Riprendo qui la storia di A. che avevamo lasciato a Parigi, alla ricerca del marito che non si faceva vivo da sei anni, ospite di P. sua paesana e residente nella capitale francese, che era andata ad avvisare l’uomo che sua moglie si trovava in città, a casa sua. (Cfr. Storia di una donna carnica, fra violenza, povertà, aiuto reciproco. Intervista a A., maritata. Prima parte, in: www.nonsolocarnia.info).

A Parigi, ritrovato il marito …

Ed è giunto lì mio marito, ed era brutto e mal vestito, era vestito da vergognarsi, da operaio. Che avesse almeno messo un vestito decente per venire ad incontrarmi, un paio di scarpe decorose! No, aveva ai piedi un paio di scarpe come quelle di ginnastica oggi, color blu, e non aveva nulla, era poverissimo, non aveva neppure un abito decente. E ci siamo parlati lì, e gli ho chiesto se avesse messo via qualche soldo, ma lui mi ha detto di no. Ma in sei anni, avrebbe potuto metter qualcosa da parte! Ed allora gli ho chiesto se avesse debiti, e mi ha risposto di no, Ma invece ne aveva, eccome, perché mangiava sempre al ristorante, una settimana in uno e la successiva in un altro … insomma aveva solo debiti, che se il Signore avesse dovuto pagarli, avrebbe dovuto dare persino Cristo! “Ce robonas”, Signora Laura! Pensi che non aveva messo via neppure una lira!

Per fortuna che c’era P. la mia paesana, che ha pensato a me, e mi ha trovato una stanzetta con un tavolo, due sedie, un caminetto dove si poteva cucinare e far fuoco per scaldarsi. Arrangiarsi così, mi capisce… Ed io avevo portato dal paese un po’ di biancheria, due paia di lenzuola, un paio di federe, tutto quello che avevo potuto procurarmi. Ma prima di coricarmi accanto a lui, gli ho chiesto se non avesse, magari, contratto qualche malattia infettiva, (sessualmente trasmissibile ndr). E gliel’ho chiesto così, in modo franco, perchè avevo paura, capisce … «Non voglio essere infettata da te, gli ho detto». E lui mi ha risposto che da quel punto di vista potevo stare tranquilla, che era stato solo con donne controllate, di quelle che si pagano. E gli ho tornato a chiedere se fosse sicuro di non essersi preso nulla, e mi ha detto di sì. E così io sono rimasta subito incinta. 

E nel frattempo …Dio Santo!  Lui aveva i suoi camerati, i suoi amiconi, e spendeva con loro, mentre e io mi vergognavo a vederlo come era vestito, come era trasandato, perché aveva un paio di “bregonàz” di pantalonacci, aveva un paio di scarpacce, che mica si può andar in giro così. E così mi sono informata se c’era a Parigi qualche mercato dove avrei potuto acquistargli un vestito decente. E ho chiesto alla mia paesana, a P. di farmi del bene accompagnandomi per gli acquisti ed imprestandomi i soldi.  E lei ha acconsentito. Perché io mi vergognavo a vedere mio marito così, e c’erano altri paesani lì, ed io, loro paesana, desideravo di andarli a trovare, ma non volevo portarlo in visita con me vestito come “un zingar”, non mi piaceva. Mi creda, io non sono una persona che può permettersi lussi, ma in vita mia mi sono sempre vestita in modo decoroso, ed ho sempre curato la mia persona. Così sono andata con P. al mercato delle pulci, ho acquistato un vestito, una camicia ed un paio di scarpe per mio marito, e ho reso i soldi a P. un po’ per volta. Per la verità ho dovuto scegliere a occhio, tra gli abiti appesi, quello che poteva andargli bene, insomma ho scelto così, alla buona.

Quindi siamo tornate insieme a casa mia, ed ho fatto indossare quel vestito appena comperato a mio marito, e non sembrava più la stessa persona. E quando, poi, andavamo a trovare i nostri paesani, quelli gli dicevano: «Ce ben metut chi tu seis! Vedi cosa vuol dire aver vicino la moglie…».  

E lui beveva, beveva, e poi diventava cattivo. 

E venivano talvolta amici di mio marito a casa mia la sera, e mi mandavano a prendere vino, bottiglioni di vino, ed io non conoscevo la lingua ma io non ero abituata così a casa mia. Ed ero in Francia, e non sapevo la lingua, e così mi facevo scrivere su di un biglietto ‘vino’ e come si diceva, ed anche come si diceva ristorante ed osteria, e via di seguito, e queste sono le prime parole in francese che ho imparato. Quindi tornavo a casa con il vino, e la casa si trasformava in un’osteria: questi uomini bevevano, e, quando erano sbronzi, battevano violentemente i pugni sul tavolo, e litigavano e polemizzavano tra loro. Ioi, Signore benedetto! E una sera i suoi compagni di lavoro hanno detto, davanti a me che non avevo ancora figli: «Un albero che non frutta va tagliato», ed era riferito a me, ma pensi un po’, signora Laura! Ed avevo appena avuto un aborto.  

Era molto possessivo, mio marito, e si era ingelosito del prete, senza motivo alcuno, solo perché una volta gli aveva scritto a nome mio. Ma pensate come sono gli uomini! E mi ha portato da un dottore per le donne, perché pensava mi fossi ‘impestata’ con il prete. Erano così un tempo ma ce ne sono così anche adesso. E così mi ha portato da questo professore.

Ora può darsi che uno sia geloso perché vuol bene alla moglie, ma c’è gelosia e gelosia, e non ci si può inventare fandonie. Però lui non poteva star fermo lì perché aveva sempre sete e doveva andare sempre a bere in osteria. E io non sapevo parlare francese, e quando mi hanno chiamato per la visita ho perso il turno. Hanno detto il nostro cognome, ma lui non c’era. Infine, quando Dio ha voluto, mio marito è ritornato.  «Dove sei stato? Potevi ben restare qui. Se fossi stato qui avremmo già fatto la visita» – gli ho detto. E lui: «Se la visita non è stata ancora fatta, la faremo». Ma quando hanno richiamato il nostro cognome, non lo hanno lasciato entrare, sono entrata da sola e mi hanno fatto unicamente un prelievo di sangue sul dito piccolo.  Ha fatto solo quello il dottore, solo quello e basta.

Ed ero appena operata per l’emorragia causata dall’aborto, e può darsi che fossi stata, allora, un po’ debole, ed io pensavo che i medici avessero potuto aver dimenticato qualcosa di quell’essere morto nel mio corpo, ma era una mia fissazione, un mio pensiero. Ed allora mandavano la risposta degli esami svolti direttamente al medico condotto che si aveva, e finalmente è giunta anche la risposta per me, ed era tutto normale, non avevo nessuna malattia. Ed allora a lui è passata la gelosia, per fortuna, perché mi aveva ben tormentato con questo prete! Roba da matti!

Ma ora le racconto cosa è successo quando poi ho abortito.

Ero gravida di due o tre mesi, e lui era cattivo, e che cattiverie, “ce robatàs”! Era sbronzo e quando beveva diventava tanto cattivo tanto cattivo. E quando era ciucco affilava il coltello, e mi diceva: «Stasera vedrai, passerai per le mie mani!».  Ne ho portate di croci, io, che non ero abituata così, e mi ricordo che lui affilava il coltello …. E quando era sbronzo mio marito era tanto, tanto cattivo. Sa signora, quando sono ciucchi gli uomini non hanno forza per far qualcosa, ma quando lui era sbronzo affilava il coltello, e diceva: «Stasera dovrai passare per le mie mani! E cosa credi, che sia tuo schiavo? E io non sono abituato così … ». E diceva questo mentre affilava il coltello. Ed era tanto, tanto cattivo, mio marito.

Ed io non ero abituata in questo modo, ed i miei genitori erano normali, e non ho mai sentito da mio padre, che era il sacrestano, una brutta parola, e poi, invece, sposata, ho sentito affilare il coltello e mi sono sentita dire, da mio marito, che mi avrebbe uccisa …
E piangevo, piangevo, e lui: «Lacrime di donna…» – diceva – «Lacrime di donna» … ma non mi ricordo bene la frase. Ecco, diceva: «Lacrime di donna e malignità di malizia». 
Ed ero gravida di due o tre mesi, e ho preso una tale paura, che ho sentito il sangue diventare ghiaccio, e mi si è avviato il corso, ho sentito come fossero iniziate le mestruazioni. E mi sono ritrovata tutta piena di sangue. E non avevo neppure un paio di mutande per cambiarmi, perché avevo raggiunto Parigi solo con il necessario.

Ed è arrivata, come ogni giorno, a trovarmi la padrona di casa, che stava sopra di me, e era una bravissima signora e che veniva ogni giorno a vedere se io mi ero alzata e come stavo. Ed io mi ero messa a letto, e non sapevo spiegarle cosa mi era successo e così ho dovuto tirar giù le coperte e le lenzuola e mostrarle che ero piena di sangue. E ho sentito che la padrona ha chiamato una sua paesana che stava passando per la via, ed è giunta anche lei. Ed è così che, per la gran paura, ho perso il bambino, ho avuto questo aborto.

“Le donne devono fare figli” – diceva mio marito, e io ho fatto con lui, poi, tanti figli, ma non è mai stato capace di portarmi una goccia di caffè a letto. Che persona cattiva era mio marito!

Ho avuto tanti figli, e sono tutti brave persone, anche se uno di loro tiene molto da conto la famiglia, ma ‘sanc no è aghe’ (il sangue non è acqua), e i miei figli sono figli dello stesso padre! Ed uno dei miei figli, ogni tanto, ha crisi nervose, e io ho detto a mia nuora che suo marito mi pareva assomigliasse un po’ troppo a suo padre. E le ho anche detto che se si fosse comportato male verso di lei andasse in questura, perché non sono più i tempi di una volta. Oggi se una donna si rivolge alle forze dell’ordine, l’uomo viene immediatamente fermato, ma un tempo non era così, e non c’era nessuna tutela.

E sempre quando eravamo in Francia, io facevo la sarta per la gente, e benedetta mia madre che mi ha mandato ad imparare a cucire. E facevo di tutto io. La sarta, la contadina, e facevo molti lavori… la mia vita è stata solo lavoro. E poi figurarsi se, con tutti i bambini che avevo, potevo restare disoccupata!
Tanti abiti e tanta ‘roba’ me la dava la gente, ma anch’io tiravo fuori abiti per i miei bimbi da vecchi abiti usati dei miei genitori, e agli abiti dei miei figli non è mai mancato un bottone e i miei figli non sono mai stati sporchi.

Ma ritornando la mio lavoro, grazie al fatto che sapevo cucire, dopo un po’ una mia paesana è riuscita a procurarmi una macchina da cucire ed a trovarmi un posto di lavoro in una fabbrica, sempre per cucire, ma io ho rifiutato ed ho preferito lavorare in casa, perché dovevo pur far da mangiare a questo mio marito. E la gente era soddisfatta di come lavoravo, ed ha sempre trovato gli abiti come li aveva chiesti e ben rifiniti, e così quando avevano bisogno di qualcosa ritornavano da me, ed io avevo sempre lavoro.  E per fortuna che è andata così, perché mio marito mi faceva mangiare ben poco, ma proprio tanto poco da far paura, e se fosse stato per lui … Ed era abituato a spendere e spandere, ed ogni sabato andava con gli amici, e per fortuna che avevo i miei soldi su cui contare, con i quali prendevo tutta “la roba piccola”. Ed ho avuto da lui un figlio dopo l’altro, anche in Francia, che quando si sono sposati hanno dovuto chiedere là il certificato di nascita, che non arrivava mai».

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L’intervista si interrompe qui, quando il racconto di A. si incentra troppo sui figli, viventi, ed in particolare su uno dei suoi figli, ed io chiudo il registratore. Ma credo che A. ci abbia raccontato un mondo non tanto particolare, e situazioni di violenza domestica anche diffuse, solo che altre donne non hanno voluto od avuto l’occasione di parlarne.

Gran parte di questa intervista è stata pubblicata a mia firma (Laura Puppini) su Nort, giornale della Carnia e della montagna friulana, ed. gruppo Gli Ultimi, nemero 6, giugno/luglio 1985, p. 7 con titolo: “Storia. Donna, carnica, tuttofare”.

Laura Matelda Puppini

L’intervista ad A. è di Laura Matelda Puppini e si è svolta nel mese di maggio del 1978. La trascrizione dal carnico è di Laura Matelda Puppini. L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: http://www.donneincarnia.it/ieri/portatricicarniche.htm, e rappresenta il monumento alla donna carnica posto nella zona antistante l’isis “Fermo Solari” di Tolmezzo.  Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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