Vittorio Pezzetta, comunista, poi partigiano garibaldino con nome di battaglia Dimitri, era nato a Tolmezzo il 9 marzo 1915. Nel 1935 aveva 20 anni e faceva parte, come tanti giovani, degli avanguardisti tolmezzini quando venne inviato ad una manifestazione fascista a Prato, in Toscana, contro le sanzioni economiche che la Società delle Nazioni aveva comminato all’Italia per aver aperto le ostilità contro l’Etiopia. I fascisti locali gli fornirono una bomba carta che gli esplose addosso, causandogli la perdita di una mano.

Successivamente fece domanda per entrare in marina ma fu scartato. Senza possibilità di lavoro, dopo aver chiesto aiuto ai maggiorenti di Tolmezzo senza risultato, Vittorio partì in bicicletta per Roma, a cercare quel sostegno che, in loco, di fatto non gli era mai giunto. Ma anche nella capitale ottenne solo promesse.

Di famiglia povera, non si sa né dove né quando incontrò il pensiero comunista a cui aderì. Nel 1939, quando già si era formato sull’ «ingiustizia sociale», sposò Anna De Prato, nata il 18 novembre del 1916, anche se le loro famiglie non erano favorevoli a detta unione, e da lei ebbe due figli: Renato ed Enzo, nato dopo la fine della guerra, il cui padrino di battesimo fu Livio Pesce. Spesso Vittorio diceva ad Anna che desiderava un mondo migliore, dove tutti fossero uguali; che in Italia ci sarebbero voluti cent’anni perché il socialismo potesse prendere piede ma che infine avrebbe trionfato. E le diceva pure: «Se hai un bravo ragazzo e sei povero non puoi mandarlo a scuola mentre in Russia a scuola ci vanno tutti!». Ma «a Tolmezzo erano tutti contrari al comunismo e a chi aveva avuto un figlio prima del matrimonio, – aggiunge Anna – e noi vivevamo come due clandestini».

 

Vittorio Pezzetta. (Foto da Anna De Prato Pezzetta).

Anna e Vittorio vissero i primi tempi del loro matrimonio a Tolmezzo, in via Linussio n.4, in due stanze nel sottotetto di casa Marini, ubicata di fronte alla caserma della Milizia fascista, in ‘borg da roe’. Conoscendo i fascisti le idee di Vittorio Pezzetta, egli ed Anna subirono in paese diverse angherie, compresi spari rivolti al loro alloggio dai Miliziani.  Anna fu anche incarcerata assieme a Rosute e Velia Nascimbeni, alla caserma poi Del Din, che fungeva da prigione fascista.  Allora era accaduto che Vittorio si era sporto da una finestra durante il coprifuoco, ed un Miliziano lo aveva riempito di insulti. E Pezzetta gli aveva risposto a piena bocca: «Va a farti un culo!!!!», buttando giù un vetro e poi dandosi alla fuga. Subito dopo giunse in casa Pezzetta la Milizia armata e non avendo trovato Vittorio, presero Anna, senza lasciare che indossasse, sopra la sottoveste, un abito. Rosute era stata vista solo fumare, con il comunista Vittorio, un ‘spagnolet’ una sigaretta, e i fascisti avevano sparato loro contro; Velia Nascimbeni era stata catturata per strada con l’accusa di aver tirato sassi alle lampadine della luce pubblica, ma forse non era proprio così. Quindi Vittorio si recò dai Carabinieri che concessero il nulla osta per la liberazione delle tre donne.

Inoltre i Militi fascisti per ben due volte avevano sparato verso le finestre di Pezzetta, e le fucilate, volte al loro piano, avevano passato i muri divisori di grisiola ed avevano raggiunto pure le stanze sottostanti. E Anna ricorda che, quando le Camice Nere spararono, alcuni erano già stati portati in Germania nei lager.
Ma pure la casa di Renzo Musto, in quel periodo, fu oggetto di fucilate fasciste.
E più di una volta l’intera famiglia Pezzetta era stata fatta radunare dai fascisti in una stanza, per intimidirla. Inoltre le minacce non si contavano. Rolando Marini mi ha anche narrato che una volta i fascisti avevano riunito in corridoio tutti gli abitanti di casa Marini, che erano per lo più donne e bambini, oltre due soli uomini: ‘Giovanin’ Marini e suo zio Giuseppe detto ‘Bepo telegràm’ perché consegnava i telegrammi, per spaventarli e cercando Vittorio, ma poi li avevano lasciati liberi.

Infine Anna e Vittorio, in particolare dopo le fucilate alle loro finestre, i cui segni sulle imposte rimasero a lungo, avevano deciso di cercare un altro alloggio. Così si erano spostati in due stanze dietro il Duomo, sempre a Tolmezzo, offerte loro da Augusto Vidoni. In seguito però, decisero di andare a vivere fuori del centro storico, in Chiavris, alla fine di via ora Matteotti, ove abitavano i genitori di Vittorio. Anna, per vivere, lavorava in latteria, Vittorio faceva il postino.  

Anna De Prato in Pezzetta. (Foto da Anna De Prato Pezzetta).

Poi la fuga definitiva da Tolmezzo, a causa delle intimidazioni continue, ai tempi della resistenza.  Prima partì Vittorio, con il piccolo Renato in braccio, muovendosi in direzione di Illegio, dove probabilmente sapeva esserci un gruppo di partigiani garibaldini, quindi si mosse Anna.

Ella, per caso, si trovò oltre il fortino che era posto all’altezza del pastificio carnico, quando Andreina Nazzi lo fece esplodere depositandovi una gerla piena di esplosivo. Grande fu il suo spavento, e perse anche le scarpe nella confusione, e si mise, di corsa, al riparo sotto dei tubi che superavano la strada, assieme al signor Gaetano, trovato lì per caso, mentre nazifascisti sopraggiunti passavano, non lontanissimo da loro, con i lanciafiamme.
Per attraversare il posto di blocco del fortino, Anna aveva detto ai militari nazisti e fascisti di guardia che intendeva andare a cercare il marito, che non era tornato a casa da due giorni. Quindi, scampato il pericolo, Anna passò la But e si portò a Terzo di Tolmezzo. Qui, ancora spaventatissima, venne raggiunta dai partigiani garibaldini preavvisati del suo arrivo, che telefonarono a Vittorio /Dimitri, che si trovava verso Sutrio, che era giunta sua moglie, ed infine si ricongiunse a lui a Pradibosco in val Pesarina.

Durante la vita da partigiana, Anna, nome di battaglia Marì, conobbe Ciro Nigris Marco, Mario Candotti Barbatoni, Mario Lizzero Andrea, Andrea Pellizzari Grifo, Pietro Roiatti Gracco ed altri.
In un primo tempo Anna andò con suo marito a Pradibosco, quindi visse gran parte del periodo partigiano assieme ad Italia, detta Taliute, Ambrosio di Tolmezzo, nome di battaglia Dana, a Prato Carnico, presso una famiglia, poi in una casa a Pieria, quindi ad Osais ed infine a Pesariis.

A Prato Carnico Anna e Vittorio lasciarono ad una donna il loro bimbo, e lì venne a prenderlo Antonietta, una parente, che lo portò via con sé.
E Anna racconta anche che lei e Dana furono una volta accompagnate in una casera e lasciate lì in alta montagna con una forma di formaggio per alimentarsi, ed un’altra volta, al tempo dei cosacchi, dovette rifugiarsi in alta montagna per 3 giorni all’aperto, con Vittorio, Barbatoni e Mira, Lucia Cella. Ed infine poté scendere in uno stavolo di proprietà di Osvaldo Fabian. E fu allora che passò un aereo alleato che fece cadere un paracadute con un pacco di generi alimentari, tra cui vi era anche del the, ma lei non lo aveva mai visto, e pensò che fosse caffè. E Anna ricorda pure che, allora, anche i partigiani della Val Tagliamento raggiungevano la val Pesarina.

Vittorio Pezzetta, il primo a sinistra guardando, con altri partigiani. (Foto da Anna De Prato Pezzetta).

Quando la zona libera ebbe fine e Anna si trovava a Pesariis, arrivarono i cosacchi, che riunirono tutti in piazza e domandarono se vi fosse lì qualche partigiano o partigiana. Ma nessuno aprì bocca, e stettero tutti zitti.  Da allora in poi, Anna visse segregata, e qualcuno, ogni tanto, le portava un po’ di latte, e la situazione si era fatta veramente difficile.

Un giorno Vittorio, nel corso della notte, raggiunse la casa dove Anna era nascosta, e le disse che l’indomani sarebbe venuto a trovarla. E dato che erano riusciti a farle giungere un po’ di farina di quella recuperata dalla filiale della Cooperativa Carnica, che era stata data alle fiamme, Anna decise di fare gli gnocchi, e li preparò tutta contenta, per mangiarli assieme al marito. Ma attese invano Vittorio. E dato che suo marito non si faceva vivo, l’indomani Anna uscì per cercarlo, ed incontrò per strada un uomo che le disse che stava bruciando casa Fabian, e che alcuni partecipanti all’incontro partigiano della sera prima erano morti.

Allora Anna si portò al cimitero per sincerarsi che Vittorio non fosse rimasto ucciso, ma non trovò la salma del marito: vide però il corpo di Gracco, reso quasi irriconoscibile a causa del fuoco che lo aveva bruciato. «I morti in un primo tempo erano rimasti a Pradumbli, ma poi furono portati in cimitero. Gracco era un bronzo, un ‘cjarbon’ irriconoscibile, gli si vedevano solo una scarpa, i pantaloni bruciacchiati, un pezzo di gamba bianca. Mi venne vicino il prete per farmi coraggio, e lì per lì non ebbi neppure la forza di reagire». – racconta Anna.

Quindi una paesana le disse che Vittorio era stato ferito e catturato dai cosacchi che lo stavano portando, con un carretto, a Comeglians. E si vedevano ancora colonne di fumo alzarsi dall’abitazione del noto comunista della Val Pesarina.

Ma cos’era accaduto? Era il 14 dicembre 1944. In casa di Osvaldo (Aldo) Fabian erano convenuti alcuni partigiani garibaldini per un incontro importante, e fra questi vi erano anche Dimitri, cioè Vittorio Pezzetta, e Gracco, Pietro Roiatti. Anna così riporta l’accaduto: «I cosacchi, avvertiti da qualcuno, circondarono la casa: Gracco e Dimitri si nascosero nel fienile. Ma i cosacchi li raggiunsero ed uccisero Gracco, tradito da un lembo del fazzoletto rosso che aveva al collo, mentre cercava di coprire Dimitri con del fieno. Catturarono quindi Vittorio, che fece appena in tempo a liberarsi dei documenti dei garibaldini che portava con sé, ponendo la borsa sotto i piedi e gettandola nella tromba del fieno. I cosacchi arrestarono pure il cognato del padrone di casa e Vero Fabian, di sedici anni, figlio di Osvaldo, e diedero alle fiamme il caseggiato». Vero e suo zio furono internati a Flossembürg come Vittorio Pezzetta, ma loro non fecero più ritorno. Invece Vittorio ritornò vivo da quella tremenda esperienza.

E questo ricorda Anna De Prato del povero Vero Fabian: «Vero era un tipo scherzoso, ed ogni tanto spaventava qualche donna del paese dicendo: “A son i Cosacs!”».

Pietro Roiatti, Gracco. (Foto da Archivio Anpi).

Avuto conferma, poi, che Vittorio era stato portato via ferito, Anna riuscì a far avvisare sua suocera, che tentò di raggiungere il figlio per dargli degli abiti da indossare, dato che raccontavano che Vittorio fosse mezzo nudo. Da Comeglians Pezzetta fu portato a Paluzza, e quindi all’ospedale di Tolmezzo, dove fu permesso ad Anna Nazzi di portargli pure un po’di bordo.

Quindi fu imprigionato ad Udine nelle carceri di via Spalato, dove Anna poté pure vederlo, regalando mezzo chilo di burro alla guardia perché la lasciasse entrare, e rischiando per raggiungere Udine, perché la strada era bombardata dagli alleati, in particolare all’altezza di Venzone. Per la verità Anna si era recata, in quella situazione pericolosissima, una prima volta ad Udine, ma aveva dovuto tornare indietro dopo che le avevano detto che senza un dono non si sarebbe fatto nulla.

Vittorio rimase ad Udine fino al suo internamento nel campo di Flossenbürg. Anna ricorda così la sua partenza per la Germania: «Ero andata ad Udine per trovare Vittorio, ma mi dissero che non potevo più entrare. Così restai fuori e vidi dei prigionieri che si allontanavano, e fra questi c’era Vittorio, che mi lanciò un saluto e poi sparì su di un vagone».

Vittorio, secondo la moglie, passò da Flossenburg a Hersbruck, a Norimberga ed a Dachau, ma uscì vivo da quella tragica esperienza. Durante la prigionia del marito, Anna, rientrata a Tolmezzo nel 1945, faceva la spola tra la fabbrica detta “La chimica” ed i paesi della Carnia, per scambiare burro e formaggio con sale prelevato abusivamente dallo stabilimento industriale da Marcello Tomat, che glielo faceva pervenire attraverso la moglie: Maria Del Bianco.
E continuò a fare la postina al posto del marito, sparito nel nulla, per mantenergli l’impiego.  Questo era permesso dalle norme vigenti all’epoca, ma i fascisti tolmezzini non volevano che subentrasse a Vittorio. Allora Anna si recò ad Udine con la suocera, dove confermarono che il posto le spettava di diritto.

(21 giugno 1946) La testimonianza del religioso Lelere, ex-detenuto di Flossenbürg. (Immagine di autore sconosciuto – ushmm – Photograph #43018, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5580830).

Vittorio Pezzetta venne liberato l’11 maggio 1945. Viste le sue condizioni di salute: era così debole che poteva a stento camminare e pesava 38 chili, gli Americani lo ricoverarono e quindi fece ritorno a casa il 12 luglio 1945.

Però, giunto infine a piedi a Stazione per la Carnia, alimentandosi con patate rubacchiate qua e là, Vittorio fu fermato ad un posto di blocco alleato, e i militari presenti lo volevano rispedire indietro, in Germania, pensando fosse un cittadino tedesco. Stremato, Vittorio si mise a piangere e disse, con voce rotta «Ma io ho sono già stato in Germania, sono stato lì prigioniero». Capito che era vero, i soldati alleati lo fecero salire su una loro jeep e lo portarono sino a Tolmezzo.

Giunto alla ‘porta di sotto’, fu fatto scendere, ed incontrò la ‘Pizzighine’ (Otella sposata Sabbatini). Immediatamente Vittorio, dopo aver detto chi era, le chiese della sua famiglia, e, quando seppe che stavano tutti bene, per l’emozione svenne. Riavutosi, continuò a piedi la strada verso casa Marini, dove la sua famiglia nuovamente abitava, essendo, fra l’altro, Anna sorella della moglie di ‘Giovanin’ Marini.

Intanto si era sparsa la voce, in paese, che Vittorio stava ritornando, e una folla si raccolse intorno alla sua dimora ed all’interno, e ognuno voleva portare qualcosa. E venne anche Livio Pesce con un fiasco di vino per festeggiare.
Il primo che vide, in lontananza, Vittorio salire la breve salita che portava alla casa, fu Italo Marini, che allora aveva 10 anni e che dette il segnale.
In un primo tempo Anna non si trovava, ma poi, ritornata alla sua abitazione e saputo che il suo Vittorio era vivo e stava arrivando, svenne. Fu soccorsa da Italia Ambrosio che, per farla riprendere dall’emozione, le dette un bicchierino di quello che pensava essere cordiale, ed invece era olio di ricino!
Ed infine giunse Vittorio, accolto con calore dai presenti. La prima frase che disse, secondo Anna, fu «Ce ne vuole prima di morire!». Qualche tempo dopo Anna rimase incinta del secondogenito.

Vittorio, appena giunto, sgridò però la moglie per aver messo via ben cinquemila lire, temendo avesse patito per risparmiare. E le disse che pensava che ora gli avrebbero dato, come agli altri che avevano tanto sofferto, quello che loro spettava e che si meritavano. Ma fu, secondo Anna, solo una pia illusione. «Non dettero niente di niente – dice Anna – e se non ero io che gli tenevo il posto di lavoro… Erano i fascisti, sempre loro, a comandare…   Non dettero niente di niente. E bisognava ben andare avanti e non c’era da mangiare per nessuno. E dopo che Vittorio è tornato, ho comperato, nel 1946, anche Enzo».

Non solo, Vittorio pensava gli sarebbe stata data pure una pensione per la pallottola presa nel braccio, ma poi, alla fine, rinunciò, per protesta, alla pensione di invalidità.

Vittorio Pezzetta parla ad un convegno sulla resistenza carnica. (Immagine da Anna De Prato Pezzetta).

Dopo la liberazione, grazie alla moglie che aveva fatto in modo che gli fosse mantenuto il posto di lavoro, Vittorio Pezzetta riprese l’attività di postino.  Ottenne un piccolo appartamento nelle case popolari volute da Livio Pesce e dall’ Amministrazione di Concentrazione Democratica, locato nella “Piazzetta Rossa” (piazza Martiri della Libertà), a Tolmezzo, che divenne anche punto di incontro per i comunisti che vivevano ivi o nei paraggi.

Ma, dopo il ritorno a casa, Vittorio Pezzetta narrò alla moglie che aveva spesso la spiacevole sensazione di essere pedinato, e la stessa impressione fu vissuta da Romano Marchetti nel primo dopoguerra.

Vittorio partecipò, sino alla morte avvenuta per incidente stradale con la sua vespa nel 1959, all’attività della sezione tolmezzina del P.C.I.. Egli fece anche opera di distribuzione e diffusione dei periodici comunisti: “Noi donne” e “Il pioniere”. Aveva tre oggetti a cui era particolarmente affezionato: il suo grammofono, che veniva utilizzato anche per diffondere canzoni comuniste da dischi in vinile, in particolare Bandiera Rossa e L’Internazionale, durante alcune manifestazioni, la sua vespa e la sua radio, da cui ascoltava, nel dopoguerra, radio Praga.  La sua adesione al comunismo costò a lui ed alla sua famiglia, l’esclusione dal contesto sociale tolmezzino.

Anna ricorda che il funerale di Vittorio fu imponente, e fu il primo funerale laico a Tolmezzo, e l’orazione funebre fu tenuta da Mario Lizzero.
Anna ha terminato l’intervista dicendo che non sa, non sapeva e mai seppe molte cose, anche perché Vittorio non raccontava tutto in famiglia, e ha aggiunto pure che ella amava molto leggere, a differenza del marito.

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Testo tratto dalla testimonianza orale e trascritta di Anna De Prato Pezzetta, moglie di Vittorio Pezzetta, raccolta da Laura Matelda Puppini. Tolmezzo, dicembre 2011 e febbraio 2012. Mediatore: Rolando Marini.  

Ringrazio di cuore e sentitamente Rolando Marini, ispettore forestale in pensione di Tolmezzo, senza il quale questa intervista non sarebbe stata possibile, e che mi ha fornito precisazioni ed utili informazioni. Dopo la morte di Vittorio Pezzetta, Giovanni Marini, padre di Rolando, andava periodicamente a visitare Anna ed i suoi figli, per vedere che non mancasse loro nulla. Anna De Prato ved. Pezzetta, che ha continuato a vivere nell’appartamento locato nella ‘piazzetta rossa’, curando un piccolo orto e qualche gallina, è deceduta nel giugno del 2014 alla venerada età di 97 anni.

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Anna De Prato nel corso dell’intervista, ha ricordato pure altri comunisti locali: Angelo Giacobbi, che aveva un piccolo negozio in casa Marini, Sante detto Santìn De Monte, figlio di Maria detta da Zocule, Angelo Delicato, tolmezzino del Foràn, morto in Venezuela. L’immagine di presentazione dell’articolo, di autore ignoto, proviene sempre da Anna De Prato ed è stata scattata nel corso di un convegno sulla resistenza carnica, che è sempre quello della foto in cui si vede Vittorio Pezzetta parlare in pubblico, e ritrae, da sinistra a destra guardando,: Vittorio Pezzetta con accanto ‘Marie Giate’, la madre del giovanissimo partigiano Paronitti, caduto nella guerra di Liberazione, Enzo Moro, l’osovano Max, Osvaldo Fabian, ed accanto presumibilmente Mario Lizzero, e Bruno D’ Orlando, figlio della maestra Fumi, comunista e  partigiano garibaldino.
Se riuscirò ad avere una foto migliore di Pietro Roiatti, sarà mia cura sostuirla.

Laura Matelda Puppini

 

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