Mi telefona Cristina Martinis. Questa volta è venuta a conoscenza di un intero archivio fotografico e vorrebbe sapere cosa si può fare dello stesso. Non ho tentennamenti nel suggerirle di contattare il Circolo Culturale Fotografico Carnico, chiamando poi la proprietaria dello stesso ad un incontro successivo. Avuto il suo O.K., faccio da tramite per un primo contatto, a cui segue una riunione formale, presenti, oltre la sottoscritta, la proprietaria del fondo Sara Burba, Cristina Martinis che la accompagna, Roberto Dao, Adriana Stroili, Dino Zanier, per il Circolo Culturale Fotografico Carnico (Fototeca territoriale).

La sorpresa è stata grande, sia per l’entità dell’archivio composto di lastre e pellicole, sia perché Giuseppe Burba era ignoto agli amanti locali dell’immagine fotografica. Ma vediamo insieme chi è questo fotografo ampezzano rispuntato per noi dal nulla.

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C’era una volta un fotografo che era molto conosciuto nel suo paese e nella sua valle. Si chiamava Giuseppe Burba, era nato ad Ampezzo nel lontano 1917 ed è morto nel 2010. Aveva scattato centinaia di fotografie, iniziando da quando la guerra ed il fascismo lo avevano portato, giovane, nella lontana Albania, ma forse anche prima. Esistono infatti lastre da lui impressionate, una della quali rappresenta sicuramente Sauris, che potrebbero precedere la sua partecipazione alla guerra sul fronte greco albanese come essere successive alla stessa.  

Reduce di Albania e di Russia, militare in Sicilia prima di partire per l’Urss, Giuseppe Burba non voleva ricordare guerre, sofferenze e la ritirata, ed opponeva un ostinato silenzio, talvolta rotto solo da qualche frase, quando gli si chiedeva di parlare di quelle terribili giornate, del dolore, del freddo, della paura. Era stato un alpino nelle steppe e nelle terre di Valona, era stato un semplice soldato mandato a morire dal Duce in guerre di conquista, e per fortuna salvatosi. Aveva subito un congelamento ai piedi durante la ritirata, aveva perso nella stessa un fratello, era stato anche ricoverato a Rimini, ma almeno era giunto vivo a casa. Invano non solo i parenti gli chiesero un breve racconto di quelle tremende esperienze: non riusciva o non voleva rammentare quei tempi, neppure all’incontro commemorativo tantissimi anni dopo.

Sua nipote, Sara Burba, lo ricorda mentre si muoveva, nella chiesa, insensibile al disturbo arrecato ed a qualche protesta, con macchina fotografica, cavi e potente flash, spostandosi di qua e di là per ritrarre nel modo migliore, dopo aver studiato le singole inquadrature, cresimandi e comunicandi, genitori e parenti. Nevicate, architetture locali, feste, visite vescovili, processioni, carnevali, bimbi al primo giorno di scuola elementare erano altri soggetti su cui fermava il suo obiettivo.

Come per molti fotografi di paese, aveva un suo piccolo atelier con il necessario per ritrarre, ove realizzava, con la sua “macchina a soffietto”, foto in posa e formato tessera per i documenti, che poi sviluppava da solo finché utilizzò il bianco e nero. Ma veniva pure chiamato per ritrarre sposi, funerali, occasioni di vita e morte da immortalare e ricordare. Ed a livello contenutistico, il suo archivio ricorda maggiormente quello di Umberto Candoni che quello di Umberto Antonelli. Foto cronaca ed avvenimenti di grido erano però la sua peculiarità, come gli scorci di paese e le grandi nevicate, che lo accomunano a Vittorio Molinari.
Non vi era modifica al territorio del paese che egli non avesse ritratto, né manifestazione pubblica, ed aveva persino immortalato, pedissequamente, ogni nuova amministrazione comunale, il che ci fa pensare che forse avesse pure una qualche forma di collaborazione con giornaletti locali o quotidiani provinciali.
Comunque se prediligeva il paese natio, non disdegnava di immortalare anche altri luoghi e persone della sua valle: la Val Tagliamento. Per esempio le fotografie del Burba che corredano queste mie righe sono state scattate una a Mediis, due a Socchieve.

Passato dalle lastre alla pellicola in bianco e nero, aveva scelto, come strumento tecnico, una 6 X 6, una Zenza Bronica, che permetteva grandi formati. Non si sa ancora l’entità del fondo fotografico, cospicuo, e neppure se il Burba avesse optato, ad un certo punto, per la foto a colori, da mandare a sviluppare altrove, forse, come altri, al grande centro di Azzano Decimo, forse a Tolmezzo, da D’Orlando, il quale cercava di convincere gli altri fotografi carnici a rivolgersi a lui per tale servizio.
Dove aveva imparato a fotografare Giuseppe Burba? Non lo sappiamo, ma secondo la nipote forse era un autodidatta, un appassionato che aveva usato anche più macchine fotografiche affinando la tecnica, o forse aveva appreso i rudimenti dell’arte da un altro fotografo.  Sara ricorda pure che il nonno aveva degli ingranditori, indispensabili per esercitare la professione, di cui però non rammenta la marca.


Giuseppe Burba, per vivere, svolgeva però più attività: aveva il servizio taxi, aveva avuto, per un periodo, una pescheria, aveva svolto la raccolta rifiuti, e faceva trasporti con vari automezzi di sua proprietà, per esempio con un trattore. Ed aveva, sin dal secondo dopoguerra, un suo studio fotografico, locato in paese, ove vendeva suoi scorci paesani trasformati in cartoline, oltre che materiale fotografico e macchine da cucire quale rappresentante locale della Singer. Non era però Giuseppe Burba l’unico fotografo di Ampezzo, perché aveva uno studio fotografico in paese, lungo la statale, anche Livio De Monte, poi emigrato a Tolmezzo. Ma vi era, nel paese, anche un altro grande appassionato di fotografia che però non faceva di quest’ arte un mestiere per vivere, e si chiamava Natalino De Luca, del cui archivio nulla si sa.

La casa di Giuseppe Burba era all’inizio della strada per Sauris, ed era formata da più stanze, e lì aveva pure il laboratorio per lo sviluppo. Burba amava molto la fotografia e, negli ultimi anni, finché aveva potuto guidare la macchina, aveva girato con la sua Panda tutte le malghe della Carnia per fissarle in qualche scatto e poi catalogarle. Comunque il numero maggiore di scatti è databile intorno agli anni ’50-’60, secondo la nipote, ed a quel periodo pare si debba ascrivere la creazione dello studio fotografico, che Burba mantenne attivo sicuramente fino agli anni ’80. Poi continuò solo per passione a fotografare, acquistando macchine fotografiche ed un grandangolo.

Non disdegnava però neppure di utilizzare la macchina da presa, ed aveva una super8, con cui riprendeva in genere scene familiari, parentali e di interesse personale.  La cinepresa è ancora in casa Burba – ci spiega Sara- perché essa ha un valore in sé, anche affettivo e di ricordo. Inoltre, come tutti i fotografi degli anni sessanta, settanta, aveva fatto anche diapositive e vhs, seguendo l’evolversi dei tempi nel settore.

Giuseppe Burba ad Ampezzo era conosciuto, ci spiega Cristina, ed era sempre presente, con la sua macchina fotografica, dalle recite al Carnevale, e se le sue immagini potevano apparire inizialmente banali e scarsamente significative, dopo alcuni anni, esse erano assunte a segni rappresentativi di un tempo, di un’epoca, ed ora molti amano ritrovarsi nelle sue immagini. Inoltre i professionisti della fotografia fanno parte, con i loro scatti, della storia della fotografia, che fa parte, a sua volta, della cultura materiale, e quindi un archivio fotografico ha sempre un valore storico, perché il materiale che lo compone ha fissato modifiche ambientali, elementi del costume, del vestiario, del gusto e della storia della comunità paesana, eventi ed altro ancora.

Era nel garage l’archivio di Giuseppe Burba che ora ritorna alla luce, chiuso in scatoloni, e l’amore di Sara per il lavoro del nonno lo ha fatto riemergere, e lo si può notare da quanto ci narra sul tentativo di salvarlo in proprio, utilizzando un apposito scanner, ma il tempo le era mancato per portare a termine l’impresa.

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Roberto Dao ha scannerizzato alcune immagini da pellicola e ce le mostra: egli non le ha ritoccate, tranne una, un paesaggio ampezzano che risultava talmente poco nitido da richiedere un correttivo. Adriana Stroili spiega che le immagini vengono scannerizzate fedelmente, per non alterare l’originale, e quindi semmai, qualora necessitino di qualche ritocco, lo stesso viene apportato su copie.

Quindi ci informa di una convenzione esistente fra il Circolo Culturale Fotografico Carnico e i comuni carnici per la valorizzazione di immagini e fondi del luogo, firmata anche dal comune di Ampezzo. Inoltre un lavoro di questo tipo presuppone il coinvolgimento dell’Uti e di altri Enti anche a livello economico, per una borsa lavoro che sostenga nella scannerizzazione e non solo. Si parla inoltre di una futura mostra ad Ampezzo, quando la riproduzione delle immagini sarà a buon punto. E ci si lascia con questi propositi.

Naturalmente la biografia del Burba e la descrizione del suo lavoro non possono esser limitati a queste poche righe, scritte solo per incuriosire, presentare, chiedere informazioni e frutto della registrazione dell’incontro avvenuto presso il Circolo Culturale Fotografico Carnico il 12 ottobre 2017.

Le immagini del Burba qui riportate si trovano sul sito regionale: http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewRicerchePercTemRicAppr.aspx?idsttem=6&idAmb=120&TSK=F&C1=AUFB|AUF|Foto+Burba&START=1, da cui sono tratte. Ivi l’immagine posta per presentare l’articolo è considerata come scattata ad Ampezzo ma Clori Micheletto oggi mi avvisa che è scattata a Mediis luogo confermato anche da Cristina Martinis. Clori scrive che alle spalle si vede l’osteria “Buona vite”.

Laura Matelda Puppini

 

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