In occasione del Natale, vi voglio raccontare la storia di una delle prime donne italiane laureate in medicina, la dottoressa Caterina Moro in Pavan, originaria di Tolmezzo e che a Tolmezzo, per anni, esercitò la professione di medico condotto, dell’ Onmi e scolastico. Ella fu sempre stimata ed amata e meriterebbe una targa ricordo o l’intitolazione di una via. Infatti i buoni esempi devono essere tramandati nel tempo. 

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Biografia di Caterina Moro in Pavan, di Tolmezzo, medico.

Caterina Moro, nata a Tolmezzo il 27 marzo 1911, è stata la mia pediatra, il medico della mia famiglia per anni, ed io me la ricordo come una persona di statura normale, magra, fine nei lineamenti, delicata, i capelli mossi e sempre in ordine, e mi pareva portasse gli orecchini. Visitava sempre con il camice lindo, aveva una voce dolce, ed io non l’ho mai sentita urlare, mai alzare la voce, eppure tutti seguivano i suoi consigli e le sue prescrizioni. E se una cura non sortiva l’effetto voluto, era più che disponibile a rivalutare la situazione, perché la dottoressa Moro non era assolutamente arrogante e conosceva la fallibilità di tutti ed anche l’animo umano. Così poteva accadere che desse pure consigli per la vita in particolare alle pazienti che andavano da lei, se le narravano qualcosa che li potesse richiedere e se erano alla sua portata. 

E Caterina Moro curava, indistintamente, uomini, donne, bambini. In sintesi chi aveva bisogno del medico andava da Lei, che quello che poteva fare lo faceva. E si aggiornava. E quando una cura non funzionava, cercava di vedere se la scienza poteva fornirle un’altra soluzione, dopo aver rivalutato il paziente per confermare la diagnosi. E per fortuna, allora, non c’erano tutte questa soluzioni alternative, diffuse in alcuni casi anche da erboristerie o in rete. Ed i suoi pazienti le volevano bene e la stimavano, e per Tolmezzo è stata una vera istituzione.

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Caterina Moro in Pavan, conosciuta a Tolmezzo solo come ‘la dottoressa’. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja, figlia).

E ‘la dottoressa’, come veniva comunemente chiamata a Tolmezzo, era, per quei tempi, veramente un’eccezione, come poteva esserlo qualsiasi donna che allora studiasse medicina. Infatti la professione di medico, figurarsi poi quella di medico condotto, era praticamente riservata al sesso maschile, e la prima donna italiana laureata in medicina fu Maria Montessori, nata nel 1870.

Caterina Moro era figlia del dottor Francesco Moro nato nel 1877 a Tolmezzo, e di Valeria D’ Orlando, nata a Fagagna nel 1884. (1). Francesco e Valeria ebbero tre figli: Caterina, Vittoria detta Vittorina, poi andata sposa all’ingegner Mario Conte che lavorava per l’Anas, ed Andrea, detto Andreuccio, il primogenito, nato nel 1907 e morto a 2 anni.

Il capostipite della famiglia Moro pare fosse originario di Venezia, e, presumibilmente con il fratello, era partito dalla Serenissima nel 1700 per giungere tra i monti con già in mano un lavoro: egli era un tipografo, suo fratello, forse, commerciava in vino. Giunti qui, erano riusciti a fare fortuna ed a farsi una casa, dove poter ospitare i numerosi figli: pare ne avessero 12 a testa. Ed erano quasi del tutto autosufficienti: infatti avevano personale per ogni necessità ed avevano al loro servizio un fornaio ed un ciabattino. Poi qualcuno prese moglie e se ne andò a stare da solo: ed ecco, presumibilmente, sorgere i due nuclei di via Matteotti, a nord di piazza Garibaldi, con le loro dimore poste una di fronte all’altra: in una stava la famiglia di Francesco Moro, nell’altra quella di Gerolamo. Questo però è quello che si può ricostruire in ipotesi ma che andrebbe verificato ulteriormente. 

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Vittorio Molinari. L’edificio che si dice esser stato la prima casa Moro sullo sfondo. (Archivio Vittorio Molinari, immagine siglata BO 12).

C’ è una casa a Tolmezzo che chiude l’attuale piazza Garibaldi, un tempo detta piazza delle capre per il mercato che vi si svolgeva, e che si trova fuori della porta di sopra, demolita ai primi ‘900, che ne costituiva l’altro lato. Il portone è grande, sormontato da una immagine dell’Annunciazione che fu bellissima, e dipinta, si narrava ma non vi è certezza, da Alfredo Ballarin, pittore veneto, di cui però non si trova traccia. Invano nel 2007 ho cercato di vedere se si poteva salvare almeno quell’affresco che ha fatto parte da sempre della mia vita e delle interminabili passeggiate con mio nonno: ma, con una scusa o l’altra, nessuno mi ha dato una mano. La casa è grande, ed al piano terra si aprono una serie di negozi: attualmente una profumeria, un tabacchino, un bar. Mi è stato detto che è la casa Moro (2), la prima, la padronale, di cui l’ultimo proprietario fu Francesco Moro medico, (omonimo del padre della dottoressa Caterina Moro) che, non avendo moglie e figli, la lasciò alla casa di riposo di Tolmezzo perché venissero migliorate le condizioni di vita degli anziani che, in Carnia, non potevano più vivere a casa propria. In quella casa vi erano soffitti dipinti, e pare che da lì esca una parte di affresco locato poi nella sala consiliare del Municipio di Tolmezzo, e proveniente, mi si diceva, dalla sala da pranzo, anche se l’argomento era di carattere biblico o religioso.

Ma ritorniamo a Caterina Moro. Il padre, Francesco Moro, figlio del notaio Andrea, era il medico condotto di Tolmezzo, ed aveva l’ambulatorio dove poi lo ebbe Caterina, in via Matteotti.  La casa aveva due entrate: una che dava su detta via, ed era la principale, ed una secondaria che dava su via della Vittoria, ed era utilizzata, in un primo tempo per far entrare i carri, successivamente per far uscire le macchine. Spesso questo secondo accesso restava aperto, e gli abitanti di Tolmezzo scambiavano talvolta il tragitto privato che univa i due portoni per una pubblica scorciatoia, non senza qualche disappunto da parte dei proprietari, che trovavano spesso ignoti a transitare per il loro cortile.

In quella casa abitava e lavorava anche il fratello di Francesco: l’ingegner Ambrogio, che aveva il suo studio sopra l’ambulatorio. Francesco ed Ambrogio sposarono due sorelle: Valeria e Maria d’ Orlando di Ciconicco di Fagagna. Ma Maria morì di parto giovane lasciando orfane la piccola Bianca e la neonata Bruna, che vennero allevate dalla zia Valeria. Bianca, poi laureatasi in matematica e docente, sposò Eugenio Missana, anche lui dottore in scienze matematiche, e con lui si spostò a Gorizia ed a Sondrio, per poi rientrare a Tolmezzo e ritornare ad abitare in casa Moro, quella della sua infanzia (3).

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Cortile di casa Moro in via Matteotti, dove Caterina abitò da bimba. A sinistra, guardando, si nota, in abiti civili e con il cappello scuro, l’ingegner Ambrogio Moro, all’estrema destra, vicino ad una persona con casacca bianca, si riconosce, invece, Francesco Moro, in abiti militari.  (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

La madre di Caterina Moro era Valeria D’ Orlando.  La nonna materna di Caterina si chiamava Vittoria Calligaris, era nata nel 1860 e morì nel 1955, ed era di buona famiglia. (4). Aveva sposato, si dice sedicenne, un D’Orlando, ma era rimasta vedova molto presto. Ella stava in una villa padronale a Ciconicco, villa Calligaris (5), ed aveva molte proprietà nei dintorni, tanto che si poteva definire la padrona del paese. Ebbe 4 figli: Valeria, andata sposa a Francesco Moro, Ermes ingegnere, Leone avvocato e Maria, sposata ad Ambrogio Moro fratello di Francesco, e morta di parto, già menzionata.

E la grande villa Calligaris, con la sua grande braida, ospitò, subito dopo l’8 settembre 1943, anche una famiglia di Verona, quella di una amica di Caterina Moro, che aveva fatto con lei lo stesso percorso universitario: Silvia Malesani di Verona, sposata con un Migliarese docente di matematica ad Udine, di origini calabresi. Quando giunse a Ciconicco, Silvia aveva già una bimba Laura, e partorì ad Udine la seconda femmina Francesca, nel 1943 (6). Quindi tornò Verona, dove prese il posto lasciato libero da Gino Pavan, marito di Caterina Moro, che si era trasferito a Venezia.
Ma durante la seconda guerra mondiale quella dimora ospitò pure la famiglia della sorella di Caterina, Vittoria (7), e quella di Bianca ed Eugenio Missana.

Sotto quel tetto, nel giardino con il banano e la magnolia e nella grande braida, persone, vite, famiglie si intrecciarono, in una situazione che portava al mutuo aiuto ed alla comprensione reciproca.

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Villa Calligaris a Cicconico di Fagagna, tanti anni fa. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Durante la prima guerra mondiale, Caterina andò, dopo la disfatta di Caporetto, profuga con la madre Valeria e le cuginette Bianca e Bruna a Bergantino in provincia di Rovigo, dove forse vi era qualcuno che conoscevano, mentre il padre era stato chiamato a fare il medico militare. Quindi rientrarono a Tolmezzo, dove scoprirono, come molti in Carna ed in Friuli, che oggetti della casa erano spariti: mobili, specchi, lenzuola con le iniziali della famiglia, di cui pare si fossero impossessati i pochi rimasti in loco. Di questa esperienza ciò che Caterina rammentava però, era solo che, bimbetta, era rimasta colpita dalle donne che, lungo una via, si erano messe in fila per spulciarsi vicendevolmente.

Inoltre, durante il primo conflitto mondiale, la casa del medico Francesco Moro venne utilizzata pure come mensa o come alloggio per ufficiali o infermeria, e tra i graduati ivi locati si trovava pure il tenente Pio Morandi, un ragioniere fiorentino, che continuò ad andare a trovare la famiglia, in particolare la signora Valeria, dal primo dopoguerra fino agli anni ottanta. Nel frattempo anche le figlie di Caterina Moro in Pavan, Renata e Maria Vittoria (8) erano cresciute, e quest’ ultima si sposò con il dottor Carlo Corvaja, docente universitario di chimica e fisica, della famiglia di armatori palermitani Corvaja. E quando egli si recava con i figli in montagna per un’escursione, Pio Morandi chiedeva di andare in auto con loro fino al paese più vicino, per ritrovare i luoghi che aveva conosciuto da giovane militare. Ed avrebbe voluto rivedere quei posti così come lui li rammentava, e si stupiva e restava pure amareggiato dal constatare che tutto era cambiato. E spesso, mentre i Corvaja facevano le loro escursioni, attendeva in auto fumando il sigaro e leggendo il giornale. Maria Vittoria si ricorda, inoltre, che, quando lei e la sorella erano piccole, il ragioniere cantava loro canzoncine e raccontava loro filastrocche e storielle.

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Cortile di casa Moro. All’estrema destra, guardando, si notano due bambine: Caterina e Vittoria. L’ufficiale, di profilo, che tiene la mano di Caterina, è Pio Morandi. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Caterina frequentò le scuole elementari e, presumibilmente, l’istituto tecnico inferiore a Tolmezzo, ma non vi era ancora scuola superiore in Carnia. Così Caterina, che voleva ad ogni costo fare il medico, si recò a Bergamo, per frequentare il liceo scientifico statale, dove abitava lo zio Ermes (9), ingegnere ed altro fratello della madre, che la accolse a casa sua. Per iniziare la frequenza, dovette fare un esame di ammissione. Per alcuni anni fu l’unica studentessa dell’istituto, perché gli altri erano tutti maschi, e solo mentre frequentava l’ultimo anno, forse due o tre ragazze si iscrissero alla scuola. E Caterina rimase sempre riconoscente e legata allo zio Ermes.

Nel 1929 moriva di infarto, a 52 anni, Francesco, padre di Caterina, e la stessa, diciottenne, non avrebbe potuto frequentare, a Padova, l’università e quella facoltà di medicina che l’avrebbe portata a svolgere la professione che tanto desiderava, se l’altro zio materno, Leone D’Orlando, che era un avvocato e non aveva né moglie né figli, non si fosse proposto di mantenerla agli studi. 

Caterina si laureò a Padova nel 1935 circa, e poi prese subito la specializzazione in pediatria. Ed allora i corsi di specializzazione duravano due anni. Caterina raccontava di aver sempre avuto un buon rapporto con i compagni di corso all’università e con due o tre di loro, di cui uno padovano, rimase pure in contatto per anni. E la dottoressa Moro, pur non giovanissima, volentieri partecipò alla festa dei 50 anni della laurea, ove incontrò molti dei suoi vecchi compagni.

Nei primi anni trenta del Novecento, le donne iscritte alla facoltà di medicina erano rarissime, e così anche a Padova: quattro su moltissimi maschi, di cui una era la veronese Silvia Malesani, già incontrata in questa storia come ospite di Vittoria Calligaris a Ciconicco.

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Foto scattata nel cortile di casa. Moro. Fra l’ufficiale seduto al centro e le due crocerossine, in piedi ed in seconda fila si nota sempre Francesco Moro, mentre a sinistra, guardando, nella fila in alto, la terza ed ultima, si nota nuovamente Pio Morandi. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Nel novembre 1938, Caterina Moro sposò il medico Gino Pavan, che era nato a Vescovana il 4 marzo 1909, ed era figlio di Ulisse Pavan, veterinario, e di Ines Ardìt, che era di famiglia benestante e proprietaria di due ville: quella Ardit a Villa Estense ed una a Cavasso Nuovo, segnata pesantemente dal terremoto. Ines aveva una casa in centro a Padova, vicino al duomo, dove Caterina e Gino vissero per un periodo. Nel 1939 e 1940 nascevano a Tolmezzo, nella casa di famiglia, prima Maria Vittoria e poi Renata, loro figlie. Da quello che si sa, Gino, dopo il matrimonio, aveva pure prestato servizio come medico militare in Africa, ma poi, a causa di una malattia che lo aveva colpito, era stato rimpatriato.  

Dopo la parentesi patavina, Caterina e Gino si spostarono a Verona, perché Gino aveva iniziato a lavorare in quella città presso l’ufficio di igiene e profilassi, ed andarono a vivere sul Lungo-Adige. E Vittoria, che era allora una bimbetta, ritiene di esser rimasta a Verona forse sino al 1941, ma certamente sin dopo la nascita della sorella. In questo periodo, trascorso nella città scaligera, Caterina non svolse attività di medico ma si dedicò alle figlie ed alla casa. Quindi Gino fu trasferito all’Ufficio igiene e profilassi di Venezia, dove la sua opera era indispensabile, essendo diffuso il tifo in particolare nella laguna veneziana, e Caterina iniziò a lavorare presso l’ospedale ‘Al Mare’ di Venezia Lido, dove esercitò la professione in diversi reparti tra cui quello per la cura della tubercolosi ossea e in ‘chirurgia’, reparto che allora era diretto dal prof. Moccia, e dove risultava indispensabile essendosi specializzata pure in anestesia.

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Ospedale ‘Al mare’ di Venezia, ora abbandonato ed in degrado, che si prevede venga trasformato in un albergo di lusso con 525 camere. Ma vi è chi si oppone a questo progetto.  (Foto da: https://ascosilasciti.com/it/2021/02/12/il-mare-ospedale-abbandonato-veneto/).

In quel periodo Gino e Caterina vivevano in una casa al Lido di Venezia. Ma era iniziata la seconda guerra mondiale ed un giorno, per la precisione il 18 novembre 1944, due bombe sganciate dagli alleati colpirono la casa di Gino e Caterina, che rimase ferita e dovette essere medicata in ospedale. Infatti uno dei due ordigni aveva colpito un albero che cadde sul tetto facendo rovinare calcinacci e forse un lampadario nella stanza in cui la famiglia si trovava. A questo punto i due medici decisero di lasciare il Lido e di andare ad abitare a Venezia, dove prima si rifugiarono con le figlie in un alloggio provvisorio, poi, grazie all’occupazione del medico Gino Pavan, riuscirono ad avere una casa del comune.

Ma le peripezie della famiglia Moro Pavan non erano ancora finite. Nel 1948, mentre lavorava, Gino fu colto da malore e fu trasportato all’ospedale degli infettivi, temendo avesse contratto la poliomielite. Ma ivi giunto, i medici si accorsero che non era stato colpito da un agente infettivo, e quindi lo fecero trasportare all’ospedale maggiore di Venezia. Uscì vivo da quell’esperienza, ma nessuno riuscì ad evitargli una semiparesi al braccio e gamba sinistri, che però gli permise comunque di svolgere la sua attività professionale ancora per qualche anno. Nel 1952, Gino e Caterina decisero di programmare, per l’anno seguente, il loro trasferimento a Tolmezzo, nella casa ove aveva vissuto Caterina da bambina, e predisposero ogni cosa in tal senso, facendo pure fare nell’edificio dei lavori di adeguamento alle loro esigenze.

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Gino Pavan, marito di Caterina Moro. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Infine, nel 1953, Caterina rientrò a Tolmezzo, dove divenne medico condotto e pediatra. Ella riaprì e riattrezzò l’ambulatorio del padre, e fece adibire pure una stanza a piccolo laboratorio analisi dotandolo dell’occorrente: una piccola centrifuga, più microscopi, termostati, vetrini, reattivi per analisi ed altro, anche perché il marito potesse ancora lavorare per qualche ora.

Caterina, come ho già scritto, aveva una sorella, Vittoria detta Vittorina, che aveva sposato l’ingegner Mario Conte da cui aveva avuto tre figli. Ma l’ingegnere morì abbastanza giovane. Dopo qualche anno, non avendo una attività lavorativa al di fuori della famiglia ed essendo ormai i suoi figli adulti, Vittorina accettò l’invito di Caterina ad andare a vivere con lei nuovamente a Tolmezzo, nella loro dimora natale, per svolgere il ruolo di padrona di casa. Vittorina, memoria storica della famiglia, teneva i conti, ordinava la spesa, sceglieva uova, pollame e verdure prodotti in casa. Non faceva però lavori pesanti. Questi venivano svolti da giovani domestiche che vivevano in casa, poi da una ragazza di Imponzo che arrivava al mattino e rientrava la sera al suo domicilio.

Caterina Pavan Moro esercitò la professione di medico sino a settantadue anni, e fu amata e stimata dai sui pazienti, ed era per tutti, come ho già scritto,  solo ‘la dottoressa’. La mattina ed il pomeriggio prima di aprire l’ambulatorio, andava a visitare in casa i malati in automobile, ed anche all’occorrenza. E teneva aperto lo studio medico dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio, ed al mattino pure il sabato e la domenica.

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Caterina Moro studentessa universitaria. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Dopo andata in pensione, Caterina Moro andò a vivere a Padova, dove aveva acquistato un piccolo appartamento non distante da quello dove viveva la famiglia Corvaja. Ma d’estate ritornava a Tolmezzo. Ed il nipote Pietro Corvaja, docente di matematica all’università di Udine, così mi raccontava «Tantissimi mi hanno parlato bene di mia nonna. E mi ricordo che, quando si trovava a Tolmezzo, dopo la pensione, doveva fermarsi ogni pochi metri a salutare persone che la conoscevano. Mi ricordo che talvolta, solo per andare a Messa dai salesiani, che sono cinque minuti a piedi dalla sua casa, prendeva l’auto per non fermarsi troppo spesso a salutare. E mi rendevo conto che era molto amata. Ed anche qui, ad Udine, mi è capitato di incontrare persone di provenienza carnica che se la ricordavano bene». (10). E quando, d’estate, a Tolmezzo si spargeva la voce che la dottoressa era rientrata, la gente si preparava ad andare a farle visita ed a chiederle qualche consiglio, come un tempo, quando esercitava la professione.

Caterina Moro Pavan, ‘la dottoressa’ per Tolmezzo, morì nel capoluogo carnico il 23 agosto 2001 ed è sepolta nel camposanto locale.

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Ricordi di una paziente e di un nipote di Caterina Moro. (11).

Io mi ricordo la casa dove abitava e svolgeva la professione la dott. Moro: uno spazio chiuso da un grande portone che dà su via Matteotti: un breve androne con volta a botte, un sentierino piastrellato per andare all’ambulatorio che attraversava un giardinetto, più che altro un prato ben tenuto, con l’erba sempre tagliata. Il camminamento portava alla sala di attesa dell’ambulatorio, che aveva delle grandi sedie fatte a mezza sfera con delle doghe in legno verniciato, dette sedie ‘savonarola’. Ed avevano dei braccioli con dei cerchietti di legno che noi bambini facevamo roteare, e chi li faceva roteare più velocemente era considerato il più bravo.  Ma non ho mai sentito la dottoressa protestare: mai una parola per dire ai bimbi di lasciar stare le sue sedie!

Una delle sedie savonarola presenti nell’anticamera dell’ambulatorio della dottoressa Caterina Moro. Si nota l’assenza dei cerchietti messi sui braccioli prima dei pomelli. (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Inoltre la sala di aspetto della dottoressa Moro era diventato un luogo dove le persone si incontravano e parlavano tra di loro, in particolare donne, che, in genere, non frequentavano i bar. Potevano magari andare a far visita ad altre donne, o parlare fra di loro nel cortile, ma certamente per loro l’anticamera dell‘ambulatorio della dottoressa era diventato un luogo di ritrovo, dove le madri si scambiavano opinioni su bambini: «Sai il mio ha… E il tuo?». «Lavori ancora? Cosa fai adesso?» – e via dicendo. Insomma potremmo dire che quella stanza aveva allora assunto pure una valenza sociale.

A metà del lato lungo della sala d’aspetto, rettangolare e non molto larga, si notava la porta dell’ambulatorio, che era arredato con dei mobili del padre pure contenenti libri, con una scrivania con dei cassetti ed una sedia, con il lettino per visitare. Dall’ambulatorio un’altra porta, sul lato opposto, portava al piccolo laboratorio analisi di Caterina Moro. Allora i medici facevano più che potevano da soli, mentre ora abbiamo tutti questi invii, che tra prenotazioni, visite specialistiche, prelievi e ritiro risposte, rischiano di ritardare diagnosi, cure, possibili approfondimenti. La dottoressa Moro faceva, da che mi ricordo, analisi del sangue e delle urine, se necessario, contestualmente alla visita, ma sapeva pure mettere un insetto tolto dalla testa di un bimbo su di un vetrino, per verificare al microscopio se il piccolo fosse effettivamente affetto da pediculosi. I medici di un tempo, se bravi, non azzardavano mai e tentavano di avere il numero maggiore di dati scientifici possibili, prima di fare una ipotesi diagnostica. E sapevano visitare con accuratezza.

L’ospedale aveva allora un altro ruolo: quello di fare quanto un medico di base non poteva fare, per limiti strumentali e tecnici, ed un paziente veniva ricoverato solo quando non poteva venir curato in casa, o quando necessitava di una operazione per lo più immediata. E restava in ospedale il periodo necessario, non quanto deciso, per liberare subito un letto, da burocrati aziendali, con un occhio solo alla spesa. Un tempo non esistevano liste di attesa e tutti questi balzelli: se uno aveva bisogno di essere operato, lo ricoveravano, e, magari dopo qualche esame, se ce n’era il tempo, avvisavano il chirurgo, che procedeva in scienza e coscienza.

La dottoressa Moro prestava una particolare attenzione alla persona. Ora releghiamo tutti nel settore pazienti ma allora e per lei non era così. La dottoressa Moro, dai miei ricordi, curava persone, di cui conosceva anche aspetti di vita, e chi si rivolgeva a lei non era considerato, come ora, un cliente da inserire in un protocollo curativo standard. Caterina Moro aveva un concetto ampio di cura, che non contemplava solo il dare un farmaco. E io credo che anche questo portare soccorso, sostegno umano, potesse aiutare, anche negli ultimi momenti di vita, pazienti che Lei si rendeva conto essere al termine del loro cammino terreno. Stavano per morire, ma lei sapeva confortali comunque. La mia impressione, per quello che ho potuto conoscerla, è che Caterina Moro unisse in sé aspetti profondamente umani ad aspetti tecnico -scientifici legati all’esercizio della sua professione, e quindi che avesse una concezione dell’attività del medico più ampia, diremmo oggi olistica, ma è un termine usato ed abusato, a differenza di quanto accade oggi, dove la visione dell’esercizio dell’arte medica è meramente tecnocratica ed aziendalizzata. Ma a mio avviso riusciva a fare questo perché era persona che aveva un suo equilibrio interiore.

La dottoressa Moro era una donna cattolica, era credente, praticante e coerente con la sua vita, ed a me pare che cercasse anche di applicare con rigore i principi della fede cristiana, appresi pure in famiglia, oltre a svolgere il suo lavoro in scienza e coscienza, e che da questa sua fede derivasse la sua attenzione alle persone. E credo che, tra le mille vicende vissute, sia Romano Marchetti, nato nel 1913, sia la dottoressa Moro nata nel 1911, abbiano trovato, nell’applicazione di alcuni principi morali similari, motivo per darsi forza e per dare significato alla loro vita ed a quella degli altri.

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Caterina Moro in Pavan, non più giovanissima, come ce la ricordiamo.  (Foto da Maria Vittoria Pavan Corvaja).

Certamente la dottoressa, come medico, era in una posizione di superiorità rispetto ai suoi pazienti, ma non sottolineava mai questa condizione relazionale. E sapeva condurre le persone nell’ iter diagnostico- curativo ma anche sostenerle. Ed era questo un aspetto importante per creare un clima di fiducia, perché uomini e donne venissero da lei o la chiamassero se stavano male e portassero da lei i bambini.

E sapeva consolare infermi ed ammalati gravissimi, non come ora che, quando si ipotizza che uno sia spacciato, in ospedale lo si mette in una stanza singola in parte, e poi, quando è morto, gli si mette sopra un telo ed ‘amen’. Medici come Caterina Moro, che avevano visto due guerre, avevano dimestichezza con l’agonia e con la morte, che ritenevano far parte della vita.

E io credo che la dottoressa Moro conoscesse il significato profondo delle parole ‘etica’ e ‘morale’, ed applicava quei semplici principi che ne derivavano. E sapeva dire una parola di conforto, se necessario, e consolare. E Caterina Moro è stata, nella semplicità della sua vita, un esempio. E di esempi abbiamo bisogno in questa nostra società liquida, dove tutto scorre, tutto passa, tutto si dimentica.

Caterina Moro era però donna anche curiosa e di ampia cultura, e se poteva rispondeva alle domande, se di sua pertinenza. Così un giorno Le chiesi di cosa morissero, in genere, nel 1700 o 1800, le persone, perché volevo sapere quali fossero le patologie più diffuse. Ed ella, ridendo, mi disse che, guardando i registri del Settecento, si leggeva che tutti morivano di ‘cachessia’, cioè di debolezza. Perché quando giungevano in ospedale o dal medico, molti erano già in pessime condizioni, sfiniti. Ed allora non conoscevano tutte le patologie possibili, come ora, e pertanto spesso veniva constato solo il loro stato di estrema spossatezza che preludeva alla morte.

E certamente aveva degli interessi intellettuali, e forse le sarebbe piaciuto anche parlare di più di altre cose, ma la professione la assorbiva. E sapeva ascoltare ed osservare, aspetti peculiari per un medico, e sapeva chiedere senza invadere. E nessuno si sognava di andare da Lei per dirle voglio quel farmaco o quell’altro.

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Caterina Moro è stata pure, secondo il prof. Pietro Corvaja, un’ottima nonna. Ci teneva ai nipoti, era contenta di vederli, e passava il tempo libero e sferruzzare per fare loro dei maglioni. E nel realizzarli dimostrava molta fantasia ed amava mischiare i colori, dando agli stessi un tono di modernità. E non era certamente, sempre secondo il nipote Pietro, una signora chiusa o ‘retrò’, ma egli talvolta si è chiesto come avrebbe reagito, in una società come quella attuale, e se sarebbe riuscita ad adattarsi al ‘degrado’ della sanità e della professione medica. (12).

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Concludendo, io ho scritto questo testo perché vorrei veramente che a Tolmezzo si ricordasse una delle prime donne medico in Italia e la ‘dottoressa’ tolmezzina e di una gran parte dei Tolmezzini, ponendo in qualche luogo pubblico una targa a perenne ricordo od intitolandole una via.

Ed aggiungo che mi è stato possibile compilare questa scheda solo grazie al prof. Pietro Corvaja, alla signora Maria Vittoria Pavan in Corvaja, figlia della dottoressa Caterina Moro in Pavan, e di suo marito il prof. Carlo Corvaja

Laura Matelda Puppini

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(1) Caterina Moro – Historical records and family trees – MyHeritage.

(2) Fonti Antonio Martini e Cristina Drufuca Colombo figlia di Bruna Moro, che lo ha riferito a Maria Vittoria Pavan in Corvaja.  

(3) Bianca Moro ed Eugenio Missana ebbero due figli: Aldo, ingegnere, che non si sposò mai, ed Annamaria, laureatasi pure lei in matematica e moglie di un altro docente della stessa materia: Antonio Zuccon di Treviso.

(4) Vittoria Calligaris era pure cugina dei Calligaris di Tolmezzo, da quanto consta a Maria Vittoria Pavan in Corvaja.  

(5) Purtroppo, senza nessuna tutela per luoghi unici, ora si vuole stravolgere villa Calligaris, braida e parco con nuove villette da costruirsi nei dintorni e così si può leggere sul Messaggero Veneto, in data 23 maggio 2021: «Fagagna La storica villa Calligaris a Ciconicco di Fagagna rischia di essere deprezzata a causa di una lottizzazione sui terreni che fanno parte del suo compendio storico. Il gruppo consiliare di maggioranza autonoma, “Fagagna voliamo insieme”, dichiara attraverso il suo capogruppo Leandro Bertuzzi, che farà opposizione al processo di cementificazione che l’amministrazione intende far approvare, per la costruzione di nuove palazzine nei terreni che ricadono sui giardini e i vigneti delle costruzioni dei borghi antichi, anziché adottare politiche mirate a stimolare il recupero «dell’immenso patrimonio di queste aree già vincolate all’inedificabilità dai vigenti Piani attuativi e particolareggiati dei borghi». Invece, con le nuove previsioni della Variante 52 al Piano regolatore, queste stesse aree verrebbero rese edificabili per delle nuove costruzioni – rimarca Bertuzzi -. Dalla consultazione dei documenti in Comune, fa specie rilevare la costruzione di quattro nuove abitazioni alle pendici del castello di Fagagna e dell’espianto di un vigneto in “Braida Rosso” a Fagagna per far spazio alla costruzione di palazzine dopo che con la forte e decisa opposizione della maggioranza autonoma del Gruppo consiliare di Fagagna Vogliamo insieme, sono stati salvati dalla cementificazione circa 130 campi coltivati e un’ampia area a Villaverde di elevato valore naturalistico, che avrebbe ospitato una casa per anziani facoltosi. «Torna alla ribalta quindi la Variante 52 al Piano regolatore le cui tavole sono in municipio a disposizione dei cittadini dai primi di maggio scorso. Il termine per la presentazione di opposizioni e osservazioni scade il 26 giugno. Il procedimento dovrebbe concludersi entro il 18 luglio. L’iter burocratico durato almeno 20 anni, dello strumento urbanistico adottato dal consiglio comunale il 12 febbraio 2021, secondo il sindaco Daniele Chiarvesio, dovrebbe terminare entro il 2021. Intanto si preannuncia un deciso dissenso da parte del gruppo “Voliamo insieme” che siede all’interno della maggioranza al governo del capoluogo, alle previsioni di ulteriore cementificazione dei terreni. Il capogruppo Bertuzzi rivolge «un invito alla cittadinanza di Fagagna, che abbia a cuore la salvaguardia delle peculiarità di uno dei “Borghi più Belli d’Italia” a esprimere il proprio dissenso alle nuove costruzioni, con l’invio di una lettera al sindaco Chiarvesio per un accorato appello alla sua sensibilità ambientalista». (https://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2021/05/23/gorizia-palazzine-fra-i-vigneti-progetto-da-fermare-41.html?ref=search).

(6) Laura Migliarese si è poi laureata in medicina come la madre Silvia, che era figlia di un avvocato veronese, ed ha sposato lo psichiatra Vittorino Andreoli. Francesca nata mentre la madre si trovava a Ciconicco, si è invece laureata in legge ed ha sposato il giudice Giovanni Tamburino. Ed ha avuto anche due gemelli un maschio ed una femmina.

(7) Vittoria Moro in Conte, detta Vittorina, sorella di Caterina, dopo il matrimonio visse in un primo tempo con il marito a Trieste, quindi a Padova e Venezia, dove egli morì. Ebbe tre figli: un maschio laureatosi in medicina e che esercitò la professione a Castelfranco Veneto ed a Treviso, chiamato Nico, e due femmine, Elisa e Franca, laureate in lettere.

(8) Renata Pavan proseguì la strada intrapresa dai genitori, diventando medico, ed esercitò la professione a Camposanpiero, vicino a Padova, come specialista di laboratorio. Non si sposò mai e morì a Padova l’8 luglio 2003. Maria Vittoria Pavan si laureò in chimica e, dopo alcune esperienze lavorative nel settore privato, divenne docente di chimica presso l’istituto tecnico di Padova ‘Marconi Natta’.

(9) Ermes D’ Orlando aveva un figlio Pietro, che poi divenne un noto ingegnere.

(10) Colloquio di Laura Matelda Puppini con Pietro Corvaja. Udine, luglio 2021.

(11) Ivi.  

(12) Ivi.

L’immagine che accompagna l’articolo, è una di quelle che si trovano al suo interno.  L.M.P.

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2021/12/elab8.jpg?fit=334%2C443&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2021/12/elab8.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniETICA, RELIGIONI, SOCIETÀSTORIAIn occasione del Natale, vi voglio raccontare la storia di una delle prime donne italiane laureate in medicina, la dottoressa Caterina Moro in Pavan, originaria di Tolmezzo e che a Tolmezzo, per anni, esercitò la professione di medico condotto, dell' Onmi e scolastico. Ella fu sempre stimata ed amata...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI