Per la festa della donna 2020, vorrei fare alcune considerazioni utilizzando due articoli trovati nel mio archivio. Il primo è firmato da Oliviero Beha, un noto giornalista, saggista e poeta, che guarda da maschio, da esterno, una festa declinata al femminile. Esso si intitola: “È la festa di tutte le donne o solo di quelle di potere?”, ed è stato pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” dell’8 marzo 2017; il secondo riguarda le donne partigiane garibaldine, ed è tratto da “Il Garibaldino”. 

Beha inizia scrivendo che la festa della donna gli pare piena di ipocrisia, anche se in Italia si magnifica l’aumento di imprenditrici e di donne sindaco nei Comuni. Ma, si chiede l’autore, è ridotto solo a questo quanto si è fatto per valorizzare il femminile?  Inoltre nel mondo politico, le donne si sono poste, forse, in modo diverso dagli uomini? E così, continua, «il dubbio che viene è quello che la parità di genere troppo spesso non sia stata intesa come diritti e doveri nel percorso esistenziale e civile, bensì di possibilità di carriera di vario tipo, all’identica maniera degli uomini responsabili di aver pesantemente caricato su spalle femminili questa penalizzazione. Creando un passaggio sociale e culturale disastrato e piombato in cui ci muoviamo tutti».  Insomma, giustamente Beha dice che la valorizzazione della donna non può estinguersi nelle mere pari opportunità, nelle conquiste solo in ambito lavorativo, nel dar corso solo all’aspirazione di far carriera ed adeguandosi ai modelli comportamentali presenti in un mondo maschile e maschilista, violento e di sopraffazione. E proprio in ambito lavorativo, le donne in generale trovano ancora mille difficoltà a coniugare maternità e cura dei figli con il lavoro.

E così si legge su: “Donne, in 25mila lasciano il lavoro per un figlio, ma in 5,5 milioni rinunciano alla maternità”, in Milano post, 11/01/18: «Trentamila donne, lo comunica l’Inps, si sono licenziate, nel corso del 2016, delle quali solo 5mila per cambiare azienda. E le altre 25mila? Hanno avuto un problema: l’impossibilità di fare il mestiere di madre. La mancanza di aiuti, dall’asilo a un sostegno quotidiano, sui quali fare affidamento durante l’orario di lavoro. Una violenza bella e buona, certificata da questi dati: alle donne che lavorano, in Italia, non è consentito fare figli. E questo spiega, meglio di qualsiasi indagine sociologica, il motivo per il quale 5,5 milioni di donne italiane (il dato è dell’Istat), tra i 18 e i 49 anni, non diventano madri. Non possono permetterselo.
Nel frattempo ci sono sempre più donne che reggono la baracca: in 1 milione di famiglie italiane, anche per effetto della Grande Crisi, lavorano soltanto le donne; le stesse che poi, in casa, si fanno carico del peso quasi integrale del lavoro domestico e della cura dei figli (72 per cento rispetto a un misero 28 per cento di maschietti pronti a collaborare) e le stesse che ingoiano, sempre sul lavoro, stipendi più bassi rispetto agli uomini, circa il 30 per cento». (https://www.milanopost.info/2018/01/11/).

E non a caso Beha scrive che «il percorso fatto di mimose va valutato nel suo complesso» (Oliviero Beha, op. cit.), e che «Non sono solo i diritti – dopo tanti doveri – a contare, ma la qualità della vita delle donne tutti i giorni». (Ivi). E «gli aspetti in discussione sono tanti, troppi: dalla difficoltà di combinare lavoro e famiglia alle assurdità di scaglioni pensionistici che azzerano la differenza quasi millenaria tra una madre di oggi e sua madre, alla fortissima prevalenza femminile tra i laureati con sbocco tormentato nel mercato del lavoro se senza raccomandazioni, alla prostituzione, (che sta parificando i sessi al contrario) ormai accettata come un titolo di merito, un modo come un altro per “promuoversi” … » E così termina: «Sì, tante mimose: e domani?»   

Ma cosa è cambiato allora? Nulla, solo che la prostituzione è diventata un facile mezzo per la via del successo, e che un acerbo padrone schiavista o un politico servo possono esser incarnati anche da una in gonnella, o che, per avere il 50% al femminile, si prende chiunque qui e là, solo perché è del gentil sesso? Inoltre non dimentichiamoci che in Italia una donna viene valutata e vale spesso solo in virtù del suo aspetto fisico, dell’ età, o dei suoi successi sportivi.

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Ho ascoltato, giorni fa, una persona, un maschietto, che raccontava della resistenza come periodo in cui la donna fu valorizzata. Ma vediamo cosa successe, alla fine di detta guerra, dall’articolo. “Donne garibaldine”, il cui ignoto autore si premura di cancellare possibili e già presenti pregiudizi verso le ragazze con il fazzoletto rosso al collo, ma anche di garantire che, una volta rientrate a casa, sarebbero state, nonostante il loro trascorso partigiano, buone madri, spose, sorelle. E, dato che fu poi così, quale apporto dette la resistenza all’emancipazione femminile? Chiediamocelo.

«Donne garibaldine.

Ci è accaduto talvolta di sentire i commenti del pubblico alle nostre compagne che, fiere ne loro sobrio vestito, adorno soltanto del rosso fazzoletto, marciavano accanto a noi o univano la loro voce alla nostra, esaltante la libertà riconquistata.
I commenti non erano benevoli, erano anzi piuttosto acerbi e intesi a qualificare come “immorale” la posizione di queste nostre meravigliose compagne, che non erano rimaste “al loro posto”, a “curare la casa” o a svenire per qualche bellimbusto in diagonalino e stivaloni lucidi.
Noi invece le ammiriamo, e sentiamo il bisogno di esprimere ben forte questa nostra ammirazione. Ci piacciono, ecco, o signorine borghesi, queste nostre Garibaldine. Ci piacciono per quel loro atteggiamento spregiudicato che le ha portate ad infischiarsene dei tristi luoghi comuni e a indossare il fazzoletto rosso.
Esse sono state per noi il valido aiuto nei collegamenti, ci hanno infuso coraggio con il loro sorriso, hanno qualche volta trepidato per noi nei giorni duri, qualche volta hanno pianto sulla sorte dei compagni trucidati o internati, hanno sempre appoggiato la nostra posizione di uomini insorti contro una nefanda tirannide, consapevoli della forza insopprimibile delle nostre idee. Per questo le difendiamo e diciamo che non è vera la favola della loro immoralità.
Coloro che si battono per una causa, non hanno tempo, o signorine di cosiddetta buona famiglia, di pensare alle svenevolezze da salotto dove si fuma, si beve qualche liquore e si gioca sul doppio senso delle parole.
Noi siamo invece certi che queste nostre compagne, deposti i segni garibaldini, saranno nelle loro famiglie, sorelle e spose esemplari, pronte ad offrire ai figli gli stessi insegnamenti di dignità e fierezza che esse hanno imparato in mesi di vita aspra e piena di rinunce.
Le donne che invece oggi lasciano molto a desiderare, sono quelle che “sono rimaste al loro posto” e che a malapena, sugli zoccoli alti, tengono in equilibrio la loro moralità, oscillante fra un “ja” e un “yes”».  (Da: Il Garibaldino”anno II, N.2, 19 giugno 1945).

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Eppure come ci narrano Mirella Aloisio e Giuliana Beltrami nel loro” Volontarie della Libertà” Mazzotta ed., 1981, ci furono ben 35.000 partigiane combattenti, 20.000 patriote, 70.000 donne nei gruppi di difesa della donna. Fra le donne resistenti 2.750 morirono perché cadute in combattimento o fucilate, 3000 furono deportate in campi di stermino, 4.500 furono arrestate e torturate. (Ivi, p. 26).

Con la loro partecipazione alla Resistenza, in vario modo,  le donne, giovani e meno giovani, sognarono e toccarono con mano un loro nuovo protagonismo, un loro nuovo ruolo al fianco dei maschi, ma tutto terminò di nuovo tra fornelli ed accudire vecchi e bambini, rompendo un sogno. La Resistenza fu il più grande tentativo, in Italia, di creare una nuova generazione di italiane, ma così non fu. (Ivi).

L’alternativa a questo stato di cose è possibile, ma passa attraverso una umanizzazione della società, un nuovo concetto di onore, di rispetto dell’altro, di etica sociale, di cittadinanza attiva e di partecipazione politica, grazie anche alla riscoperta dello stare insieme, condividendo momenti e situazioni e cancellando il denaro ed il profitto come nuovi Dei, assieme alla prevaricazione, all’arrivismo, all’abuso, alla competitività come base dell’esistere, al soggettivismo, all’indifferenza ed a tutti gli “Eh … ma …” ed alla guerra, che è una delle origini di ogni male. Allora potremo incominciare a far crescere sulla terra mimose invece che odio.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che correda l’articolo è tratta da: https://torino.corriere.it/cultura/18_marzo_08/8-marzo-rita-teresa-scelsero-mimosa-come-simbolo-bocciando-violetta-a581d2be-22db-11e8-a740-dc76cebf8197.shtml.

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