Ci sono personaggi che sono stati dimenticati anche se hanno patito e combattuto per cacciare i tedeschi e scrivere la storia della nostra democrazia. Il vento antipartigiano del dopoguerra che fece scrivere parole tristi allo stesso Enzo Moro, Max della Osoppo, e l’abile gioco di scaricare ogni evento negativo della guerra su chi cacciò i nazisti e lottò contro i repubblichini collaborazionisti, non hanno fatto altro che sedimentare la visione fascista degli eventi, e creare una memoria distorta degli stessi, a cui spesso si appella l’opinione comune, contro la realtà dei fatti.  Così scriveva Max: «Abbiamo sentito il fango, che si lancia da parte di alcuni su di noi, sul nostro passato. Ma la mano che lo getta è purtroppo quella che ieri colpiva il fratello reso impotente. Non nutriamo sentimento di rancore o di vendetta, desidereremmo soltanto che costoro potessero offrire alla Nazione quanto è stato dato dal partigiano, perché la meta è sempre il benessere della collettività». (1).

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In questo articolo ricordo, grazie a Cristina Martinis, come sempre aiuto preziosissimo, ed a chi mi ha mandato le fotocopie delle pagine del giornalino del Circolo Culturale ‘Eugenio De Caneva’ di Collina di Forni Avoltri, l’incendio di casa ‘Titai’ a Collinetta (2) di Forni Avoltri. I nazifascisti dettero alle fiamme, il 26 maggio ’44, Forni di sotto, lasciando senza casa 1800 persone (3), e bruciarono le case di Esemon di Sotto l’8 giugno 1944 e di Bordano il 21 luglio 1944. Ed a questi deliberati incendi punitivi si aggiunsero quello di casa ‘Titai’ a Collinetta, che trascinò altre costruzioni nel rogo, e quello di casa Fabian il 15 dicembre 1944 ad opera dei cosacchi. E altre case in Carnia, come accadde anche in altre parti d’Italia (4), per vendetta e ritorsione andarono a fuoco per mano nazifascista e cosacca, durante la guerra di Liberazione.   

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Sintesi di cosa appreso da una fonte sui Barbolan e l’incendio di casa ‘Titai’.

Da quanto mi è stato narrato, la casa detta di ‘Titai’ fu data alle fiamme a causa del fatto che si diceva che i Barbolan che vi abitavano erano simpatizzanti per la Resistenza, e che più di uno fosse partigiano. Quando i nazisti bruciarono la casa, andarono a fuoco anche altre costruzioni. Dopo l’incendio partigiani del comune di Forni Avoltri si consegnarono alle SS per evitare ritorsioni verso le loro famiglie: essi finirono in campo di concentramento, da cui ritornò vivo a casa solo ‘Bepi di Titai’. (3). Vi era poi un altro Giuseppe Barbolan: ‘Bepi di Rega’ figlio di Carlo e cugino di Bepi di Titai” e di Rita, madre di Cristina Martinis, che pare sia stato anche lui partigiano nelle file garibaldine. Dopo la fine della guerra, entrambi emigrarono dal comune di Forni Avoltri, ed il primo andò a Milano (forse con tappa in Piemonte), il secondo in Francia. Esisteva poi un terzo Giuseppe Barbolan, con secondo nome Eugenio, figlio di Giovanni, nato nel 1891 e morto nel 1968, detto Bepo di Caminòn, ben più anziano degli altri due. Egli era uno dei maggiorenti del paese, e non consta abbia sostenuto il movimento partigiano.

Relativamente all’incendio, si narra che la colonna nemica fu vista già da lontano, determinando la fuga dei giovani verso la montagna, mentre i nazisti (5) chiudevano gli uomini in canonica. Quindi il dispiegamento dei militari nemici intorno alla casa di ‘Titài’, ed i lanciafiamme in azione; il propagarsi dell’incendio dalla casa agli altri edifici…                                                                         

Intervista a Remo Tamussin di Cristina Martinis. Ricordi di un bimbo.  Quando mio fratello partigiano partì per non tornare più, e l’incendio di casa ‘Titai’.

«Mi ricordo di quando ero bambino ed avevo sette od otto anni. Finivamo scuola alle quattro del pomeriggio e, dopo l’uscita, io ed i miei amici andavamo a giocare. E mi ricordo ancora il giorno in cui è giunto lì mio fratello con Mario Sotto Corona (6), che andavano a Forni Avoltri a consegnarsi ai tedeschi, perché avevano sequestrato mio padre e quello di Mario. Mio fratello Amedeo, è stato poi mandato in campo di concentramento, dove è morto. Sono morti tutti e due lì, sia mio fratello che Mario. Sono andati subito a consegnarsi perché altrimenti avrebbero internato i loro padri.

Mi ricordo che avevano ambedue lo zaino. E mi ricordo che mio fratello aveva due paia di calzini, che gli aveva messo mia madre, e che non stavano dentro, e che aveva appeso all’esterno del sacco. E credo che mia madre avesse messo ancora qualcosa per loro, all’interno. È l’ultima volta che li ho visti.

È morto in aprile, pochi giorni prima della liberazione, mio fratello (7), in campo di concentramento, è morto di stenti e di dissenteria, e mi hanno raccontato che si è demoralizzato e si è lasciato andare. E poi lo hanno trasferito da Mauthausen a Sankt Aegyd (nella registrazione italianizzato in Sant’Egidio ndr), e lì e morto dopo pochi giorni, forse una quindicina. Era forte di corpo e di spirito mio fratello, aveva 19 anni, ma, come mi hanno raccontato, si è lasciato andare, si è demoralizzato e non è riuscito più a reagire. Ma stava male, aveva dissenteria, e quando stai male non ti senti di reagire.

Mario Sotto Corona era amico di mio fratello, e quando li ho visti l’ultima volta andavano giù insieme. Mario era di Collinetta, mio fratello di Collina. Credo che Mario sia salito a casa mia, e siano partiti da lì.

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Non so invece di azioni partigiane, perché noi eravamo bambini e cercavano di non coinvolgerci, di non parlare quando c’eravamo noi. Inoltre, allora, nessun partigiano si dichiarava tale, perché dichiararsi partigiani significava rischiare e far rischiare la famiglia. Ma in paese si sapeva tutto, ed i gerarchi e quelli che ‘erano preposti’ avevano già nomi e cognomi di tutti, e credo li abbiano denunciati loro ai tedeschi. Perché altrimenti come avrebbero fatto a sapere chi era andato partigiano? Invece hanno prelevato i genitori di tutti i partigiani, e loro si sono consegnati, e nessuno si è allora salvato dall’internamento. Sono ritornati vivi, a fine guerra, solo Bruno e Bepi (8), ma non so come, forse perché si sono consegnati un giorno dopo gli altri, e per un caso, per una combinazione, loro non sono stati penalizzati, e non hanno portato via né i loro genitori né loro.

Poi vi è stata una specie di allontanamento dei tedeschi dalla zona, se ben mi ricordo, e sono saliti qui i cosacchi, ed è una delle poche volte che ho visto a Collina i cosacchi, perché da noi non venivano su, ed infine vi è stata la ritirata vera e propria, e la guerra è finita.

Hanno anche incendiato le case di Collinetta, un gruppo di case che erano quelle di ‘Titai’. Mi ricordo benissimo perché ero fuori di casa mia, quella vecchia, e si vedeva giù Collinetta, e si vedevano le fiamme dell’incendio.  E poi si sentivano le persone: uno piangeva, l’altro … ero bambino, ma sentivo che era accaduto qualcosa fuori del consueto. E non hanno bruciato una casa sola, hanno bruciato un gruppo di case e stavoli. E sono finiti in fiamme gli stavoli di ‘Pirucelo’ e di ‘ Vigi di chei dal fari’ oltre la casa di ‘Titai’.

Li hanno poi rifatti gli stavoli. Il Consorzio di Collina ha dato ai proprietari il terreno. Prima aveva promesso una permuta il Comune, ma poi non se ne è fatto nulla. So che lo Stato ha risarcito mio padre per lo stavolo, e avrà dato qualcosa anche per la casa di ‘Titai’, perché se ha dato per le stalle …  E così i ‘Titai’ hanno ricostruito la casa.

Comunque del fuoco mi ricordo benissimo. Eravamo in tanti a guardare dall’alto, perché non si poteva raggiungere il paese, perché fra l’altro non ti permettevano di farlo e di andare a spegnere le fiamme. E quando i tedeschi se ne sono andati, allora la gente è scesa per spegnere l’incendio e mettere in sicurezza le costruzioni vicine, ma c’era un gruppo di edifici lì che erano completamente distrutti dal fuoco.

Non credo ci siano fotografie di quell’incendio. Forse qualcuno potrà aver anche fatto qualche foto dell’incendio, ma allora … E poi che senso aveva fotografare macerie? Era notte, e nessuno andava a fotografare macerie». (Intervista a Remo Tamussin di Cristina Martinis, cugina di Giuseppe Barbolan 2017).

Nella foto sono ritratti, guardando da dx a sx: Barbolan Giuseppe detto ‘Bepi di Rega’, cugino della madre di Cristina; Barbolan Giuseppe detto sia ‘Bepi di Giarèto’ che Bepi di Titài’, fratello di Aldo, Lucia, Adilia e Bruno; Giuseppe Gaier, ‘Bepi di Chini’, cognato di Remo Tamussin; Marcello Sotto Corona, ‘Marzil de Zuâno’; Bruno Barbolan, detto ‘Bruno di Gjareto’ fratello di Aldo Lucia, Adilia Barbolan. Immagine speditami da Cristina Martinis.

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Testimonianze sull’ incendio di casa Barbolan da due numeri del Giornale sociale del Circolo Culturale Eugenio Caneva di Collina, detto “Il giornalino di Collina”. 

«Nelio Toch. L’incendio di Collinetta.

Collinetta, qualche anno dopo l’incendio.

Domenica 3 dicembre 1944. Verso le 8 di mattina venne a casa nostra ‘Anna di Betan’; disse che arrivavano i tedeschi. Li aveva visti dal ‘Rimer’. Aveva tanta paura, come tutti del resto, perché si sapeva cosa era successo a Forni di Sotto e in altri paesi dove i tedeschi avevano fatto dei rastrellamenti. Subito dopo uscii di casa e guardando su verso ‘la Nava’ vidi un tedesco armato; da ciò capii che il paese era stato circondato già prima dell’alba.

I tedeschi poi passarono per ogni casa alla ricerca dei partigiani e tutti gli uomini presenti in paese furono radunati in canonica. Gli uomini giovani erano tutti scappati nei boschi e in montagna perché temevano di essere presi e internati in Germania. Nella canonica, il comandante tedesco, a quanto riferì poi chi era presente, disse che lo scopo del rastrellamento era di prendere i partigiani di Collina, e che, qualora non si fossero consegnati prigionieri, per rappresaglia avrebbero bruciato casa ‘Titai’ a Collinetta, dove abitavano tre partigiani; a suo dire in quella casa qualche giorno prima aveva avuto luogo una riunione. Fu fatto presente che se fosse bruciata ci sarebbe stato pericolo per gli altri edifici vicini, case e stalle costruiti per la maggior parte in legno.

L’ufficiale fu irremovibile. Quel giorno benché fosse domenica non ci fu la Messa e quelli che erano scappati nei boschi, come poi dissero, non sentendo suonare le campane, ne trassero un cattivo presagio.

Verso mezzogiorno mio padre tornò a casa dalla canonica e quasi piangendo ci disse quello che i tedeschi avevano deciso di fare. Subito dopo uscii e vidi che la casa di ‘Titai’ era tutta in fiamme, e subito dopo con il grande calore vidi incendiarsi anche la stalla nuova di ‘Pirucelo’.

In seguito tutti gli uomini presenti in paese, donne e ragazzi corsero a Collinetta per cercare di salvare le case vicino a quella di ‘Titai’ facendo la catena coi secchi. Io non ci andai perché ero rimasto con i fratelli piccoli a casa.

Quando verso sera l’incendio fu domato, risultò che erano andate distrutte la casa di ‘Titai’ dove abitavano tre famiglie, la casa ‘De Martino’ più sette stalle col fienile. Le case adiacenti ebbero sì dei danni ma si salvarono perché costruite in muratura.

Il comandante tedesco aveva minacciato che qualora i partigiani, entro un termine di tempo, non si fossero consegnati prigionieri, avrebbe bruciato l’intero paese. Si consegnarono tutti e l’indomani, mentre tornavamo su da Collinetta, io e Faustino incontrammo Mario Caneva e Amedeo Tamussin che andavano a Forni per consegnarsi ai tedeschi. Non sarebbero più tornati. Furono internati e con Mario Sotto Corona morirono nel lager di Mauthausen».

(Giornale sociale del Circolo Culturale Eugenio Caneva di Collina, detto “Il giornalino di Collina”, numero dell’anno 1994).

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Adilia Barbolan di Titài, sorella di Bepi di Titài partigiano, e Luciano Caneva.  3 dicembre 1944: l’incendio di Collinetta.

Era domenica ed aveva suonato al 2aper la Santa Messa. Mia mamma, Marina Agostinis, stava raccomandando di sbrigarmi, altrimenti sarei arrivata tardi. All’improvviso entrò un giovane di circa vent’anni, si sedette vicino a mia madre e disse: «Mamma, sono un soldato tedesco, ho ordine di bruciare la casa. Se non lo faccio, al rientro mi fucilano! Uno di Collina, (di cui ometto nome e cognome solo perché rispetto i morti), è venuto già tre volte al comando a dire che bisogna bruciare ‘Titai’.  Dice che ogni sera qui si riuniscono i partigiani». Gli rispose mia madre: «Non è vero, non ci sono mai state riunioni in ‘Titai’, è solo che mia nipote ha il fidanzato partigiano, ma non viene ogni sera perché è pericoloso andare in giro!».

Il giovane soldato rispose: «Ah, adesso capisco qualcosa!». Mia madre già disperata, continuò: «E poi devi bruciarmi la casa, noi viviamo solo con la pensione di mio marito e non abbiamo altro!». In quell’istante si spalancò la porta e comparve un uomo grande e grosso, con la camicia nera (9), armato sino ai denti e ordinò: «Fuori i soldi e l’oro!». Il giovane tedesco urlò: «Vergognati italiano!». L’omone, stizzito da quelle parole, strappò di mano al giovane il lanciafiamme e andò nel corridoio (tal puarti) e lì cominciò l’inferno, con le fiamme che divoravano la casa.

Facemmo in tempo a scappare solo con i vestiti che avevamo addosso e ‘ju scarpets’.

Non bruciò solo ‘Titai’, ma si danneggiò anche parte del vicinato nonostante la catena d’acqua coi secchi che partiva in ‘Glerio’ (dal greto del fiume ndr) per cercare di estinguere il fuoco. Fu una prova molto dura che segnò per sempre la nostra vita. La nostra famiglia fu divisa ed accolta dai paesani: io da ‘Ano de Blaso’; i miei genitori da ‘Emma de Balo’ e Aldo in Chini. Ci ospitarono fin quando trovammo una sistemazione da ‘Catinuto’. Non era ancora finita però, perché arrivarono anche i Mongoli a terrorizzare ulteriormente la gente, perlustrando le case in cerca di partigiani.

Poco alla volta la casa fu ricostruita con tanti sacrifici vista anche l’anzianità dei miei genitori. Mio fratello Bepi fu deportato a Mauthausen da dove solo per miracolo riuscì a tornare vivo, ma in condizioni pietose. Non volle mai raccontarci cosa vide in quei posti di morte. Sono rimasta l’ultima dei ‘Titai’, e volevo far conoscere ai miei paesani la VERA storia del fuoco a Culino Piçulo.

Vivo a Codenons, ma il mio cuore è sempre a Culino. Concludo con: «Un mandi di côr a duç iu paesjans». “

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Testimonianza di Luciano Caneva (dal Cont).

“Ore 8 del 3 dicembre 1966, ancora col buio ci si alza dal letto e ci si trova circondati dai tedeschi impegnati in un rastrellamento per via dei partigiani: come prima cosa portano tutti gli uomini in canonica e in paese rimasero solo donne e bambini.  Verso le 11.30 il comandante con il suo monocolo disse: «La casa dei Barbolan brucerà dalle fondamenta! Uscii di casa e vidi il mio più grande amico, che per me era come un fratello, passare di corsa tutto giulivo (simpatizzava infatti per i fascisti) dicendo: «Hai saputo che i tedeschi bruciano la casa di Tita?» facendo così cessare immediatamente la nostra amicizia. Abitavo vicino alla scuola e mi precipitai nel cortile dal quale è ben visibile Collinetta, come arrivai già una colonna di fumo si alzava dal tetto di ‘Titai’. Nel frattempo mia madre era andata a far visita alla mucca che doveva figliare. Tornando, quando era sotto la canonica, un tedesco le disse: «Signora, perché non va a spenghere?» suscitando una risata tra i commilitoni (brava gente). Lei ed io ci armammo di secchi e andammo a fare il nostro dovere: strada facendo si sentiva tutto un vociare. ‘Nardin di Pirucelo’ era andato ad aprire l’acqua all’acquedotto ma, nella confusione, invece di aprire chiuse la condotta.

Trovai per strada un bambino della mia età che correva ad avvisare Nardin dell’errore commesso. Arrivato a Collinetta su luogo del disastro, incontrai le mie due zie Marie che portavano nonno Zef in Cjamavour, il poveretto pesava poco perché afflitto da un tumore (erano tre anni che non si alzava dal letto). I pochi uomini che non erano stati rastrellati, se non ricordo male, furono ‘Rubert di Tusi’, che come pompiere era molto valido, ‘Milio di Flec’ che lo era un po’ meno, come vedremo in seguito, ed altri due o tre, che non ricordo più chi fossero. Faceva un caldo infernale, i secchi, in gran parte in legno, pesavano da matti da vuoti, figuriamoci da pieni, io a un certo momento, mentre ero alla fontana nella piazzetta d sotto, mi feci la pipì addosso per il grande calore. Bruciarono nell’ordine: la stalla di Pasqualut, quella di Daniele e quella di ‘Nardin di Pirucelo’, poi vai a sapere come mai presero fuoco il ‘stâli vecju’, che era abbastanza distante dall’incendio, e per finire la stalla di ‘Bielo’, che scoppiò letteralmente ed i pezzi del tetto furono proiettati in alto ad una altezza considerevole. Andarono su interi per poi incendiarsi in aria e ricadere in terra come torce.

Successivamente mi trasferii a far catena in Peç, perché bruciava la sporgenza della casa di ‘Picjut’: si sentì tossire sul solaio e poi Milio di Flec, arresosi, scese dalle scale, o meglio ‘Robert di Tusj’ (11) lo prese per una gamba e lo tirò giù letteralmente dalla stessa: dopo che si fu ripreso, sì che dalla sporgenza del tetto pioveva bene. Realizzai che se non ci fosse stato Rubert, addio Collinetta! … Ma non era finita, prese fuoco anche il porcile de ‘Bielo’, che era attiguo alla stalla, c’era dentro il maiale di ‘Marino di Giareto’. Il tettuccio in legno era ormai una torcia e il maiale diede un colpo alla porta con il muso e uscì mezzo abbrustolito, non ricordo se lo macellarono al ‘Mulin di Matio’ o in quello di ‘Zuan da Šoe’. Alle quattro e mezzo stava ormai per imbrunire, fecero ritorno gli eroi teutonici, i più avevano un ghigno sorridente, ma uno di loro piangeva, portavano con loro numerosi ostaggi, specialmente quelli che avevano cognome Barbolan, Caneva e Tamussin».

(Giornale sociale del Circolo Culturale Eugenio Caneva di Collina, detto “Il giornalino di Collina”, con titolo ‘Collina’, numero dell’anno 2012).

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In chiusura …

L’orrore della seconda guerra mondiale è racchiuso anche in quel bruciare le case, unica dimora per le famiglie, perpetrata dai nazifascisti, in quel distruggere suppellettili, mobili, tavoli sedie degli oppositori, propria dei fascisti; in quel impossessarsi di lenzuola, asciugamani, biancheria ricamata a mano dalle donne. Talvolta le donne riuscivano a piazzare la biancheria da vicini, ma poi poteva accadere che questi la rubassero, dicendo che era stato il nemico. E secondo Michele Gortani anche i cosacchi, al loro arrivo, fecero di tutto e bruciarono quattro case all’inizio del ponte di Caneva di Tolmezzo (11). Ed oltre Cadunea e Cedarchis, furono saccheggiati altri 11 paesi della Carnia, e depredazioni avvennero un po’ dappertutto. Vennero incendiate quattro case sopra Verzegnis, cinque ad Esemon di Sopra, e furono saccheggiati e poi incendiati casolari e case, circa una cinquantina, collocati lungo le strade rotabili di fondo valle o collocati in alto, che potevano dare rifugio ai partigiani. Complessivamente, con l’entrata dei cosacchi, le razzie furono tali che circa duemila persone restarono senza vesti, senza coperte, senza masserizie, senza gli animali indispensabili per la sopravvivenza, senza attrezzi da lavoro e senza riserve alimentari. (12). Ma allora la popolazione e le comunità, tranne pochi soggetti magari fascisti o spie, o collaborazionisti, sapevano cosa voleva dire solidarietà. Questa fu allora la guerra, questa è ora, morte, lutto, perdita.

Laura Matelda Puppini

 Note.

  1. Enzo Moro, La verità sul movimento partigiano in Carnia, (a cura di Ermes Dorigo) in Almanacco culturale della Carnia, Tolmezzo 1985, p.163).
  2. La frazione di Collina di Forni Avoltri è composta da Culina Parva (Collinetta) e Culina Magna (Collina). (Enrico Agostinis, Le anime e le pietre. Storie e vite di case e casate, di uomini e famiglie. Piccolo grande zibaldone della villa di Culina in Cargna, 2001 in: http://www.cjargne.it/libri/AnimePietre.htm). La casa dei Barbolan ‘Titai’ si trovava a Collinetta.
  3. Testo di Pietro Pascoli, redatto subito dopo l’evento. (http://www.comune.fornidisotto.ud.it/index.php?id=3324&L=0J%0AMappa%20sitoJJ%0AMappa%20sito).
  4. Bruciare paesi, borgate, case e cascinali, per snidare partigiani, per ritorsione e vendetta da parte dei nazifascisti fu pratica comune nell’Italia occupata e repubblichina.
  5. Certa vulgata corrente ha spesso dimenticato il ruolo svolto nelle rappresaglie e negli incendi dai fascisti, ben raccontato anche da Nuto Revelli: «Non sono i fascisti che ci preoccupano. I fascisti – lo grido ben forte perché li ho visti con i miei occhi – non sono dei combattenti. I fascisti li temiamo e li odiamo, sottolineo “li odiamo” perché arrivano sempre dopo le operazioni di guerra, arrivano sempre dopo i rastrellamenti, al seguito dei tedeschi. I fascisti sono feroci nelle rappresaglie contro la popolazione, contro gli inermi». (Nuto Revelli, Le due guerre, Einaudi, 2003, p.147). Infatti la signora Adilia Barbolan di Titai, allora bambina, rammenta di una camicia nera, entrata in casa dopo l’inviato dai tedeschi a dire che la casa sarebbe stata bruciata a chiedere soldi ed oro.
  6. Mario Sotto Corona, figlio di Felice e Maddalena Tamussin, era nato il 19 marzo 1921 a Collina di Forni Avoltri. Partigiano della Garibaldi con nome di battaglia ‘Toti’, si consegnò con altri partigiani garibaldini alle SS il 4 dicembre 1944, per evitare la morte di ostaggi, pur non essendoci fra gli stessi suoi parenti e fu internato nel lager di Mauthausen, ove morì il 5 maggio 1945. (Egidio Del Fabbro, op. cit., pp. 17- 18; VV. (a cura dell’I.F.S.M.L.), Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, IFSML, provincia di Udine, 2 tomi, 1987, tomo 1, p 340).
  7. Amedeo Tamussin, figlio di Angelo e di Angela Tamussin, fratello di Remo, era nato a Collina di Forni Avoltri il 25 agosto 1925, ed era giovanissimo quando morì. Partigiano garibaldino, nome di battaglia ‘Rane’, si consegnò con altri partigiani garibaldini alle SS il 4 dicembre 1944, perché non uccidessero gli ostaggi che avevano preso, tra cui c’era suo padre, e fu internato nel campo di concentramento di Sankt Aegyd, sottocampo dipendente da Mauthausen, che prendeva il nome dalla località dove era posto: Sankt Aegyd am Neuwalde, comune della Bassa Austria nel distretto di Lilienfeld. Qui morì il 30 marzo 1945. (Egidio Del Fabbro, Ricordi storici del 13 ottobre e dell’1°dicembre 1944, Forni Avoltri 7 ottobre 1973, 17- 18; AA.VV., Caduti, dispersi, op. cit., tomo 1, p 341, e https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Sankt_Aegyd).
  8. Secondo Remo Tamussin, forse per uno scherzo del destino, ritornarono vivi dal campo di concentramento solo i fratelli Barbolan di ‘Titai’ Giuseppe e Bruno. Per i partigiani garibaldini deportati cfr. Del Fabbro Egidio, Ricordi storici del 13 ottobre e dell’1°dicembre 1944, Forni Avoltri 7 ottobre 1973. E pare fosse partigiano anche Bruno Barbolan, detto presumibilmente ‘Bruno di Titai’, fratello di Giuseppe Barbolan detto ‘Bepo di Titai’.
  9. Mentre i partigiani sono stati denigrati in lungo ed in largo dai soliti noti, gran parte di chi aveva subito angherie e vere torture dai fascisti ne ha omesso il nome, il che fa pensare al fatto che fossero potenti anche nel dopoguerra ed impuniti, e che potessero far ritorsioni contro l’uno e l’altro. Sarebbe interessante che chi ha denigrato i partigiani dimenticando i fascisti facesse magari una ricerca anche sui nomi di chi qui vessò per un ventennio la popolazione carnica con ogni tipo di angheria, sopraffazione, umiliazione, e via dicendo.
  10. Rubert di Tusj’ e ‘Robert di Tusj’ sono qui, la stessa persona.
  11. Michele Gortani, Il Martirio della Carnia, Leonardo ed., p. 34.
  12. Ivi, pp. 48-49.

L’immagine che accompagna l’articolo è l’unica scattata sull’incendio di Bordano, fa parte dell’ archivio Anpi, è stata pubblicata da Aviani&Aviani in: 1943-1945 in: Immagini della Resistenza friulana, ed è tratta da: http://cjalcor.blogspot.com/2012/07/como-vue-68-anni-fa-lincendio-di-bordano.html Laura Matelda Puppini.

 

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