L’Istituto Superiore di Sanità certifica (2 marzo 2022) che la regione Friuli Venezia Giulia ha registrato il record nazionale di decessi da Coronavirus nel corso dell’ultimo anno (dal primo marzo 2021 a fine febbraio 2022). Vale a dire: nonostante la drammatica esperienza dell’anno precedente, nonostante la disponibilità di un vaccino, nonostante le conoscenze medico-scientifiche maturante nel corso del 2020, il Sistema Sanitario della nostra Regione non si è dimostrato all’altezza della sfida posta dalla pandemia. Siamo gli ultimi. (1).

A causa del coronavirus, abbiamo assistito al sacrificio di un numero di vite umane sensibilmente superiore a quello registrato, in percentuale, nel resto del paese. Sul versante della gestione sanitaria della epidemia (prevenzione e della cura della salute dei cittadini) siamo la peggior Regione d’Italia. Peggio della Lombardia. È doloroso ammetterlo ma i numeri dicono questo.

La tabella riportata qui sotto evidenzia in modo impietoso ciò che è accaduto in Friuli V. G. nel corso dell’ultimo anno a causa del Covid19: qui da noi, ogni 100 mila abitanti, sono morte 161 persone (65 persone in più rispetto alla media nazionale e 41 in più rispetto alla E. Romagna, seconda classificata!). Non scordiamolo: dietro a ogni numero riportato dalle indagini statistiche, si nasconde un essere umano con un nome e una storia. Sono i nostri vecchi. Sono i nostri familiari, sono i nostri vicini di casa.

 

Da ‘La Repubblica, 4 marzo 2022. Immagine a corredo dell ‘articolo di Michele Bocci: “In Friuli il record dei decessi. “È un mistero, indaghiamo”.

Credo sia prematuro attribuire – oggi – delle precise responsabilità tecniche e politiche alla gestione della sanità pubblica regionale durante la seconda e la terza ondata pandemica. Sono tante (troppe) le variabili interessate all’interpretazione del fenomeno. La semplificazione rischia di inquinare i giudizi e forzare i tempi delle conclusioni rendendo scientificamente approssimative e ideologicamente supponenti le nostre argomentazioni.

Certo è che i numeri attestano in modo inequivocabile il tracollo di un Sistema Sanitario considerato fino ad alcuni anni fa tra i migliori d’Europa. Ciò nonostante, l’Assessore alla Sanità e i tecnici che lo assistono non sembrano in grado di fornire ai cittadini una risposta convincente sulle tante morti da Coronavirus che hanno colpito la Regione. Nessuna assunzione di responsabilità da parte loro. Solo dichiarazioni autoassolutorie oppure proclami e promesse di milionari investimenti economici (PNRR). Da un lato lusinghe e quattrini, dall’altro incapacità di discutere pubblicamente le scelte gestionali del Sistema Sanitario Regionale: da tempo l’Azienda Sanitaria di Udine è inadempiente rispetto alla definizione dei piani che disciplinano i servizi socio-sanitari dell’intera provincia indicando strutture, funzioni, risorse e specifici modelli organizzativi. Queste, per ora, le gravi accuse che rivolgiamo a chi governa il Friuli Venezia Giulia.

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Quando parliamo di diritto alla salute, però, ogni singolo cittadino deve sentirsi chiamato in causa. Perché la salute non è un regalo ma una conquista, non è un atto passivo ma una azione partecipata, non esprime una delega ma una scelta consapevole. Mentre infuria una epidemia, la salute del singolo si intreccia in modo indissolubile con quella della comunità assumendo la dimensione di un bene tanto personale che collettivo. Rifiutare lo strumento terapeutico della vaccinazione ed esporre se stessi e gli altri al pericolo del contagio si configura come un comportamento egoista prima ancora che sciocco e irrazionale.

Rifiutare la vaccinazione (gratuita) esprime un pensiero e un comportamento parassitario nei confronti della società. Così come esistono gli evasori fiscali, esistono anche gli evasori sanitari: persone che campano alle spalle degli altri.

Ebbene, alla data del 10 marzo 2022 i dati dell’Istituto Superiore della Sanità segnalano che in Friuli V. G. solo il 63% della popolazione si è sottoposto alla somministrazione della terza dose di vaccino anticovid (in percentuale, siamo i primi in Italia per decessi e tra gli ultimi per numero di vaccinati). E’ impossibile negare una tragica correlazione statistica tra le due variabili prese in considerazione.

La chiacchierata vicenda del dr. A. De Monte (nominato – vaccinato? – alla direzione della SORES) e quella del Presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin (ha accettato la somministrazione della prima dose vaccinale solo a metà gennaio ’22, in occasione della trasferta a Roma per l’elezione del Presidente della Repubblica) non rappresentano un alibi per chi, rivendicando il “diritto no-vax”, mette a rischio la propria salute e quella degli altri (non va taciuto il problema dell’occupazione dei posti letto ospedalieri sottratti a chi – vaccinato – si è trovato nelle condizioni di doverli utilizzare).

Voglio essere chiaro, questo scritto non ha alcuna pretesa pedagogica. Da tempo ho rinunciato al confronto con le frange più radicali dei “no-vax/no, green-pass”. Io, laureato in medicina, preferisco affidare a una donna nata più di un secolo fa (e costretta, per miseria, a interrompere gli studi in seconda elementare) il compito di descrivere ciò che accadeva in Carnia quando i vaccini non esistevano ancora. Riporterò le considerazioni che Mie di Coleto ha consegnato alle pagine di un quaderno compilato una cinquantina d’anni fa.

Una breve premessa: quando la medicina non disponeva delle vaccinazioni e della terapia antibiotica, la fascia della popolazione in età infantile risultava particolarmente esposta agli esiti- frequentemente infausti – delle patologie infettive. Una polmonite metteva seriamente a rischio la sopravvivenza dei pazienti e le epidemie – come quella difterica – potevano assumere dimensioni bibliche, paragonabili alla decima piaga che colpì l’antico Egitto. (2). Il contagio dei soggetti più giovani – sprovvisti di memoria immunitaria – provocava una decimazione. Erano trascorsi 10 anni da quando E. Klebs aveva isolato il Corynebacterium Diphtheriae (ne sarebbero dovuti passare 40 prima che venisse prodotto uno specifico vaccino e 60 prima della scoperta della penicillina) quando a Forni di Sotto si scatenò una drammatica epidemia di difterite.

«Negli anni 1891-92-93 ci fu in paese una epidemia di difterite (‘grup’) che fece ben 90 vittime tra bambini e ragazzi, oltre a parecchi giovani che vivevano nelle famiglie dove erano morti i più piccoli. Molte famiglie piansero più di un morto e parecchi genitori rimasero privi dell’unico figlio. Si racconta che il becchino, soprannominato il Bacuco il quale costruiva anche le casse da morto, non riusciva a spianare le tavole delle bare, tanto era il lavoro in certi periodi e così le piccole bare erano senza colore e senza piallatura. (3).

I deceduti di quel male, venivano portati al cimitero di notte, senza funerale e, nei periodi di maggiore mortalità, quando il Bacuco non riusciva a star dietro a tanto lavoro, bare, buche e trasporto delle salme al cimitero, erano gli stessi familiari che, con un lume (il ‘ferâl‘) portavano il loro caro al camposanto durante la notte.

Eugenio Goglio, foto post-mortem, val Brembana. Archivio Lombardia beni culturali, da: http://www.ruralpini.it/Quando-i-bimbi-morivano-in-estate.html.

Un ragazzo di Vico (il Mino) è forse l’unico scampato alla morte. Assistito dalla madre (erano le madri che si rinchiudevano in una stanza, col malato, fino alla fine) e dalla presenza del parroco, era agli estremi. ‘Il Bacuco’ attendeva fuori dalla porta per portarselo via. Il ragazzo, preso da un impeto di fame e di disperazione, afferra un pezzo di pane secco, vecchio e duro e lo mangia con avidità. Finito di inghiottire il boccone, il Mino sta meglio. ‘Il Bacuco’ se ne va e il ragazzo guarisce e diventa vecchio.

Per prevenire la diffusione di questa epidemia, venivano allontanati i ragazzi sani, sugli stavoli, dove passarono anche l’inverno 1891-92 e, chi poteva permetterselo, dava ai suoi figli qualche bicchierino di grappa, per tenerli disinfettati. Mi risulta pure che si faceva una bevanda da somministrare ai colpiti dall’infezione: si faceva bollire insieme gramigna (‘ventasie’), orzo da pelare e allume (‘lum di roche’). (4). 

Una vecchia originaria del Comune di Ampezzo, mi ha detto che sua madre, isolata con lei molto piccola e colpita da questo male, le faceva applicazioni di fiori di sambuco sulla gola e sotto la pianta dei piedi». «Se una epidemia di ‘varuscli’ (morbillo) o di ‘maletos’ (pertosse) colpiva i più piccoli, pochi di questi si salvavano».

«Moltissimi bambini morivano in tenera età e, per annunciare la loro morte, c’era una speciale campanella che suonava molto spesso» (5).

Claudio Bearzi e Mie di Coleto.

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(1) Cfr. anche: “Impatto dell’epidemia covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente. Anni 2020-2021 e gennaio 2022. Report ISS 02-03-22.pdf”, p. 9 – in particolare ‘tasso standardizzato’ decessi covid 2021. Inoltre a p. 10 dello stesso Report si può leggere: «Nel 2021 i più alti tassi di mortalità legata al COVID-19 si sono registrati a Udine (77,4), Trieste
(66,8), Prato e Napoli (63,0). Tra le Province con minor mortalità si ritrovano Biella (13,7), Sassari (15,1) e Bergamo (15,6)».

(2) Ricordo quanto mi ha narrato mia nonna Maria nel merito: ai primi Novecento imperversava una malattia detta ‘miliar’. «C’erano la tubercolosi, polmoniti, bronchiti, e c’era il “miliar”, che adesso nessuno sa cosa sia.  Questa era una malattia che quando te la prendevi dovevi stare a casa, altrimenti morivi. E ci si riempiva di bruschi rossi. E non è il fuoco di Sant’Antonio, perché quello viene solo in una parte del corpo, mente il “miliar” colpiva tutto il corpo, “al vignive a plen”. E quando uno si ammalava, i parenti dovevano chiudere porte e balconi, e mettere un telo davanti alla porta perché non entrasse aria. Perché quelli che si prendevano quel malanno, se esposti all’aria, morivano. E si diceva che quella malattia era originata dalle paludi che circondano Cavazzo, ma non era la malaria, perché quella si manifesta solo con febbri, ma io non la conosco. Ma ora il “miliar” è scomparso. (…). Quando ero piccola, sono rimasta senza madre. È morta di polmonite. (…). […] mio padre si apprestò ancora una volta, a partire. E mio zio Jacum di Filose, voleva andar lui a portare “il fagot”, il bagaglio a suo fratello, al posto di mia madre che aveva partorito da poco. Ma mia madre ha voluto andare lei fino a Stazione Carnia, ad accompagnare mio padre. Ma quando è tornata a casa, le è venuta la polmonite. Allora abbiamo fatto telefonare a mio padre che ritornasse a casa, […]. E quando è giunto qui gli hanno detto che non c’era nessuna speranza, perché l’infezione aveva preso a mia madre il cuore, e nel giro di due giorni mia madre è morta». (http://www.nonsolocarnia.info/alido-candido-laura-m-puppini-intervista-a-maria-squecco-ved-puppini-nonna-mariute-cjavacine-agosto-1978/).

(3)Anche Romano Marchetti mi ha narrato che un suo cuginetto, morto bambino per ‘grup’, era stato portato via notte tempo per esser sepolto, senza gran clamore.

(4) Vi prego di non tentare di realizzare le ricette qui descritte, che sono prive di proprietà curative e possono far male. Ma un tempo, senza nulla, si andava per tentativi e per fede, ( Provìn, a no si sa mai …  A lu dit lui, a lui ha dit iei ca fâ bèn …) e per procedere in questo modo pure si poteva morire. Ma si moriva anche di stenti, scarsa igiene, di malattie spesso incurabili, e secondo Giacomo Solero anche perchè chiamavano il medico troppo tardi. (cfr. http://www.nonsolocarnia.info/storie-paularine-e-carniche-da-giacomo-solero-detto-jacum-linfermir/).

(5) Sulla morte di numerosi bambini ed alcune cause sia alimentari che igieniche che di miseria, oltre che per la mancanza di farmaci adeguati e conoscenza delle patologie e loro cause, cfr.: “Anna Squecco Plozzer. Fruts a Cjavaç. (Bambini a Cavazzo Carnico)”;  in: http://www.nonsolocarnia.info; e “E tu seis chi a contale, Annibale… Storia di un partigiano friulano della Divisione Garibaldi Natisone”, in: http://www.nonsolocarnia.info. Inoltre gna’ Emma così racconta: «[…] anch’ io ho avuto una bambina che è morta. E mi hanno messa in un camerino, e sono stata in questo camerino finché è morta. Ed ho avuto tanto dispiacere. Ma a mia madre sono morte tre bambine, ed una è morta nascendo. I bambini morivano da piccoli, e in una famiglia ce ne erano anche cinque, sei, sette, e ne restavano quattro, tre, due. Un po’ le madri non avevano tempo di seguirli, perché ne avevano tanti, e così… (…). E c’erano povere donne, che dovevano patire di tutto. E mangiavano polenta e formaggio, e poi davano quello che avevano masticato ai bimbi più piccoli, cosa che non è neanche igienica. Figurati a me, che non posso vedere neppure masticare i gatti, che impressione facevano queste donne, che nutrivano così i loro bimbetti! Povere donne, magre, stanche ed anemiche!». (http://www.nonsolocarnia.info/alido-candido-laura-matelda-puppini-intervista-a-gna-emma-in-che-volto-a-rigulat-prima-parte/).

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Note di Laura Matelda Puppini

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