Nel maggio 1978 io ed Alido siamo andati ad ascoltare il racconto di Dino D’Agaro, detto Dino da Vuezzis, fedâr, nato nel 1906, che ci ha narrato tanti aspetti della sua vita, del suo pensiero, del suo paese. Accudiva il fuoco, Dino, mentre ci raccontava …

«Quando ero bambino gli uomini emigravano in primavera e rientravano in autunno, e chi tirava avanti la baracca erano le donne. E se vi era una minima rendita dal lavoro agricolo era grazie a loro. Vi erano in paese molte mucche e, fra Vuezzis e Stalis, si riuscivano a fare circa quattro quintali di latte, mentre ora le vacche si sono ridotte a due, non c’è più gente, e sono cinque o sei anni che a Vuezzis non c’è più la scuola, e si capisce già che questi piccoli paesi spariranno, anche perché il governo ha favorito l’industria a scapito dell’agricoltura. Ed anche in Furlanìa, prima vi erano molti mezzadri, ed ora ce ne sono ben pochi, perché gli uomini preferiscono fare gli operai in qualche fabbrica. Si sta meglio, si guadagna di più …

Ma per ritornare alle donne, esse lavoravano anche scalze, o mettevano las ‘putas’, (1) le chiamavano così, cioè delle solette grosse, cucite da loro, fissate sotto gli scarpetti. E per raggiungere i prati da falciare partivano al mattino presto, e camminavano anche un’ora e mezzo, due, facendo qualche pausa. Ed in ogni caso ci voleva un’ora, a passo veloce, per raggiungere i primi prati della montagna. E poi poteva succedere che, giù vicino al paese, ci fosse il sole che scaldava, ma invece in cima alla montagna ci fosse la ‘nuolate’, la nebbia, e dovevano tornare a casa dopo esser salite inutilmente. Insomma, ci doveva essere un periodo di tempo buono per non far strada ‘di bant’.
E falciavano, e facevano ‘le mede’ di fieno, e dopo un mese, un mese e mezzo, quando il fieno era fermentato e bollito, lo portavano a valle con la slitta, utilizzando ‘las grifas’, specie di ramponi, per non scivolare. E un carico poteva raggiungere anche i tre quintali di fieno.

 Bambini a Vuezzis e dintorni.

A Vuezzis, quando ero piccolo, c’era la scuola elementare e tutti dovevano frequentare sino alla terza classe, ed i certificati di frequenza e superamento della terza dovevano essere visti dall’ispettore, che scriveva: «L’alunno è dispensato dall’obbligo di andare a scuola», che significava, in sintesi, che aveva completato il primo ciclo elementare, e che nessuno lo obbligava più ad andare a scuola.

A scuola, imparavamo a leggere, scrivere ed un po’ a far di conto. Erano così i programmi. Ed a Vuezzis vi era una pluriclasse composta da prima, seconda e terza, e nei banchi più vicini alla cattedra sedevano i bimbi di prima, in quella di mezzo i bimbi della seconda, mentre i bimbi di terza erano posizionati verso le finestre.

E le famiglie non vedevano l’ora che i maschi andassero a lavorare, e talvolta non c’era tempo di educare se non all’obbedienza ed al lavoro, e non c’erano molte regole. E i bimbi, mentre i genitori erano a lavorare, restavano spesso con i vecchi, e prendevano tutti i loro vizi, per esempio quello di parlare sporco. E poi, quando erano al cantiere, all’estero, imparavano bene il mestiere ma anche il frasario.

Tutti al lavoro… mangiando poco ed ammalandosi spesso …

Finita la terza elementare, i maschi continuavano ad aiutare la madre ed i genitori finché non veniva per loro il tempo di andare a lavorare all’estero, a tredici o quattordici anni, con padri, zii e cugini. Solo successivamente è stato posto il divieto di mandare a lavorare ragazzi sotto i quindici anni, e poi sotto i diciassette … Perché fino a che un ragazzo è in crescita non deve essere messo a fare lavori anche pesanti e per molte ore.
E mi ricordo che Aldo è andato a lavorare all’estero a tredici anni, ed anche Noè D’Agaro ha seguito, giovane, il padre, mi pare a quattordici anni.  Naturalmente i primi due o tre anni di lavoro non guadagnavano tanto, e lavoravano solo per vivere e per imparare il mestiere, incominciando da manovali. Ora invece i giovani vogliono soldi subito.

E gli uomini lavoravano all’estero e le donne in campagna, e si mangiava polenta di granoturco e latte. E non si vedeva vino, se non in qualche caso, ed era, in generale, miseria.  E un operaio, un muratore con mestiere, specializzato, in una stagione, prima della prima guerra mondiale, poteva guadagnare circa 500 lire, che non erano poche, ma le famiglie erano numerose, e un povero padre, che aveva tanti figli da sfamare, doveva fare i salti mortali per mantenerli. Ed allora non esistevano gli assegni familiari, che almeno garantiscono il pane, come ora, e non vi erano aumenti di paga.  E qui per falciare tutto il giorno, in montagna, per fare il contadino, davano due lire, oltre il mangiare a mezzogiorno.

Ed anche in comune di Rigolato c’erano padroni che avevano prati da falciare. E i padroni, se erano coscienziosi, davano la metà del prodotto a chi lavorava, altrimenti pretendevano i due terzi, lasciando solo un terzo al lavoratore. Indubbiamente c’era un po’di sfruttamento.
E possidenti erano Durigon di Magnanins e Gussetti Eugenio (Euge). Qui a Vuezzis e Stalis, invece, non c’erano grandi proprietari e la mucca la tenevano tutti, mentre in altre frazioni di Rigolato e nel comune c’erano quelli che non avevano nulla. E c’erano “braccia per lavorare” in abbondanza. Allora era così.

E durante la bella stagione, qui restavano solo donne e bambini, e mi ricordo che si studiava a scuola, in terza elementare, che gli abitanti della Carnia erano “sobri e laboriosi” e la maggior parte liberi, che avevano voglia di lavorare e specialmente Rigolato è stato, per questo, un modello di comune.
E facevano i muratori, i carpentieri, i boscaioli, i falegnami, non i minatori.

Dopo la prima guerra mondiale, gli uomini hanno iniziato ad emigrare verso la Francia, che era stata distrutta dall’invasione della Germania, che però, dopo la guerra, era ridotta ai minimi termini. E solo nel 1938- 1939 il marco ha iniziato ad acquistare valore perché, nel corso della prima guerra mondiale, era stato portato via oro al governo, e la Germania aveva dovuto stampare moneta che non valeva niente con cui voleva pagare i creditori. Ma questi l’hanno costretta a emettere moneta regolare, ‘buona’.

Inoltre, poteva accadere che uomini tornassero dall’estero ammalati, se il lavoro non li uccideva. Non esistevano allora tutti quei controlli che ci sono adesso. Che sappia io, in Francia gli operai dovevano sottoporsi a controllo medico due volte all’anno. E tanti rientravano a casa perché ammalati. E spesso contraevano la tubercolosi, che era molto diffusa anche a causa del troppo lavoro. E prima della prima guerra mondiale, il numero più alto di tubercolotici si trovava nei paesi di Givigliana e Magnanins.  Comunque, ad un certo punto, vennero istituite le Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione, ed ogni iscritto versava cinque lire all’anno per farne parte, e così si creava un po’ di cassa. E con questi soldi davano un piccolo sussidio ai soci quando erano ammalati, in modo che potessero sopravvivere, perché allora non c’era la cassa malattia, non c’era niente.

E su, in Germania (2) c’erano le scuole invernali di disegno per la costruzione e l’edilizia, e molti le frequentavano. E molti dei nostri hanno imparato a lavorare fermandosi all’estero anche l’inverno, per studiare. Da che so la prima scuola di muratori qui è stata istituita a Gemona del Friuli, la seconda a Moggio Udinese. A Rigolato c’era fino alla sesta elementare, e quando sono nato io, nel 1906, c’era già una scuola di disegno, dove insegnava Lepre (3), il padre dell’onorevole. E la scuola è continuata sino alla prima guerra mondiale. Dopo Lepre, era il maestro Fiori (4) a fare scuola di disegno e contabilità. Gli allievi versavano una quota di iscrizione per frequentare, ma forse dava un sussidio per la scuola anche il comune. E pure il papà di Luca Pascutti (5) insegnava alla scuola di disegno, ed era davvero bravo. Ma quando è andato al potere il fascismo, ha dovuto iscriversi al fascio con ‘lo stomaco pieno’, e, per insegnare a Rigolato, ha dovuto andare a fare gli esami ad Udine.

Gli uomini che restavano in paese, o lavoravano come contadini o nel bosco, e cercavano di allevare, con fatica, una mucca o qualche pecora, o qualche montone, per poi venderli. E potevano prendere anche 200 lire per animale, ma pecore e montoni valevano meno della mucca, ovviamente. E c’erano allora anche persone che sapevano intagliare il legno. Ma in generale era miseria, e c’erano tante tasse da pagare. E quando sono morti i miei genitori, nel 1959-1960, io pagavo sette od ottomila lire di prediali, cioè di tasse fondiarie, mentre ora pago mille lire, e quelli che hanno poco ora non pagano nulla. Invece allora tutti dovevano pagare.

Il sistema dei libretti.

Finché l’uomo non rientrava poteva accadere che le donne non avessero soldi sufficienti per pagare i commercianti per quel poco che acquistavano per mangiare. E mio nonno raccontava che allora, prima della creazione delle cooperative, andavano queste mogli, queste donne, che allora non sapevano quasi né leggere né scrivere, ad acquistare con i libretti, su cui i commercianti annotavano quello che volevano. E quando non si paga subito sembra che la merce non costi, invece poi, quando venivano tirate le somme …  Insomma, mio nonno diceva che qui i libretti sono stati il tradimento e la rovina di molte famiglie. Anche per superare questo sono state create le cooperative di consumo.

Le donne, comunque, lavoravano molto e morivano per il troppo lavoro. Ed il dott. Vezzola, medico del paese, quando le vedeva andare a falciare in montagna, diceva: «Cagnas dall’ ostia, mangiate pure due volte al giorno, ma riposate». E diceva anche: «Piuttosto che sposarle in questi paesi, è meglio mandarle a fare le puttane!».  Perché le donne erano troppo sfruttate, ed anche non per necessità ma per egoismo. E anche oggi molte cose vengono fatte per egoismo, e si dice che “più ce n’è più ce ne deve essere” e il denaro è un buon servitore, ma se diventa padrone, se diventa il mio padrone, allora io divento un povero ‘mona’.

Nel matrimonio il sentimento non aveva spazio.

Ed a Givigliana c’era ad un certo punto un prete che veniva da Tolmezzo, che stette lì 11 anni. Ed egli, che conosceva bene il paese, disse che lassù “a sparagnavin masse”, risparmiavano troppo, tiravano troppo la cinghia senza motivo, e si sposavano fra consanguinei, fra cugini, per interesse, senza badare alle conseguenze.
E quando sono andato a Vuezzis a far formaggio, c’era un sacerdote slavo. Ed egli diceva che se i due sposi avessero capito cosa poteva loro succedere contraendo matrimonio fra cugini, non lo avrebbero fatto, e che se non pagava una generazione quello sbaglio, lo avrebbe pagato la successiva.
Ma a Givigliana sposarsi tra cugini era un’abitudine, anche a causa dell’altitudine del paese. Perché se la donna scende facilmente al piano … non sale in montagna con la stessa facilità …

E quel sacerdote si intendeva anche di medicina. Ed una volta c’era una donna che stava quasi per morire a causa del cuore, ed è stato chiamato per dare i sacramenti. Finito questo compito, ha detto che avrebbe provato lui a dare alla donna una medicina a base di erbe e vino bianco. E la donna è vissuta ancora un anno.
Ed allora i matrimoni non avevano nulla di sentimentale, ed erano stipulati sulla base di interessi anche economici, di opportunismo, ed era tutto un materialismo, ecco. E questo era particolarmente accentuato a Ludaria. E sono anch’ io per metà di Ludaria. Quando ero giovane ci sono stati lì almeno cinque o sei matrimoni basati solo sulla ‘roba’.  Ma contenti così …
Ed ora esiste il diritto di famiglia, ma allora … Allora la moglie dava del voi al marito, e alcuni uomini volevano essere superiori alla donna, e quando il marito diceva alla moglie: «Fa silenzio», quella doveva obbedire. E c’erano quelli che più avevano torto più imponevano alla moglie di far silenzio.  Non tutti erano autoritari, ma ce n’erano molti. E le donne dovevano subire anche a livello sessuale.

Comunque vi era anche qualche divertimento.

Durante la buona stagione tutti lavoravano, ma poi, d’inverno ed a Carnevale, si godevano la vita anche a Givigliana: sparare, ballo liscio. Ed erano le Società Operaie che organizzavano dei balli, ed allora c’era molta gioventù, mentre ora noi andiamo verso il cimitero e non c’è niente, non ci sono giovani.

Due parole sulla mia vita …

La base di tutto, in questa vita, è la fortuna … e io non ho avuto tanta fortuna, ecco. Io sono nato con un impedimento, e quando andavo a scuola i maestri dicevano a mia madre che avrebbe potuto mandarmi ancora a scuola. Ma poi è venuta la prima guerra mondiale, e, quando è finita, ho frequentato una scuola privata. E ciò accadeva prima della riforma Gentile, che è stata resa esecutiva il 1° ottobre 1923, e che ha modificato molte cose. Poi è stata creata una scuola che si chiamava tecnica, che durava quattro anni. Quindi chi completava il ciclo di studi e voleva continuare, frequentava le magistrali, che in Francia si chiamano ‘ecole normale’, oppure gli istituti tecnici per diventare geometri o ragionieri. Invece la scuola privata che ho frequentato io era retta da un cognato del maestro Fabio di Ludaria. (6).

E a Ludaria c’era anche ‘il lazzaretto’ dove c’era un ospedale militare, nel corso della prima guerra mondiale. E adesso vi racconto anche questo episodio. Al ‘lazzaretto’ c’era in servizio un cappellano militare, che, se serviva, celebrava anche messa nella parrocchiale, e che faceva prediche ‘di lusso’.
E c’era una giovane, che era andata profuga con la famiglia ma poi nel 1918, era rientrata a Ludaria. E questo cappellano l’ha conosciuta, e l’ha conosciuta ancora meglio … e nel 1920 si sono sposati. E qui dicevano che gli era piaciuto più l’altare d’osso che quello di marmo!!!

Io ho letto molto.

Io conosco la letteratura francese, Hugo, Zola, e conosco il marxismo. Ho letto ‘I Miserabili’, ed altri autori francesi li ho conosciuti grazie a mio nipote che abita a Strasburgo, ed è là che ho letto alcuni libri. Infatti, io conosco il francese, ed anche se ora ho dimenticato la pronuncia di alcune parole, uso però ancora bene il vocabolario e scrivo sia a quelli di mio fratello che a quelli di mia sorella.
E non faccio errori di grammatica, usando il vocabolario, e conosco le regole del francese, perché la grammatica italiana e quella francese non sono uguali. Per esempio, alcuni nomi che in italiano sono maschili, in francese sono femminili, e l’aggettivo possessivo non vuole l’articolo. E vi è diversità nel fare il plurale dei nomi, ed alcuni vogliono una ‘s’ ed altri mutano ‘au’ in ‘aux’ e ci sono molte regole nel francese anche scritto.

Ed io ho imparato il socialismo da mio padre e mio zio.

Ho imparato il socialismo un po’ da mio padre e un po’ da mio zio, e leggendo il ‘Melzi’ scientifico dove sono elencati tutti i personaggi di quel tempo. E qui c’è stato anche Andrea Costa. Andrea Costa era romagnolo, ed era socialista. E Imola, Forlì, Forlinpopoli erano la patria dei socialisti. E quando hanno mandato qui Andrea Costa, era ispettore scolastico Luigi Bendetti, cattolico, friulano, di Gemona. E quando ha sentito che avevano mandato qui questi maestri romagnoli che non credevano in Dio, non sapeva più cosa fare.
Ma c’erano anche socialisti di Rigolato, in particolare a Ludaria. Avevano imparato il socialismo in Germania, da emigranti, ed avevano portato queste idee nuove in paese.
Un mio zio, socialista, pover’uomo, è morto in esilio in Francia. È andato via quando è andato al potere il fascismo, e non è tornato più, è morto là.
Però vi dico che non c’è gratitudine verso chi è troppo attaccato ad una fede, perché il mondo è dei furbi, di quelli che vanno dove va il vento. E chi è idealista rischia di prendersi anche un “Sei un mona…”.

Il Cooperativismo in comune di Rigolato.

 Eppure, a Rigolato, i socialisti non avevano mica fatto poco! Avevano istituito i primi circoli ricreativi, il forno del pane cooperativo e la cooperativa di consumo di Ludaria, che aveva un piccolo negozio. e che era stata creata nel 1905, due anni prima di quella di Tolmezzo, che ha aperto il primo spaccio il 6 gennaio 1907.

Le prime riunioni per formare la nostra cooperativa carnica si sono tenute a Villa Santina. Lì c’era una sala da ballo dove si incontrarono. Ed i fondatori più noti della Cooperativa Carnica di Consumo sono stati tre: Vittorio Cella, Riccardo Spinotti e Giuseppe De Prato, che era nato Rigolato, ma aveva proprietà anche a Villa Santina, dove è morto quando io mi trovavo lì. La famiglia di De Prato era padrona di Tors, ed aveva fondi lì di ‘Vidàl’, poi acquistati da un Durigon di Gracco, e che ora sono stati comperati dal ‘gobbo’.
Poi coloro che avevano creato la cooperativa di Ludaria, dopo che è stata costituita quella Carnica, sono andati con quella, che era più grande ed organizzata, dopo aver venduto quello che avevano nel negozio. E la Cooperativa Carnica ha aperto lo spaccio di Rigolato.

E qui la latteria era gestita in modo cooperativo, era una latteria sociale. Ma, in generale, in quasi tutti i comuni della valle, a Forni Avoltri, a Comeglians, le latterie erano latterie sociali. Esse funzionavano così: ogni giorno si pesava tutta la rendita, e si faceva questo per un mese intero, e dopo si faceva la percentuale di resa: per esempio di burro tanto per un quintale, di formaggio tanto per un quintale, e poi il prodotto veniva distribuito sulla base del latte portato e pesato. Nella latteria turnaria, invece, ognuno riceve tutto il prodotto lavorato in un giorno: formaggio, burro, e tutto quello che gli spetta. Ma a me pare migliore la latteria sociale, se però la persona che segue il comparto resa è onesta, se chi fa il casaro è un galantuomo.

Il sistema della latteria turnaria è più controllabile, ognuno ha tutto il prodotto di una giornata, burro, formaggio, tutto quello che gli spetta.
Però, con il sistema della latteria sociale, se ci sono delle forme non perfette, che ‘non sono giuste’ vengono distribuite fra tutti. Cioè se il latte di un giorno non è buono, ed ad una famiglia spettano tre o quattro forme in un mese, comunque ne prende una fatta all’inizio del mese, una in mezzo ed una in fondo, e si limita il danno. Ma se invece il latte non è buono, per qualche motivo, il giorno in cui a me spetta tutto il prodotto, con il sistema della latteria turnaria tutte forme scadenti me la prendo sul gobbo, ostia!

Inoltre, nelle stalle sociali le forme prodotte vengono contrassegnate con un numero progressivo, ad incominciare dall’1, (prima forma di formaggio del primo giorno del mese) fino a 700 od 800 forme. Ed ogni giorno bisogna pesare tutto il ricavato dalla lavorazione del latte: burro, formaggio, tutto quello che si produce, e poi, sulla base dei quintali di rendita, dividerla sulla base dei quintali di latte portati al mese. Ed è importante vedere anche quanto ‘butta’ per ogni quintale. Perché, per esempio, il formaggio rende, allo stato fresco, dal 7 all’8%, il burro1,6- 1,7 % per quintale. Il burro migliore è il primo, e si chiama burro di affioramento. e poi viene quello di siero. Perché adesso, con il sistema moderno, invece di fare la ricotta con il siero, dopo tolto il formaggio, fanno burro, ma quello non ‘butta’ tanto: 700- 800 per quintale. Quello ‘butta’ meno. E adesso fanno la ricotta con il siero.

Sulla Cooperativa Carnica e Vittorio Cella.

Nel 1920 i socialisti carnici avevano fatto una finta occupazione dei municipi, organizzata dalla Cooperativa Carnica, che era stata istituita dai socialisti. Io mi trovavo allora a Villa Santina, ed ho visto che erano andati a mettere a bandiera rossa sul Municipio, in alto. E prima erano in tre, poi in due ed infine uno, che si è arrampicato il più in alto possibile.

E i fascisti volevano bruciarla in un primo tempo, la Cooperativa. Nel 1922-1923 la Cooperativa di Tolmezzo era stata assediata, e volevano distruggere la sede che però era presidiata da guardiani, ma poi non ne fecero nulla, forse anche perché Mussolini era stato maestro a Tolmezzo. Ma povero Cella, di Verzegnis, ha dovuto andarsene. Spinotti a quel tempo era già morto, e Cella ha tenuto duro finché ha potuto, e poi ha dovuto andarsene, ed è cambiato direttore.

E mi ricordo di esser stato, nel 1935, ad assistere ad una assemblea, e di aver sentito il direttore dire così: «la Cooperativa Carnica ha un passato che non voglio ricordare!» Poi, nel 1936, Cella si era messo nel commercio di macchine per l’Africa Orientale Italiana dove c’era la guerra, e non so bene cosa avesse fatto, ma, lazzaroni i suoi soci, è andato a finir male. E si è ucciso sulla tomba della moglie. Era di Verzegnis, si chiamava Vittorio Cella, ed era geometra lui, come studi …

Il 1948, e i democristiani al potere.

Nel 1948 la Democrazia Cristiana ha vinto le elezioni praticamente al 100%, e sull’ ‘Avanti’ giornale dei socialisti era scritto così: «Una goccia rossa non basta a cambiare il nero del governo». E allora i democristiani avevano proposto di mettere i comunisti fuorilegge, e cinque anni dopo sempre i democristiani, in vista delle nuove elezioni, avevano preparato una legge birbante, in caso di vittoria.  E allora, dopo le elezioni, sull’Avanti era scritto: «la legge truffa non è scattata». Non avevano vinto quanto pensavano, e dal ’48 in poi la sinistra è andata sempre più su … mai più giù. Ed adesso nessuno dice di mettere i comunisti fuorilegge.

La vita difficile dei socialisti a Rigolato, anche prima della prima guerra mondiale.

I socialisti qui, un tempo, avevano vita dura, a causa della gente del paese, del fanatismo religioso. Insomma, per molti i socialisti erano diavoli, perché non credevano tanto in questo incantesimo del mondo al di là. E pensare che mio zio Guerrino ed altri socialisti avevano istituito il forno cooperativo per fare il pane buono, di farina di frumento. E la nonna di Ferruccio dal Ciaf diceva che erano buoni uomini, perché avevano fatto delle buone istituzioni, ma che mancava loro un po’ di timor’ di Dio. Insomma, quelli del paese volevano bene a queste persone, che avevano fatto queste cose, ma mancava loro il timor di Dio. E la gente andava dietro, per prima cosa, ai preti. Poi con l’istruzione è cambiato un po’. Ma prima …

Mio padre era di Ludaria, ed era un po’ socialista, e lo erano anche i miei zii, e quando sono nato io tutti avevano avuto un figlio morto: quello prima di me è morto a mio padre, ed uno è morto a zio Gerrino ed uno a zio Giovanni, e poi a me è venuto quel che è venuto, ma non sono morto, ancora. E c’erano altri socialisti, a Ludaria, che avevano avuto un bimbo morto.

E per tutto il comune di Rigolato si era sparsa la voce che questo era un castigo di Dio, e che a loro, socialisti, non doveva vivere nessun figlio. Ed avevano persino montato la testa a mio nonno, che lo chiamavano ‘Baba Tito’. Infatti, mio nonno era il più giovane dei fratelli, e fra il primo e l’ultimo di questi vi erano ventinove anni di differenza. E quando è nato mio nonno, suo fratello, il più vecchio, era già ammogliato, e così mio nonno si è trovato ad andare a scuola con sei suoi nipoti, di cui era zio. Ed il cappellano, che a quel tempo faceva il maestro, ha incominciato a chiamarlo ‘Barba Tito’.

E le donne vendevano anche i capelli …

 E in quella miseria, le donne erano costrette a vendere anche i capelli, perché magari avevano il marito ammalato. E queste ragazze piangevano, quando venivano loro tagliati i capelli, ma per ogni taglio prendevano dalle 15 alle 20 lire, ed erano soldi che valevano».

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Il tempo per l’intervista è terminato, e Laura e Alido ringraziano Dino per le sue preziose informazioni.

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(1) Il nome dato alle solette potrebbe essere sia ‘putas’ che ‘pucias’, non si capisce bene.

(2) In realtà scuole di disegno c’erano anche in Austria, ma qui forse Dino usa genericamente il termine, come talvolta si usava in friulano, ove “las Germanias” indicavano il mondo tedesco.

(3) Trattasi di Romano Lepre, padre di Bruno, che inizialmente lavorava in Austria, in Carinzia, con i parenti, nell’ impresa del padre Francesco. Dopo la prima guerra mondiale, trovò lavoro presso la sede centrale del magazzino della Cooperativa Carnica di Consumo di Tolmezzo, ed infine divenne il gestore della filiale della Cooperativa Carnica di Ovaro. Di ideali socialisti, venne più volte eletto consigliere comunale a Rigolato nelle file del Partito Socialista, e ne fu, per un periodo, anche il Sindaco. Nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, la casa di Anna e Romano diventò luogo di riunioni clandestine di antifascisti locali, fra cui i comunisti: Giovanni D’Orlando, ispettore forestale fatto licenziare dai fascisti, Aulo Magrini, medico di Prato Carnico, Osvaldo Fabian, Benedetto Raber di Comeglians, Secondo Vidale di Rigolato, Pietro Pivotti di Enemonzo, Romano Toniutti di Comeglians, De Campo, e Pietro Pellegrini di Lauco. Romano Lepre, a causa delle sue idee socialiste, fu controllato dai carabinieri e ricevette, periodicamente, la visita del maresciallo degli stessi. Quando il Duce annunciò l’entrata in guerra dell’Italia, egli urlò “Vergogna!” all’indirizzo dei fascisti, e ciò lo mise pubblicamente in luce. Il giorno dopo al quasi sessantenne Romano venne recapitata la cartolina precetto per presentarsi immediatamente in Sicilia ad un reparto dell’antiaerea. Egli fu salvato da quella sorte solo per il fatto che senza di lui la filiale della Cooperativa Carnica di Ovaro non avrebbe potuto più andare avanti.
Per un rifiuto a consegnare una parte dei viveri che ivi giungeva dalla sede centrale della Cooperativa Carnica ai cosacchi e per la sua attività antifascista, fu portato via da casa dai Cosacchi ed imprigionato nella caserma di Paluzza, dove subì sevizie e stenti. Dato che i fatti contestatigli, relativi alla sua attività politica, erano circostanziati, Romano Lepre si rese conto che ad Ovaro vi erano spie e delatori. Trasferito poi alle carceri udinesi di via Spalato, si salvò dal campo di concentramento in Germania grazie al maggiore medico tedesco, che lo ritenne in condizioni di salute tali da non poter neppure incominciare il viaggio. Ritornato a casa, non si riprese più   nonostante le cure dei familiari e del dott. Covassi e morì il 15 aprile 1948. ((Bruno Lepre, Memorie di un socialista di montagna, Campanotto ed.). Scheda presente anche in:  Marchetti Romano (a cura di Laura Matelda Puppini), Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, IFSML e Kappa Vu ed., 2013, p. 397-398).

(4) Il maestro Fiori era uno dei maestri socialisti romagnoli mandati forse per punizione ad insegnare in Carnia, nello specifico a Rigolato. Egli era considerato un ottimo maestro elementare.

(5) Trattasi di Luca Pascutti sr. di Gracco di Rigolato, persona austera, che incuteva un timore reverenziale, dai ricordi di Alido Candido,  con un certo grado di istruzione e capo cantiere, e, par di capire qui, antifascista e forse socialista. Aveva lavorato nel Bellunese, nel paese della moglie e al rientro a Gracco faceva il disegnatore. (Vilia Candido commento datato 17 gennaio 2019 sul gruppo facebook  ‘Rigolato: cartoline d’epoca: foto d’epoca’, all’avviso della pubblicazione dell’articolo).

(6) Trattasi di Bruno Russello, marito di Lieta sorella del maestro Fabio, pure lei maestra elementare. (Vilia Candido commento datato 17 gennaio 2019 sul gruppo facebook  ‘Rigolato: cartoline d’epoca: foto d’epoca’, all’avviso della pubblicazione dell’articolo).

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L’intervista è di Alido Candido e Laura Matelda Puppini, ed è come altre, stata resa quasi tutta in friulano. Trascrizione e traduzione in italiano di Laura Matelda Puppini. Manca il nome del maestro Fiori che vi prego di comunicarmi. L’immagine che accompagna l’articolo è stata da me scattata a Rigolato un paio di anni fa. Per cortesia se qualcuno ha una foto che ritrae Dino da Vuezzis, me la invii, per corredare questa sua importante testimonianza. 

Laura Matelda Puppini

 

 

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