L’11 dicembre di ogni anno cade, per volontà dell’Onu,  la giornata internazionale della montagna. Per l’occasione vorrei riportare quanto detto al convegno Fai (Fondo Ambiente Italiano) dedicato alle “Terre di nessuno” fra cui svetta la nostra montagna carnica e friulana. Paesi che languono e si spopolano ma forse si riempiranno di nuove infrastrutture non si sa per chi e per cosa, bilancio negativo fra nati e morti, una economia che barcolla e non prende il volo, servizi latitanti e distanti, l’arte di arrangiarsi sempre più frequente, ora come allora. Dovremo continuare a recitare il De Profundis per la Carnia? Non lo so, ma non vedo nulla all’orizzonte che ci faccia ben sperare, nulla di nulla, il vuoto di idee, di progettazione e di strutturazione proiettate al futuro.
Devo il testo del Fai a Paolo Iussa, che ringrazio ancora una volta. Io e Iussa siamo, politicamente, di diversissimo pensiero, ed egli è notoriamente un uomo di destra, ma ci unisce l’amore per la nostra terra. Laura Matelda Puppini.

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Introduzione.

«C’è una parte d’Italia che è “terra di nessuno”. Il 60% del territorio nazionale, dalle Alpi agli Appennini, isole comprese, è come una seconda Italia: sconosciuta, abbandonata, isolata. È l’Italia delle aree interne e delle terre alte, dove la vita è più difficile e lo Stato è più lontano, che si spopola da quasi un secolo e che sempre più si impoverisce e si degrada nei paesaggi e nelle comunità. Resistono in pochi, cittadini isolati, spesso eroici, custodi di un eccezionale capitale di cultura, natura e umanità che la Repubblica – cioè tutti gli italiani – non tutela e non valorizza abbastanza, e che poco conosce. Eppure, se ogni cittadino avesse coscienza del proprio scampolo di sovranità sul Paese in cui vive, e facesse valere questa coscienza nelle forme di una partecipazione, le “terre di nessuno” tornerebbero a essere “patrimonio di tutti”: da scoprire e frequentare, da curare e tornare ad abitare. (https://fondoambiente.it/xxiv-convegno-nazionale-fai-terre-di-nessuno).

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Intervento di Daniela Bruno, responsabile Ufficio Affari Culturali, tenuto a Parma il 15 febbraio 2020, in occasione del XXIV Convegno Nazionale dei Delegati e Volontari FAI “Terre di nessuno o della sovranità negata. (https://www.fondoambiente.it/news/daniela-bruno-terre-di-nessuno-capitale-per-il-futuro).

«ll titolo del XXIV Convegno Nazionale del FAI è forte e provocatorio, Terre di nessuno, e l’immagine lo è altrettanto.

Mappa delle aree interne. (Da: https://fondoambiente.it/news/daniela-bruno-terre-di-nessuno-capitale-per-il-futuro). Le aree interne comprendono il 60% del territorio nazionale; 4261 comuni, pari al 52% del totale; 13,54 milion idi abitanti, pari al 23%della popolazione nazionale. 

Si riconosce la forma dell’Italia, ma non è l’Italia. È quel che rimane dell’Italia, se ad essa sottraiamo le “terre di nessuno”. In questo simbolico, provocatorio vuoto è inghiottito il 60% della superficie nazionale, 4261 comuni, il 52% del totale, 13,54 milioni di abitanti (più dell’intera Svezia o dell’Ungheria), il 23% della popolazione italiana. Sono le cosiddette “aree interne”, al 70% montane: […].  Le aree interne montane coronano e attraversano l’Italia, tutte le regioni, isole comprese. “Interne” non tanto in senso geografico, ma in base alla distanza dai centri che offrono ai cittadini servizi fondamentali – sanità, istruzione e mobilità – che sono in pianura e in città.

Quasi 9 milioni di cittadini residenti nelle aree interne distano 40 minuti da un ospedale, 3,8 milioni di italiani impiegano oltre un’ora per raggiungere la stazione ferroviaria più vicina, e 680 mila persone vivono in comuni ultra-periferici, distanti almeno 75 minuti dal centro più vicino.
Per fare un esempio, S. Stefano d’Aveto (provincia di Genova) dista 1 ora e 54 minuti di autobus da Chiavari. Questo significa che un ragazzo deve svegliarsi alle 4.30 per arrivare al liceo al suono della campanella. Ma anche un cinema, dista 40 km da Ulassai, come ci ha raccontato il Sindaco Gianluigi Serra. “Siamo distanti da tutto, vicino a poco” – ha raccontato Andrea Romano, sindaco di Spinete. (CB) (La  voce dei Sindaci delle aree interne. A cura di S. Lucarelli e F. Monaco 2018).

Un indubbio svantaggio. Perché?
La “colpa” di questi italiani è abitare una parte dell’Italia che nell’ultimo secolo, come in quest’immagine, è sostanzialmente sparita dall’attualità, dalla politica e dall’economia, e soprattutto dalla nostra attenzione, dalla coscienza del Paese. Nella percezione diffusa le Alpi sono un luogo di vacanza, e “Appennino” è una parola desueta, che evoca la scuola elementare, e ricompare, purtroppo, in occasione dei terremoti.

Cartina con invisibile la parte ‘cancellata o dimenticata d’Italia. Manifesto del convegno Fai. (Da: https://www.lorenzoterranera.com/portfolio/terre-di-nessuno-fai-fondo-ambiente-italiano/

La “colpa” di questi territori è congenita, geo-fisica, perché l’Italia interna è prevalentemente montana: i comuni delle aree interne si situano in media a 491 m slm e la montagna, in Italia, comincia a 600 m. In montagna, si sa, la vita è più difficile, più scomoda, è “tutto in salita”. Eppure la “colpa” di questi territori non è un “peccato originale” perché lo svantaggio delle aree interne montane è la conseguenza di un fenomeno storico recente.

Già dalla fine dell’Ottocento si afferma una lettura delle aree interne come marginali, arretrate, contraltare della modernità che scoppia alla metà del Novecento nelle città e nelle pianure, dove lo Stato investe sul progresso economico e sul benessere sociale. Il modello di sviluppo scelto allora dall’Italia non aggancia le aree interne, che guadagnano un ruolo solo come bacino di risorse naturali, da sfruttare intensivamente: acqua per l’energia idroelettrica, coltivazioni minerarie, taglio massivo di boschi: dal 1870 al 1912 il patrimonio boschivo cala in superficie del 30%; gli alberi secolari della Sardegna sono nelle traversine delle ferrovie di tutta Italia.

Le aree interne restano congelate in una dimensione inattuale. Negli anni Cinquanta si vive in montagna come nell’Ottocento: l’economia di sussistenza diventa povertà; senza acqua potabile nelle case, c’è ancora il tifo; l’assistenza sanitaria è sporadica; la carne si mangia solo durante le feste; non arrivano la moda, il cinema, la televisione. Chi si sarebbe accontentato di un’esistenza così grama negli anni d’oro dell’Italia? La modernità entra solo per far nascere desideri e aspirazioni irraggiungibili. La civiltà montanara si sgretola, si impoverisce e si deprime. Chi può fugge in città, chi resta invecchia e muore. Dallo squilibrio di condizioni tra montagna e città origina lo spopolamento: un’emorragia demografica che ancora non si arresta.

Dal 1950 al 2020 la popolazione italiana è cresciuta da 47 a 60 milioni di abitanti, ma l’incremento di 13 milioni si è concentrato in una parte ristretta del Paese: questa Italia in bianco e nero simbolicamente affollata. La metà dei Comuni italiani, infatti, registra nello stesso periodo un decremento demografico, che in 2400 comuni, la zona rossa in questa mappa, è tuttora in persistente declino. Oggi il 70% dei comuni ha meno di 5 mila abitanti, e di questi “piccoli comuni”, il 64% ha meno di 500 abitanti. E ne avrà sempre meno.

 

Densità abitativa in Italia. In Italia vivono in media 197 persone per kmq, m nel nord ovest questa cifra si eleva a 172. La Campania è tuttavia la regione Italia con la più alta densità abitativa (422), seguita dalla Lombardia (407) e Lazio (319). Le meno popolate sono invece la Valle d’Aosta (29), la Basilicata (50) e il Molise (70). (Iimmagine e sati Istat da: https://www.idealista.it/news/immobiliare/residenziale/2013/02/20/72557-immagine-del-giorno-la-densita-abitativa-in-italia).

Le previsioni al 2065 mostrano un saldo negativo in tutte le regioni – minimamente intaccato dall’immigrazione straniera, unico benedetto contraltare -, con punte drammatiche: meno 5 milioni di abitanti al Sud, di cui 500 mila solo in Sardegna, su 1 milione e 600 mila oggi, un terzo di meno.

La Sardegna fa notizia anche per un tasso di mortalità quasi doppio rispetto a quello di natalità, e per 31 comuni dell’interno “a tempo determinato”, che saranno disabitati nei prossimi quarant’anni.  A Bànari in provincia di Sassari i 575 abitanti rimasti hanno realizzato uno scatto da record – foto di gruppo di paese – per mandare un messaggio a tutto il mondo: siamo pochi, ma ci siamo, e (ci) contiamo.

Lo spopolamento è “il problema” delle aree interne, perché trascina con sé l’abbandono del territorio. Si disperde capitale umano, calano gli abitanti e soprattutto i giovani, che soli potrebbero invertire questo declino: tra 1970 e 2011 la percentuale di popolazione sopra i 65 anni è raddoppiata. I paesi perdono cittadini attivi e formati, più idonei alla salvaguardia del territorio, ovvero ad intraprendere quelle attività produttive che in montagna, da sempre, manutengono il territorio. Gli abitanti delle aree interne sono da sempre “sapienti e operosi fittavoli del Creato”, come recita la regola di San Benedetto da Norcia, cittadino delle aree interne.

Perdita di suolo agricolo nelle ‘aree interne’ d’Italia dal 2000 al 2010. (Da: Inea su dati Istat, in: https://scuolaambulantediagricolturasostenibile.wordpress.com/2017/02/25/accesso-alla-terra-nelle-aree-interne-linee-dazione/).

L’abbandono si traduce in perdita di suolo agricolo utilizzato: tra 1960 e 1990, nell’Appennino, i seminativi sono calati del 43%, l’incolto è aumentato del 136%, e tutta l’Alpe si è inselvatichita: il bosco è aumentato del 40% e la produzione di legname è calata di cinque volte. Si abbandonano i campi, il taglio dei boschi, i percorsi della transumanza, e si perdono occupazione, mestieri e saperi nei settori tipici e tradizionali della montagna, che garantivano scambi e contatti costanti e fruttuosi tra montagna e pianura o città, e che oggi occuperebbero nuovi mercati assai profittevoli vocati al “bio” e ai marchi di qualità: agricoltura, silvicoltura, allevamento, agroalimentare e manifatturiero.

Si abbandonano le case. Tante: un patrimonio edilizio storico inutilizzato, che si degrada e perde valore immobiliare; si vedano gli incentivi disperati di alcuni comuni: case in vendita a 1 euro!

Senza cura e gestione adeguate il territorio si scopre sempre più fragile di fronte all’aggressione di fenomeni climatici sempre più violenti, come alluvioni, frane, tempeste di vento e valanghe. Peraltro, il territorio a monte cede, e si rovescia a valle, per cui l’abbandono delle montagne diventa un serio problema anche per le città: si vedano le alluvioni di Genova. Un territorio fragile soffre ancor peggio i terremoti, drammaticamente più incidenti in queste zone: l’83% dei Comuni appenninici ricade nelle due zone a più alta pericolosità sismica del Paese. Un altro svantaggio per questi cittadini.

Nei territori abbandonati, infine, si insinua più facilmente la criminalità, al Nord come al Sud; in assenza di presidi solidi e costanti l’interesse dei singoli prevarica il bene collettivo, e talvolta anche la legalità, come ci ha raccontato il Sindaco di Troina Fabio Sebastiano Venezia.

Le aree interne, poi, così indebolite, sono state sfiancate da politiche “cieche ai luoghi”, riforme concepite in città e per le città, che hanno riservato ai territori in difficoltà solo sussidi a pioggia, assistenzialismo che non crea sviluppo e lascia i cittadini comunque impoveriti nelle tasche – negli Appennini il reddito medio è 15 mila euro l’anno, contro 18 mila della media nazionale – e soprattutto impoveriti nello spirito.

Più grave dell’abbandono, infatti, è “il senso di abbandono” che in questi territori rischia di diventare rassegnazione, frustrazione e rabbia, sfiducia nei concittadini, nelle istituzioni e nelle competenze, diffidenza e intolleranza per la diversità, domanda di comunità ancor più chiuse, e di poteri forti, come emerge dalle urne. La solitudine genera solitudine, si perde il senso di comunità. E invece, scrive Cesare Pavese: “Un paese ci vuole perché vuol dire non essere soli…”.

Immagine che rappresenta la solitudine. (Da: https://formazionespirituale.org/compagnia/una-grande-paura-la-solitudine/).

Un paese lo fanno le persone, ma anche le case, la chiesa, l’emporio o il caffè, la banca, la posta. Dove morde lo spopolamento il negozio è un ancoraggio della comunità, luogo di aggregazione prima ancora che di acquisto: 90 sono i Comuni in Piemonte rimasti senza un negozio e altri 300 combattono per non abbassare l’unica saracinesca, senza alcuna agevolazione fiscale o burocratica.
Si chiama “desertificazione commerciale”, e nelle aree interne è salita del 30% negli ultimi quattro anni; così come non si arresta la smobilitazione delle aziende da questi territori definiti “a fallimento di mercato”: non investono gli operatori delle telecomunicazioni, chiudono gli sportelli bancari. Vuol dire che internet è lento, che devi fare 15 km di curve in macchina per comprare il pane, per un bancomat, per pagare una bolletta, ma significa soprattutto che il paese è buio, è muto, è tutto spento perché è tutto chiuso, e in giro non c’è nessuno.

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Ecco che sarà più chiaro, a questo punto, il titolo di questo convegno: “terre di nessuno” perché effettivamente ci sono rimasti in pochi, e perché in pochi, finora, se ne sono curati.  Finora. Perché negli ultimi anni, invece, sono tante le iniziative che ogni giorno sbocciano, a partire da quelle istituzionali.

Prima tra tutte la Strategia Nazionale per le Aree interne, lanciata dall’ex-ministro Fabrizio Barca nel 2012-2014, rifinanziata nella Legge di Bilancio 2020 dal Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. La Strategia è un esperimento innovativo di politica territoriale, primo e unico in Europa (solo del 2019 è l’analogo francese, l’Agenda Rurale). Vede protagonisti 1077 sindaci di comuni “interni”, che per la prima volta si sono conosciuti e confrontati sul futuro di un intero territorio, aldilà del proprio campanile, e si sono auto-organizzati in 72 aree, ciascuna delle quali ha elaborato un progetto, con il supporto di un comitato tecnico centrale: concrete azioni per adeguare i servizi essenziali e per lo sviluppo locale.

Lo Stato ha varato nel 2017, inoltre, una legge fondamentale, di cui ancora si attendono i decreti attuativi, dedicata ai “piccoli comuni”, quelli sotto i 5000 abitanti, il 70% del totale, che avranno benefici per riqualificare i centri storici, creare nuove filiere produttive e attività turistiche, istituire centri multifunzionali di servizi (riusando, ad esempio, gli sportelli postali), diffondere la banda larga.

Ma accanto alle strategie nazionali, sbocciano tante iniziative locali, semplici, ispirate da buon senso e solidarietà, talvolta eroiche, talvolta pionieristiche, competenti e creative, smart e resilienti, che rileggono gli antichi valori della montagna con il linguaggio della contemporaneità, e che scelgono e promuovono le aree interne di montagna come luogo da abitare e riabitare secondo “un nuovo modello di vita antico”.

Del resto, dopo tutti questi svantaggi, ecco alcuni vantaggi delle “terre di nessuno”: la qualità della vita, tipica del lifestyle italiano famoso nel mondo, il contatto salutare con la natura, il consumo di prodotti genuini, l’aria pulita, il silenzio, il ritmo più lento, una vita a misura d’uomo; e poi la relazione con la comunità, la riscoperta del valore del mutuo scambio e del mutuo soccorso, un welfare all’antica; e ancora, la cultura della cooperazione per il bene comune, il radicamento alla propria terra, l’attaccamento alla propria storia, non nostalgici, ma vivi e fattivi. Sono tratti distintivi delle aree interne montane, che le rendono più resistenti alla mortificazione dei tempi recenti. Insomma, c’è tanto da imparare.

Se l’Italia guarda con più attenzione al suo stesso cuore, se “si guarda dentro”, quel vuoto dell’immagine si scopre un pieno: le “terre di nessuno” sono un capitale per il futuro di tutti. Ed ecco che l’Italia si ricompone. Questa è l’Italia».

Daniela Bruno- Fai.

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Quale politica attuale per la montagna carnica?

Gli interventi del convegno sono diversi, ma ho preso questo, il primo, perchè mi è parso molto significativo. Io spero che la ‘Strategia Nazionale per le Aree interne’ inizi a produrre i suoi frutti in futuro, perchè ora non si capisce neppure cosa voglia fare la Regione Fvg, tranne cabinovie costose e nuove piste da sci, che però non incidono sulle problematiche reali del nostro territorio montano, come non incide un nuovo municipio da 5 milioni di euro a Forni di Sopra, quando si poteva fare manutenzione a quello vecchio, o il lanciarsi a costruire audacissime piste forestali camionabili senza, pare, valutazione geologica e di impatto ambientale accurate e pregresse alla loro approvazione ed appalto. Inoltre: quanto costeranno? E se in corso lavori si creassero frane, vista la tipologia del terreno? Sicuramente si incolperà il fato avverso, ‘Saturno contro’. Ma è proprio così?

Infatti, su P. Manca, F. Kranitz, S. Oberti, C. Piano, 11. Analisi del dissesto da frana in Friuli Venezia Giulia, in: https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/rapporto-frane-2007/Capitolo_11_Friuli_Venezia_Giulia.pdf, a p. 279 si legge che, per quanto riguarda le colate franose di diversa origine, «Nelle Alpi Carniche si notano zone a concentrazione maggiore nei territori di Sauris, Ampezzo e Forni di Sotto, nell’alto bacino del Tagliamento e del Torrente Lumiei, spostandosi progressivamente ad oriente, nei Comuni di Prato Carnico ed Ovaro, nei bacini del Torrente Pesarina e del torrente Degano e nei territori dei Comuni di Paluzza, Zuglio e Tolmezzo nel bacino del Torrente But».

Inoltre, «In merito ai fenomeni di scivolamento è interessante osservare la loro maggiore incidenza percentuale nelle aree di alta montagna (23% delle frane rilevate […]  rispetto alle aree antropizzate di fondovalle». (Ivi, p. 281). Inoltre ci sono diversi tipi di frane e, «Nella categoria delle frane “attive” sono state incluse anche i sottogruppi frane “riattivate” e “sospese”, in quanto tutti e tre i termini indicano che i fenomeni in oggetto si sono mossi perlomeno nell’arco dell’ultimo ciclo stagionale/anno solare. Dall’analisi dei dati raccolti risulta che i dissesti ricadenti in questo gruppo sono 3.000 su 5.253, corrispondenti pertanto al 57,1% dei fenomeni totali». (Ivi, p. 282).

«Il conteggio e la classificazione delle frane del Fvg, hanno richiesto la raccolta delle informazioni esistenti riguardo i danni pregressi, onde quantificare l’entità del fenomeno (magnitudo) nonché la sua ripetitività, elementi indispensabili per la valutazione della pericolosità. Per tal motivo si è deciso di definire la tipologia di danno solamente quando si era in possesso di fonti attendibili e documentate». (Ivi, p. 283). Dal grafico ivi pubblicato, si evince che, a fronte di una causa indefinita, che si presenta nel maggior numero dei casi, segue, per il maggior numero di cause di frane, la presenza o costruzione di strade, dato che si discosta in modo deciso dalle altre cause. (Figura 11.12 Numero di frane per tipologia di danno, ivi, p. 283).

Non da ultimo, si sa che «Un tratto dell’alta valle del fiume Tagliamento è interessato da un movimento franoso di rilevanti dimensioni che si sviluppa in sinistra idrografica in corrispondenza del “Passo della Morte” […]. Il dissesto si è manifestato in superficie prima con lenti ma continui cedimenti della sede stradale (SS 52 Carnica), poi con lesioni della volta della galleria in fase di costruzione da parte dell’ANAS […]». (Giancarlo Massari, Michele Potleca, Nicola Stefanelli, Protezione Civile, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Primi risultati geomorfologici da strisciate laser scanning della frana del Passo della Morte, https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/allegati/Monitoraggio_frana_Passo_della_Morte2.pdf, pagine non numerate). Ma la zona è caratterizzata, dal punto di vista litologico, da «un basamento costituito da una serie carbonatica – clastica triassica, soggiacente una copertura quaternaria rappresentata da alluvioni, conglomerati, morene e depositi di versante». (Ivi).

Infine si dovrebbe leggere attentamente quanto ha detto il geologo Massimo Valent nel suo “Su quella montagna troppo friabile e su quelle piogge intense”, in: www.nonsolocarnia.info, ma certamente in rete si trovan oaltri articoli sulla conformazione e formazione delle montagne carniche. Il primo studio che ho citato per le frane è del 2003-2007, il secondo non è datato, il testo di Massimo Valent appartiene al dopo Vaia.

Perchè la recente catastrofe ‘Vaia’, c’è stata, e non si può far finta che non sia mai esistita, e servirsene solo per utilizzare i fondi stanziati per il territorio colpito per una inutile carreggiata per il rifugio Marinelli, che non consta abbia avuto danni, già servito sull’altro versante, dicendo che vi era anche prima. E per ora mi fermo qui. Senza offesa per alcuno, ma sol oper esprimere un mio parere personale, questa ultime righe ho scritto.

Laura Matelda Puppini.

 

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