Continua e termina, con questo articolo, il racconto di Noè D’ Agaro, interessante e ricco di informazioni e spunti.

Sulla Latteria, sul Cral, sulla Cooperativa carnica ed il forno cooperativo di Rigolato.

Noè D’ Agaro: «E a Ludaria c’era una latteria turnaria, che era stata fondata nel 1908 da un gruppo di amici, e fra questi c’era mio padre, ed essa è stata davvero un buon esempio di società cooperativa. La latteria aveva oltre 130 soci, e lavorava circa 10 quintali di latte, mentre ora se ne produce pochissimo, perché i giovani se ne vanno, e circa i 2/3 dei prati e dei boschi sono abbandonati. Ma la latteria funzionava e funziona tuttora.

Per quanto riguarda la cooperativa di consumo, ce n’era una collocata circa al centro di Ludaria e serviva solo il paese. Ma poi l’hanno portata a Rigolato, lì da Vidâl e quindi è finita nei locali dell’albergo Zanier, ed infine è diventata filiale della Cooperativa Carnica di Tolmezzo. Per dir la verità, però, non tutti qui volevano questa confluenza della cooperativa locale in quella più grande ed avrebbero preferito continuare a mantenerla autonoma, e ora non so quanto sia convenuto aggregarsi a quella tolmezzina o se è stato uno sbaglio.

Ora qui esiste il Cral di Ludaria. L’edificio è stato costruito nel 1948 grazie all’ unione di tutti gli abitanti di Ludaria, e donne e uomini hanno contribuito ad erigere il fabbricato, anche portando il materiale con il gerlo. E proprio io ho fatto il presidente della costruenda “casa sociale”. E proprio io ho fatto il presidente della costruenda “casa sociale”. E quindi nella casa sociale sono entrati il ‘Cral’, cioè al “Circolo Ricreativo Assistenziale Lavoratori”, ed il negozio.  Pertanto la casa sociale come edificio è una cosa, il Cral un’altra, e ci sono soci delal casa sociale che non sono soci del Cral e viceversa. La casa, l’edificio è nostro, e l’abbiamo affittato al Cral per le sue attività.

Ma noi, di Ludaria, avevamo fatto pure una domanda alla Banca Carnica di Tolmezzo perché mettesse una sua succursale a Ludiaria. Per la verità ce n’era una a Rigolato, dove c’è la cooperativa, ma noi la volevamo qui, per non scendere sempre, vista la distanza. Ma poi non se n’è fatto nulla, perché la banca non ci ha neppure risposto.

Invece il forno cooperativo si trovava a Rigolato, ed è nato a Rigolato, e si trovava dove ora ci sono gli archi. (1). E questo forno funzionava benissimo e faceva davvero un pane buono. Ma ora vi racconto questa. Un socio aveva mandato un giovane ad imparare a far pane a Tarcento, ma poi, una volta rientrato dopo aver appreso il mestiere, questi, assieme al padre, ha aperto un suo forno privato. E così l’attività del forno cooperativo è andata scemando a causa della concorrenza privata.  

Però devo precisare che le cooperative sono nate da operai socialisti. E c’era qui, a Rigolato, una cooperativa di lavoro detta ‘cooperativa rossa’, ma poi sono nate anche le cooperative bianche, in contrapposizione a quelle rosse. Ma la maggior parte dei lavori, a Rigolato, li ha fatti la cooperativa rossa, ed ha costruito il cimitero e la strada per Givigliana. Invece la cooperativa bianca si interessava di lavori boschivi. Ma poi, sia per disaccordi interni sia per l’emigrazione, prima è finita la cooperativa bianca e poi quella rossa.  Ed il fascio ha distrutto tutto, anche i Circoli Ricreativi, e non è rimasto più nulla.

E se a Tolmezzo, da che so, è rimasta la Cooperativa di consumo è solo grazie a Giovanni Cleva, che era un socialista che si diceva fosse amico di Mussolini, che inizialmente era socialista pure lui, ed aveva fatto anche il maestro elementare a Tolmezzo, e che si diceva fosse un donnaiolo ed avesse avuto pure un figlio illegittimo forse con una di Verzegnis. Così quando Mussolini è andato al potere ed ha distrutto le cooperative socialiste ed ha proibito le associazioni che non erano fasciste, Cleva dicono che abbia scritto a Mussolini (2), perché salvasse la Cooperativa Carnica, e Mussolini, dopo qualche tentennamento, lo ha accontentato. Ma per fascismo non dovevano esistere più né cooperative rosse né cooperative bianche, nè partiti. Ed il Circolo Ricreativo di Ludaria ha ripreso ad esistere dopo la fine del fascismo, nel 1946 o 1947.

Giuseppe Di Sopra detto Beppo di Marc. Immagine di Rigolato prima del 1927. 

A questo punto, Laura chiede a Noè se si ricorda di quando, nel secondo dopoguerra, si dice che abbiano impedito di partecipare all’assemblea della Cooperativa Carnica ai socialisti in particolare della Val Pesarina, non facendo partire le corriere per Tolmezzo, o dell’aumento del costo di una quota per partecipare alla Cooperativa di Consumo (3) che, di fatto, privava la base operaia che aveva creato la Cooperativa, della partecipazione alla stessa.

Nel merito, Noè racconta che egli è diventato socio nel 1919. «E dal 1919 sono rimasto socio. E io con certezza so che alle assemblee annuali della Cooperativa Carnica di Consumo venivano e vengono invitati tutti i soci, ed io, quale socio, ho assistito a diverse assemblee. Certamente il mutamento delle quote sociali ha creato più di un brontolio e malumore. Ora io ho fatto diventare socio mio figlio, e la quota sociale è di 5.000 lire.
E un tempo, nel corso delle assemblee, parlavano anche degli oratori, perché inizialmente lo scopo della Cooperativa Carnica era anche quello di illustrare agli operai che l’avevano formata gli ideali della cooperazione e del socialismo. Ed è proprio ad una di queste assemblee, ma nel secondo dopoguerra, forse nel 1948 o 1949, che ho rivisto Umberto Candoni, che ha più volte chiesto la parola per poter illustrare alcune critiche costruttive, ed ha tenuto, alla fine, quasi un mezzo comizio. E qualcuno fischiava, qualcuno applaudiva mentre parlava… E ultimamente Umberto Candoni, che ho conosciuto in Francia, ha aperto uno studio a Comeglians.

Fascismo: aspetti di politica verso gli emigranti.

Laura chiede, parlando di fascismo, se si riuscisse ad emigrare comunque, anche quando Mussolini aveva di fatto chiuso le frontiere ai possibili emigranti italiani per lavoro, volendo il fascismo sostenere l’emigrazione in A.O.I. e l’autarchia.

Noè d’Agaro: «Sotto il fascismo era difficilissimo espatriare, e la moglie, poi, difficilmente riusciva a raggiungere il marito emigrante, anzi, pagavano le donne italiane perché rientrassero a partorire in Italia, anche se avevano raggiunto il marito all’estero, così il bimbo aveva la nazionalità italiana.
Io mi ricordo questo aspetto perché mi trovavo al Consolato Generale di Parigi, quando ho visto due o tre carnici ed un meridionale che avevano le mogli che volevano rientrare a partorire in Italia. Ed erano in coda per ottenere i permessi necessari. Ed erano donne che stavano in Francia, ma volevano avere il bambino in Italia. Ed il fascismo pagava loro il viaggio ed ogni spesa. Ed a me questa pare una assurdità, perché l’Italia era già spopolata, allora, a causa della mancanza di lavoro e piena di emigranti e non servivano altri bambini che dovessero poi, da adulti, prendere la valigia.  (4).

Laura chiede se si ricorda qualcosa dell’occupazione dei municipi.

Noè D’Agaro: «Sì, qualcosa ricordo. C’erano questi nuclei di socialisti che hanno occupato i municipi, ma non so perché, ma so che non hanno fatto né sollevamenti di popolo né altro. So solo che un gruppo ristretto di persone ha fatto questa azione dimostrativa.
Qui c’erano molti socialisti, allora. Ma quasi quasi li guardavano di traverso, quasi che fossero senza Dio e senza Regno. E sono venuti qui dei maestri e delle maestre romagnoli, ed uno si chiamava Fiori, uno Moriggi, e le due maestre una Cinta ed una Jole. Ed erano tutti di fede socialista, ed hanno un po’ movimentato questo tradizionalismo che c’era qui, anche se qui c’erano già dei socialisti, come per esempio D’ Agaro Guerrino.  Ma in particolare si trovavano tra la popolazione di Ludaria.
Ma, dopo la prima guerra mondiale, anche le donne iniziarono a partecipare qui a qualche attività, ed andavano pure a cantare, a sentire delle orazioni a Rigolato, ma erano davvero guardate di storto, perché qui erano molto tradizionalisti. Ora tutto è cambiato.

Ma una volta se uno osava dire qualcosa contro la religione, lo ritenevano alla pari di un delinquente. Ed erano tempi, allora, che se il padrone diceva che 5X5 fa 25, ma anche se diceva che fa 30, nessuno osava metterlo in dubbio. E se qualcuno si opponeva a quello che diceva il padrone, la gente diceva che eravamo senza Dio, anche se noi, socialisti, dicevamo la verità. Ma per molti la verità era solo quella che diceva il padrone».

 

Giuseppe Di Sopra detto Beppo di Marc. Panorama di Ludaria e Rigolato prima del 1927. 

Io ho incontrato Umberto Candoni in Francia.

Noè D’ Agaro: «Ho incontrato Umberto Candoni in Francia, a Villeneuve le Roi. Io scendevo per una via e ho visto, dall’altro lato, passare una persona, e ci siamo salutati in francese, perché non lo conoscevo.  E mi sono accorto che parlava un francese non perfetto. Ma anche lui si è accorto che non ero uno di lì. E mi ha chiesto se ero italiano, ed io gli ho riposto di sì.  “Anch’io sono italiano” – mi ha detto, e così ci siamo conosciuti. Equando mi ha detto che si chiamava Umberto Candoni, mi sono ricordato che lo avevo sentito parlare, che era un oratore, una persona nota, un anarchico. Egli cercava altri nostri connazionali, e così gli ho indicato dove abitava, lì, nei paraggi, un Di Piazza di Tualis, un carnico. “Anch’io sono carnico”- mi ha detto lui, con mio grande stupore. “Ancje jo”- I hai rispuindut. 

E così io ho detto che conoscevo Gervasio Lepre, allora sindaco e socialista, e che conoscevo Giovanni di Catineto, e lui mi ha detto che era il padre di sua moglie, suo suocero, e che lui era Umberto Candoni.
Ora sia Giovanni di Catineto che Gervasio ed altri otto o nove erano di idee socialiste, ed ero socialista anch’io, e mi ricordavo di aver ascoltato Umberto Candoni parlare a Rigolato, in un’aula della scuola, contro il fascismo, prima che prendesse definitivamente il potere, nel 1919 o nel 1920, prima della marcia su Roma. Ed ero andato espressamente a sentirlo. Ed avevo anche sentito parlare di lui da Gervasio.

E mi ricordo anche che, dopo che ci eravamo conosciuti, egli ha invitato me e mio cognato a casa sua, che non era però nei paraggi, era vicino a Parigi, ed ho scoperto che era un fotografo. E così gli abbiamo detto di farci qualche fotografia. E poi, quando siamo rientrati in Carnia, gli ho chiesto anche di fare una fotografia della mia casa, e poi l’ho fatta ingrandire. Quella casa era costata molto a me e mia moglie e ci eravamo indebitati per costruirla, e pensavo che, andando a lavorare fuori, avrei guadagnato di più e avrei potuto liberarmi prima degli oneri contratti. Per questo mi ero recato a lavorare in Francia.

Nella casa francese di Umberto Candoni vi era anche il suo studio fotografico, ed era uno studio ben attrezzato, con fotografie e ricordi della Carnia. E c’era una foto bellissima di un crocefisso in un crocicchio, ed un ritratto dell’Arcivescovo Giuseppe Rossi, almeno mi pare fosse lui. E detta fotografia aveva anche la dedica.  E questo mi ha fatto capire che Umberto Candoni non aveva un odio viscerale verso il clero, e che non era del tutto ateo.
Egli era contrario al sistema di potere instaurato dal clero, al sistema tradizionale che soggiogava, al fanatismo religioso e voleva mettere in luce la realtà dei fatti. E si vede che l’Arcivescovo Rossi non aveva nulla contro di lui, altrimenti non gli avrebbe concesso un autografo.

Ma per tornare a Umberto Candoni, egli mi ha raccontato perché si trovava in Francia. Egli era un fuoriuscito, uno di quelli fuggiti dal fascismo. Prima di passare la frontiera italo- francese, abitava a Tolmezzo, dove aveva il suo studio fotografico. (6). Ma ad un certo punto erano arrivati in casa i fascisti, ed avevano buttato dalla finestra tutto ciò che aveva, ed egli aveva dovuto scappare, scappare … Insomma aveva dovuto scappare a causa del fascio. Ed aveva una grande, una tremenda nostalgia della Carnia …

E quando l’ho incontrato, forse nel 1934, era già da un po’ di anni in Francia, a Limoges, e si era stabilito lì. Sua moglie forse era morta di crepacuore, di dispiacere per quello che era accaduto, ed egli viveva con una bellissima polacca. Ed aveva avuto un figlio poi cieco, quello che ha messo su la ‘Seima’. Ed abbiamo parlato del più e del meno, ed anche di politica. Ma non sapevo né so se facesse attività politica in Francia. E poi l’ho visto ancora un due o tre volte a Villenueve le Roi, perché lì vi erano molti italiani. E ci siamo rivisti anche nel secondo dopoguerra, perché eravamo ambedue soci della Cooperativa Carnica».

Giuseppe di Sopra detto Beppo di Marc. Gruppo di ragazzi formato da: Ferruccio Della Pietra detto ‘Ferruccio di Soclàp’, Silvio Della Pietra, Elio Durigon detto ‘Lelo’, morto in Russia, e Giacomo Durigon detto ‘Cuz’. 1923-1926, circa. 

Anch’io sono stato all’estero per lavoro.

«Nel 1936 sono andato in Francia, da civile. E essendo emigrato giovane, avevo imparato a parlare il francese come l’italiano, ma conosco anche un po’ di Inglese».

Interviene la moglie Silvia Zanier, che dice che avevano fatto una casa per loro, e si erano indebitati per costruirla, e Noè pensava che, andando a lavorare fuori, avrebbe guadagnato di più e avrebbe potuto liberarsi prima degli oneri contratti. E Noè continua dicendo che per questo motivo è andato a lavorare in A.O.I.. E prima è andato a Dessiè, poi a Massaua. Ma, aggiunge Silvia, mentre era a Massaua, nel 1941 è stato chiamato chiamato nuovamente a fare il soldato, nell’artiglieria di montagna.

Noè: «Poi sono andato in Africa, nel 1937, a lavorare, chiamato da una ditta che aveva bisogno di operai già formati, e che aveva un capo che era di Luincis di Ovaro, e poi mi hanno richiamato, nel 1941, sotto le armi. Ma ho ottenuto per i primi mesi l’esonero, perché avevano bisogno di operai che lavorassero».
E Silvia aggiunge che Noè è stato arruolato in Africa Orientale Italiana, e che lei era stata avvisata dal Municipio che suo marito era andato soldato.

Noè: «E di quel periodo mi ricordo un fatto. Mi ricordo in particolare che laggiù c’erano tanti fascisti: Madonna mia, quanto fascisti c’erano! E prima mi hanno mandato ad Asmara. E mi hanno mandato di guardia al tribunale di guerra, e lì ho trovato tanti che già conoscevo, anche se non erano di Rigolato: erano di Comeglians, erano di Tualis. ma ora mi sono dimenticato l’episodio che volevo raccontarvi».
Continua Silvia dicendo che laggiù c’era un pezzo grosso fascista, e che poi lo hanno ucciso, e che anche a lui ha detto qualcosa di spiacevole.

«Comunque sono stato in Africa durante la seconda guerra mondiale. Laggiù non hanno risentito molto dell’8 settembre, perché c’erano solo quattro tedeschi.  Ma invece mi hanno preso prigioniero gli Inglesi, nel 1942, e sono finito in Sudafrica. Ma devo dire che gli Inglesi erano più umani dei tedeschi. E ci hanno liberato nel 1945, dopo la fine della guerra, e sono stato un mese, con la nave, per tornare a casa. E sono ritornato a Rigolato nel 1946.

Non so quindi cosa accadde qui, se non quanto mi hanno raccontato poi. Quello che posso dire, invece, è che quando sono partito avevo lasciato mio figlio che era un bambino, ed ho trovato, al mio ritorno, un giovanotto. E mi ricordo che ho preso la corriera e, che guardavo, salendo verso Rigolato ogni angolo, quasi incredulo, perché mi pareva un sogno tornare a casa. E quando sono sceso dalla corriera, c’erano alla fermata 5 o 6 paesani, che mi hanno chiesto chi ero. E ho incontrato anche Durando, che era allora studente, ed anche lui in un primo momento non mi aveva riconosciuto, ma mi ha salutato ed è corso verso Ludaria per avvisare mia moglie.  E vi dico anche che volevano mettermi in quarantena, a Napoli, ma poi un tenente mi ha permesso di raggiungere a Rigolato».

Silvia. «Io avevo ricevuto un telegramma dove era scritto che Noè era in Italia, libero, ma che volevano fermarlo per la quarantena. E così non sapevo che invece era già arrivato in paese. E quando Durando è giunto a dirmelo, io sono corsa giù incontro a lui, senza calze e senza niente, senza neppure le scarpe!  E ci siamo incontrati all’altezza del forno della cooperativa».

Noè: «La cosa che mi ricordo di quel momento sono le prime parole di mio figlio, di Luci, che lavorava in cooperativa, come aiuto a Isolina e Gervaso, che erano i gerenti del negozio, e che è il primo della mia famiglia che ho incontrato. Ero stato fuori sette anni, senza poter comunicare con mia moglie, e da lei avevo avuto solo una lettera che mi diceva che stavano bene e che mio figlio andava bene a scuola.
E qui ho trovato più libertà di prima, più tutto, libertà di cantare e di fare quello che volevi. Ma io credo che la libertà sia importante, ma la mia libertà non deve danneggiare gli altri.

 

Particolare dell’immagine di Rigolato di Giuseppe Di Sopra, che mette in risalto la corriera. 

Poi, dopo una ventina di giorni, dato che ero rientrato e che non stavo bene, mi hanno ricoverato in ospedale.  Quindi ho continuato la mia vita qui, senza più emigrare, facendo anche il capo cantiere, ed ho lavorato con Barbe Agjelo, facendo pure il capo spedizioniere di legname, e poi, dato che quel lavoro non mi piaceva, sono andato a fare l’assistente dei lavori con Durando e con Ivo.  E ho lavorato per la costruzione del Municipio di Forni Avoltri ed anche per la costruzione della scuola di Rigolato e di quella di Villa Santina. E sono stato amministratore comunale, e membro della Camera del Lavoro».

E uno mi ha detto che qui, in Carnia, lavoravano, in certi posti, la terra come fa un sarto che volesse fare un abito cucendo con l’ago. Ma si deve essere uniti, si deve ormai lavorare con le macchine, superando il frazionamento della proprietà. Qui ci sono cento, centocinquanta proprietari! E, oggi come oggi, l’unità fra proprietari è una necessità. E oramai non si trova più chi va con il gerlo anche a portar su letame e giù fieno: quei tempi sono finiti.

E io sono stato anche il rappresentante del comune di Rigolato nella Comunità Carnica. Ed ho conosciuto anche Michele Gortani, che era uno scienziato, che era un geologo, la cui famiglia era originaria di Arta, ed ha fatto cose buone per la Carnia. Ma succedeva anche, allora, che le risorse che dava il governo non fossero ben distribuite. Io sono stato in Comunità Carnica nel 1955 – 1956- 1957, fino al 1960-1961, e anche quando c’ero io, vi sono stati di quelli che non si presentavano, o di quelli che hanno agevolato dei lavori non magari a Rigolato o Forni Avoltri, ma altri comuni. Funzionava anche allora un po’ così.

Trasporti.

Noè D’ Agaro: «Prima dei Tavoschi c’erano altri che portavano gli emigranti, per esempio i De Antoni, che avevano una carrozza trainata da cavalli. E parlo del 1910- 1912. Ed in un primo momento le carrozze portavano gli emigranti fino a stazione per la Carnia, perché non c’era neppure la ferrovia da quella località a Villa Santina. E tutti i sindaci di allora hanno sostenuto la sua costruzione, ed ho anche una fotografia che illustra questa adesione.

E poi, nel corso della prima guerra mondiale, hanno costruito la tramvia che porta a Comeglians, una del tipo ‘Decauville’.

Ed io ho visto la prima automobile quando hanno costruito la strada provinciale che portava da Rigolato a Forni Avoltri. Era di una impresa, mi pare Tonai. E la guidava un giovane. E mi ricordo che tutta la gente era accorsa a vederla. Ma di questo Tonai, gli operai che iniziavano ad essere critici, dicevano: “Tonai non paga mai e quando paga, paga poco assai. E poi, dopo la prima guerra mondiale, è giunta, la corriera, la Tavoschi. E si pagava abbastanza un biglietto, per i soldi che si aveva in tasca». 

Così Noè termina il suo excursus di storia e vita, partito dall’emigrazione e dalla fatica delle donne e dei ragazzi, e terminato con il prezzo della corriera per l’emigrante, per la donna, per la famiglia, passando attraverso diversi aspetti sociali e politici di un mondo che non c’è più. E io mi sento di ringraziare, per Rigolato, Noè, Emma, Dino da Vuezzis, Amedeo di Mondo e tutti coloro che mi hanno permesso di donarvi questi racconti, che non sono però terminati. 

Laura Matelda Puppini

  1. La piazza storica di Rigolato era quella ove si trova la fontana, che confina con il ‘bar Centrale’ un tempo detto ‘da Mando’ e su cui si affacciava, pure, il negozio ‘da Pirisut’, che vendeva un po’ di tutto. E dietro il negozio c’era anche il mulino di Cesare (mulin di Cesar), alimentato dal rio Gramulins. Ed in piazza c’erano anche un vespasiano, un’edicola in legno ove vendevano i giornali, ed un lavatoio coperto, mentre il negozio di Gortan Cappellari era più a sud, lungo la strada principale che portava all’attuale piazza Durigon, che un tempo era occupata dalla segheria di Amedeo Zanier detta ‘Il Gater’. Di fronte alla segheria c’era lo storico Albergo Zanier sempre proprietà del Cavaliere, ove si trovavano anche la posta ed altri uffici. Dopo il negozio Gortan Cappellari vi era una scuderia dove si cambiavano i cavalli. Dalla vecchia piazza si dipartiva una via che portava alla canonica ed al garage del camion di Bepo, ed una che portava ad abitazioni ed al calzolaio. Il forno cooperativo era posto nel locale detto ‘Agli Archi’, che ora ospita una mostra di ceramiche locali, posto nel tratto di strada che unisce la vecchia piazza a quella Durigon. (Testo del dott. Alido Candido integrato con alcune precisazioni del sindaco Fabio D’Andrea e del vice-sindaco Daniele Candido 5 e 6 giugno 2020).
  2. Noè D’ Agaro dà questa versione dei fatti per certa, ma ne esistono altre. Per questo ho messo io ‘da che so’ e ‘dicono’. Per la storia del gruppo delle cooperative carniche, cfr. Laura Matelda Puppini, Cooperare per vivere. Vittorio Cella e le Cooperative Carniche (1906-1938), Gli Ultimi, 1988, leggibile su: www.nonsolocarnia.info.
  3. A Tolmezzo c’era il gruppo delle Cooperative Carniche, che andò a finir male a causa del fascismo ma Noè ricorda solo la Cooperativa Carnica di Consumo, che fu salvata ma portata sotto l’Enfc, di cui era socio dal 1919.
  4. Il fascismo voleva «che il mito dell’Italia fascista, rappresentata all’estero dal console («pioniere della nostra civiltà»), divenisse parte integrante dell’identità degli emigrati» (http://docenti.unimc.it/matteo.pretelli/teaching/2017/18403/files/test-csia/lezione-2-lettura-1, p. 226). Ed «intendeva inserirsi nelle vite dei dieci milioni di italiani sparsi nel mondo, facendo loro sentire la vigile presenza della madrepatria “che non dimentica”». (Ivi, p. 227). Inoltre, «Per volontà di Galeazzo Ciano, all’epoca ministro degli Esteri, nel 1939 fu istituita una Commissione permanente per il rimpatrio degli italiani, incaricata di agevolare il rientro degli emigrati e, di fatto, in particolare di quelli residenti oltralpe». (Ivi, pp. 228-229).
  5. Un esempio di rientro dagli U.S.A. è riportato da Marco Puppini nel suo “La ‘Patria Matrigna’, il prete, il ‘fratello operaio’”, a cui è allegata la “Vita proletaria di Giacomo Fabian”, il cui testo originale è andato perduto in un incendio in casa dell’arch. Luciano Di Sopra, per fortuna dopo la sua pubblicazione. In esso Giacomo Fabian racconta il suo viaggio verso l’America per lavoro, le condizioni in cui si venne a trovare, e quindi il suo rientro. Il testo di Marco Puppini, molto interessante e basato su fonti d’epoca, è stato pubblicato in: AA.VV., Almanacco Culturale della Carnia, 1986, I, ed. CUCC. pp. 37-69.
  6. Ci sono fotografie scattate da Umberto Candoni per il rientro della salma di Albino Candoni, nel novembre 1921, e quindi ciò accadde poi, durante il fascismo.

L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta la piazza di Rigolato all’ arrivo della corriera, ed è una di quelle usate all’ interno dell’ articolo. L.M.P.

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