Confesso che non mi sono mai interessata particolarmente del cosiddetto “eccidio di Malga Bala” finché non ho letto un romanzo, regalatomi recentemente dall’autore, che ha suscitato in me qualche curiosità verso questo episodio avvenuto, come tanti altri, nel contesto della seconda guerra mondiale, quando Slovenia e Friuli facevano parte dell’Ozak e nessun confine li divideva. Sinora sapevo solo, dal Messaggero Veneto, sfogliato talvolta distrattamente, che veniva ricordato, una volta all’anno, il sacrificio di alcuni carabinieri, uccisi da partigiani sloveni.
Ora so qualcosa di più.

L’ azione partigiana era alla centrale idroelettrica di Bretto, e non fu una azione isolata. 

La morte dei carabinieri è collegata all’azione contro la centrale idroelettrica di Bretto di sotto, che presidiavano e che serviva la Miniera di Raibl, allora di interesse vitale per i tedeschi. Detta azione non è che uno dei vari atti di sabotaggio portato a termine da un gruppo di partigiani guastatori, diremmo oggi, della resistenza slovena e slava, operativo in zona prima del rastrellamento tedesco della fine agosto 1944. (Zdravko Likar, “Franc Uršič – Joško. Un partigiano sloveno dalla Soška Dolina/Valle dell’Isonzo, cura e traduzione di Adriano Hvalica/Qualizza, Kappa Vu, febbraio 2013, prima edizione in sloveno e slovena, 2000, p. 45).

Zdravko Likar, nipote di Franc Uršič – Joško e prefetto di Tolmino, colloca detto sabotaggio all’interno di una serie di azioni di guerra svolte da gruppi di partigiani nella zona, di cui ne segnala alcune. In particolare cita l’azione del 19 novembre 1943 contro il ponte di Tolmino, cittadina dove si trovavano circa 100 soldati di nazionalità mongola, portata a temine dalla Basoviška brigada, operativa dal 1° ottobre 1943, di cui faceva parte anche Joško, comandante del 3° Battaglione, ma non andata totalmente a buon fine per l’arrivo dei tedeschi (Ivi, p. 37); l’azione contro le miniere di Raibl, del 19 dicembre 1943, per portare a termine la quale i partigiani si divisero in tre gruppi di cui il primo, comandato da Joško, aveva il compito di minare le attrezzature della miniera ed i macchinari per l’energia elettrica, il secondo, guidato da Ivan Likar Sočan, di distruggere la segheria, il terzo, comandato da Matija Kašca – Bovčan, di sabotare la centrale elettrica nel vicino insediamento denominato Mrzla voda.  Qui vi erano due carabinieri ed un civile armato a guardia, che si arresero. L’azione di sabotaggio riuscì, e la fabbrica di piombo e zinco rimase inattiva per un lungo periodo.  (Ivi, pp. 38-39).

E quindi ricorda che il 27 dicembre 1943, una pattuglia partigiana fece prigionieri sette soldati tedeschi. Mentre li portavano a Lepena, (forse verso la Val Lepena N.d.r.) cercarono di fuggire e tre di loro furono uccisi, tre feriti, ed uno solo riuscì a scappare. (Ivi, p. 39).
Successivamente un gruppo, comandato da Joško, (dall’inizio del febbraio 1944, vice-comandante della Basoviška brigada Ivi, p. 43), minò e distrusse la strada presso il fiume Soča o Isonzo che dir si voglia, in val Lepena, impedendo così il passaggio dei mezzi blindati tedeschi. Ed in seguito preparò un’imboscata ad una colonna nazista, che cadde nell’agguato. Cinque tedeschi furono catturati, nove rimasero morti a terra, molti furono i feriti. Anche i partigiani ebbero un ferito nelle loro file.  «I partigiani, in seguito, fecero riaccompagnare i tedeschi feriti alla loro caserma di Bovec, dopo aver, comunque, prestato loro il primo soccorso e l’assistenza necessaria». (Ivi, p. 39). Quindi il gruppo partigiano si ritirò, attraversando la catena montuosa del Krn, verso Tolmino.

All’inizio del febbraio 1944, Joško fu nominato vice-comandante della Basoviška brigada (Ivi, p. 43), il 4 marzo 1944 comandante del Briško- beneški odred, che era composto da circa 1000 partigiani (Ivi, p. 44).
E il 13 marzo 1944, il secondo battaglione del BBO, comandato da Marko Redelonghi, ed avente come commissario politico Alfonz Perat, attaccò l’aeroporto Belvedere presso Udine, con successo. Ma nel contempo i tedeschi attaccarono il loro accampamento, posto alle malghe nei pressi di Bergogna (Breginj), uccidendo 21 partigiani. (Ivi, pp. 44-45). Altre azioni di sabotaggio furono portate a termine dalla quarta compagnia del secondo battaglione del BBO, la Bovšca četa, di stanza a Bovec. (Ivi, p. 45).

Fra queste, ebbe maggior eco l’attacco al presidio della centrale idroelettrica locata a Log pod Mangartom cioè a Bretto di sotto, in comune di Plezzo. Secondo Zdravko Likar: «La centrale era difesa dai carabinieri italiani, ben protetti, peraltro, nei bunker posti nei principali luoghi d’accesso dell’obiettivo, situato nel profondo avvallamento sotto al ponte. Per quest’ azione furono scelti 18 partigiani. Il gruppo si avvicinò a Log pod Mangartom la mattina presto del 22 marzo 1944, e passò la giornata, in attesa, nel fienile, situato nei pressi del ponte nuovo», aspettando il momento propizio per agire. (Ivi, p. 45). Quindi, saputo da un informatore che il comandante del presidio di guardia alla centrale ed un carabiniere si trovavano a Bretto di sotto e sarebbero rientrati alla centrale verso sera, predisposero un agguato, nel tratto di strada fra il ponte nuovo e il paese, per prelevarli, al fine di conquistare il presidio nemico «senza sparare un colpo». (Ibid). Giunti quindi i carabinieri nei pressi dei partigiani, questi intimarono loro la resa, ed i due carabinieri si arresero subito e si avviarono verso il presidio italiano alla centrale. Giuntivi, disarmarono prima la sentinella, poi ebbero la meglio anche sugli altri carabinieri. Si impossessarono delle loro armi, del loro equipaggiamento militare, dei loro vestiti, quindi si ritirarono, non si sa se compiuto il sabotaggio o meno, salendo il monte Izgora, e giungendo, dal versante meridionale del monte Krncica, nella valle di Bausizza. (Ivi, pp. 45-46).

Successivamente, il 3-4 maggio 1944, sempre un gruppo di guastatori del BBO, comandati da Joško in persona, compì una azione di sabotaggio contro la centrale elettrica di Gorizia, dopo un conflitto a fuoco contro la guarnigione che la difendeva. Infine la guarnigione si arrese, ed i partigiani minarono i trasformatori ed i macchinari fondamentali della centrale. Ma nel frattempo erano sopraggiunti i tedeschi, che obbligarono, aprendo le chiuse della diga, i partigiani a guadare l’Isonzo, mentre i tedeschi sparavano, e due mitragliatrici partigiane coprivano i fuggiaschi. L’azione ebbe risvolti importanti ed eco politica, perché le maggiori industrie di Gorizia rimasero senza elettricità per un po’ di tempo. In questa azione persero la vita due carabinieri ed un guardiano fascista. (Ivi, pp. 46-47).
All’azione seguirono, diverse dicerie sulla stessa, tanto da costringere il distaccamento partigiano ad emettere, il 7 giugno 1944, un comunicato nel merito. (Ivi, p. 47).

Il 3 giugno 1944 un gruppo di 96 partigiani, sempre comandato da Joško, fra cui vi era un gruppo di artificieri guidato da Ivan Marušic – Živko, si recò a Cormons per minare il ponte ferroviario. L’azione riuscì perfettamente, ed il traffico ferroviario tra Gorizia ed Udine restò fermo per molto tempo. (Ivi, pp. 49-50).
Infine venne organizzato, sempre da Joško e dal BBO che comandava, un attentato ad una colonna tedesca, in cui persero la vita il Maggiore Stendl, un tenente, un sottoufficiale delle SS e quattro soldati. (Ivi, p. 50-51).
Quindi Joško lasciò il BBO, e fu nominato comandante della 17aBrigata, Simon Gregorčič, del 9° Corpo d’Armata dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo. La Brigata «assolse bene ai propri compiti» spazzando via presidi nemici ed eseguendo sabotaggi a ponti ed alla linea ferroviaria, (Ivi, pp. 52-53), ma si trovò poi, sul Cerkljanski vrh, coinvolta nell’ offensiva tedesca, che la costrinse a ripiegare. (Ivi, p. 53). Quindi i tedeschi sferrarono una seconda offensiva, che iniziò il 26 luglio 1944, e che trovò impegnata, come da ordini ricevuti, anche la 17aBrigata. (Ivi, pp. 54-57). Durante una marcia di ritorno, il 22 agosto 1944, Joško, nato nel 1920 a Caporetto, fu ferito e catturato dai tedeschi, (Ivi, p. 58), fu esposto poi al pubblico ludibrio a Caporetto, fu torturato e quindi imprigionato al Coroneo di Trieste, in regime di carcere duro, per poi, pare, venir massacrato (Ivi, p. 60, p.65 e p. 77). Infine forse il suo cadavere fu bruciato nel forno crematorio della Risiera di San Sabba, nell’aprile 1945. (Ivi, p. 78). Per quanto riguarda il volume di Zdravko Likar, esso presenta un ricco elenco di fonti bibliografiche e documentaristiche di riferimento.

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Ho riportato tutto questo per chiarire che l’azione contro la centrale idroelettrica di Bretto deve esser letta come inserita in una serie di altre azioni di sabotaggio, nel contesto della lotta comune, sostenuta pure dagli Alleati, contro il Nazifascismo ed il Nuovo Ordine Europeo di Hitler.

Ed anche Giordano Sivini, nel suo: Il banchiere del Papa e la sua miniera, il Mulino, 2009, cita sabotaggi partigiani a Cave del Predil – Bretto, zona presidiata da tedeschi e mongoli, mentre alla Raibl, «impresa bellica sotto la protezione del Reich» (Giordano Sivini, op. cit., pp. 86-87), si trovavano carabinieri e guardia di Finanza, ai quali si aggiunse, nel 1944, un gruppo di Repubblichini comandato da Giuseppe Ocelli, delle SS, tristemente noto per la strage in Val But.
Giordano Sivini precisa, poi, che l’impianto minerario si trovava nel cuore degli scontri tra nazifascisti, resistenza friulana e slovena, e che, fra l’ottobre 1943 ed il giugno 1944, i partigiani misero fuori uso, per periodi più o meno lunghi, un impianto idroelettrico e termoelettrico, un argano, le pompe dell’acqua delle gallerie inferiori, i locomotori della galleria di Bretto ed altri impianti ed attrezzature. (Ivi, p. 87).

Così Sivini descrive l’azione di sabotaggio alla centrale di Bretto di Sotto del 23 marzo 1944, avvenuta alle 7.30 della sera. «Il personale di servizio viene fatto allontanare, e con alcune mine anticarro i partigiani distruggono una turbina, provocando danni ai muri, ai serramenti, al tetto. Dopo un’ora fanno saltare l’adiacente fortino di calcestruzzo, che serve da ricovero ai carabinieri. «Non si hanno a deplorare vittime», scrive Nogara al Corpo delle miniere, il 27 marzo 1944, (Ivi, p. 88). Ma i corpi dei carabinieri verranno trovati poi, presumibilmente il 2 aprile 1944.
Successivamente, nel giugno 1944 ebbero luogo altri due attentati, mentre in precedenza il Sivini ne segnala uno, il 9 ottobre 1943, a Bretto di Sopra, nel corso del quale restarono feriti 6 militari e morì un ufficiale SS, con successivo incendio del paese e uccisione di 16 persone da parte dei tedeschi, che minacciarono, pure, di far fare la stessa fine a Bretto di mezzo e di sotto, oltre ad una azione antecedente, il 18 dicembre 1943 (Ivi, pp. 87-88).
Si può ipotizzare, quindi, che questi fatti possano aver ingenerato, nella memoria dei locali, un forte astio verso i partigiani in generale.

Dei carabinieri trovati morti sappiamo che erano di stanza o a Tarvisio o alla centrale di Bretto, luogo ove si poteva finire anche per punizione. (Antonio Russo, “Planina Bala”, ed. Voce della Montagna e Aviani & Aviani ed., terza edizione 2011, pp. 105-112).

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Era, quindi, quella a Bretto di sotto, una azione contro la centrale, non contro i carabinieri perché italiani.

Alla luce di quanto sopra ho riportato, non si sa come Antonio Russo, autore del volume intitolato “Planina Bala”, (Montagna Bala) che si dedica, a suo dire, dagli anni ’70 all’argomento, possa sostenere sul suo libro, unico che ho letto, e sull’articolo: La vera storia di Malga Bala, in La Voce della Montagna, periodico da lui diretto, che i carabinieri di stanza alla centrale di Bretto di Sotto furono uccisi e terribilmente torturati, aspetto che non è posto in evidenza dalla documentazione d’epoca, solo perché carabinieri ed italiani.
«Erano i Carabinieri e solo i Carabinieri – scrive Russo – i veri rappresentati dell’Italia e quindi la loro vendetta doveva colpire proprio loro, per una vendetta atroce contro l’odiato nemico di sempre, l’Italia. Avrebbero potuto vendicarsi sui Finanzieri, sugli Alpini, sulla Milizia; no, il loro obiettivo era stato individuato proprio nei Carabinieri, gli unici che quella volta come adesso rappresentavano e rappresentano l’Italia e il governo italiano più degli altri reparti in armi italiani. Ed era stato scelto proprio quel giorno di festa, il 23 marzo 1944, per l’attuazione di quel crimine che avrebbe lavato col sangue il loro profondo odio contro gli Italiani». (Antonio Russo, La vera storia, op. cit.).

Beh, se devo essere sincera, io trovo questo giudizio di Antonio Russo, assicuratore privato, originario della Valle del Basento, come minimo offensivo per altri corpi militari e faccio presente come, allora, l’Italia di fatto non esistesse, ma esistessero a Nord Ozak, Ozav, e Repubblica Sociale Italiana. (Cfr. Laura Matelda Puppini, Confini, geografia e politica ai tempi della Resistenza, in: www.nonsolocarnia.info). Inoltre il 23 marzo era giorno da ricordare sotto il fascismo, non sotto l’Ozak, perché il 23 marzo 1919 erano stati fondati i fasci italiani di combattimento a Milano. E lo sostiene pure, come vedremo poi, anche il tenente Cesare Squadrelli, presente a Cave del Predil, e comandante di un gruppo del Reggimento Tagliamento della Milizia.

Ed ancora: «I partigiani di Plezzo avevano voluto organizzare ed eseguire una punizione senza precedenti contro i carabinieri solo perché italiani, punizione che è andata oltre ogni azione di guerra». (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 197). Ma Franc Uršič – Joško, non era assolutamente di Plezzo, era di Caporetto, e pare guidasse l’azione. Inoltre, scrivendo così, il Russo offende tutti coloro che furono partigiani e nacquero o vissero a Plezzo, senza prova alcuna, ma l’offendere il prossimo pare una sua caratteristica, come lo scrivere senza fonti che si possano definire tali. (Cfr. Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 22, e pp. 195 – 196 e Antonio Russo, La vera storia, op. cit, nello specifico per quanto riguarda Claudia Cernigoi e Franc Crmeggeli, ma anche relativamente a quanto afferma per Ivan Likar, senza fonti che si possano definire realmente tali).

Inoltre se, come scrive il Russo nel suo articolo La vera storia, op. cit., le tesi di alcuni giornalisti o studiosi triestini, «chiaramente di ideologie estremiste comuniste e spiccatamente di tendenza slovena»,  e che «non si capisce perché continuano a vivere in Italia avendo il cuore oltre confine» sono solo per questo da ritenersi «del tutto false e infondate»,  se, quindi, una presunta appartenenza ad ideologia è la chiave per valutare la bontà di uno scritto di argomento storico, vorrei chiedere al Russo di che ideologia sia lui, visto che è aspetto determinante, ricordandogli, pure, che siamo nel 21° secolo ed in Europa, e non si può ritenere, sposando un nazionalismo esasperato, che solo le fonti italiane siano ottime e veritiere.

Ed ancora: sempre il Russo afferma che questa è «la triste storia dei 12 Martiri, carabinieri italiani, scelti dai partigiani comunisti di Tito per una crudele vendetta contro l’Italia», (Antonio Russo, Planina Bala, p. 17) Ma secondo me se questi sono Martiri, viste le fonti documentarie, tutti i morti in guerra, dall’una e dall’altra parte lo sono. Nel periodo in cui morirono quei 12 carabinieri, morirono in tanti, civili, militari, partigiani, come prima e come poi, e a tutti deve andare la nostra memoria, per ricordare e ribadire il valore sacrosanto della pace. La seconda guerra mondiale fu un mare di terrore ed orrore, con vittime e carnefici.

Quindi sempre il Russo sostiene che i partigiani di Plezzo, accusati da lui arbitrariamente, avrebbero potuto fucilare i carabinieri, o farli saltare in aria con la loro casermetta alla centrale di Bretto, invece di «tenerli in vita quasi due giorni, somministrando loro, anche se non direttamente ma tramite le persone da loro appoggiate in Bausizza, perfino varecchina, soda caustica oltre al sale nero che abitualmente si dà alle capre […].» (Ivi, p. 197). Qui non solo se io abitassi in val Bavšica mi offenderei parecchio, dato che non esiste uno straccio di prova, se non l’opinione del Russo, di un coinvolgimento del genere di popolazione civile, ma anche mi chiedo, con un po’ di conoscenze tecniche, come abbiano fatto i carabinieri a sopravvivere per due giorni avendo bevuto soda caustica e varecchina, i cui segni, poi, si sarebbero visti sui cadaveri, che appaiono, invece, nelle immagini pubblicate alle pp. 40 e 203 di Planina Bala, come corpi a cui è stato sparato, confrontandoli con immagini simili presenti, per esempio, in: A.n.p.i. Ud – 1943-1945. Immagini della Resistenza friulana, Aviani&Aviani ed., 2010. Non da ultimo, se la popolazione della val Bavšica avesse avuto varecchina, soda caustica, e sale nero, quando talvolta mancava anche un tozzo di pan secco, se li sarebbe tenuti per disinfettare le abitazioni ed i vestiti, per disotturare tubature, per purgare gli animali.

Comunque vedremo che i libri di Antonio Russo: “Come foglie al vento” prima edizione 1982, seconda edizione 1993, “Alle porte dell’inferno”, prima edizione 1993, “Planina Bala”, prima edizione 2003, seconda edizione 2005, terza edizione 2011, hanno credo influenzato molto il crearsi di una visione distorta dei fatti accaduti a Bretto di sotto e dintorni. Ma ognuno risponde moralmente di ciò che ha fatto e scritto, se esiste ancora un’etica anche cristiana.

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Inoltre, umanamente, non si sa come i carabinieri possano aver subito tutta la sequela di torture che vari autori e intervistati descrivono minuziosamente, in un crescendo di horror, senza morire dopo le prime. Il generale Mario Arpino pensa che le loro bocche fossero cucite con il filo di ferro, che i loro corpi fossero svestiti e con segni di calci dati con scarponi chiodati, non si sa dove presi, e che alcuni non avessero forse gli occhi, (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 12) ma per fortuna sostiene poi, pure, che aveva allora 7 anni, che era influenzato dai racconti della domestica Vida, che i suoi genitori erano favorevoli all’R.S.I., e quindi magari vedevano le cose in un certo modo, che aveva visto i cadaveri «pochissimo, di sfuggita» e che se ne era parlato allora, con tale dovizia di particolari, a Cave del Predil ove abitava, che attualmente «di alcune cose non sono più sicuro perché confondo quello che ho visto con quello che ho sentito dire e viceversa». (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., pp. 7- 14 e p. 12). Grazie al generale per queste precisazioni, ma purtroppo le sue dichiarazioni sono state poste, senza queste puntualizzazioni, anche in rete. (Cfr. http://www.storiainrete.com/9906/xx-secolo/i-morti-di-malga-bala-le-bocche-cucite-dai-titini-col-fil-di-ferro/).

Invece secondo Antonio Giangrande, che cita come riferimento: “Dietro le quinte”, https://dietrolequintee.wordpress.com/2013/08/21/storie-di-ordinaria-follia-partigiana/, testo senza fonti e firma, i partigiani costrinsero il comandante del presidio, sotto minaccia delle armi, a pronunciare la parola d’ordine e quindi con facilità catturarono i carabinieri, già in parte addormentati. «Dopo il saccheggio i dodici militari furono deportati nella valle Bausizza e rinchiusi in un fienile, dove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati inconsciamente mangiarono quanto gli era stato servito, ma, dopo poco, le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende. Erano stati avvelenati e la loro agonia si protrasse tra atroci dolori per ore e ore». I carabinieri, stremati e consumati dalla febbre, furono costretti, poi, a marciare fra inesorabili ed inenarrabili sofferenze ed inenarrabili sacrifici fino a Malga Bala ove li attendeva una fine orribile. Al comandante Perpignano fu ficcato un legno ad uncino nel calcagno e fu appeso a testa ingiù, quindi furono incaprettati. Quindi i macellai partigiani incominciarono a colpire tutti con i picconi, a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualcun altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi. All’amici fu conficcata nel cuore la foto dei suoi 5 figli, mentre il Perpignano veniva finito a pedate in faccia ed in testa. La mattanza terminava con i corpi dei malcapitati legati col fil di ferro e trascinati a mo’ di bestie sotto un grosso masso. (Antonio Giangrande, Comunisti e post comunisti, se li conosci li eviti”, edito in proprio, pp. 126-127, parti del quale sono leggibili in rete).

Anche qui non si capisce come persone trattate così avrebbero potuto sopravvivere alla soda caustica, alla varecchina, e parlare e camminare, non siano svenute ed abbiano resistito, ecc. ecc… Infatti partigiani e partigiane sottoposti a tortura, che però non avevano bevuto soda caustica, e scampati alla morte, narrarono che spesso svenivano e venivano mandati in ospedali per alcune cure o venivano loro iniettate sostanze, per poi, magari, esser rispediti nelle camere di tortura dai tedeschi, cosa accaduta anche a Joško, ricoverato all’ospedale di Gorizia (Zdravko Likar, op. cit., p. 61). Inoltre alcuni impazzirono.

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Qualche documento illuminante.

Ma per ritornare alla storia dei 12 carabinieri, l’Unione Nazionale Mutilati per Servizio di Brescia, presieduta da Arrigo Varano, ex- carabiniere, pubblicava, contestualmente al resoconto dell’assemblea annuale tenutasi a Brescia il 17 e 18 marzo 2012, un dossier intitolato: “Malga Bala – 1943 – 1946. Tragedia ricostruita con inconfutabili documenti storici dell’epoca e non inventati e fantasiosamente narrati a soli chiari vergognosi scopi giornalistici pubblicitari e peggio ancora di lucro”, opera di Arrigo Varano. (Unione Nazionale Mutilati per Servizio. Sezione di Brescia. Atti dell’assemblea annuale dei soci e del convegno diritti e doveri del cittadino che lavora per lo stato. Brescia 17-18 marzo 2012. Malga Bala. 1943 – 1946. Storie di carabinieri tragicamente tratti a morte, pdf, per Malga Bala pp. 135 – 331).

Il dossier riporta interessantissimi documenti, che fanno luce su quanto accaduto alla centrale idroelettrica di Bretto ed ai carabinieri posti a guardia della stessa.

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Il primo è intestato “Legione Territoriale dei Carabinieri di Trieste – Gruppo di Udine”, è protocollato con il numero 101/103, è datato Udine 25 marzo 1944 – XXII (anno dell’era fascista n.d.r), è indirizzato “Al comando della legione dei carabinieri di Trieste”, è firmato dal Tenente colonnello comandante Agostino Vittucci ed ha come oggetto: “Danneggiamento della centrale elettrica di Bretto inferiore”. (Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., pp. 176- 178).

In esso si comunicava, facendo seguito alla segnalazione della tenenza di Tarvisio n.4/22 S. del 23 corrente, che lo stesso giorno 23 marzo, verso le ore 21, Bertolotti Maria di Pietro e Mlekus Luigia, nata a Plezzo il 7 maggio 1904, residente a Bretto inferiore e moglie di Koscerog Giacomo, sorvegliante della centrale di Bretto Inferiore, «informava telefonicamente la Direzione delle Miniere di Cave del Predil che, circa mezz’ora prima i partigiani avevano fatto saltare detta centrale dove doveva trovarsi il marito – del quale non aveva notizie – aggiungendo che nulla sapeva dei carabinieri addetti alla sorveglianza, della centrale stessa».  (Ivi, p. 176).
Quindi, alle ore 23, il sottotenente Cesare Squadrelli, comandante l’8° Alpini di stanza a Cave del Predil (del Rgt. Alpini Tagliamento della Milizia Volontaria ndr) informava dell’accaduto prima il comando tedesco, che inviava a Bretto un reparto dipendente, (mentre uno era già stato spedito sul luogo dal Presidio Tedesco di Plezzo), poi la tenenza di Tarvisio.
Il giorno seguente, il 24 marzo, al mattino, il Comandante della Tenenza di Tarvisio, insieme allo Squadrelli, all’ing. Hempel, Commissario della miniera, ed ad altro personale della stessa, si recavano a Bretto, ove era giunto pure il Comandante della Compagnia di Tolmezzo, il Capitano Santo Arbitrio, per indagini.
Essi appuravano che i partigiani, a mezzo di ordigni esplosivi, avevano fortemente danneggiato una turbina, il fabbricato della centrale, e due quadri, e che «avevano completamente distrutto la vicina casermetta dove alloggiava il distaccamento dell’Arma», (Ibid.), composto dai militari Perpignano Dino, Ruggero Pasquale, Dal Vecchio Domenico, Bertogli Lindo, Amenici Primo, Ferro Antonio, Zilio Adelmino, Franzan Attilio, Ferretti Fernando, Colsi Rodolfo, Tognazzo Pietro, Castellano Michele, di cui non si sapeva più nulla. (Ibid.).

Al momento dell’attentato lavoravano alla centrale due operai, Cuder Andrea di Bretto e Koscerog Giacomo, (il marito della signora che aveva avvertito ndr), nato a Tolmino nel 1875, ma residente a Bretto inferiore, che avevano dichiarato: il primo che verso le ore 17 del 23 marzo avevano visto il vicebrigadiere Perpignano avviarsi unitamente a due carabinieri verso Bretto con un involto di biancheria sporca che recava alla lavandaia, e che, poi, alle ore 19, aveva visto due carabinieri di sentinella alla centrale, uno posizionato sul poggiolo di partenza della tubatura forzata ed uno alla centrale; il secondo che i partigiani entrati nella centrale per farla saltare erano cinque, e nulla di più.
Quindi veniva accertato che il vicebrigadiere Perpignano e i due carabinieri, alle ore 18 sempre del 23 marzo, si erano recati all’osteria di Cuder Antonia e Caterina Smircio, da dove erano usciti mezz’ ora dopo per recarsi alla centrale. Nessuno capiva come avessero fatto i partigiani ad agire indisturbati, né si comprendeva quale fosse stato il comportamento dei carabinieri, dato che nessuno aveva udito colpi d’arma da fuoco che avrebbero potuto far pensare ad un conflitto. (Ivi, pp. 176- 177).
Tra le macerie della casermetta erano stati rinvenuti viveri recentemente inviati, una cassa di munizioni e bombe a mano, mentre non vi era più traccia della mitragliatrice, dei due fucili mitragliatori e dei due moschetti mitra né delle armi in dotazione dei militari, e nei pressi vi era la legna tagliata e trasportata lo stesso giorno dell’attentato. (Ivi, p. 177).

Pareva quindi, che i militari fossero stati improvvisamente sopraffatti, e non avessero avuto né tempo né modo di opporsi agli aggressori. Si ipotizzava, pure, che il vicebrigadiere e gli altri due carabinieri fossero stati aggrediti sulla via del ritorno dall’osteria, e che il vicebrigadiere fosse stato costretto a precedere i partigiani ed a far lasciare libero il passo da parte dei carabinieri di sentinella anche ad altri partigiani nascosti nei dintorni. (Ibid).
Non era noto, in quel momento, il numero di partigiani, vestiti in grigio-verde, che avevano preso parte all’azione, ma si sapeva che solo 5 o 6 erano entrati in centrale.

L’ operaio Giovanni Komac, di Bretto, aveva testimoniato che, verso le 19 e 45, mentre si recava a lavorare alla centrale, era stato fermato da tre banditi che lo avevano obbligato a non muoversi. Ed aggiungeva che, avendo chiesto egli di ripararsi dal freddo, gli era stato concesso di entrare nella casa di un certo Bortolotti, ove gli era stato detto di rimanere. (Ivi, pp. 177-178).
Il numero di banditi accertati, dopo quanto riferito dal Komac, saliva ad 8, ma ce n’erano sicuramente di più, fra quelli posti di sentinella ed altri, e si riteneva che l’azione fosse stata compiuta da almeno 20 individui. Nessun partigiano era stato riconosciuto dai tre operai, e si riteneva che il gruppo si potesse trovare tra Plezzo e la chiusa di Plezzo. (Ivi, p. 178).

Infine detto documento contiene una nota aggiuntiva, intestata: Legione Territoriale dei Carabinieri di Trieste – Ufficio Servizio –  protocollata, però firmata dal Tenente Colonnello Pasquale Tammaro, in vece del Colonnello, datata Trieste 27 marzo 1944, e diretta al Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana, dalla quale si viene a conoscenza che nulla ancora si sapeva dei militi e del loro comportamento, e che, quando si fosse venuti a conoscenza di qualcosa di nuovo, si sarebbe subito provveduto ad informare il Comando in indirizzo.

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Il dossier dell’Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia, contiene,poi, copia del telegramma inviato a Brescia dalla Tenenza di Tarvisio, ove si precisava che nulla si sapeva dei carabinieri a presidio della centrale, fatta saltare intorno alle 20.30. (Ivi, p. 179).

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Quindi, sempre su detto dossier, è pubblicato un documento firmato dal Capitano Santo Arbitrio, Comandante la Compagnia in servizio a Tarvisio, datato 2 aprile 1944, con intestazione “Legione Territoriale dei Carabinieri (illeggibile) – Tenenza di Tarvisio”, protocollo n. 4/28, avente come oggetto: “Attività di partigiani” con vari comandi destinatari, fra cui il Colonnello del Comando Tedesco, la Prefettura e la Questura di Udine, recante una informativa che faceva seguito a quella del 24 marzo dello stesso anno.

Dal testo della stessa si viene a sapere che militari tedeschi, con Militi della 2a Centuria G.N.R. Confinaria di Tarvisio, e Alpini dell’8° Reggimento Alpini (Tagliamento ndr.) avevano compiuto una battuta in val Bausizza, (in provincia di Gorizia) nei giorni 31 marzo e 2 aprile 1944, rinvenendo, infine, «in una grotta sita in località Dolinza (tra Monte Bellez, Cresta del Cavallo, e Monte Blesivizza, a 130 Km. Nord est di Udine), i cadaveri di tutti i 12 militari che componevano il distaccamento di Bretto inferiore.
«Tutti, indistintamente, i corpi dei militari erano coperti con le sole mutande e la camicia e presentavano ferite multiple di arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie. Ciò dimostra chiaramente che i militari opposero valida resistenza agli aggressori, i quali ebbero ragione di loro soltanto perché di gran lunga numericamente superiori e perché poterono agire di sorpresa». (Ivi, p. 180).
Arbitrio continua scrivendo che i cadaveri sarebbero stati sottoposti l’indomani a riconoscimento ufficiale da parte del Pretore di Tarvisio, ed i funerali erano previsti per martedì 4 aprile 1944, alle ore 11.30 con la presenza della rappresentanza dei reparti aventi sede ivi. Erano ancora in corso le indagini per l’identificazione degli assassini. (Ivi, p. 180).

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Non si sa pertanto a che tipo di sevizie fossero stati sottoposti i carabinieri in questione, ed anche Santo Arbitrio, se non presente sul luogo del ritrovamento come pare, narra quanto riferitogli. Inoltre qui si legge che i carabinieri erano stati uccisi con arma bianca e colpi d’arma da fuoco, e che alcuni segni erano stati provocati da una estrema difesa. Ma secondo me i segni sui cadaveri avrebbero potuto avere anche altra causa, pur avendo, i militi che avevano reperito i corpi, ravvisato in essi, con la immagine mentale dei banditi partigiani propria delle forze repubblichine e tedesche, segni di sevizie. Inoltre il diramare informazioni su possibili sevizie sarebbe potuto servire anche alla propaganda tedesca. Purtroppo non ho trovato altra documentazione per dirimere la questione.

Appare chiaro, invece, che i partigiani, che avevano permesso all’ operaio di restare al caldo non erano mostri, che essi avevano portato con sé i carabinieri facendoli uscire dalla caserma minata, e quindi non intendevano allora ucciderli, che forse i carabinieri ad un certo punto cercarono di scappare e furono raggiunti ed uccisi, come già accaduto, o che si opposero a chi li aveva sequestrati e finirono male. Quindi i partigiani lasciarono insieme i corpi. Oppure lasciarono i carabinieri svestiti nella grotta, ove potrebbero esser morti di freddo.  E il congelamento crea danni a muscoli, ossa e nervi, pelle, infezioni e cancrena, e crea contratture. Ed era morto congelato, all’interno di una baita, anche al commissario garibaldino Giovanni Braida di Travesio, vice-commissario del Btg. Santarosa, nel dicembre 1944. (Mario Candotti, Ricordi di un uomo in divisa, ANA, Ifsml, 1986, p. 232).

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Infine il dossier pubblica, pure, la sintesi dei fatti firmata sempre dall’allora Capitano Santo Arbitrio, su carta intestata “Legione Territoriale dei Carabinieri di Trieste. Compagnia di Tolmezzo. Prot. 73/35, datata: Tolmezzo 6 aprile 1944 = XII, inviata al Comando Generale G.N.R. – Posta da Campo 707, avente come oggetto: Danneggiamento della Centrale elettrica di Bretto Inferiore, e che segue la segnalazione della Tenenza di Tarvisio in data 23 marzo prot.4/22 che nulla aggiunge a quanto esposto precedentemente. (Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., pp. 181-184). Il Capitano Arbitrio sottolineava solo, ulteriormente,  che la strada dall’osteria alla centrale, era incassata e si prestava benissimo ad imboscate, che non era ancora noto il numero di partigiani che avevano partecipato all’azione, ma erano più di 8, e che si riteneva fossero 20 o più, confermava quanto già scritto sui corpi, ed aggiungeva che i cadaveri erano stati trasportati a Tarvisio il 2 aprile ove, dopo il riconoscimento da parte del Procuratore di Stato di Tolmezzo, erano stati seppelliti il 3 aprile 1944, nel cimitero militare di Tarvisio. (Ivi, p. 184).  Anche da questo riassunto degli avvenimenti pare che i resti dei poveri carabinieri fossero stati trovati il 2 aprile. Fin qui il Comandante Santo Arbitrio.

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Quindi, sempre sul dossier dell’Unione Nazionale Mutilati per Servizio. Sezione di Brescia, si trova pure un documento datato sempre 6 aprile 1944, prot. 38/39, intestato: Legione Territoriale dei Carabinieri di Trieste – Ufficio Servizio – firmato dal Colonnello Comandante Ugo Galeazzi, ed inviato al Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana – Brescia – con oggetto: “Eccidio dei militi dell’arma del distaccamento di Bretto Inferiore ad opera di ribelli”. Pare quindi che si inizi a dare, dopo il ritorvamento dei corpi, altra connotazione ai fatti, prima maggiormente centrati sull’azione di sabotaggio.
Nel testo si riportano però solo notizie relative ai funerali solenni, tenutisi il 4 aprile, con la presenza di varie corone di fiori, tra cui una inviata dal Maggiore tedesco Eokhardt, capo della Polizia germanica, ed all’inumazione avvenuta presso il cimitero militare di Tarvisio. (Ivi, p. 185). L’informativa porta il timbro di ricezione del 26 aprile da parte di un ufficio politico (Ibid.). Nulla su torture od altro.

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Infine sempre sullo stesso dossier, viene pubblicato un documento intestato: Guardia Nazionale Repubblicana – Ispettorato dei Reparti di Frontiera – (? Ileggibile. Politico) – datato Noncalieri, 27 aprile 1944 – XII – prot. n. 2575/Op/17, FRONT., inviato al Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana P. d.C. 707 – Servizi di Istituto, ed al Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana P. d.C. 707- Servizio Politico, e firmato dal Colonnello Ferdinando De Padova, ove l’attacco alla centrale di Bretto inferiore viene spostato al giorno 22 marzo 1944,  erroneamente, come può accadere quando informazioni passano da uno all’altro, e che descrive, ancora una volta, i solenni funerali ed i partecipanti agli stessi, fra cui il Maggiore Eckart, Comandante della Polizia Germanica di Udine, e il Comandante Gruppo Carabinieri di Udine, e sottolinea la presenza del Reparto d’Onore germanico.

In questo documento si dice, poi, che il fermo di persone sospette e le indagini esperite dai carabinieri non erano valse ad «accertare le circostanze che hanno avuto come conseguenza l’atto di sabotaggio alla Centrale Idroelettrica di Bretto e la cattura dell’ intero Distaccamento dei Carabinieri postovi a presidio», si segnalava che i rimanenti cadaveri erano stati  trovati nella stessa località dei primi, ma dal Capitano Santo Arbitrio, pareva che il ritrovamento fosse unico, e si legge che i cadaveri «presentavano gravi lesioni analoghe a quelle riscontrate sulle salme precedentemente rinvenute, confermando il sistema brutale adottato dai banditi comunisti di infierire sulle vittime di cui intendono liberarsi», che però è un giudizio tipico del modo di pensare dei militi R.S.I., e nulla di preciso e circostanziato dice nel merito. (Ivi, p. 187).

Al termine dello scritto, il colonnello De Padova informava la Guardia Nazionale Repubblicana che una radio nemica che trasmetteva in lingua italiana, non precisata, aveva riportato, il 27 marzo 1944, la notizia che in Val Trenta, alle sorgenti dell’Isonzo, un plotone di carabinieri con due sottoufficiali avevano abbandonato le armi e si erano consegnati ai partigiani delle bande di Tito. E concludeva «La radio nemica avrà facilmente voluto alludere ai carabinieri di Bretto, esagerando e travisando, secondo il suo costume, la notizia a scopo propagandistico». (Ivi, p. 187). E forse ha ragione il colonnello De Padova nel sottolineare gli aspetti propagandistici nel racconto di un evento, su cui allora molto si giocava, come ora. E se davvero, poi, i poveri carabinieri di Bretto Inferiore, vittime della seconda guerra mondiale in primo luogo, verso i quali va tutta l’umana pietà, che avrebbero voluto non di certo trovarsi lontano dal paese e dalla famiglia, travolti da fatti più grandi di loro, come del resto i partigiani, fossero stati davvero usati, in tempi recenti, funzionalmente a propaganda politica? Non lo so, è solo uno dei tanti dubbi che mi vengono alla mente. Inoltre non si capisce perchè ci si soffermasse tanto, nei documenti citati, sulla presenza dei tedeschi ai funerali dei carabinieri che certamente potevano aver impressionato, per la loro solennità, la popolazione di Tarvisio e dintorni.

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Nel ringraziare Arrigo Varano per aver posto detti documenti al servizio di tutti, scrivo pure che io ho solo capito, fin qui, che vi fu una azione partigiana contro la centrale di Bretto inferiore, inserita in una serie di azioni partigiane, che i carabinieri che presidiavano la stessa non si aspettavano; che essi vennero catturati dai partigiani che li portarono via prima di far saltare la loro casermetta, ma se avessero voluto ucciderli non si sarebbero comportati così, e quindi che vennero uccisi forse dai partigiani, perché tentarono magari la fuga. Santo Arbitrio disse che avevano lottato. I loro corpi vennero ritrovati una decina di giorni dopo in una grotta, non in una malga, e furono sepolti con tutti gli onori del caso. Avevano subito sevizie? Non lo so, non è chiaro, men che meno di che tipo. Attenzione che gravi lesioni non significa che le stesse siano state procurate da torture, perché anche altri fattori possono lesionare corpi rimasti all’aperto in montagna dieci giorni: il freddo, le intemperie, animali presenti, oltre che la decomposizione naturale.

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Ma questa azione di sabotaggio e la morte dei carabinieri, che si sa non potevano essere incarcerati da un gruppo di partigiani che non aveva carcere, come tutti i resistenti al nazifascismo organizzati in forze armate, (Cfr. Giorgio Gurisatti, Ivo, Nel verde la speranza. la mia esperienza partigiana nella Osoppo, A.P.O. ed., 2003, p. 71), che sicuramente avevano creato una certa eco nel luogo, ha permesso poi di creare tutta una congerie di supposizioni ed anche di alimentare, ancor oggi, uno spirito anticomunista, quando i comunisti, fra l’altro, non esistono praticamente più, ed antislavo ed antisloveno quasi esasperato. Infatti nel dossier viene anche riportato uno scritto, con firma non ben leggibile ma forse di Arrigo Varano, in cui, esecrando giustamente la distruzione di croci poste al ricordo (ma di atti vandalici è piena la storia della montagna), egli parla, nel 2013, di «crudeltà cannibalesca della peggiore perfida schiuma comunista titina», (Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., p. 136). E vi posso garantire che anche leggendo, con vera fatica, il pesante sotto tutti i punti di vista, volume di Antonio Russo, Planina Bala, terza edizione, ho percepito solo una sensazione di odio, e di sfottò per il prossimo, un voler piegare la storia alle proprie versioni personali, un cercar di quadrare i cerchi, e se queste percezioni possono essere limite mio, non si può però negare che possano essere suscitate nel lettore.

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Ma per ritornare al dossier dell’Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia, citato, esso contiene anche il prosieguo della storia. Dopo la pubblicazione, dei volumi di Antonio Russo “Come foglie al vento” prima edizione 1982, seconda edizione 1993, “Alle porte dell’inferno”, prima edizione 1993, il 21 maggio 1998, Tarsilio Screm, nato a Paularo (Ud) il 19.11.1925, residente a Tarvisio in via Vittorio Veneto n. 30, personalmente conosciuto dai carabinieri, con testimonianza resa presso la stazione dei carabinieri di Tarvisio, davanti all’ M.A. s.u.p.s. Sappada Giovanni ed al Tenente Simoniello Gianfilippo, raccontava di aver visto i cadaveri dei carabinieri a Tarvisio, a suo avviso con segni di tortura che descriveva analiticamente a 50 anni di distanza. I corpi, secondo lui, erano tutti nudi ed orrendamente sfigurati, e legati con filo di ferro, ed uno, da che aveva visto, aveva i testicoli avvinti in filo di ferro ed era incaprettato, ed uno aveva un occhio distrutto secondo lui da una picconata, ma le immagini pubblicate da Russo dicono, secondo me, altro, come i documenti d’epoca che non descrivono assolutamente tali torture, (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 40 e 203) e di torture non parla neppure il Gazzettino di Padova in data 7 aprile 1944, nell’ articolo intitolato: “Macabra scoperta in una grotta di dodici vittime del dovere”, resoconto dalla provincia di Gorizia. (Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., p. 156), E umanamente ci si chiede perché i tedeschi ed i repubblichini non avessero scattato qualche ulteriore immagine dei corpi con sevizie tanto evidenti come i testicoli in bocca, per attaccare i partigiani. Inoltre anche se Screm avesse visto i corpi da vicino, dato che, quando giunsero a Tarvisio erano passati 10 giorni dalla morte, aveva visto corpi decomposti e con segni di congelamento, ma, forse influenzato dai libri di Antonio Russo, ricordava qualcosa di diverso, o che ne so …

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Quindi dopo detta testimonianza, Marco Pirina, del Raggruppamento Nazionale Combattenti Repubblicani Rsi di Pordenone (Cordoglio per la morte di Marco Pirina, Il Piccolo, 1 giugno 2011), nato a Venezia il 31 ottobre 1943, presentava, nell’ottobre 1998, denuncia contro gli autori della morte dei carabinieri, (Trasmissione, da parte della Regione Carabinieri del Friuli Venezia Giulia – Comando della stazione di Pordenone, della denuncia di Marco Pirina, non riportata, alla Procura della Repubblica di Udine ed al Comando Carabinieri d Tarvisio, datata 19 ottobre 1998, in: Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., p. 157), dando inizio ad un procedimento giudiziario, svolto dalla Procura di Tolmezzo, (Ivi, p. 158) e continuato con quello aperto dal Tribunale di Padova nel 2002, contro Alojz Hrovat e altri, chiusosi con l’archiviazione, da parte del giudice, il 26 aprile 2005. (Documento informativo indirizzato a Arrigo Varano, su carta intestata Tribunale Militare – Padova, datato 9 maggio 2008, ivi, p. 205).

L’anno successivo alla denuncia di Pirina, la storia dei carabinieri, «Sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi», «catturati da pseudopartigiani alle Cave di Predil, nell’Alto Friuli» (Ivi, p. 195), approdava in parlamento, senza che il processo per i fatti fosse terminato, ed in versione diversa da quella originale testimoniata dai documenti. Si iniziava a portare avanti, con una interrogazione del 25 marzo 1999 indirizzata ai Ministri dell’Interno e della Difesa, da parte del senatore Antonio Serena, di Alleanza Nazionale, gruppo Liga Alleanza Autonom.-Veneto, allora segretario alla Presidenza del Senato, (http://www.senato.it/leg/13/BGT/Schede/Attsen/00002249.htm), che però specificava di riprendere quanto giuntogli da Arrigo Varano, il quale, a sua volta, citava pure come fonti i volumi scritti da Antonio Russo e da Marco Pirina, a portare avanti una azione parlamentare per far riconoscere “giustizia” ai commilitoni eroi”. (Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., pp. 193-196).

Inoltre, sempre nel marzo 1999, Arrigo Varano trasmetteva una informativa sui fatti di Bretto di Sotto anche al senatore Giovanni Collino, nato a Pontebba nel 1954, di Alleanza Nazionale, che, come descritti, venivano dallo stesso definiti raccapriccianti. Il senatore gli rispondeva, il 22 marzo 1999, che si sarebbe attivato per ottenere «il riconoscimento del sacrificio di questi eroici militari, con tutti gli onori civili e militari, e una degna tumulazione dei loro resti». (Ivi, p. 197). I 12 carabinieri si andavano così trasformando in eroi. Ma nei documenti d’epoca questo non si leggeva, anzi era rimasto sempre, mi pare, un dubbio irrisolto, su come si fossero comportati, non essendoci testimoni nel merito. Si leggeva solo che erano state rese solenni onoranze funebri, almeno io ho capito così, che essi avevano fatto il loro dovere, ma nulla di più, e se erro correggetemi. (Ivi, pp. 178 e seguenti).

Infine il procedimento giudiziario passava al Tribunale Militare di Padova, che procedeva sempre contro Hrovat Alojz, nato in Jugoslavia il 19.06. 1924, ed altri, che infine lo chiudeva con l’archiviazione il procedimento. (Ivi,p. 205).

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Ed ancora, nel dossier pubblicato in: Unione Nazionale Mutilati e Invalidi per servizio. Sezione di Brescia. Atti, op. cit., p. 201, si trova, pure, una risposta datata 28. 04. 99 del tenente Cesare M Squadrelli, del Reggimento Tagliamento della Milizia Fascista, ad Arrigo Varano, che dice di lasciare alla “Balcania” l’appartenenza dei feroci massacratori, e che i cavesi ed i tarvisiani non c’entravano per nulla, mentre la responsabilità restava tutta ai plezzani slavo-comunisti. (Ibid). Insomma la pensa come il Russo o è dallo stesso influenzato. E poi magari, penso io, nel 1999 Plezzo era slovena, come ora, per cui la causa del tutto poteva restare tranquillamente degli slavi. Inoltre sostiene che i carabinieri prendevano ordini direttamente dai tedeschi, ma poi egli, giunto in zona Cave del Predil con altri 20 scelti, aveva ivi creato un presidio militare repubblichino e rotto la catena di comando fra i sottoufficiali dei carabinieri e un tedesco che li comandava, imponendosi come riferimento. (Ivi, p. 202). E questo aspetto, secondo me, potrebbe esser stato motivo di forte attrito fra i nazisti ed i carabinieri a Cave ed a Bretto. E solo in questo modo si potrebbe avvalorare l’ipotesi, tutta da dimostrare, della morte dei carabinieri per mano tedesca. Ma i poveri carabinieri potevano essere anche rimasti uccisi in conflitto a fuoco tra tedeschi e partigiani, ipotesi sufficientemente credibile, ma tutta da dimostrare pure questa come le altre, compresa quella della morte per mano partigiana. E che i carabinieri potessero esser stati uccisi dai tedeschi era la «versione più divulgata e accreditata» all’epoca, secondo Antonio Russo. (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 194). Ma per ritornare alla lettera di Squadrelli, egli continua dicendo che, purtroppo, la situazione morale e materiale dei carabinieri era tutt’altro che facile, ed essi pensavano che non sarebbero mai stati esposti a particolari accanimenti da parte dei partigiani «non avendo essi insegne politicizzate». (Ibid.).  Ma dopo l’eccidio di Bretto il servizio divenne attento ed efficiente. E par di capire, da questo testo, che inizialmente vi fossero stati pure dissapori fra quelli del Reggimento Tagliamento, avvezzi a non trattare con i guanti chi a loro si opponeva, ed i carabinieri. Insomma la situazione militare non appariva affatto semplice, nella zona di Raibl e dintorni.

Quindi parla di errori sulla stampa e dice che «i giornalisti spesso fanno del folklore, infiorettando di commenti immaginifici».  (Ivi, p. 203). E continua sostenendo che era una stupidaggine collegare l’uccisione dei carabinieri con date celebrative fasciste. Inoltre spiega che in Ozak vi fu la tendenza a distinguere le denominazioni d’arma locali da quelle dell’R.S.I. (Ivi, p. 204), ostacolando il giuramento alla stessa. (Ivi, p. 204). E chiude la lettera dicendo che è contento che si ricordino i caduti di Bretto, ma sperando che si ricordino anche tutti gli altri. (testo completo della lettera, Ivi, pp. 201 e 204).

Antonio Russo. Planina Bala, la montagna Bala, terza edizione.

 Ma per ritornare ad Antonio Russo, leggendo il suo libro, “Planina Bala” si può capire come, quando il Russo e Toni Rinaldi, suo amico, negli anni Novanta, si presentavano nelle abitazioni, la gente apriva loro la porta ma non aveva un gran desiderio di parlare con loro della morte dei carabinieri, (Ivi, pp. 31-32) non sapendo presumibilmente nulla della stessa se non le dicerie di paese derivate magari anche dai testi già pubblicati da Russo stesso. Il Russo pare ritenere che la causa di tutto possa essere Sočan, (Per Russo Socian, come da pronuncia italiana), cioè Ivan Likar, e così chiede pure di lui e di altri. Ma spesso intervistatori improvvisati chiedono a intervistati cosa assurde, magari a partigiani semplici il perché il comandante abbia deciso “a” o “b”, dimenticando l’organizzazione gerarchica miliare in particolare nell’Esercito di Liberazione Jugoslavo e nella Garibaldi, ma anche in Giustizia e Libertà. E magari il partigiano, che nulla sa, cerca anche di rispondere, in base alle letture fatte, o a quello che pensa.

Per esempio la signora Vilma Vencelj di San Leopoldo di Pontebba, ma originaria di Bretto, di età non definita, neppure pareva sapere, all’inizio, chi fosse Socian, ma poi, forse sollecitata magari da chissà quali informazioni datele, dice solo se quel delinquente, definizione che una persona può dare, per esempio, di un’altra se sente che ha compiuto mille nefandezze, sia morto. (Ivi, p. 32).

Ma chi era Socian, diventato, sembra, sempre secondo il Russo, il capro espiatorio nel paese di Bretto, e oggetto, pare, di una vera e propria campagna accusatoria, basata sui “si dice”? Era il cognato di Franc Uršič – Joško; il padre del prefetto di Tolmino, nato a Postumia, ed autore del volume sullo zio; il marito di Marja Uršič; ed in “Planina Bala” svolge il ruolo del “Morto che non parla”, dato che la ricerca di testimonianze orali per avvallare le sue tesi, da parte del Russo, pare inizi proprio dopo la sua dipartita, avvenuta nel 1991. (Ivi, p. 199). Egli, nato a Bretto il 9 settembre 1921, morto il 12 dicembre 1991 a Lod Pod  Mangartom, cioè sempre a Bretto, inizialmente era stato attivista dell’OF, cioè del Fronte di Liberazione del popolo Sloveno, per poi passare alla resistenza, ed è un eroe nazionale per la Slovenia. (https://sl.wikipedia.org/wiki/Ivan_Likar_(narodni_heroj).

Ivan Likar, che il Russo, non si sa perché definisce, arbitrariamente, «piccolo grande Dio della Coritenza», (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 77), «anima invisibile ed onnipresente» (Ivi, p. 69), attribuendogli una valenza che non credo abbia mai avuto, era martellista a Cava del Predil, ed era stato poi chiamato a svolgere il servizio militare obbligatorio, come tutti, e si sa solo che aveva combattuto in Croazia, ed al suo ritorno, secondo il suo vicino di casa, tale Luciano Aldegheri, triestino, «era tornato cambiato […]. Era un sanguinario, un macellaio nel vero senso della parola». (Ivi, p. 71). Quindi poteva riprendere il suo posto di lavoro in miniera, ma, come tanti, era andato invece partigiano. Non si sa se fosse stato a combattere anche in Russia, ma sappiamo, invece, che si era battuto con valore fra le file della Resistenza, tanto da restare ferito sul monte Nero (Krn in sloveno). (Ivi, p. 70). Ma dopo l’8 settembre, data del disfacimento del R. E.I., molti soldati, che erano nella penisola balcanica a combattere a fianco dei nazisti per l’Italia fascista, se ne erano andati sui monti o erano ritornati ai paesi di origine, per poi aderire alla Resistenza. Ed anche l’osovano Romano Marchetti narra che, dopo l’armistizio, egli avrebbe aderito alla resistenza jugoslava, trovandosi nei paraggi del monte Re. Ma non incontrò nessuno e tornò a casa. (Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ifsml, Kappa vu ed., 2013, p. 81).

Quindi Antonio Russo ritiene il Likar, che non era un lupo solitario ma inquadrato in un Battaglione o Brigata, fosse «un guerriero nato, istintivo, specialista in mille trucchetti di guerra», come il mettere, di notte, fili di metallo di traverso lungo le strade per far cadere i tedeschi, (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 70), cosa che forse faceva anche qualche ragazzetto senza essere partigiano ed in altri tempi, e che era una normale azione di disturbo. Sostiene, poi, che Socian  conosceva le zone adiacenti al suo paese natio e che le percorreva a piedi (Ivi, pp. 70-71), come tutti da nord a sud un tempo; che il suo vicino di casa, sempre il già citato Luciano Aldegheri, diceva che era così e colà, ma i vicini non si sa quanto siano affidabili e pieni di voglia di protagonismo, (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., pp. 69-71) e non sappiamo a che titolo il Russo andasse a chiedere a tizio e caio aspetti di vita privata del Likar, a meno che non fosse stato, magari, un informatore dei carabinieri … Ma non aveva trovato nulla di particolare. Inoltre non vi sono fonti per le gratuite asserzioni di Russo sul Likar, del tipo «Era un giovane energico, senza scrupoli, autoritario e deciso. In pochi anni si era creato una fama terribile in zona, tanto che al suo nome diverse donne si facevano velocemente il segno della croce»; (Ivi, p. 70), oppure «Chi osava opporsi o contrastarlo, aveva finito di vivere in pace». (Ibid.).

Secondo il Russo la gente non gli era favorevole, quasi egli fosse un cane sciolto, ma bisogna ricordare che non esistevano allora “cani sciolti partigiani” che sarebbero morti all’istante, uccisi dagli uni e dagli altri.

Inoltre il Russo narra che il Likar, anche quando faceva freddo, usciva in camicia, ma ci sono anche quelli, al nord, che fanno il bagno nudi al freddo, e nessuno li prende per “spavaldi” per questo. Magari aveva un fisico temprato, penso io. E pare, sempre dal Russo, che egli fosse stato “puntato” a Bretto, che fosse diventato, per il paese, il capro espiatorio per ogni male. «Qualsiasi cosa succedeva, insomma, la frase era unanime: “È stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente». (Ivi, p. 71). «L’attacco partigiano ai tedeschi alle porte di Bretto di sopra – scrive sempre il Russo – era stato opera sua, lo si è saputo subito: nessuno gli ha mai perdonato quell’azione, neanche anni ed anni dopo la fine della guerra». (Ibid.). Fonti? Nessuna. Inoltre era diventato amico di Franc Uršič – Joško, «che stava crescendo nella zona a nord di Caporetto con le stesse caratteristiche e sistemi di Socian, giovane come lui, senza scrupoli e tentennamenti» (Ibid.) di cui avrebbe sposato la sorella, e che «era stato così abile e così spietato che nell’arco di pochi mesi era diventato il grande capo dei partigiani di tutto il territorio». (Ibid.). Fonti per i commenti sulla persona di Joško? Nessuna. Qui il Russo, poi, supera se stesso perché dovrebbe dimostrare non solo che Joško era “abile e spietato” ma anche che i vertici dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo sceglievano per capi solo coloro che possedevano queste due caratteristiche. E mi chiedo se, magari, qualche libro o qualche frase del Russo non abbiano potuto collaborare a creare una immagine negativa di Socian o di Joško, come può capitare.

E Russo continua così, con frasi relative a Sočian, Joško, Silvo Gianfrate, e Lojs Hrovat del tipo «E l’odio era il loro respiro quotidiano, profondo e radicato, assaporato o da gustare sotto ogni forma», (Ivi, p. 73) senza forse conoscere bene il significato del verbo ingiuriare. E se erro correggetemi.  Ma sarà andata così, ma sarà andata colà, ma io penso, ma io ritengo, ma è la verità, …. Ma è la verità vera … Come si può scrivere di storia in questo modo, mi chiedo?

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Comunque il Russo intervista pure due partigiani, non centinaia, che non mi pare dicano proprio quello che Russo, presentatosi non da solo a casa loro, e che pare esegua, leggendo il volume “Planina Bala”, più un interrogatorio incalzante che un’intervista, vuole che dicano. Inoltre spiace che egli dileggi a parole sul volume, almeno questa è stata la mia sensazione leggendolo, due anziani degni di rispetto.  (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., pp. 199 – 206). Infine pare strano che egli non abbia intervisto due di quelli che la vox populi locale indicava come i maggiori responsabili della morte dei carabinieri: il partigiano Ivan Likar Sočian, morto nel 1991, e tale Oreste Pellizzari, ignoto ai più, ma indicato ai carabinieri di Pontebba come uno degli autori della strage da tale Cesare Urbica, di Tarvisio, morto l’1 gennaio 1999, forse ex carabiniere che, con Federico Buliani, forse anche lui ex dell’Arma, vengono considerati dal Russo come gli iniziatori delle ricerche sui carabinieri di “Malga Bala” (Ivi, p. 297). Francamente Socian mi pare il capro espiatorio della situazione, molto opportunamente deceduto senza esser stato ascoltato, e mi appare, come scrivevo, il “morto che non può più parlare” di questo romanzo horror scritto dal Russo, fra testimonianze a spezzoni, detti e non detti, e sogni a occhi chiusi o aperti del Russo stesso, che immagina … fondendo e confondendo. A me lo confesso, dopo aver letto “Planina Bala”, volume che non consiglio ad alcuno, Antonio Russo fa paura, per il suo modo di procedere.

Inoltre non è di poco conto, quando si usano fonti orali paesane, intervistate successivamente, che in precedenza ci fosse stata una informativa ai carabinieri come quella di Cesare Urbica contro Oreste Pellizzari, che veniva da lui sospettato di aver fatto parte del gruppo di azione alla centrale di Bretto di sotto, e che i carabinieri avessero chiamato proprio il Russo per avere delucidazioni nel merito, (Ivi, p. 21), o che fosse in corso un processo, derivato dalla denuncia di Marco Pirina, presso la Procura di Tolmezzo e poi il Tribunale Militare di Padova, con echi e risvolti sulla stampa locale.

Pertanto coloro che furono intervistati dal Russo nel 1999, anno successivo alla denuncia di Pirina, che ruotavano spesso fra gli 80 anni ed i 90 anni, cioè praticamente quasi grandi vecchi, resi anche fragili dall’età, e forse influenzati dalla versione raccapricciante del Russo, che egli aveva diffuso fin dagli anni ottanta, potrebbero aver avuto paura ed esser stati intimoriti. Comunque cosa dicono i due partigiani intervistati, di cui uno poteva sapere qualcosa? Non lo si sa di preciso, se non nella versione, fatta di frasi inframezzate da commenti e certezze personali del Russo, a cui però mi attengo non avendo altro.

Silvo Gianfrate, nome di battaglia Srečko, classe 1922, intervistato ad 88 anni, forse dopo l’inizio del processo originato dalla denuncia del Pirina, afferma che non vi era collegamento alcuno fra la strage tedesca di Golobar, (avvenuta fra l’altro circa un anno prima, il 26 aprile 1943, in Zdravko Likar, nota 9 p. 85) e la morte dei carabinieri del Bala, cioè che non vi fu azione vendicativa. Quindi dice che il gruppo era comandato da Franc Uršič – Joško, da lui e da Sočian.

E così  Gianfrate, Srečko, circa 50 anni dopo, descrive l’azione, avvenuta di sera, appena scuro, (Antonio Russo, Planina Bala, op. cit., p. 201).  «Socian e Svonko, il Della Bianca, erano andati sulla strada ad aspettare il brigadiere; tutti gli altri eravamo nascosti in attesa. Poi siamo scesi a circondare la caserma. Alcuni di noi hanno minato la centrale, mentre gli altri prendevano i carabinieri». (Ivi, pp. 200 – 201).  E questo viene confermato anche dalla documentazione, tranne i nomi dei partigiani. Inoltre sostiene che ce l’avevano con i carabinieri perché erano servi dei tedeschi e sostenitori dei fascisti, e non perché fossero italiani, ma dice anche che, nello specifico, non erano i tedeschi il loro obiettivo, essendo lì i carabinieri; afferma che la guerra è brutta, dice che l’azione era stata decisa da Joško, cosa su cui non abbiamo dubbi, essendo egli il comandante di Brigata; «continua a scuotere la testa» (Ivi, p. 201), forse quando il Russo dà per assodato l’avvelenamento dei carabinieri da parte dei partigiani, e quindi afferma, alla parola- stimolo “picconi”, che loro non avevano picconi. Infatti i documenti parlano di fori da armi da fuoco. Infine, sempre secondo Russo, le cui interviste credo nessuno abbia mai ascoltato, Srečko sposa la vox populi, essendo fra l’altro morto Socian, e dice che Socian ha portato fuori i carabinieri e li ha uccisi ad uno ad uno con la pistola, mentre gli altri non c’erano, versione ben poco credibile anche perchè i carabinieri non si trovarono mai in un edificio, secondo la documentazione. Ma poi, secondo Russo, il partigiano sostiene che essi hanno saputo solo due o tre mesi dopo che i carabinieri erano stati trovati così. (Ivi, p. 201). Poi esasperato dice al Russo che vada a parlare con Lojs Hrovat, che, a detta del Russo, «invece di rispondere alle domande le contorceva a proprio modo» (Ivi, p. 34), e che aveva atteggiamenti che davano enormemente fastidio al Rinaldi, come la cosa potesse avere valore per noi lettori. (Ibid.). Inoltre Russo lamenta che il tempo dell’intervista passava, senza che Lojs Hrovat desse le risposte che egli ed il suo amico volevano. (Ivi, p. 35). Ma una cosa si sa in queste pagine, perché poi se ne deve saltare 170 circa per avere un altro pezzo di intervista: che il Hrovat sostiene di non esser stato lassù, di non aver partecipato all’ azione e quindi di non saper direttamente nulla. (Ibid.). E se non si hanno le registrazioni, non è chiaro cosa i due abbiano realmente detto, nè come sia stata condotta l’intervista.

Comunque il Hrovat, secondo Russo, che non pone in corsivo queste parole, come fa invece per la testimonianza del carabiniere a p 27 di Panina Bala, dice che essi hanno ucciso i carabinieri, hanno loro sparato. (Ivi, p. 35). Ma non era presente, e quindi lo dice a caso. E sempre Hrovat afferma che la distruzione (da parte dei tedeschi per rappresaglia), di Strmc (Bretto di sopra) non aveva nulla a che fare con l’azione a Bretto di sotto, così come nulla avevano a che fare la strage di partigiani fatta dai tedeschi e collaborazionisti a Golobar.  Però a sua avviso quell’azione, sempre da quanto riporta Russo senza citare, l’aveva ordinata Socian, che conosceva bene il territorio; dice inoltre che essi non ce l’avevano con i carabinieri in particolar modo ma che i loro reali nemici erano Hitler, i tedeschi e Mussolini, (Ivi, p. 203), che avevano attaccato la centrale di Bretto di Sotto perché dava energia alla centrale di Cave che era in mano ai tedeschi, e che il piombo e lo zinco della miniera servivano per fare le armi dei nazisti.  E conclude affermando che: «Il nostro dovere era eliminare, distruggere la centrale perché non desse più energia elettrica. Era questo il nostro dovere di partigiani!». (Ivi, p. 204). Negava poi che avessero tenuto in vita due giorni i carabinieri, quando non avevano da mangiare neppure per loro, negava che avessero picconi, ipotizzava che potessero esser stati gli italiani, cioè i repubblichini a fare una cosa del genere, per far cadere la colpa sui partigiani slavi, e che era stata, quella a Bretto, una azione militare e non politica. (Ivi, p. 204).

Per aver detto queste cose, egli si prende dal Russo questo commento scritto: «Un grande attore, un vero fenomeno!». (Ivi,p. 205). Ma chi è per scrivere queste cose del prossimo? mi chiedo.

Le altre interviste, non riportate integralmente, ma come già scritto riassunte con intramezzi personali del Russo, sul volume Planina Bala, potrebbero esser state viziate, nella ricostruzione dei fatti, dalla presenza del processo in corso presso la Procura e il Tribunale Militare, che il Russo si guarda bene dal citare, dalle letture precedenti, e da altri aspetti. Ma per l’uso di interviste rimando al mio: L. M. Puppini. Lu ha dit lui, lu ha dit iei. L’uso delle fonti orali nella ricerca storica. La storia di pochi la storia di tanti, in: www.nonsolocarnia.info.

Inoltre, come si suol dire, “carta canta” e i documenti d’epoca ci narrano una storia diversa da quella del Russo, dello Screm, di altri. E detti carabinieri sono un’altra faccia dell’Italia mandata in guerra dal Duce, che i partigiani e alleati volevano cacciare definitivamente, come volevano cacciare i nazisti. E termino scrivendo che vi furono partigiani anche fra i carabinieri, vi furono veri eroi come Salvo D’Acquisto, vi furono carabinieri che furono travolti da una storia più grande di loro. Inoltre scrivere in scienza e coscienza di storia, significa anche scrivere di vite altrui, in contesti che non furono i nostri, e richiede umiltà, rispetto e ricerca della verità.

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Questo articolo documentato è nato solo dalla curiosità di capire e conoscere un avvenimento, cercando di visionare le fonti reperibili, per aprire un dibattito su un fatto che trova nella seconda guerra mondiale il suo scenario, senza voler offendere alcuno e con il massimo rispetto per i “poveracci” mandati a morire, sicura che l’orrore ed il terrore che leggo ogni volta che prendo in mano un volume sulla seconda guerra mondiale, come sulla prima e sulla resistenza, o un documento, possano ricordarci il valore inestimabile della pace. E non me ne voglia Antonio Russo, ma quando si pubblicano libri non si può pensare che nessuno li critichi.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che correda l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: https://cagizero.wordpress.com/2016/12/15/malga-bala/, e rappresenta l’articolo sulla morte die carabinieri uscito il 7 aprile 1944. Laura Matelda Puppini

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