tocca il cielo e la terra./ Pax vobis, miserere nobis./ Maria, Madonna Santa benedetta/ se ne andava su un bel prato fiorito/ con i suoi apostoli che la accompagnavano./ Quando ebbe fatto un grandissimo tratto,/ diede un tormentato grido/ e il Figlio udì dal cielo./ “Oh, madre, oh dolce madre,/ per chi lo avete dato?”/ “Oh Figlio, caro mio Figlio, non l’ho dato né per te né per nessuno./ L’ho dato per quel miserabile peccatore/ che verrà il giorno del giudizio/ senza saper il Credo Verbum Dei.
O recitarlo o farlo recitare/ 40 volte/a digiuno il giorno del venerdì santo/ e di una brutta morte/ non potrete mai morire./».

Sante Marie di grancj torments.

Sante Marie di grancj torments,/ che il dì di vinars sant a si vîf di grancj torments/ di grancj istants e di grandî dolôrs./ Vou si voltavis cuintre chê e a i veis dêt: “Oh Fi, oh cjarissim Fj, fûr dal gno cûr tu seis nassut/ e sun che crous a tu seis muart.”/
“Oh mari o cjarissime mari, chês peraules ch’a mi veis detes/ sul gno cûr a son biel scrites./
Benedete chê persone ch’a disarà 33 voltes/ il dì di vinars sant, prime né di bevi né di mangjâ, chê gracje ca mi domandarà jo i a concederai/ e un’anime in pene jo i gjavarai».

Santa Maria dei grandi tormenti.
Santa Maria dei grandi tormenti,/che il giorno di venerdì santosi vive di grandi tormenti/ di grandi istanti e di grandi dolori./Voi vi rivolgevate a quella croce e avete detto:/ “Oh Figlio, oh carissimo Figlio, fuori dal mio cuore tu/ sei nato/ e su quella croce tu sei morto./”
E l’immagine di Maria, la direte 33 volte, la notte id venerdì santo/ e la grazia che domanderete,/un’anima dalle pene toglierete./»

Ave Maria di quei gran pianti.

Ave Maria di quei gran pianti,/ di quei gran lamenti/ si partì ad andare a visitare/il Sant Sepulcri e i monumenti./ Duramente andava, duramente lacrimava:/ “Figlio mio, figlio mio/ sulla croce tu sei morto./»
E l’imagjine di Marie, la dirèis 33 voltes,/la not di vinars sant/ e la gracje ch’a domandareis,/ un anime di pene gjavareis.
(E l’immagine di Maria la reciterete 33 volte, la notte del venerdì santo/ e la grazia che domanderete,/ un anima dalla pena toglierete).

Il sabato santo, infine, venivano benedetti, dovunque, acqua, fuoco, focacce, cero pasquale. Dal cero pasquale venivano accese le tre candele poste su di un triangolo con un bastone di sostegno (detto rùndine), che aveva sopra un ferro a triangolo dove erano appoggiate tre candele.

Questi testi sono tratti da: Manuela Quaglia, Il balcon da memorie, Udine, marzo 2004, pp.60 – 87.
Consiglio vivamente la lettura di questo interessante volume di usi, costumi, tradizioni, in Carnia.

Laura Matelda Puppini

L’immagine, di Laura Matelda Puppini, rappresenta la croce con i simboli della passione in malga Tuglia.

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