Ho pubblicato tempo fa la prima parte di “Ieri, oggi e speriamo non domani. Storie di terre, contadini, leghe bianche e rosse, Libera, latifondi e mafie […]”, che terminava in questo modo: «Così, fra pestaggi, roghi di sedi delle Camere del lavoro, intimidazioni e la distruzione delle giunte socialiste, oltre che occupazioni di città come accadde a Ferrara da parte delle squadracce dei Fasci di Combattimento, si giunse, accondiscendente il Re, al regime fascista, alle guerre di conquista, alla seconda guerra mondiale e quindi al movimento partigiano al centro nord». In quell’articolo parlavo di contadini alla fame che, uniti in cooperative bianche e rosse, chiedevano di lavorare, dopo la prima guerra mondiale le terre incolte dei latifondi, (che per inciso spesso altro non erano che terre demaniali di cui un signorotto o l’altro si erano impossessati), come prevedeva pure il decreto Visocchi, rimediando solo attacchi da parte delle forze dell’ordine, incarcerazioni, spari pure da parte dei possidenti, e ben pochi risultati.

Quindi il fascismo, che fece una politica di favoritismi e doni ai suoi sostenitori e di depredazione delle risorse anche naturali nelle sue colonie, per giungere infine a quella liberazione, di cui ho parlato nel mio: “Laura Matelda Puppini. “25 aprile: festa della Liberazione d’Italia. Da che cosa? – Tarcento 27 aprile 2019”. Ma che cosa accadde al Sud, dove la Liberazione avvenne nel 1943, ai contadini che sognavano di nuovo di lavorare le terre incolte? Lo vedremo in questo articolo, con riferimento in particolare alla Sicilia, perché siciliano era Placido Rizzotto e perché di questo argomento tratta l’interessantissimo saggio di Gabriele Montalbano, “La repressione del movimento contadino in Sicilia (1944-1950)” (1).

Ma ho trovato pure alcune valide considerazioni generali relativamente al secondo dopoguerra nel saggio di Valerio Castronovo “Dal dopoguerra ad oggi”, in: AA.VV., “Storia del movimento cooperativo in Italia 1886-1986”, Giulio Einaudi ed., 1987. (2).

L’autore scrive che, all’ indomani della Liberazione d’Italia, vi fu un «grande risveglio dal basso», che si concretizzò nel desidero che la cooperazione potesse contare di più. (3). Ed al Sud, man mano che avanzavano le truppe anglo-americane a liberare il territorio, si diffuse, come d’incanto, un vasto movimento cooperativo. Infatti anche in quel secondo dopoguerra nelle regioni meridionali, disoccupazione e sottoccupazione costituivano «l’amaro destino di vasti strati della popolazione contadina soprattutto nelle zone del latifondo, là dove si assommavano i maggiori squilibri sociali nella proprietà della terra e i peggiori arbitrii nei rapporti di lavoro. Esistevano quindi tutte le premesse per la propagazione dal basso, con forti accenti spontaneistici, di un movimento cooperativo che esprimesse soprattutto le istanze dei contadini poveri e senza terra, come del resto era già accaduto in precedenza. Perché non tutto era morto e sepolto con il fascismo e, appena lo stesso fu vinto, vecchie rivendicazioni si presentarono in una veste nuova e abitudinaria al tempo stesso. (4). E come dopo la prima guerra mondiale vi fu il decreto Visocchi (5), nel 1944, all’indomani della Liberazione da parte alleata del Sud, furono emanati due decreti dall’ allora Ministro dell’Agricoltura del governo Bonomi Fausto Gullo, nel luglio e nell’ottobre 1944. 

«Il primo di tali decreti- scrive Castronovo – dimezzava i canoni d’affitto in natura; il secondo – il più importante- autorizzava la concessione ai contadini di aree incolte o mal coltivate». (6). Tale concessione, come del resto deliberato anche in precedenza dal decreto Visocchi, poteva avvenire solo se i richiedenti erano associati in cooperative od altri enti. Però il decreto non si pronunciava sulla fase successiva, quella della gestione della terra avuta da coltivare, mentre fissava in quattro anni al massimo il periodo della concessione.  «In tal modo- sempre secondo Castronovo – si lasciavano in sospeso due questioni fondamentali strettamente intrecciate fra di loro: la sorte finale delle terre passate in gestione alle cooperative e le modalità della loro conduzione. (7).

Lotte contadine in Calabria. Mike Arruzza, L’assassinio di Giuditta Levato. (http://www.consiglioregionale.calabria.it/calabriainforma_3/dettaglio.asp?IDPaginaA=241,&Prov=lista&accessiunici=&F_Sezione=CALABRIA%20INFORMA&F_Data_A=&F_Data_R=&F_IDPagina=241). Giuditta Levato era una contadina calabrese. Il 28 novembre 1946 Giuditta si unì a un gruppo di persone che si scontrò con Pietro Mazza, latifondista del luogo. La contesa era stata causata da una mandria di buoi che il Mazza aveva lasciato pascolare nei campi assegnati ai contadini, impedendone quindi la coltivazione. Durante la protesta, dal fucile di una persona al servizio del Mazza partì un colpo che raggiunse la donna all’addome. Così morì all’età di 31 anni, mentre era incinta di sette mesi del suo terzo figlio.

Il decreto Gullo sulla concessione di terre incolte ai contadini organizzati, di fatto fece moltiplicare le cooperative agricole che miravano alla conduzione collettiva dei terreni incolti, innescò nuove lotte e battaglie per ottenerla, e come per il caso del decreto Vertocchi, comportò il boicottaggio dei grandi proprietari terrieri e le incertezze delle Commissioni preposte a concedere terre ai contadini. (8).  Inoltre vi erano problemi dati dai capitali del tutto insufficienti per iniziare il lavoro, e le banche non concedevano crediti alle cooperative agricole se non risicati, e ci si doveva accontentare di modeste largizioni da parte di enti pubblici od amministrazioni comunali. Ed a ciò si aggiungeva la mancanza di tecnici agrari che potessero impostare il progetto di recupero delle terre, ed il fatto che, in meridione in particolare, i terreni concessi alle cooperative agricole erano terre marginali isolate e scarne od abbandonate da tempo e sprovviste di casolari, stalle, magazzini per gli attrezzi e pozzi. (9). A ciò si aggiunse il fatto che le cooperative, a livello ideologico, si dividevano in quelle ad ispirazione cristiano-sociale, che puntavano a trasformare il contadino in piccolo proprietario terriero, in un’ottica privatistica, e quelle di ispirazione democratico socialista, che puntavano maggiormente alla proprietà ed al lavoro collettivo. (10).

E così il periodo che seguì la Liberazione avvenuta al sud grazie agli Angloamericani, fu caratterizzato da una cooperazione agricola che puntava a lotte radicali per il lavoro, alimentate da contadini poverissimi ed alla fame, e che intrecciava, nella sua progettualità, «associazionismo e rivendicazionismo, obiettivi di piena occupazione e progetti di colonizzazione interna, lotta la latifondo e riforma agraria […]». (11).

Ma il cooperativismo non fu detonatore politico ma, invece, contribuì ad incanalare i moti per l’occupazione delle terre cercando di trasformare il tradizionale ribellismo delle campagne meridionali in un movimento organizzato. (12). Detto questo, però, bisogna anche sottolineare come rappresentati politici di diversi partiti si occuparono di cooperazione, e fra questi spicca Giuseppe Di Vittorio, della Cgil, che ne rappresentò la voce più autorevole. Tra gli obiettivi della Cgil, infatti, vi era anche quello di espandere la propria sfera di influenza nelle campagne ed al di là dei cancelli delle fabbriche (13).

Dino Divaccaro, Sangue rosso,1º maggio a Portella della Ginestra.
(Divaccaro [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0]); (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sangue_rosso.jpg)

Non posso qui riassumere tutte le vicende politiche che interessarono il mondo della cooperazione nei primi anni del secondo dopoguerra ed ai tempi della Costituente, e che interessarono sia la Lega delle Cooperative, prima del regime fascista in mano ai socialisti riformisti,  sia l’Ente Cooperativo Approvvigionamenti Italiano, presieduto da Augusto De Gasperi, fratello del ben più noto Alcide, segnate dalla dicotomia fra socialisti e comunisti da un lato, fino alla scissione d palazzo Barberini ed alla creazione del Partito Socialdemocratico, e Democrazia Cristiana dall’altro, e da compromessi e silenzi tattici, e collegata alle vicende nazionali, che Valerio Castronovo ha ben descritto nel suo articolo citato alle pagine 519 – 602. Quello che invece si sa è che la cooperazione agricola era maggiormente in mano ai socialisti anche nel secondo dopoguerra, mentre il Pci aveva la sua base nelle fabbriche ed era sempre meno interessato ai braccianti ed alle loro rivendicazioni, e che, con il  passar del tempo, si andò diffondendo la teoria della piccola proprietà, caldeggiata dalla Democrazia Cristiana e dai cattolici, ed ampiamente sostenuta a livello governativo, a scapito del possesso delle terre e del lavoro collettivo. (14).

Ma subito dopo la fine della guerra, mentre i socialisti pensavano ancora che occorresse sottolineare la funzione sociale della cooperazione, identificandola, come avevano fatto Vittorio Cella ed i cooperatori carnici, sia nel miglioramento individuale che intellettuale e morale dei lavoratori, il Partito Comunista Italiano cercò una via di apertura anche al privatistico, spiazzando la componente socialista, e piano piano, con l’andar del tempo, si iniziò a disinteressare alla cooperazione agricola e bracciantile, ove i socialisti avevano la loro base, interessandosi sempre più al proletariato operaio delle fabbriche. Inoltre ciò che i comunisti non potevano condividere «era una rinascita del movimento cooperativo che tornasse ad agitare le bandiere della “cooperazione integrale” di Prampolini e di Vergnanini e che si incamminasse di nuovo sulla via del riformismo».  Ma di fatto lo stesso Luigi Longo ammise che ben poco il P.c.i. aveva fatto per il movimento cooperativo, avendovi prestato ben poca attenzione. (15).

Ed altre cose che si sanno è che i decreti Gullo furono propedeutici alla successiva riforma agraria, che non risolsero il problema della precarietà e della provvisorietà delle concessioni, che il padronato si oppose sempre alla loro applicazione. (16).

Ma ritorniamo al movimento per le terre incolte, in meridione, ben consci che il problema del lavoro e della cooperazione agricoli, dell’utilizzo delle terre incolte, mal coltivate od insufficientemente coltivate, della mezzadria e del bracciantato non fu solo e tipicamente meridionale ma fu nazionale, come il movimento a cui dette luogo, anche se l’80% dello stesso si collocò al sud. (17). E non si può negare, sempre secondo Renda, che «il cooperativismo siciliano del secondo dopoguerra fu soggetto alle insufficienze strutturali connesse ad una crescita vertiginosa ed incontrollata». (18) ma anche che esso rappresentò «un grande fattore di cambiamento per la realtà agraria isolana, allora dominata dai latifondisti e dai gabellotti che ne gestivano i feudi». (19). 

Donne partecipanti alle lotte contadine in Sicilia. (http://www.losservatorio.info/274-storie-di-donne-che-hanno-alzato-la-testa).

Gabriele Montalbano, nel suo saggio, con riferimento alla Sicilia, parla di terrorismo agrario-mafioso, come reazione alla possibilità che i contadini occupassero e lavorassero anche legalmente le terre incolte. «L’emergere del movimento contadino per la terra, prima in maniera turbolenta e indisciplinata poi con forma sempre più organizzata e strutturata attraverso la cooperazione agricola, allarmò tutti i grandi feudatari che temettero sempre di più l’avanzata contadina e il rischio che questa potesse spazzare via il loro potere economico e sociale». (20). Ed i giornali locali dell’epoca, dalla liberazione fino agli anni cinquanta, come “La voce della Sicilia” e “L’Ora” riportavano quasi quotidianamente notizie di attentati, intimidazioni, uccisioni, sparatorie contro i dirigenti del movimento contadino, dei partiti di sinistra, del sindacato, atte a smantellare le organizzazioni contadine.

«L’attentato che può essere considerato come una dichiarazione di guerra della mafia ai partiti social- comunisti, fu quello di Villalba del 16 settembre 1944 – scrive Montalbano. – L’occasione fu un comizio del partito comunista proprio nel paese del capomafia Vizzini in cui a parlare era Girolamo Li Causi, il segretario del Partito in Sicilia. Durante il comizio, Li Causi denunziò il patto fra agrari e mafiosi, prendendo ad esempio il citato feudo Micciché, gestito da Vizzini. Quest’ ultimo rispose immediatamente alla provocazione con una sparatoria nella piazza del comizio a cui prese parte anche il sindaco democristiano di Villalba, Beniamino Farina, nipote di Vizzini, che lanciò una bomba a mano contro i comunisti […]». (21). E, sempre secondo Castronovo, «il caso dell’attentato di Villaba preannunciava il pesante intreccio tra la mafia e alcuni esponenti della Democrazia Cristiana che divenne ben preso una costante della politica siciliana». (22).

Ma tendenzialmente furono i socialisti, più legati alle lotte per la terra e per i braccianti, a subire le violenze mafiose, così da far in modo che rompessero il loro legame con i comunisti (23), e ben 52 dirigenti politici e sindacali vennero uccisi dalla mafia a causa del loro ruolo nelle lotte contadine, tra il 1944 ed il 1960. (24).

Inoltre nel secondo dopoguerra il potere mafioso che si espletò allora anche attraverso la nomina di sindaci mafiosi, fu visto come una garanzia, anche da parte degli Alleati, di ordine e stabilità. (25). E mentre la legge garantiva le terre incolte ai contadini uniti in associazioni, molti agrari assunsero come gestori dei loro terreni, come gabellotti, noti personaggi legati alla mafia, perché ne esercitassero il controllo con ogni forma ed impedissero la cessione di terre da lavorare ai contadini. (26).  
E su “La Voce Socialista” già il 7 ottobre 1944 vi era chi si chiedeva come mai in provincia di Caltanisetta, da un anno in mano ai democristiani, le cricche reazionarie, latifondiste, mafiose e fasciste avessero potuto continuare a dominare indisturbate il territorio, e riteneva che ciò potesse esser avvenuto grazie al favore dalle stesse ottenuto presso le autorità, un tempo liberali, poi, nel dopoguerra, democristiane. (27). Non solo, esse spesso trovarono anche l’appoggio delle forze dell’ordine e dei prefetti. (28).

Renato Gottuso. L’occupazione delle terre. (http://www.eccellente.org/la-lotta-al-feudo-nella-sicilia-del-dominio-della-mafia-della-terra/).

La situazione che si andava configurando dal 1943 in Sicilia era simile a quella di uno stato di guerra civile, ed ai dirigenti sindacalisti e politici di sinistra uccisi si dovevano aggiungere gli uccisi ed i feriti che non occupavano ruoli dirigenziali, i falcidiati dalle forze dell’ordine durate alcune manifestazioni come quella di Caccamo, gli attentati alle sedi di partito e sindacali, la distruzione dei raccolti dei contadini, gli attentati nel corso di comizi. (29). Inoltre tristemente famosa resterà l’azione della banda di Salvatore Giuliano, manovrata dalla mafia e dall’eversione neofascista, che continuerà a compiere i suoi atti di criminalità fra cui rapine, sequestri, omicidi come quelli di Portella delle ginestre il primo maggio 1947 e che continuò ad infondere terrore fino al 1950, anno in cui Giuliano venne ucciso in circostanze ancora non del tutto chiarite. (30).

Eppure tanta violenza non appariva giustificata dal tenore che spesso avevano le occupazioni anche preventive di terre, dove spesso in prima linea si trovavano donne e bambini, ed i contadini marciavano sotto l’egida di una bandiera tricolore, rossa o bianca.

In questo contesto si realizzò pure l’azione politica e sindacale di Placido Rizzotto, socialista e segretario della Camera del Lavoro di Corleone, ucciso dalla mafia dopo esser stato rapito il 10 marzo 1948, con una iniezione letale.  Il 7 luglio 2009 furono rinvenuti, dopo lunga indagine, nella foiba di Rocca Busambra a Corleone, dei resti umani che il Dna accertò essere di Placido Rizzotto, che fu sepolto con tutti gli onori e la presenza del Presidente della Repubblica. (31). E nel contesto qui descritto si mosse ed operò Rizzotto. (32).

Laura Matelda Puppini

Note:

  1. Gabriele Montalbano, La repressione del movimento contadino in Sicilia (1944- 1950), in Diacronie, Studi di Storia Contemporanea: Sulle tracce delle idee, 29/12/2012, URL:< http://www.studistorici.com/2012/12/29/montalbano_numero_12/ >.
  2. Il volume ben documentato e davvero interessante, regalatomi da Legacoop dopo la pubblicazione del mio: “Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche 1906- 1938”, comprende tre lunghi saggi divisi in capitoli, il primo dei quali è di Renato Zangheri e si intitola: “Nascita e primi sviluppi”; il secondo è di Giuseppe Galasso e si intitola: “Gli anni della grande espansione e la crisi del sistema”, il terzo è quello già citato di Valerio Castronovo. In generale per le lotte contadine per la terra cfr. anche: https://www.centroimpastato.com/movimento-contadino-e-sindacale/.
  3. Valerio Castronovo, op. cit., p. 501.
  4. Ivi, p. 504.
  5. Il cosiddetto “decreto Visocchi, cioè il regio decreto legge 2 settembre 1919 n. 1633, recava provvedimenti per l’incremento della produzione agraria, che prendeva nome dall’allora ministro dell’agricoltura Achille Visocchi. Esso attribuiva ai prefetti la facoltà di assegnare, seguendo il parere di una commissione formata sia da latifondisti che contadini, previo parere del direttore della cattedra ambulante di agricoltura, e dopo aver stabilito un prezzo di locazione, in occupazione temporanea, sino a un massimo di quattro anni, terreni incolti o mal coltivati a contadini organizzati in associazioni o enti agrari legalmente costituiti. Il decreto prevedeva, inoltre, un’estensione a tempo indeterminato della concessione per i terreni con obbligo di bonifica o che richiedevano cambiamenti di colture. Ma l’applicazione del decreto ebbe effetti assai limitati: dopo sette mesi era stato applicato a meno di 30.000 ettari di incolto. Il decreto Visocchi fu seguito, a breve distanza dall’analogo “decreto Falcioni” e quindi da un non dissimile “decreto Mauri”. Inoltre alcuni ritengono che il successivo decreto Gullo, firmato nel 1944 dal catanzarese Fausto Gullo, avvocato comunista, relativo all’utilizzo di terre incolte, non fosse dissimile da quello Visocchi (https://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_Visocchi). Ma Valerio Castronovo non è di questo avviso. (Valerio Castronovo, op. cit., p. 505).
  6. Valerio Castronovo, op. cit., p. 504.
  7. Ivi, pp. 504-505.
  8. Ivi, p. 505.
  9. Ivi, p. 507.
  10. Ivi, p. 509 e pp. 518-519.
  11. Ivi, p. 505.
  12. Ibid.
  13. Ivi, p. 518.
  14. Ivi, p. 634.
  15. Ivi, p. 513 e p. 515.
  16. Cfr. anche Francesco Renda, La cooperazione agricola dai decreti Gullo-Segni alla riforma agraria, Rubettino, 1992, p. 382.
  17. Ibid.
  18. Ivi, p. 383.
  19. Gabriele Montalbano, op. cit., p. 1.
  20. Ivi, p. 7.
  21. Ivi, pp. 9-10.
  22. Ivi, p. 10.
  23. Ivi, p. 9.
  24. Ivi, pp. 9-10.
  25. Ivi, pp. 7-8.
  26. Ivi, pp. 8 -9.
  27. Ivi, p. 10.
  28. Ivi, p. 11.
  29. Ibid.
  30. Ibid.
  31. https://it.wikipedia.org/wiki/Placido_Rizzotto.

L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta il quadro di Dino Divaccaro, intitolato Sangue rosso,1º maggio a Portella della Ginestra, ed è già stata posta all’interno del testo. Laura Matelda Puppini

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