PREMESSA METODOLOGICA.

Per prima cosa l’affrontare il nostro futuro contempla un problema di metodo, una modifica nel nostro modo di agire, un riprendersi la facoltà di pensiero.

Scrive Furio Colombo, relativamente all’ Italia, su: Il Fatto Quotidiano del 5 agosto 2018: «Dunque questo è il nuovo. (…). Ha tre caratteristiche. La prima è l’impegno a fare le cose in fretta, come se mancasse il tempo, e fosse necessario esibire subito un risultato, come se le prossime elezioni fossero vicine.
La seconda è di “fargliela pagare” inventando un nemico, il “globalismo”, che difficilmente può essere una persona, una legge, un partito. È come l’ondata di caldo del momento, un fatto planetario che si presta più al lamento che alla discussione. (…).
Il terzo è la vendetta trasversale.  Con molta attenzione si cerca che cosa sta a cuore, che cosa è irrinunciabile per coloro che sono estranei alla rivoluzione dello strano e tetro “nuovo” in cui stiamo vivendo, quindi nemici. Una volta trovato il punto debole (il rigetto del razzismo, la ripulsa del fascismo, il conoscere la Storia, il rispetto della Costituzione, il ricordo di via Tasso) si è trovato dove colpire. Strumenti sono: il sarcasmo, un progetto di legge offensivo, la pronuncia ministeriale, l’autorevole ripetizione della dichiarazione, che sbatte in modo calcolato contro i tuoi sentimenti, declamando, in nome di tutti gli italiani, sentimenti opposti […]». (Furio Colombo, Aperta la caccia al nemico globalista, in: Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2018). Furio Colombo continua, poi, sottolineando come il potere di fatto cerchi di dettare linee di condotta, come esso abbia sempre «un modo di intromettersi nella tua vita privata». (Ivi).
«Attaccare ed offendere» (Ivi) sempre secondo Colombo, nello specifico gli antifascisti, ma io direi qualsiasi sia vissuto come un non amico e non adeguato ai cliché imposti, pare comportamento ormai normale, ma esercitato a senso unico. In sintesi, riesce dagli armadi il concetto di umiliare chi si vive come avversario, che riporta, francamente al buio del Medioevo.

In un sistema democratico questo modus operandi deve venir cambiato e si deve ritornare alla discussione su progettualità concrete, analizzate e studiate, perché antico è il detto che “la fretta è cattiva consigliera”.

È facile, per un politico ebbro del suo potere, che non dovrebbe avere perché i padri costituenti videro il politico come persona al servizio dei cittadini, delle Comunità, della Nazione, sfottere il prossimo, invece di analizzare, progettare, ascoltare, ipotizzare soluzioni rispettose dei dettati costituzionali e discuterle. Da tempo, invece, pare, sia che ci sia un governo di destra che di sinistra, ma sempre dominato dall’idea del centrismo, che nessuno sa ora francamente cosa sia, di essere ritornati a metodologie che tristemente rimandano a sistemi che nulla hanno di democratico. Basta pensare alla politica, anche interna al suo partito, di Matteo Renzi e soci.  Ma forse 5 stelle ci farà vedere qualcosa di nuovo, almeno lo spero, in attesa che la sinistra si ponga, finalmente, qualche interrogativo.

Quindi per avere una progettualità più consona alle persone, ai cittadini, e che guardi al futuro, bisogna emendare la politica dalla fretta, dagli sfottò, da una metodologia che ha come obiettivo quella di mostrare i muscoli, non di governare un paese. Ed il riferimento è a quelle accentuazioni in tal senso date dal renzismo, che è stata una catastrofe.  Vi giuro che sulla mia scrivania ho, davanti al computer, un gufo, a perenne memoria, si fa per dire, delle cazzate Pd, e due ne ho acquistati a Veliko Tarnovo, perché improvvisamente mi sono diventati animali simpatici.

Ma ritorniamo al lavoro ed ad un piano per il futuro.

Senza pensare troppo, la società italiana, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, ha cancellato tutto quello che poteva essere socialista, utilizzando Gladio e antecedenti formazioni, e risfoderando, con il furbissimo Silvio Berlusconi (e credo che non sia per lui una offesa dire così),  l’anticomunismo di bandiera, senza una analisi né politica né economica dei suoi contenuti, ma per partito preso, e per voti da cercare (Cfr il mio: Mode storiche resistenziali e non solo: via i fatti, largo alle opinioni, preferibilmente politicamente connotate, in: www.nonsolocarnia.info). E piano piano in Italia siamo caduti in una situazione che è ben rappresentabile da più motti Mussoliniani: “Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano”, (https://cronologia.leonardo.it/storia/a1924h.htm), «Le mie parole vengono dopo i fatti», “Chi non è con noi è contro di noi”, (Ivi) principio che non appartiene, come erroneamente propagandato, a Cristo. E così scrive Piero Calamandrei: «Il fascismo si resse sul mito del pragmatismo e dell’attivismo, sostenne che la pluralità dei partiti impediva l’azione, e che pertanto bisognava agire togliendo gli intralci e appellandosi all’urgenza di modificare la situazione, per il bene dello Stato e degli Italiani». (Cfr. Laura Matelda Puppini, “Fascismo”: così lontano così vicino?, in: www.nonsolocarnia.info).

Quando la psicologia propose il pensiero divergente, aveva sacrosantamente centrato un obiettivo, quando l’illuminismo superò la fede per guardare ai fatti, fondando il pensiero scientifico, fece un’opera meritoria per l’umanità, facendola uscire dal Medioevo. Non si può ricaderci dentro. E con questo voglio dire solo che pensare non ha mai fatto male a nessuno che volesse analizzare un fatto o fare concrete proposte anche in ambito politico.

 COSA CI INSEGNA LA CRISI AMERICANA.

Riprendo qui alcune righe di un articolo che ho scritto nell’agosto 2015, pubblicato sempre su: www.nonsolocarnia.info, intitolato: “Negli anni ’30, il New Deal fece uscire gli U.S.A. da una crisi senza precedenti. E noi come usciremo dalla crisi?”, che invito caldamente a leggere.  In esso trattavo della crisi del 1929 in Usa e dintorni, e riportavo come fu affrontata.

Secondo Marco Del Bufalo, la crisi fu causata dalla globalizzazione delle merci e dei capitali, in presenza di sovraproduzione interna, già ipotizzata dagli analisti economici prima della grande guerra, e concomitanti salari bassi. (Marco Del Bufalo, La grande crisi e gli Stati Uniti: cause, fatti, risposte, in http://www.treccani.it/scuola/tesine/).

E «Pur non potendo paragonare del tutto, per la diversità dei contesti storici, la crisi americana del 1929 a quella italiana attuale, è pur vero che in presenza di compressione dei salari, ed in Italia di carenza di lavoro e precarizzazione dello stesso, si va inevitabilmente verso una profonda recessione. Inoltre negli anni ’20, in America, era invalsa l’idea di potersi arricchire con facilità grazie alle speculazioni finanziarie in borsa, spesso non legate ad effettive attività produttive, ipotizzando una finanza fine a se stessa, se così si può dire. Come non ricordare i giovani anche nostrani che anni fa specularono e persero invece che continuare a guadagnare? Come non ricordare che anche la crisi attuale è figlia della speculazione, di una finanza slegata dal modo reale, e della mancanza di lavoro? E perché non pensare che se i padri costituenti sancirono che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro non fu a caso, vista la loro esperienza, ma perché consideravano il lavoro molla per l’economia? Ed il lavoro è un optional o un diritto, come la salute che si migliora con un buon servizio sanitario per tutti?
Ma per ritornare agli U.S.A, si giunse ad un punto ove la finanza iniziò a muoversi slegata dalla produzione e gli indici in borsa non tenevano più conto del ristagno reale economico in vari settori importanti dell’economia, ed il mercato divenne facile preda per gli speculatori». (Laura Matelda Puppini, Negli anni ’30, il New Deal, op. cit. Su alcuni aspetti della finanza, cfr. anche: Laura Matelda Puppini, Economia, finanza, speculazione, democrazia, costituzione e servizi, in: www.nonsolocarnia.info, che riporta il pensiero del grandissimo Federico Caffè).

Il Presidente americano Roosvelt allora ricorse a dei professori universitari che ben si erano guadagnati questo titolo, che suggerirono pure una serie di norme atte a limitare la disoccupazione favorendo il reimpiego dei senza lavoro in lavori pubblici (costruzione e manutenzione di strade, scuole, parchi, campi gioco ecc); con uno stanziamento di 500 milioni di dollari; creando il Civilian Conservation Corps (CCC), ove vennero impiegati altri disoccupati, (in cambio di cibo e vestiario ed un salario di 30 dollari al mese, di cui una parte doveva essere obbligatoriamente inviato alle famiglie) nella conservazione e manutenzione delle risorse naturali, promuovendo, al tempo stesso, una politica culturale di salvaguardia dell’ambiente, ed atta a sostenere il concetto di pianificazione ambientale. I partecipanti a questo programma, in nove anni di lavoro, piantarono oltre tre miliardi di alberi, incrementarono la fruibilità dei parchi nazionali contribuirono a spegnere gli incendi boschivi e a migliorare le tecniche antincendio». (Ivi).

«Sempre attraverso il National Industrial Recovery Act, il governo U.S.A. regolò il prezzo di alcuni beni di prima necessità, mentre attraverso norme apposite, contenute nell’Agricultural Adjustment Act si sovvenzionarono gli agricoltori che riducevano i raccolti e gli allevatori che eliminavano l’eccesso di bestiame, con l’obiettivo di limitare la forte sovrapproduzione agricola e, contemporaneamente, di far aumentare i prezzi che avevano subito un notevole ribasso. Le sovvenzioni agli agricoltori furono finanziate da una apposita imposta sulle società.
Roosvelt intervenne pure sulle banche e sul mercato finanziario, attraverso Il Glass-Steagall Banking Act che vietò alle banche commerciali di operare nel settore finanziario e assicurò i risparmi degli statunitensi fino alla cifra di 5000 dollari. (…). Venne istituita una commissione di controllo sulle operazioni di borsa e vennero vietate le azioni speculative e la cessione di azioni senza il pagamento di almeno il 55% del valore della transazione.
Roosevelt intraprese, infine, una riforma del sistema fiscale ed in particolar modo delle imposte dirette. Con la legge sulle entrate del 1934 fu disposto l’aumento delle aliquote per i redditi più alti: l’aliquota più alta passò infatti dal 63% al 75%. Con la legge delle entrate del 1936 l’aliquota che colpiva i più abbienti subì un ulteriore aumento sino ad arrivare al 79%.

Questi provvedimenti scatenarono le critiche dei conservatori e dei ricchi uomini della finanza americana che furono appellati da Roosevelt “monarchici dell’economia”, portatori di avidità e di egoismo». (Ivi).

Successivamente Roosvelt , pur non senza avere opposizione sempre da parte degli stessi, emanò il Social Security Act, che istituiva, negli Stati Uniti, un sistema di sicurezza e di protezione sociale sul modello di altri stati. Il provvedimento, finanziato dai contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori nonché con i fondi del bilancio federale, erogava un sostegno economico in caso di disoccupazione, vecchiaia e disabilità».  (Ivi).

In sintesi gli Usa applicarono una ricetta che prevedeva di utilizzare disoccupati nella manutenzione dell’ambiente e nella creazione di parchi oltre che in attività di protezione civile ed antincendi, remunerate anche se non molto, con la clausola dell’invio da parte degli uomini di una parte dei proventi per mantenere la famiglia, limitarono la sovraproduzione e calmierarono i prezzi dei generi di prima necessità, con ottimi risultati. E sarà questa la via verso cui muoversi, ma non solo provvisoriamente.

VERSO UNA NUOVA PROGETTUALITÀ.

Non è assolutamente vero che il lavoro può essere finalizzato solo alla produzione di un bene, ma anche al suo mantenimento e alla cura del creato, che abbiamo talmente rovinato che passerà del tempo prima che si riesca a riparare a qualche danno con il lavoro di tutti.

«Dobbiamo costruire perché senza costruire gli operai edili stanno a casa». Forse andrà male per qualche impresario, ma operai ed impresari si possono riciclare nella manutenzione di paesi, alloggi boschi, fiumi. Dicevo anni fa ad un incontro del Pd, che se i muratori sono a casa, bisogna ritornare ad un concetto meno parcellizzato del lavoratore manuale, e riconvertire l’edile anche in carpentiere, o in curatore dei boschi e degli alvei, insomma in manutentore dell’ambiente naturale autoptico. E bisogna ritornare a scuole e corsi professionali ove i maestri siano coloro che hanno operato sul campo per anni, dopo aver imparato in buone scuole.

E mi sovviene la mostra sul Maurermeister carnico Michele Menegon, curata dalla nipote, intitolata “Edilizia che passione”, che illustrava la preparazione ricevuta a Klagenfurth, di altissimo livello. I nostri andavano ad imparare scienza e mestiere là, ci racconta la mostra, e ricevevano una preparazione di tutto rispetto, che vediamo applicata anche nella costruzione di case carniche. Per quanto riguarda Michele, si può leggere che la sua è «Una storia che funge da stimolo ed esempio per i giovani d’oggi, esalta l’importanza della formazione, dove la teoria si fonde alla pratica e favorisce la preparazione di artigiani in grado di affrontare con competenza il mercato del lavoro.  Il protagonista è Michele Menegon, il ragazzo dodicenne che, agli inizi del ‘900, partì da Amaro con destinazione Klagenfurth per frequentare corsi teorici invernali e quelli pratici estivi nei cantieri promossi alla Scuola Imperial Regia per l’Artigianato edile.  In Austria apprende una nuova lingua, frequenta compagni e professori di diverse nazionalità maturando l’esperienza ante litteram dell’Erasmus dei nostri tempi. Elabora i progetti che, con graduale complessità e maturità nell’ideazione, lo condurranno sino alla prova d’esame finale. Al termine del triennio acquisisce la completa padronanza del ciclo produttivo del manufatto edile: dal pensato al realizzato sul campo. Diventa Baumaister e lavora in diversi cantieri della Carinzia e della Slovacchia».  (http://www.provincia.udine.it/notizie/invito-convegno-201cragazzi-friulani-protagonisti-dell2019emigrazione-con-il-loro-ingegno-ieri-come-oggi#null). In sintesi, come scrive Gigi Bettoli: «l’emigrazione friulana […]  nelle sue generazioni più evolute, poteva usufruire anche del sistema formativo austroungarico per trasformare i giovani lavoratori in maturi professionisti dell’arte edilizia». (Gigi Bettoli, La complessità della storia ai confini del Regno: mostre permanenti ed estive all’Antiquarium di Camporosso/Seifnitz/Žabnice, in: http://www.storiastoriepn.it/).  

Ed all’ impegno lavorativo, Michele Menegon, al rientro nel suo paese, unisce l’impegno politico, diventando «assessore socialista ad Amaro prima e dopo il fascismo, ed esule – contemporaneamente politico ed economico – durante la dittatura». (Ivi).

Su ‘poco e meglio’, teoria di tutto rispetto, ho già scritto nel mio: “Economia solidale: una proposta di legge in Fvg, un cambio di mentalità e cultura per tutti, verso un domani diverso dall’oggi, in: www.nonsolocarnia.info. Inoltre, guardando al passato, dobbiamo recuperare due concetti: il riciclo e la bontà del prodotto. Scherzando un giorno Paola Del Din mi diceva che lei non avrebbe avuto bisogno di altri abiti: i suoi tailleur le sarebbero durati certamente tutta la vita. Anche gli abiti di mia nonna, le sue gonne di lana pesante e ben fatte, usate e strausate sono ancora là ed il tessuto potrebbe essere riutilizzato, solo che ora non trovi chi faccia questo ad un prezzo conveniente, mentre un tempo c’erano sarte provette che ricavavano dal vestito di uno un abito per altri.
Esiste ancora in qualche posto di casa Plozzer una immagine che ritrae me e mio fratello, forse a due anni, con due cappottini ricavati dall’abilissima sarta Italia, credo almeno si chiamasse così, da un vecchio cappotto di mia madre o mio padre. L’attuale iperproduzione di abiti usa e getta, non si sa come tinteggiati, è funzionale solo allo schiavismo di molti, e non giova ad una terra che ha risorse limitate, e che dobbiamo preservare. Inoltre le monocolture distruggono i terreni, che non vengono, tra l’altro fatti riposare.

E stiamo inquinando l’acqua potabile, ammesso che ne esista ancora di tale, ed utilizziamo la stessa anche per l’acqua dei water, mentre una proposta intelligente voleva le acque nere distinguersi dalle bianche ed esser utilizzate per usi non alimentari. Infine l’acqua, con il caldo portato dalle mutazioni climatiche dovute al surriscaldamento del pianeta a causa nostra, evapora, e senza acqua si muore, sia che si sia ricchi che poveri. Insomma stiamo facendo tutto quello che non dovremmo fare. Inoltre bisogna imparare a riciclare, come facevano i nostri avi, invece che buttare, trasformando il mondo di ricchi e poveri in una grande discarica.

UN PROBLEMA INTERNAZIONALE. LE METROPOLI SI RIEMPIONO DI CASE ED AL CONTEMPO AUMENTANO I SENZATETTO.

Io che ho visto un mondo che si reggeva sul risparmio ed il riutilizzo, per passare poi a quello della cosiddetta modernità, del consumismo e dello spreco, sogno una versione più moderna del primo, ritenendolo l’unica via per un mondo migliore. Stiamo riempiendo le città di case che sempre più nessuno può acquistare, e che degraderanno, disabitate.

Lorenzo Giarelli ha scritto un interessante articolo che si intitola: “Da NY a Berlino, i sindaci: “Fermiamo gli speculatori”, in: Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2018. «Il problema è lo stesso a qualsiasi latitudine. Da Londra a New York, da Parigi a Barcellona, da Berlino a Montreal, da Amsterdam a Seul , da Durban a Montevideo: nessuno riesce a garantire a tutti il diritto ad una casa». – si legge ivi.
Ed i sindaci delle grandi città vedono, con sconcerto, aumentare le case sfitte ed al contempo i senzatetto, lo svuotarsi dei residenti nei centri storici e il parallelo crescere di strutture turistiche, che non rendono quasi nulla alla comunità ma moltissimo al privato. Questo è il capitalismo, penso fra me e me.
Le comunità si prostrano e regalano all’uno od all’altro ciò che è proprio e dei cittadini, grazie a leggi che permettono di farlo.

Giarelli parla di “mercato spietato”, mentre i sindaci, capitanati da quello di New York, hanno presentato il problema all’ Onu attraverso un documento, ove chiedono di invertire la rotta mediante l’acquisizione di più poteri legali e finanziari per regolare, sul territorio di loro competenza, il mercato immobiliare, che si è trasformato in una giungla, e muoversi sulla via dello sviluppo sostenibile, che può passare solo attraverso l’edilizia pubblica e ponendo dei deterrenti al tenere case sfitte.
Ma intanto i problemi crescono: A Parigi “Una legge placa gli affitti, ma in pochi la sfruttano” (Ivi), a Londra vi è “Record di alloggi popolari, ma ancora non basta” (Ivi), a New York i senzatetto sono 62 mila, ma “Senzatetto a Manhattan? I ricchi non li vogliono”. (Ivi). Ad Amsterdam “Arrivano le aziende ma mancano le case” (Ivi), a Berlino la popolazione considera “Governo e sindaco inefficaci, la gente scende in piazza”(Ivi).
I Sindaci, pur di dare una casa a tutti, vedrebbero positivamente anche una collaborazione fra associazioni private e pubblico, mentre Bill De Blasio, sindaco di New York, ha intenzione di creare 80 mila nuovi alloggi per i cittadini, e di ristrutturarne altri 120 mila. (Ivi).

E qual è la situazione in Italia? Una nota intitolata “Tasse e mantenimento. Sempre più immobili abbandonati a causa dei costi troppo alti”, sempre in: Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2018, riporta al triste problema delle seconde case e dei capannoni industriali abbandonati. Il catasto segnala un aumento delle abitazioni non soggette all’ Imu: in sintesi quelle ove è stata tolta luce, acqua e gas, destinandole, nel tempo, a diventare un rudere. Qui come là, penso, riandando alla Bulgaria.

Per la verità sempre sul numero di: Il Fatto Quotidiano, appare pure un altro articolo intitolato: “Dateci poteri speciali. Più Imu a palazzi sfitti e multe ai costruttori” firmato da Paola Zanca, che riporta la posizione di Luca Bergamo, vicesindaco di Roma, e che inizia così: «Il principale ostacolo al diritto di abitare è la speculazione immobiliare. Dobbiamo fare in modo che in una città si possa vivere con equità, giustizia, dignità». (Paola Zanca, Dateci poteri speciali, op. cit.). Infatti a Roma ci sono 10.000 persone in lista per un alloggio popolare. E le città, create come luogo di protezione dalla solitudine, sono diventate, secondo Bergamo, uno dei luoghi dove si vive peggio. Inoltre – continua- Roma è piena di luoghi abbandonati pubblici e privati. Pertanto si potrebbe anche risanare l’esistente, sempre secondo il vicesindaco. Ma certe scelte e posizioni implicano un rafforzamento del discorso sulla giustizia e sulla legalità.

E quindi anche sotto questo aspetto, cioè relativamente alla libertà di costruire, quando ben pochi e sempre meno possono comperare, in una situazione in cui forme di lavoro precario, redditi bassi, leggi Renzi sulle rate dei mutui da pagare a tutela delle banche, che hanno riempito le stesse di immobili, il sistema capitalistico non regge più ed andando avanti così si produrrà solo degrado ed utilizzo abnorme di suolo.

SANITÀ, SALUTE, BENESSERE.

Più gli uomini vivono in un ambiente non alterato, non inquinato, e con acqua sufficiente, più vivono in salute e meno si ammalano. Questo mi pare lapalissiano. Per questo scrissi, commentando un documento dell’aas3 relativo agli intendimenti dell’Assessore alla salute Maria Sandra Telesca, che non sapevo come si potesse “prevenire e promuovere la salute nei luoghi di lavoro” con lo jobs act, la precarizzazione del lavoro e la sua, in certi casi, schiavizzazione, e creando un surplus di ore lavorative per il personale ospedaliero, dando così non certo un buon esempio; e come si potesse “Migliorare le condizioni ambientali”, senza incidere sulla politica che, per esempio in Carnia, vuole i fiumi captati e ogni rio sfruttato a fini energetici, ed in una situazione in cui lo stato italiano e sociale volgono, per dissennate politiche anche renziane, alla fine, ed i privati comandano ovunque. (Laura Matelda Puppini, Fvg. Ospedali marginali, fra “polvere di stelle” e macete, in: www.nonsolocarnia.info).

Ma, indipendentemente da questo, gli uomini si ammalano e hanno bisogno di una sanità pubblica efficiente, ed in questa bisogna investire, oltre che nell’ eliminare le cause dell’inquinamento; non permettere la distruzione del polmone della terra, che è la foresta equatoriale, magari perché uno si è inventato di piantare a dismisura insulse palme per olio; non togliere l’acqua ai fiumi ed alla terra per creare dighe che portino energia per produrre quel surplus che poi non si vende. L’alternativa energetica passa attraverso lo sfruttamento di quella del sole, del vento, delle maree, non certo desertificando il pianeta.

E PER FINIRE …

Infine per poter procedere sulla via per vivere e non per morire, si dovrebbero pure avere poche leggi e chiare e chi le fa rispettare, anche relativamente alla tutela dell’ambiente. Ed ancora: ben vengano lavoratori nella forestale, nei pompieri, nella protezione civile ma non volontari, ben vengano ditte che puliscono l’ambiente, che costruiscono ferrovie e non autostrade, che preservano flora e fauna, che fanno pane per tutti, che salvaguardano l’acqua.

Altri discorsi sono quelli della tecnologia e del trasporto. Mentre si ciancia della robotica che sostituirà l’uomo, si vede forza umana ripristinata con i ‘riders’, e ci si chiede se nuove tecnologie e scoperte in medicina saranno in futuro per tutti o solo per chi se le può permettere. Inoltre il trasporto su gomma, tanto sostenuto anche dallo Stato italiano, mostra sempre più i suoi limiti, pure attraverso l’uso di autostrade costruite con i soldi degli italiani e utilizzate prevalentemente da camion carichi e ritengo pesantissimi di ditte in genere estere. «La terza corsia – mi diceva uno che abita a Genova ma viaggia in automobile spesso anche verso Milano e dintorni – serve per permettere ai cittadini di muoversi perché le altre due sono occupate da camion che viaggiano a file parallele».

Infine la cultura può essere fonte di crescita, come la salvaguardia di monumenti ed opere d’arte. Quando la politica sceglie, lo fa spesso senza sapere i gusti dell’utenza anche ricca, che non ama luoghi segnalati dalle guide come veri e propri ‘monumenti storici’ che poi trova inquinati o degradati. Salvare ciò che l’umanità ha prodotto e non massificare tutto a questa cultura che si regge sull’ ignoranza, è imperativo morale. Chi voleva distruggere i segni del passato era l’Isis, ma noi dobbiamo muoverci in senso contrario.

Non è bello vedere scritte e segni di degrado sui treni, sulle metropolitane, qui come là, né nel circondario dei monumenti, che, di stampo sovietico – socialista o meno, indicano un gusto, una cultura, un’epoca. Come non è bello giungere alla valle dei templi di Agrigento per fare una amara riflessione sull’abusivismo edilizio. Chi non sa mantenere i tesori che gli avi gli hanno regalato, perde perle preziose anche per il futuro. E la cultura venne sostenuta pure dagli Usa che volevano uscire dalla crisi, in particolare attraverso il cinema e la letteratura, favorendo l’immagine del cittadino onesto contro il ganster dedito ai soldi ed al malaffare. E gli Usa spesso, con la mafia, hanno mostrato i muscoli.

In sintesi, Roosvelt, seguendo le indicazioni dei migliori economisti, e senza farsi impaurire dall’opposizione, sostenne il lavoro e la trattativa sindacale; chiese più tasse ai ricchi e meno ai poveri; lottò contro il contrabbando e l’evasione fiscale; tentò di valorizzare le risorse ambientali; calmierò i prezzi dei generi di prima necessità; intervenne sulle banche e lottò contro la speculazione in borsa; fece ritornare gli americani a credere nella loro nazione, anche promuovendo la cultura di qualità. (Laura Matelda Puppini, Negli anni ’30, il New Deal, op. cit).

Infine cosa ci insegnano le grandi religioni? Il rispetto per l’acqua ed il creato, il rispetto per l’altro, la carità ed altre bazzecole. E Gesù moltiplicò i pani ed i pesci perché chi aveva fame potesse mangiare, mentre noi gettiamo cibo per iperproduzione dello stesso in alcuni luoghi, mentre persone muoiono di fame in altri. Ed allora forse ha ragione Giovanni Sarubbi quando, nel suo articolo “Nessun popolo può essere salvato da se stesso”, titolo che dovrebbe far riflettere e molto opportuno, scrive: “Parlano di Dio, giurano sul Vangelo che non hanno mai letto, brandiscono rosari che non hanno mai usato, spergiurano su una Costituzione che vogliono stracciare. E nonostante si dicano “difensori delle radici cristiane dell’Europa”, vogliono la libertà di omicidio, vogliono l’abolizione del diritto umanitario, cianciano di invasione dell’Europa come se fosse la prima volta che ciò accade mentre le migrazioni sono una costante della storia dell’umanità. Siamo nel regno della immoralità, nella confusione fra il bene e il male, nell’emergere del lato più oscuro e meschino delle religioni, cioè di quella parte che è legata al potere, quello economico politico e militare che è sempre più concentrato in poche mani. (…). Nessun popolo può essere salvato da se stesso. Ed è proprio così. Lo dicono anche il Corano e il Vangelo. (…). Vangelo e Corano […]  dicono con chiarezza che è nostra responsabilità riparare ai nostri orrori come quelli che stiamo vivendo in questi anni terribili di “terza guerra mondiale a pezzi”. Siamo noi che dobbiamo capire “i segni dei tempi” e ritornare a comprendere ciò che è bene e ciò che è male e convertirci al bene. Al bene dell’umanità, da non confondere con gli interessi egoistici di chi ha accentrato nelle proprie mani tutte le ricchezze dell’intero pianeta Terra». (Giovanni Sarubbi, Nessun popolo può essere salvato da se stesso, in: https://www.ildialogo.org/).

Ed un grazie va a tutti quelli che lavorano per la difesa dell’acqua, dei boschi, dei laghi naturali e dei fiumi e dei beni comuni.

Laura Matelda Puppini.

L’immagine che ho scelto per accompagare questo articolo è la riproduzione di un quadro intitolato “Guardando al futuro”, di Maria Vincenti Leartivincenti, che si trova in: https://www.pitturiamo.com/it/quadro-moderno/guardando-al-futuro-70x50cm-6741.html. Se vi sono diritti sull’immagine prego avvisare che la cancello. Mi è piaciuta perchè dà un po’ di colore, e tutti noi ci auguriamo che il futuro possa essere di nuovo colorato dalla natura e dall’uomo. Laura M Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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