Ai primi di novembre dell’anno passato veniva dato sulla stampa locale grande rilievo, senza in realtà mostrare nulla, ai risultati della spedizione di alcuni ricercatori sponsorizzati dalla Lega Nazionale, con l’appoggio del senatore Maran e finanziamenti, a quanto pare, del comune di Gorizia presso l’archivio del Ministero Affari Esteri. Stando ai titoli, i fortunati e tenaci ricercatori (così erano stati dipinti) avevano trovato in quell’archivio un elenco nominativo di 1.023 deportati, o infoibati, del comune di Gorizia. Oltre al suddetto elenco i ricercatori avrebbero fotocopiato un migliaio di documenti in grado di offrire la verità definitiva su quanto avvenuto a Gorizia al termine della seconda guerra mondiale. Un impresa dal momento che, se le cose non sono cambiate da quando io frequentavo quell’archivio, ogni ricercatore deve arrangiarsi a fare le copie da se inserendo gli spiccioli in un numero piuttosto ridotto di macchine. Il 20 novembre Clara Morassi Stanta, presidente del Comitato dei Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, chiedeva due settimane di tempo per incrociare i dati in possesso del Comitato stesso con i nuovi forniti dal gruppo di ricercatori, e rendere pubblici i risultati. Dal canto suo Urizio, presidente della Lega Nazionale di Gorizia, arrivava a supporre di dover integrare con molti altri nomi il lapidario dedicato ai 665 goriziani deportati a fine guerra dai partigiani jugoslavi che non avevano fatto ritorno.

Siamo ormai ai primi di marzo 2016 e non abbiamo ancora visto nulla. Da ignorante in tema di foibe, ho l’impressione che l’elenco non sia molto differente da quello di 1.048 deportati fornito nel marzo 2006 da Natasa Nemec, allora direttrice del Museo di Nova Gorica, al sindaco di Gorizia ed alla stessa Clara Morassi. Elenco che comprende sia persone decedute in deportazione che deportati rientrati a casa dopo un periodo più o meno lungo, che si è rivelato piuttosto impreciso. Elenco scaricabile da Internet (esiste un .pdf della lega nazionale). Se così fosse, i finanziamenti del comune di Gorizia per la trasferta romana dei “fortunati ricercatori” sarebbe stato denaro perso e lo scoop non sarebbe tale.
Non mi pare pertanto il momento di integrare e correggere al rialzo il lapidario dei 665 deportati come aveva suggerito il presidente della Lega Nazionale. Piuttosto, bisogna iniziare a correggerlo al ribasso. Certo, il nome di Ugo Scarpin, che viveva a Gorizia ma che era anche segnalato sul lapidario come scomparso in deportazione, è stato cancellato. Bisognerà però cancellare anche i nomi delle Guardie di Finanza segnalate che non furono in realtà infoibate (Di Bartolomeo – Sancimino, Dal primo colpo di fucile all’ultima frontiera. La Guardia di Finanza a Gorizia e provincia: una storia lunga un secolo, 2015) il centinaio circa di nomi che Giuseppe Lorenzon ha indicato come membri di formazioni collaborazioniste uccisi durante la guerra dai partigiani (e che pertanto non c’entrano niente con le deportazioni del maggio 1945), i nomi di partigiani e carabinieri uccisi dai tedeschi ed inseriti comunque nel lapidario (sempre segnalati da Lorenzon), mentre dubbi giustificati possono essere sollevati anche per una parte dei circa duecento nomi privi di dati che possano consentire una verifica.

Chiedere la verità (che significa fare anche pedanti riscontri nome per nome) non vuol dire essere “negazionisti”, termine insultante e denigratorio che vuole mettere sullo stesso piano chi nega la Shoah e chi vuole indagare sulle foibe (o sui campi di detenzione jugoslavi) senza prendere per oro colato la “vulgata” della Lega Nazionale. Che arresti indiscriminati ci furono anche a Gorizia è evidente, lo hanno riconosciuto esponenti del Partito Comunista Jugoslavo già a partire dal 6 maggio in polemica con l’operato dell’OZNA (vedi Pupo – Spazzali, Foibe, Milano, B.Mondadori, 2003, doc. 13 pp. 83 – 85). In seguito, sappiamo che Boris Kraigher si impegnò per far liberare alcuni antifascisti (tra cui a Trieste i due Schiffrer) che sapeva essere in carcere (C. Schiffrer, Antifascista a Trieste, a cura di Elio Apih, Udine, Del Bianco 1996, pp. 52 – 54). Mi pare giusto che bisogni fare il massimo di chiarezza su questi fatti, e mi pare giusto mettere in evidenza l’insieme di speculazioni politiche e strumentalizzazioni che hanno accompagnato sin qui questo processo di chiarimento.

Il 10 febbraio 2016, Giorno del Ricordo, il presidente della Lega Nazionale di Gorizia ha presentato con uguale e martellante pubblicità garantita dalle colonne del “Messaggero Veneto” un documento su una presunta fossa comune che dovrebbe contenere dai 200 agli 800 cadaveri. uccisi dalla Garibaldi – Natisone. Anche in questo caso aspettiamo i risultati. Che in data odierna mancano, mentre Urizio ha già segnalato un’altro “mattatoio” (titolone de “Il Messaggero Veneto” 3 marzo 2016) dove i partigiani avrebbero ucciso, Chi avrebbero ucciso i partigiani? Dai vari aggiustamenti effettuati nel corso del tempo dagli autori dei vari articoli pare di capire che uccidessero vittime innocenti in luogo delle spie che ritenevano di eliminare.
Penso che l’interesse vitale dei partigiani fosse eliminare le spie autentiche e non lasciarle operare impunemente. Ma se anche fosse come supposto dai giornalisti del “Messaggero”, vuol dire che ci sono state persone che hanno, per odio o per interesse (le spie venivano pagate) rivelato identità e residenze di altri italiani, sapendo che questi italiani (che combattevano contro i nazisti occupatori) ed i loro familiari sarebbero stati arrestati, torturati ed uccisi. E che l’hanno fatta franca, hanno lasciato che qualcun’altro morisse al loro posto ed hanno vissuto con noi per lunghi anni nel dopoguerra, senza pagare per quanto avevano fatto, probabilmente morendo senza mai avere liberato la loro coscienza (argomento caro ad Urizio). Un buon tema di ricerca per chi si occupa di queste cose.

Marco Puppini

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