Riporto qui un’intervista gentilmente concessami dal sig. Giovanni Marzona di Invillino di Villa Santina, nato nel 1928, partigiano osovano del btg. Carnia, nome di battaglia Alfa, ed attualmente residente a Milano. Il signor Marzona, attivo nell’Anpi, ha concesso anche altre due interviste: una udibile in: https://video.repubblica.it/dossier/partigiani-vite-di-resistenza-e-liberta/giovanni-marzona-a-me-staffetta-partigiana-dissero-se-ti-catturano-ucciditi/271646/272146?refresh_ce, intervistatrice Zita Dazzi, operatore video: Edoardo Bianchi; l’altra di G. Prunai, datata 2011, in: www.ilgalileo.eu numero 2 – aprile 2011, che si può ascoltare in: https://www.youtube.com/watch?v=Yc6Wo4NKGkw. In esse spiega pure che, da partigiano, portava informazioni ad altri gruppi osovani relativamente a punti di incontro per compiere azioni, alla tipologia delle stesse, diventando elemento importantissimo ai fini dell’organizzazione dell’attività resistenziale. Ma vediamo insieme, ora, cosa ha narrato, un pomeriggio estivo ad Invillino, a me e Cristina Martinis.

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Laura: «Bongiorno, signor Marzona. Siamo qui, ad Invillino di Villa Santina, in questa bella casa, con una bellissima stufa in maiolica, ed i suoi genitori che ci guardano dalla fotografia sulla parete. Io ho letto quello che Lei ha scritto, datomi da Cristina. È quanto conosco di Lei. La prima cosa che io chiedo sempre, quando intervisto una persona, è cosa facevano i suoi genitori, è qualcosa sulla sua famiglia».

La mia famiglia.

G.M. «Mia mamma, Cecilia Mazzolini, era di Invillino, faceva la casalinga e lavorava la campagna.
Qui, ad Invillino, ci sono tanti Mazzolini, ci sono due borgate: e stanno tutte sotto la chiesa. Mio nonno si chiamava Luigi. Poi c’era Mazzolini Leonardo, che stava ancor più vicino alla chiesa, e c’era un altro Mazzolini, il papà di Guido. Erano tre famiglie diverse, senza parentela fra loro.  
Mia madre ha avuto sei figli, quattro femmine e due maschi, ed era nata nel 1896. E, come tutte le donne della Carnia, nel periodo della guerra ’15-’18 ha subito molte sofferenze. Aveva una sorella del 1916, e, durante la ritirata di Caporetto, è scappata con la bambina nel gerlo ed è finita a fare la ‘donna di servizio’ a Sanremo.

Mio papà si chiamava Giuseppe, faceva il muratore, era un antifascista, e pertanto non si sarebbe mai iscritto al Partito Nazionale Fascista di sua volontà. Ma è stato obbligato a farlo, dopo la guerra del ’36 in Africa, per poter andare a lavorare. Egli apparteneva all’unico ceppo di Marzona presente ad Invillino, che ora non esiste più in paese. Rimaniamo io ed i miei figli, ma non abitiamo stabilmente qui.

Mio bisnonno, che era sempre di Invillino, è venuto in questa abitazione ‘in cuc’ come si suol dire, cioè è venuto ad abitare in casa della moglie, che era una Ellero. Questa era casa Ellero ed era una casa un po’ di preti, e qui viveva il sacrista. Gli Ellero erano i padroni di tante montagne, ed avevano i soldi per far studiare i loro figli da preti. Ed avevano due figli sacerdoti.
E si racconta per antico, ma secondo me è vero, che uno di questi Ellero, Antonio Ellero, nel 1790 è partito da qui per andare a Roma a prendere le reliquie di Sant’Ilario e Sant’ Ursulo. La reliquia di Sant’ Ilario l’ha lasciata a Tolmezzo, quella di Sant’ Ursulo l’ha portata qui. E Sant’Ursulo è il patrono di Invillino, e si festeggia il 9 di settembre, mentre Sant’Ilario è il patrono di Tolmezzo.
Si racconta pure che questo Antonio Ellero fosse alto più di due metri, e, da allora, questa casa è stata detta ‘di Tonòn’, cioè di Antonio il grande. E così se volete trovare me ora, se chiedete di Giovanni Marzona forse sanno di chi si parla, ma se chiedete di Giovanin Tonòn, andate sul sicuro.  Comunque anche la mamma di mia mamma era una Marzona, ma proveniva da Verzegnis.

Mio padre, nel 1936, andò a lavorare in Africa e ritornò con gli occhi gravemente ammalati. Aveva preso un colpo di sole, che glieli aveva bruciati. Non divenne subito cieco, ma era impedito nella vita quotidiana da questa menomazione acquisita, e non poteva più andare in giro da solo. Per esempio quando io avevo 16 anni, andavo con altri a lavorare da Todt, a costruire il campo di aviazione ad Udine. E mio papà poteva venire con noi perché io lo accompagnavo. E si andava a lavorare solo ‘di pala e piccone’, ed  io ero un ragazzino, ed a me facevano guidare quei trenini che trasportano la terra. E mio padre ha fatto forse trent’anni da cieco.

Mio padre era di tendenze socialiste.

Mio padre era di tendenze socialiste, e mio papà è stato uno di quelli che, nel 1938, quando sono venuti in casa a prendere la fede nuziale di mia mamma, non voleva dargliela. E mi ricordo che diceva che i fascisti volevano la fede, e poi, magari, utilizzavano quell’oro lì, per mandare in guerra suo figlio. E mi ricordo che non voleva dargliela. E la casa era circa come si presentava prima del terremoto.  
Ed i fascisti lo hanno preso, e lo hanno messo in un angolo, e gli hanno dato l’olio di ricino e poi un fracco di botte, finchè mia madre si è sfilata la fede dal dito e gliel’ha consegnata, ma non si può dire certo che abbia dato volontariamente l’anello nuziale alla Patria, bensì a causa della violenza subita da mio papà. E questo lo racconto per dire che, se i fascisti gli hanno dato l’olio di ricino, era proprio un antifascista, anche se non era uno che faceva politica.

Non erano i miei genitori due che avessero molta cultura, ma avevano ambedue la quinta elementare, che era il massimo che potessero avere le persone semplici. Poi si andava ad imparare un mestiere. Mio papà aveva imparato a fare il muratore, mia mamma invece ha allevato tutti i figli sino a che sono stati grandi, e lavorava la campagna. Per dir la verità la si lavorava tutti assieme, ed avevamo anche la mucca e le pecore. Questa era la mia famiglia, ed era una famiglia numerosa. Ed in questa casa vivevano: il nonno, la nonna, uno zio che era fratello di mio nonno, mio papà, mia mamma, e noi sei figli. Qui adesso, d’estate, fa fatica a starci mio figlio, e la casa è più grande!!!!

Le comunità di allora oggi ce le sogniamo, eppure mancava tutto.

Le comunità di una volta oggi ce le sogniamo, eppure possiamo dire che allora mancava tutto. Ed oggi uno che non ha vissuto allora non può neppure immaginare in che condizioni si vivesse. E ciò non accadeva solo qui, ma nell’Italia intera. E quando sono andato a Milano, nel 1949, ho abitato in una casa ‘di ringhiera’ cioè con il gabinetto fuori casa, sulla terrazza, fino agli anni ’60 quasi. E la terrazza era lunga anche 300- 400 metri, ed era su di un piano, ma la casa non era formata da un piano solo, era di due piani. Ed ogni volta che la ringhiera girava, c’era un gabinetto esterno senza acqua. E le donne, al mattino, portavano il vaso a vuotare nel gabinetto.  Qui portavano in campagna, o vuotavano sulla concimaia, ma a Milano lo portavano nel gabinetto… Tanto è vero che mi ricordo che una volta (è un po’ una barzelletta ma è vera) una signora è andata a versare due urinali, e le amiche hanno detto: “Guarda che oggi la Lucia non ci saluta perché ha i doppi servizi!” Lei si vergognava, mentre loro ridevano ….

Comunque, per ritornare qui, in una famiglia numerosa come la nostra, c’era sempre qualcuno in gabinetto, e mi ricordo da bambino che un giorno mio nonno mi ha detto se potevo andare a vedere se mio padre aveva finito di utilizzarlo (aveva finito “Di fare quel bambin” era il suo modo di dire, per intendere una defecazione difficoltosa). Probabilmente, però, erano tutti stitici perché mangiavano solo ‘roba’ solida: polenta e formaggio, patate … Allora era un’altra vita … Noi, dopo l’ultima guerra, siamo andati avanti troppo veloci, e la gente anziana è rimasta indietro, mentre i giovani hanno trovato la vita facile. Adesso però la vita è di nuovo dura … e qualcuno pagherà, io non lo so. Ma so che, quando ho raccontato, al mio ritorno a Milano, quanto avevo ascoltato ad una manifestazione promossa dall’Anpi di Paluzza, ho detto che noi, in Carnia siamo ancora delle persone che non diciamo che alla fine dell’anno abbiamo perso perché abbiamo avuto un introito diverso, diciamo che abbiamo guadagnato meno. È questo un modo diverso di vivere le cose. È questo un modo diverso di intendere le cose».  

Laura chiede informazioni su di un anarchico, che il signor Marzona le aveva detto abitare ad Invillino.

Il Signore misterioso che aveva la bandiera di Garibaldi … E l’inizio dell’attività di aiuto ai partigiani.

G.M. «C’era un Signore qui, che aveva la bandiera di Garibaldi. Si chiamava Adamo Marmai. Ed è passato per anarchico, probabilmente. Ogni tanto i fascisti lo andavano a prendere, e volevano sapere dove aveva la bandiera. Lui prendeva sempre un fracco di botte, ma non diceva mai dove aveva la bandiera. Qualcuno dice addirittura che non avesse neppure il vessillo, altri invece sostengono che ce l’avesse ma che lo nascondeva in un posto dove nessuno poteva trovarlo. Era una specie di artigiano, ed aggiustava tutte le cose: gli orologi anche a pendolo, per esempio. E poteva succedere che persone andassero da lui facendo finta di portare un orologio ad aggiustare e parlassero con lui. Erano quei tre o quattro che, ai tempi del fascismo, non potevano più incontrarsi in piazza, ed allora andavano da questo signore che abitava qui, ad Invillino, nei pressi della piazza, dove c’è la discesa. Ed andavano da lui anche ‘i nostri’ (1).

Ed ad Invillino io ho conosciuto i primi partigiani, fra cui c’era anche Fermo Cacitti, Prospero (2). Ed era una sera del ’44.  E mi ricordo che allora c’era comunque una specie di Comitato del paese, che vedevo che aiutava i resistenti, ed i cui membri si incontravano al buio in una casa posta anche quella sotto la chiesa.

E per combinazione una sera sono andato lì a cercare mio papà o qualcosa, ed ho incontrato Fermo. E lui mi ha detto perché non andavo a fare la staffetta partigiana, ma io mi recavo già a portare da mangiare a quelli del battaglione Carnia, a portar loro da vestire… Mia madre infatti raccoglieva per i partigiani un po’ di vestiti civili e io li portavo su, perché i partigiani avevano vestiti militari per lo più, e con quelli non potevano muoversi perché altrimenti li prendevano. Ma allora facevo questo così: lo facevo oggi, lo facevo domani, poi non lo facevo per un po’ di tempo… poi riprendevo … E se nasceva un bambino ad un partigiano lo andavo a dire, e se avevano bisogno di medicine le portavo, ed ogni tanto portavo loro anche la polenta. E da qui a Salvins ci vuole comunque, anche per un ragazzo giovane, un’oretta ad andarci, anche se noi non facevamo grandi giri per raggiungerlo, e si andava su qui, dritti, sopra i casolari Pilùc, e si giungeva in una località detta Cuelcovon. Almeno io seguivo questo percorso, che lascia Lauco tutto a sinistra. E mi portavo sotto Vinaio e poi raggiungevo Salvins. Ora è difficile raggiungere Salvins anche a piedi perché è tutto abbandonato, ma comunque io ci sono andato più volte ed ho accompagnato anche un triestino che voleva scrivere un libro, a cui ho indicato i sentieri che si percorrevano ai tempi del btg. Carnia, e che li ha anche fotografati. E poi c’è un ragazzo di Milano, un giovane regista, che verrà qui per filmare, perché vuole fare un film che durerà almeno due ore». 

Laura chiede al Signor Giovanni se le vicende familiari abbiano pesato sul suo antifascismo.

Giovanni, antifascista contro le ingiustizie.

G.M. «Mi sono accorto di poter essere definito antifascista dopo la guerra. Io, quando divenni partigiano, ero contro la prepotenza, che obbligava gente ad andare in guerra senza sapere perché. C’erano anche quelli che andavano volontari, sapendo probabilmente il motivo per cui andavano a combattere, ma gli altri, i più, andavano in guerra senza saper il perché e non andavano volentieri. Andavano e morivano. Però quando è stato il momento di scegliere, all’ 8 settembre, hanno detto no. Ed io sono diventato antifascista e sono andato ad aiutare i partigiani perché ho pensato che quelli stavano combattendo per la libertà e ho deciso consapevolmente di dare loro una mano, e poi di diventare uno di loro.
E ho capito cosa era il fascismo perché ho fatto dei paragoni. I partigiani sono andati a fare i partigiani da volontari, mentre quelli che sono andati in Russia non sono andati certo da volontari.  

E ho capito anche che i partigiani combattevano per la loro libertà, qui, dove, dopo l’8 settembre, c’era l’Operationszone Adriatisches Küstenland, e lo si sapeva, non era un mistero. E sapevamo anche che quelli che erano tendenzialmente fascisti, quasi tutti facevano le spie. Ed ad Invillino ne avevamo qualcuno …
Per questo noi si stava molto attenti. E tutta la paura che avevamo di questi qui, dei fascisti, era collegata al fatto che potevano essere delle spie e sapevamo che se i Tedeschi, che avevano la loro sede a Tolmezzo, fossero venuti a sapere dove c’era un gruppo di partigiani, di sicuro dopo una decina, quindicina di giorni, sarebbero venuti su a cercarlo. E i tedeschi bruciavano paesi, bruciavano le case, ammazzavano. Per esempio a Chiampamano, verso la fine del ’44, sono venuti su ed hanno bruciato case con dentro gente. Ed è morto un partigiano, un Fior di Verzegnis, che era ammalato, ed è morto dentro la casa. Però lì non c’erano osovani, nell’inverno ’44-’45, perché noi eravamo in altra zona, eravamo nella Valle di Verzegnis. (3)

Ma poi diciamocelo chiaramente: quelli che stavano bene, quelli che avevano le malghe grandi, i piccoli possessori di terreni, o altri benestanti erano quasi tutti dei piccoli fascistelli. C’era il povero cristo e quello che mangiava con facilità, e fra loro c’era una enorme differenza. E allora il partigiano dove poteva andare a prendere da mangiare, dove non ce n’era? Era obbligato ad andare a prendere da mangiare a quelli che stavano bene e che erano tutti di famiglie fascistelle. E se non erano fascistelli erano di destra, e non erano certamente in linea con i partigiani.

Se vogliamo fare un’intervista a qualcuno sui partigiani, gli dobbiamo prima spiegare che …

Per quanto riguarda quello che dicono sui partigiani, noi, quando vogliamo fare un’intervista, dobbiamo vedere se, per esempio, la famiglia di chi vogliamo intervistare ha avuto un morto in Russia, e dobbiamo fargli capire prima che non sono stati i partigiani che hanno mandato il suo parente in Russia a morire, ma che è stato il fascismo, che è stato il Re.

E poi se facciamo l’intervista a Giovanni e prendiamo solo le cose che non gli sono piaciute e le trasmettiamo, vai poi a vedere tu se chi sente quell’intervista ad un certo punto non si ‘rompe le scatole’ e chiude!    
Ogni intervista va riportata per intero, cercando le cose che più interessano, cercando di cogliere ciò che non è giusto e ciò che lo è. A me, che sono stato partigiano, non piace che parlino male dei partigiani, ma c’è qualcuno ancora, anche qui in Carnia, che parla male di loro. Ma vediamo chi sono. Sono ancora una volta i piccoli proprietari, quelli la cui famiglia aveva le malghe, quelli che invece di avere una mucca nella stalla ne avevano quattro o cinque… A casa mia i partigiani non sono mai venuti a rubare niente, perché non c’era niente.

Mi ricordo quando i partigiani erano chiamati ‘banditi’, e poi sono stato uno di loro.

Inizialmente i partigiani li chiamavamo ‘banditi’, ma allora io non ero ancora dei loro. E andavano al mulino a prendere la farina, che era un po’ di tutti, forse anche un po’ di mia madre. E il mugnaio, l’indomani, cosa diceva?  “A son vignuz i bandìts e nus han puartat vie la farine”. E il mugnaio non poteva fare nulla. Ma portavano via la farina perché avevano fame. E se uno aveva figli o parenti partigiani sapeva che doveva aiutarli. Qualcuno ora dice “Ha robat, han copat”, ma anche quando ciò è accaduto c’era una motivazione. ‘Han robat e han copat’ perché obbligati.

E qui, ad Invillino, è stata ammazzata una ragazza di 16 anni, che era una spia, ma detta così resta così: era una spia, ma chi lo dice? Ma allora avevamo le prove che lo era. Noi sapevamo che le ragazze della sua età ed anche più giovani, quando veniva su il treno blindato a Villa Santina e continuava a sparare dalla nostra parte, si ritiravano, come anche gli adulti, in casa, mentre questa ragazza andava dove c’era il treno blindato. I coetanei di questa ragazza ed anche quelli più giovani, se lo ricordano questo fatto ancor’oggi. Io, con la mamma di questa ragazza, non che sia diventato amico, però ci ho parlato tante volte. Passava di qua e voleva sapere … Combinazione è stata uccisa su là, ed io ero su là …  Quello che però non mi andava giù è stata una altra cosa, e cioè il fatto che questa ragazza l’aveva presa Mirko, l’avevano presa i garibaldini, e non so per quale motivo è andata a finire in mano a Prospero» (4).

Laura spiega che vi erano accordi tra osovani e garibaldini su chi dovesse processare una presunta spia (5), e chiede precisazioni in merito ad una intervista rilasciata da Marzona, ma scritta in forma discorsiva. In particolare gli domanda come si possa dire che in epoca fascista esisteva emigrazione stagionale, dato che le frontiere erano chiuse.

Storia di uno zio disertore nella prima guerra mondiale e di un cognato reduce di Russia.  

M.G. «Quelli che erano emigrati in Francia restavano là. Quelli che emigravano in Austria rientravano. Non erano chiusi i confini con l’Austria neppure durante il fascismo, e si poteva andare a lavorare nel Terzo Reich. Io avevo uno zio che, durante la prima guerra mondiale, sul Freikofel, non ha avuto il coraggio di sparare col fucile, ed è scappato ed è andato in Austria. E per questo era ricercato dall’Italia sia qui che in Austria, ma riusciva a continuare ad andare a lavorare nelle malghe tedesche perché in quelle italiane non poteva proprio farlo. Lui rientrava di nascosto d’inverno, e poi, appena arrivava la primavera, doveva scappare, perché era stato renitente e lo fu per tutta la vita. Beh questo mio zio andava a lavorare in Austria, certo di nascosto, e così manteneva la sua famiglia. Ed anche quelli di quei paesi sopra Paluzza andavano di là a lavorare, ed anche altri della Carnia, e ci andavano tranquillamente. Si facevano accompagnare con il carro, non so, fino a Sappada, e poi entravano in Austria.  Poi è nata l’Operationszone Adriatisches Küstenland.

E la resistenza si è organizzata fondendo gruppi di sbandati che si trovavano uno qui uno là, nel 1944.  E mio cognato, il fratello di mia moglie, che era nato nel 1916 e aveva fatto la guerra di Russia dove era stato ferito sulla fronte e da cui era riuscito a tornare vivo a casa, è andato con i partigiani osovani, ed era a Pielungo nel ‘44. (6). Però la crisi che ne seguì non ha avuto riflessi sul battaglione Tagliamento, quello che d’inverno era in valle di Verzegnis, e per quanto riguarda il btg. Carnia, vi furono solo dei disguidi al comando». (7).

Vita partigiana durante la Zona Libera.

Quando sono nati qui i Comitati di Liberazione Nazionale della Zona Libera, di cui conoscevo alcuni esponenti: Mazzolini Guido che era di Invillino, Pellizzari di Villa Santina ed un altro che era di un paese vicino a Sutrio, io era già partigiano e tenevo i collegamenti per gli osovani del btg. Carnia, di cui facevo parte, e li ho tenuti tutta l’estate del 1944. E noi non abbiamo mai mollato e dovevamo mantenere anche i nostri confini della Zona Libera. Ed a Promosio era dura, perché lì venivano giù i nemici da tutte le parti. Controllare e tenere i confini verso il Cogliàns era più facile, ed è lì che ci siamo organizzati, perché altrimenti la Carnia non avrebbe potuto essere libera. Ed esistevano allora anche collegamenti fra di noi osovani. Si potrebbe dire, invece, che ce n’erano meno nella primavera, quando hanno incominciato a mandarci i lanci, a mandarci giù le cose. E anche se i lanci inglesi erano per noi, non prendevamo tutto, e io mi ricordo che abbiamo distribuito armi anche a quelli della Garibaldi.

E quelli come me venivano giù dalla montagna per tenere i collegamenti, ma se mi avessero beccato avrei fatto una brutta fine. Ed è facile dire: se fossi stato io non avrei parlato. E se avessi parlato io, avrei potuto dire tante cose che sapevo: chi erano i partigiani, chi erano i comandanti, chi faceva parte del Comitato di Liberazione … Sarebbe stata dura. Probabilmente prima di cadere nelle mani del nemico mi sarei ammazzato. Però tra il dire ed il fare…».

Laura chiede se si ricorda quando i tedeschi sono saliti alla base di Salvins, accompagnati da uno che conosceva il luogo, forse dopo aver ricevuto una spiata.

G.M. «Quando sono venuti su, quella volta lì, era il mese di luglio, e mi ricordo che ero lì. E non sono arrivati da Vinaio, sono arrivati da Buttea, sono arrivati dall’alto, e noi, che si scappava sempre per la Valle di Lauco quando c’era da scappare, per un pelo non siamo caduti nelle loro mani. Ma quella volta siamo fuggiti per la via bassa, siamo scappati per Runchia. E non eravamo in molti, eravamo in 25 o 30, allora, alla base di Salvins. Il battaglione Carnia, però, aveva anche un piccolo distaccamento sopra Lauco, in località Allignidis, e lì c’erano altri 20 – 30 partigiani, o forse anche meno, e poi c’era un gruppo a Lauco e poi un altro a Cuelcovon, sopra Villa Santina. Ma non eravamo in molti, non eravamo in mille, eh, bisogna valutare bene le cose. E poi avevamo un altro gruppo sopra le miniere (8).

Il gobbo di Priola e lo zingaro di Tolmezzo.

Quando ero partigiano, chi ci insegnava qualcosa, era uno di Formeaso, che aveva come nome di battaglia Carlo ed era un Leschiutta (9), che è andato, nel dopoguerra, a lavorare a Padova. Poi è rientrato in Carnia, ed è morto una decina di anni fa, forse. E conoscevo anche Albino Venier, Walter, ed eravamo insieme. Lui era di Zuglio. E ho conosciuto pure i suoi fratelli, Luigi ed Emidio, che poi faceva l’infermiere a Tolmezzo.

Io avevo i contatti con uno che faceva il sarto, un gobbo, che aveva la sartoria nel paesino di Priola, nella piazza. Lì c’era una fontana e sulla sinistra c’era questo sarto da cui andavo a portare e prendere notizie. Perché io non avevo bigliettini da ricevere o dare, ma si comunicava a voce. E io dicevo: “Succede così e così”, e lui mi diceva che era venuto da lui tizio e gli aveva detto questo o quello. E lì arrivavano anche altre staffette.

E andavo anch’io da altre parti: per esempio dagli zingari che erano a Tolmezzo, dietro la Cartiera, e da loro andavo solo io. Mi ricordo che c’era uno più anziano di altri, che si chiamava Toni, che poi l’ho incontrato di nuovo a Milano, addirittura. Ho visto questo uomo da dietro e ho pensato: quello lì è Toni, ma non mi ricordavo dove lo avevo già visto. Così mi sono avvicinato e l’ho chiamato: ‘Toni!!!’ E lui si è girato e ci siamo abbracciati, ma erano forse passati trent’ anni!  E questo zingaro, probabilmente aveva dei contatti con altre persone, e mi ricordo che mi diceva: “Sta atent, e fa cussì e cussì!”

L’arrivo dei cosacchi.

E quando sono arrivati i Cosacchi, il primo a sapere che questa armata stava arrivando, è stato Toni, lo zingaro. È lui che mi ha detto che stavano giungendo, che Amaro incominciava ad essere pieno di russi, e dopo questa notizia ho incominciato ad andare più spesso ad incontrarlo. E lui con questi cosacchi, che erano mezzi ‘zingari’ anche loro, probabilmente aveva dei contatti … E quando mi ha detto che stavano arrivando, l’ho fatto sapere a tutti. E mi ricordo che l’ultima staffetta che ho fatto per avere informazioni sui cosacchi, l’ho fatta proprio il giorno in cui sono giunti. Allora mi trovavo al ponte di Avons, verso Cavazzo, dove noi osovani avevamo un posto di guardia da cui si controllava tutto il ponte e l’attraversamento del fiume. E mi ricordo che avevo tante biciclette in giro, per spostarmi. e ne ho presa una e sono andato a Cavazzo. E lì ho gridato per il paese che arrivavano i tedeschi, perché non si percepivano ancora i cosacchi con i carri, ed ero convinto che ci fossero solo i tedeschi. E c’era tutta una fila che veniva qua dal Tagliamento, perché il ponte era saltato.

E a Ceclans c’era uno che era un po’ un attendente, e che si chiamava Deotto Enore, e l’ho informato di cosa stava accadendo, e poi gli ho detto anche che dovevano arrivare i cosacchi, un gruppo dei quali è venuto su dal lago di Cavazzo il giorno dopo.

Mi ricordo che da Cesclans, per andare alla Valle di Verzegnis, c’è un sentiero che parte da dietro il paese. E il primo borgo abitato che si incontra percorrendolo in salita, è Doebis, e poi si raggiunge la valle di Verzegnis. E lì i russi sono arrivati il giorno dopo, e li abbiamo mandati indietro una prima volta. Prima di arrivare alla valle di Verzegnis c’è un curvone grande, da cui si può sparare.

E quando i Russi si sono sistemati qui, c’è stato un periodo in cui mancava per tutti la roba, e allora i partigiani sono stati costretti a ‘rubare’ per mangiare. Non potevano scendere al paese, ed allora andavano dal primo montanaro e dicevano che doveva dar loro qualcosa per sfamarsi.
Io sono stato fortunato in Val di Verzegnis, perché c’era una donna che mi voleva bene, che conosceva mia mamma, e che mi dava qualcosa. Andavo giù, e facevo anche due ore con il gerlo sulla schiena, e lei mi faceva la polenta e la portavo su a tutti. E questo accadeva nell’inverno 1944. Ma quando noi avevamo il cavallo da mangiare, dato che sapevamo che i contadini non avevano carne, io gliene portavo un bel pezzo, e lei mi dava la polenta. Ma era solo polenta, non mi dava anche il formaggio! Forse dava a me un pezzetto di formaggio, e un po’ di polenta lì, perché se arrivavo dai partigiani che stavano con me con la polenta, non so se me ne avrebbero lasciato un pezzetto, tanta era la fame che avevamo! Era tale la fame, che appena aprivo lo zaino la polenta era già finita.

Quando ero in val di Verzegnis, durante l’inverno, non è che ci si potesse muovere tanto, non era che la staffetta avesse la libertà di movimento che aveva nella primavera – estate ’44 o nella primavera del ’45. Infatti durante l’inverno, come potevi far la staffetta con due metri di neve? Dove andavi? Si andava a prendere le notizie, per carità, non aspettavamo certo che arrivassero. Per esempio partivo dalla valle di Verzegnis ed arrivavo a Villa di Verzegnis, dove c’era un altro personaggio del Comitato di Liberazione, forse un Pecol, che ci informava. Andavo di notte, bussavo, e poi mi nascondevo finché non compariva. E mi diceva, per esempio: “Quelli dicono che … Ho ascoltato radio Londra e dicevano …” Ma mi diceva anche di cercare di avere pazienza. E anche gli alleati consigliavano, se possibile, di tornare a casa, di nascondersi da qualche parte, perché sapevano che eravamo senza cibo, senza niente.

Noi avevamo la base nella malga di Mont Grande, e poi, nell’inverno, siamo scappati più su, siamo andati a quella che chiamavano ‘Casera Rossa’, finchè mi sono ammalato».

Laura dice che molti partigiani si ammalarono per le proibitive condizioni di vita, e spesso delle stesse malattie: gastriti, coliti, diarree, malattie polmonari e dell’apparato respiratorio, a causa della scarsa e pessima alimentazione e del freddo. 

Note di vita vissuta nella guerra di Liberazione.

G.M. «Si mangiava sempre la stessa cosa. Noi, per esempio, si mangiava solo carne di cavallo, ed alla fine avevo la pellagra. E la pancia era piena di pidocchi. E, per tirarseli via, ci si spidocchiava, ma alla fine ce n’erano tanti che ti mangiavano. E mi ricordo che avevo un fil di ferro per tener su i pantaloni, e dove lo stringevo mi era venuta quasi una piaga. E poi con cosa ti pulivi il sedere? Con la neve, ma la neve è quasi un cristallo, e ti faceva … Meglio non parlare di queste cose. La vita era dura. E io mi ricordo pure un ragazzo, che era come me, che conoscevo bene e che avevo incontrato su a Mont di Rest. L’hanno preso i tedeschi, lui non ha parlato, e allora lo hanno scalpato e lo hanno attaccato ad un camion, e poi lo hanno tirato in giro per il paese, ed è morto. Aveva il nome di battaglia di uno dei sette nani, si chiamava Mammolo».

Laura dice che Romano Marchetti raccontava che era un problema anche fare i bisogni, perché restava la traccia e l’odore, ed allora bisognava utilizzare delle precauzioni. Ed anche Marzona concorda.

«E quando arrivava su qualche persona che noi non conoscevamo, soprattutto nell’estate del ’44, ai tempi della Zona Libera, non ci si poteva fidare. Arrivavano su, in montagna, anche repubblichini in abiti civili che dicevano di voler fare i partigiani, dicevano che non ne potevano più e consegnavano le armi, ma potevano benissimo essere spie. E noi di questi avevamo paura. E così per i primi 15 giorni non li mollavamo neppure un secondo. Anche quando uno di loro andava a far la cacca, lo seguivamo, per vedere dove andava, se faceva qualche segnale. Ed a questi nuovi arrivati era proibito andare sulle cime, dove qualche segnalazione si poteva inviare facilmente, e per 15-20 giorni non venivano mai mollati, neppure di notte. E questo perché bastava che uno accendesse qualcosa di notte per fare un segnale, per indicare la nostra posizione. Bastava una cosa da niente… E avevamo paura.

A me è capitato di rado di avere paura, perché ero un ragazzino, ma quando mi mettevano di guardia di notte, per esempio se si era in pochi e bisognava fare il giro, allora avevo paura … E mi dicevano: “Dai Giovanni, fai un turno anche tu”, e io dicevo di sì, e mi davano il fucile, perché io non lo avevo, avevo solo una pistola. E stavo lì ore, e avevo paura, perché se sentivo un rumore non sapevo se dare l’allarme o meno. E una volta mi è capitato di sentire un rumore e volevo sparare, ma poi mi sono detto: “Ma no, aspetta ancora un momento, Giovanni”. E aspetta un momento ed ancora un momento, infine è passata una volpe od una lepre. Per fortuna che non ho sparato. Perché se spari metti in allarme tutti i partigiani che sono a dormire, e vien fuori un casino. Sembra una stupidaggine, però te la fai addosso … Finchè non senti rumore va tutto bene, ma quando incominci a sentire anche un rumorino da niente …».

Partigiano a Salvins con Barba Livio o Livio che dir si voglia.

Laura chiede a Marzona come fosse Romano Zoffo, Livio, Barba Livio.

G.M. «Barba Livio era una brava persona, ed era molto cordiale. Per me è stato come fosse mio papà. Io non volevo quasi diventare partigiano, io volevo solo aiutare i partigiani, perché per me il partigiano era una persona straordinaria, che rischiava la vita per la libertà. Ma quando Barba Livio mi ha detto: “Dai, stai con noi, che ti facciamo fare cose più importanti che venir su a portare calzini, o tenere i contatti con una famiglia o con un altro gruppo”, mi ha convinto. Perché succedeva che, amici di qui e amici di là, tenevo i contatti fra gruppo e gruppo. Ma dopo, invece, mi hanno dato da fare anche cose pericolose, che se ti prendevano…  Barba Livio su questo punto è stato chiaro con me, e mi ha detto che loro si fidavano di me, ma che però era rischioso fare il partigiano. E la prima volta ho detto di no, e credo di aver detto che avrei chiesto a mia mamma cosa fare … ma Livio mi ha detto che dovevo decidere io … Comunque per me parlare di Livio e di Salvins è parlare della storia d’Italia».

Laura dice che però era pericoloso anche tenere contatti così con i partigiani, ed ad un certo punto certamente gli era convenuto unirsi a loro, perché era troppo esposto ed anche troppo esposta la famiglia. 

G.M. «In effetti, poi, da partigiano, io dalla mia famiglia non sono andato quasi mai, fino al mio ritorno. Solo quando andavo dallo zingaro e ritornavo indietro da Tolmezzo, attraversando il But dopo l’ospedale o forse più in basso, (dove una volta sono stato ferito), percorrevo un sentiero che portava a casa mia.
Sale non ce n’era per nessuno, e magari quello zingaro mi dava un pacchetto di sale per i partigiani. E allora lasciavo sulla finestra della mia casa, che aveva, come adesso, le inferriate, un cucchiaio di sale per mia madre, ma mi sentivo in colpa e mi pareva di aver fatto un furto. Comunque io fregavo ai partigiani, su un mezzo chilo di sale, un cucchiaio, che mettevo su di un pezzettino di carta per la mamma. Non la chiamavo, era troppo pericoloso, ma, quando trovava quel po’ di sale, sapeva che ero ancora vivo.  Ed era anche come darle un segnale.
Invece non mi sono mai permesso di prendere un po’ di tabacco per mio papà. Sapevo che il sale era una cosa indispensabile, il tabacco era invece un vizio. E io non fumavo. Altri della mia età sì, ma io no.

E mi ricordo che una volta a casolari Vinadia, dove incomincia un sentiero che sale alla forra, ero riuscito ad avere quattro o cinque litri di benzina, che non ce l’avevi neanche a morire. E noi a Salvins avevamo una moto, che avevamo sequestrato a uno che conoscevo e che era un garibaldino. E lui ne voleva un po’, ma io gli ho detto che la moto ce l’avevamo noi, e che se gli serviva, poteva venir su a prenderla. E lui: “Se tu non mi dai la benzina non passi di qua”.  È stata dura.

E a Salvins c’era l’intendente Carlo/Leschiutta, che aveva la fidanzata a Vinaio. E noi avevamo delle regole da rispettare. Per esempio nessuno poteva andare in giro da solo. Il Leschiutta, che ai tempi della zona libera andava a trovare la fidanzata, poi diventata sua moglie nell’inverno ’44, veniva accompagnato da me, ed io lo aspettavo fuori, in sintesi facevo la sentinella ed il palo! E la giovane aveva una sorella di 14 anni, e anch’io le facevo il filo!!!!  Cioè io e lei si giocava, così … 

E mi ricordo pure che allora avevamo la parola d’ ordine, e la si cambiava quasi ogni settimana, anche se non eravamo in tanti a conoscerla. E non c’era solo la parola d’ordine fra osovani, c’era anche quella fra osovani e garibaldini, nei posti di guardia.

Donne organizzate in cerca di cibo ai tempi della Zona Libera di Carnia.

Le donne per sé e la famiglia andavano a prendere qualcosa per mangiare in Friuli, e io le collego a quelle che portavano armi e altro nella guerra ’15-‘18. Inoltre le nostre donne carniche sono particolari, capiscono, come del resto gli uomini, i sacrifici degli altri, ed hanno un comportamento diverso da quelli di altre città o valli. Io per esempio conosco donne delle valli del bergamasco, che vengono trattate peggio di come trattavano le donne i nostri genitori.

E le nostre donne, ai tempi della Zona Libera, quando ritornavano dalla furlanìa con il frumento che erano andate a prendere, con l’aiuto e l’organizzazione dei partigiani, passando per passo di Rest, lo distribuivano a tutte le altre donne, alle altre famiglie. Le donne non facevano questi viaggi solo per sé, ma per tutti. Un po’ di frumento lo prendevano i partigiani, ma più del 50% andava distribuito a chi non ne aveva e non aveva possibilità di recarsi a prenderlo.

E con i collegamenti che avevamo, non era che se tu andavi in Friuli, il frumento lo trovavi subito. Dovevi andare giù, fino a Tramonti e Meduno. E da Mont di Rest a Meduno noi partigiani avevamo dei camion che andavano a gasogeno, che si produceva con la legna, ed anch’io andavo con altri per aiutare a recuperare il frumento e portarlo in Carnia. In particolare mettevo l’acqua e la legna, che non doveva essere secca ma umida, che serviva per l’autista, in modo da non far perdere tempo.  Per produrre gasogeno, infatti, non serve legna secca perché non produce gas. E quindi nei paesi il frumento veniva distribuito a chi non aveva possibilità. E facevo anche tutto questo lavoro. Ma vi era anche allora qualche donna che non entrava nell’organizzazione, e portava in Friuli le sue lenzuola, i suoi beni, la sua croce d’oro, e li barattava.

Noi partigiani non volevamo alimentare i fascisti ma alimentarci e combatterli.

Noi partigiani non volevamo che il formaggio andasse in mano ai tedeschi, e quello di andare a prenderlo nelle latterie era un modo come un altro per tenercelo, per distribuirlo alla popolazione e alimentarci. E non volevamo neppure che la gente della valle od i rappresentanti di valle avessero contatti con i fascisti, per scambiare, per esempio, legname con farina. Noi non volevamo avere nessun contatto con i fascisti: noi volevamo combattere il fascismo, non aiutarlo. Noi non volevamo avere questo tipo di scambi. Uno scambio con i fascisti poteva avvenire per un prigioniero importante, ma non in altri casi. Qui saranno stati fatti 4 o 5 scambi di prigionieri, non di più, mentre può darsi che in Lombardia e Val d’Aosta il numero fosse stato maggiore.  E non si può dire che la vita era durissima, si può dire che la vita non c’era.

E mi ricordo che dopo che erano arrivati i cosacchi, durante uno dei giri che facevo, sono andato in una località sopra Amaro, dove c’è una malga. E lì ho incontrato due di Invillino. E uno di loro aveva fatto una specie di grappa facendo fermentare le foglie del faggio, e quello lì, dopo averne bevuto un bicchierino o poco più, quasi crepava!!! E abbiamo dovuto portarlo di corsa all’ospedale di Tolmezzo. E c’era una partigiana osovana che si chiamava Maria Marzona (10), che era figlia del dott. Marzona, che abitava vicino all’albergo Stella d’oro. So che, dopo la fine della guerra, ha incominciato ad insegnare come maestra. Mi ricordo che era una mora … Ed era questa Maria che aveva i contatti con l’ospedale di Tolmezzo. Però questo partigiano abbiamo dovuto portarlo noi a piedi all’ospedale, di notte, e poi abbiamo dovuto metterlo in cantina, dove è stato curato. Infatti Maria Marzona aveva organizzato con un medico di Verzegnis che si chiamava Marchianò, un servizio di aiuto, e lo abbiamo salvato.

E penso anche al coraggio che ha avuto Livio di andar a chiedere la resa ai cosacchi, a fine guerra. Questi cosacchi ne avevano combinate di cotte e crude, e un personaggio come Barba Livio certamente sapeva com’era la loro storia, sapeva che erano dei poveri cristi, pieni di paura, dei zaristi che vivevano al soldo di chi li comandava … E ora dicono che sono stati distrutti … ma Putin dice che non è stato il suo esercito in Crimea a sterminarli, e comunque ciò vuol dire che questa grande armata quando vuole trova spazio e si riforma. E non era un popolo ma un insieme di vari gruppi che veniva da varie parti della Russia, e che andavano a combattere quando venivano chiamati. E quando ciò accadeva, la storia dice che questi qua si muovevano con la moglie ma non portavano con sé i bambini, almeno ho letto così. E se la moglie era incinta, mettevano la donna con la pancia per aria, e prendevano un pezzo di legno e picchiavano sopra finchè non moriva il bambino. Questo ho sentito raccontare, ma non so se sia vero. E per i loro capi, Krassnov e gli altri, erano solo schiavi che venivano pagati per andare a fare la guerra. Ed erano contro la rivoluzione russa, avevano combattuto contro. Erano stati per molti anni l’esercito dello czar, a pagamento. E quando si sono ritirati da qua, non hanno voluto consegnarsi ai partigiani perché temevano che li avrebbero consegnati ai russi, mentre volevano consegnarsi agli Inglesi, che poi li hanno consegnati realmente ai russi (come da accordi internazionali ndr). E secondo me i tedeschi hanno mandato in Carnia i cosacchi perché non sapevano dove mandarli».

Poi il mio rientro a casa nel gennaio 1945 …

Poi nel gennaio 1945, il rientro a casa dalla Val di Verzegnis. E se non era uno scherzo battere Hitler, non lo era neppure ritornare a casa per noi partigiani. Io sono rientrato dalla Valle di Verzegnis nel gennaio 1945, perché mi ero ammalato, e un altro partigiano mi ha accompagnato sino al di qua del fiume … E ho raggiunto casa. E lì dove c’è quella porta ed il camino, allora c’era un muro, e i russi mi hanno buttato contro il muro, ed io sono scappato di corsa, e sono andato in un’altra casa. Salvare o non salvare la vita, allora, era questione di un attimo».

Laura Matelda Puppini

1- Qui per ‘ i nostri’ presumibilmente Marzona intende i partigiani osovani.

2- Fermo Cacitti, nome di battaglia Prospero fratello di Bruno Cacitti, Lena, nato a Caneva di Tolmezzo il 16 ottobre 1914, da Giovanni Bartolomeo e Chiapolino Regina. Tenente degli alpini, sposò, il 30 dicembre 1937, Silvia Damiani e spostò, il 3 gennaio 1942, la propria residenza a Villa Santina. Salì in montagna con il fratello, dopo essersi recato, anche a nome di questi, a Pielungo per associarsi alla brigata Osoppo/Friuli, ed entrò a far parte del btg. Carnia, comandato da Barba Livio, a cui fu fedele come Carletto Chiussi. Dopo l’allontanamento di Livio, Fermo Cacitti andò con il btg. val But. Prospero svolse sia attività come intendente sia come delegato politico in seno al btg. Carnia, e varie mansioni con il Val But. Dopo la Liberazione, emigrò in Venezuela ove lavorava pure come gruista. Negli anni ’70, durante un lavoro di carico, la benna di un mezzo meccanico lo colpì alla schiena, rendendolo invalido per sempre. Morì a Caracas il 10 febbraio 1985. Di carattere introverso e piuttosto facile ad alzare le mani, se si crede a quanto narra Giacomo Leschiutta, nome di battaglia Carlo, venne, a suo avviso, consigliato di lasciare l’Italia dal fratello, maresciallo degli alpini. Sia per Romano Marchetti che per Giacomo Leschiutta, Prospero veniva talvolta travolto dall’ira e diventava violento per poi, secondo Marchetti, accasciarsi quasi senza forze. Lechiutta afferma, pure, che egli fu fatto segno di azioni che potremmo definire intimidatorie, presso l’osteria Fossâl di Lauco. (Fonti: Romano Marchetti e Giacomo Leschiutta, La resistenza sul massiccio dell’Arvenis, Amaro 2006, pp. 10 – 11). (Scheda Laura Matelda Puppini, pubblicata in. Romano Marchetti, a cura di Laura Matelda Puppini, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, Ifsml, Kappavu ed. 2013, p. 382).

3- Nella cartina pubblicata da Mario Candotti in Prima fase dell’offensiva tedesca contro la zona libera della Carnia e del Friuli – Operazioni militari nella zona carnica: 8 ottobre – 20 dicembre 1944, in Storia Contemporanea in Friuli, ed. a cura I.F.S.M.L. 9, 1980, p. 224, relativa alla postazione dei partigiani il 7 ottobre 1944, risultano in zona Verzegnis, un gruppo del btg. Carnia, come dice Marzona, in zona che potrebbe essere la val di Verzegnis, (postazione siglata con il n. 11 nella cartina) ed il btg. Friuli della Garibaldi più a sud (postazione siglata con il n. 7 nella cartina).

4- Secondo Romano Marchetti la giovane fu processata dagli osovani e condannata a morte. Quindi vennero raccolti dei fuscelli, e chi, fra i partigiani, avesse preso il più lungo sarebbe stato il giustiziere, dato che non si poteva usare un plotone d’esecuzione. E la sorte scelse Prospero.

5- Laura spiega che vi erano degli accordi precisi, e che Giorgio Gurisatti, che era partigiano osovano ma non in Carnia, raccontava che uno, di nome Tamuk, che era stato un bravissimo cuoco, stava poi fuggendo con la mappa delle basi partigiane osovane ed era stato fermato e catturato dai garibaldini, che lo avevano poi consegnato agli osovani che lo avevano processato e quindi ucciso. (Giorgio Gurisatti (Ivo) Nel verde c’è la speranza, A.P.O. Ud., 2003, pp. 70 – 73). Insomma anche su chi doveva processare una spia c’erano degli accordi. E a Tolmezzo, per esempio, un parente lamentava la morte del pittore Dante Morocutti, che però, da quanto era emerso durante il processo ai garibaldini che lo avevano giustiziato, era stato trovato con la mappa delle basi garibaldine nell’ ampezzano mentre si dirigeva verso i tedeschi. (“Ritenuto una spia da un Tribunale partigiano fu subito giustiziato a colpi di pistola” in: Il Gazzettino, 11 maggio 1954, “Uno schizzo planimetrico compromise il giovane fotografo”, in Messaggero Veneto, 11 maggio 1954). E queste persone risultavano pericolose come ogni spia in ogni guerra, tanto che il bollettino del C.I.N.P.R.O., centro in mano agli alleati con sede presso il tempio Ossario di Udine, pubblicava periodicamente l’elenco delle spie da segnalare ed eliminare, e dei presunti tali.

6- La formazione Osoppo, del Corpo Volontari della Libertà, nacque da un accordo, siglato al Seminario di Udine il 14 febbraio 1944, tra il Partito d’Azione e la Democrazia Cristiana. Essa pose la sua prima base ed il comando presso il castello Ceconi, a Pielungo, che i tedeschi assaltarono di sorpresa il 19 luglio 1944, e diedero alle fiamme. L’ impreparazione a difendersi da parte degli osovani, creò una crisi interna che ebbe moltissimi riflessi negativi, tra cui la rottura dell’accordo con la Garibaldi per fare un comando operativo unico, dopo la ripresa del potere, con un vero e proprio golpe, diremmo oggi, da parte di Candido Grassi Verdi e don Ascanio De Luca, Aurelio, e della componente di fatto filo- democristiana, che trascinò anche Livio lontano dal suo battaglione.

7- Nel merito cfr. Laura Matelda Puppini, Barba Livio, il battaglione Carnia, e la crisi di Pielungo, in Romano Marchetti, op. cit., pp. 355-368.

8- Presumibilmente sopra la miniera di Fusea, sopra Chiassis, non sopra Cludinico. Sembra poi, come narratomi da Primo Blarzino, che inizialmente il battaglione Friuli della Garibaldi, comandato da Mirko, si trovasse a Lauco, nella zona detta ‘sopra la colonia’, ma poi si era spostato a Cuelcovon, per poi andare a finire in zona Raveo. Inoltre una via di fuga dagli accerchiamenti, indicata dal Blarzino ai partigiani del btg. Friuli, era anche quella che portava sul monte Forchedana (anche Forchedane) e quindi alla cosidetta ‘Piera centenaria’.

9-Si tratta, verosimilmente, di Giacomo Leschiutta, nome di battaglia Carlo, l’autore del libretto: La resistenza sul massiccio dell’Arvenis, Amaro 2006.

10- Maria Marzona, partigiana osovana, viene anche citata da Flavio Fabbroni nel suo: Donne e ragazze nella resistenza in Friuli, Quaderni della Resistenza n. 15, ed. a cura del Comitato Regionale dell ‘Anpi del Fvg., 2012, p. 106. Maria era nata a Verzegnis il 25 marzo 1925, e risulta partigiana dal 27 agosto 1944 all’ 8 maggio 1945.

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Intervista a Giovanni Marzona. Invillino di Villa Santina, 29 agosto 2017. Mediatore Cristina Martinis, che sentitamente ringrazio. L’ intervista è stata trascritta e curata da me, Laura Matelda Puppini. Il sig. Giovanni Marzona ha visto questo testo dopo la sua pubblicazione, e l’ha ritenuto fedele a quanto da lui espresso, perchè ho solo modificato talvolta un verbo, o la forma. Giovanni Marzona, dopo la guerra, si è trasferito a Milano, dove ha iniziato a lavorare come antennista fino all’assunzione in Rai, dove si è impegnato sia a livello professionale che sindacale. Residente a Quarto Oggiaro, è noto pure per il suo spendersi nelle attività sociali del quartiere e come presidente della locale sezione dell’Anpi. Nel dicembre 2017 ha ricevuto l’attestato Ambrogino d’oro. (http://ilmirino.it/2017/12/11/benemerenze-civiche-festivita-santambrogio-2017/).

L’immagine che accompagna il testo mi è stata data dal signor Giovanni Marzona, e lo ritrae, il 25 aprile 1954, in una foto ricordo dei tempi andati, in cui lottava con altri per la libertà e la democrazia.

Laura Matelda Puppini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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